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Lineamenti di spiritualità coniugale

Carla Rossi Espagnet

Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

                                                                                                                  

C’è nella Chiesa un cammino spirituale adatto a illuminare la vita degli sposi cristiani? Vi sono aspetti propri della santità coniugale? E se sì, quali? Come identificare gli aspetti comuni a tutte le vocazioni cristiane rispetto a quelli specifici degli sposi? Queste sono le domande a cui si cercherà di rispondere in questo breve articolo.

La base comune della vita cristiana è offerta dal Battesimo e dalla Confermazione: attraverso questi sacramenti, lo Spirito elargisce i doni che configurano l’uomo e la donna con Cristo e li inseriscono nel suo corpo, che è la Chiesa, rendendoli partecipi del compito sacerdotale, regale e profetico di Cristo. Così tutti i battezzati compongono il popolo di Dio e partecipano attivamente alla comune missione evangelizzatrice. Tutti sono sacerdoti, ossia possono santificarsi e aiutare la santificazione degli altri, frequentando i sacramenti, con la preghiera, e offrendo a Dio le loro opere; tutti sono re, ossia possono condurre a Cristo il mondo esercitando la giustizia e preparando la venuta del suo Regno, che non è di quaggiù (cfr. Gv 18, 36); tutti sono profeti, ossia possono insegnare la verità che è Gesù (cfr.Gv 14, 6), con il loro esempio e le loro parole. All’interno di questo comune cammino, varie sono le specificazioni, di ordine sacramentale o carismatico. Le specificazioni di ordine sacramentale sono due, quelle che nascono dai sacramenti dell’Ordine sacro e del Matrimonio, che configurano i battezzati con Cristo, conferendo loro una stabile missione che il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta nei seguenti termini: «Coloro che ricevono il sacramento dell’Ordine sono consacrati per essere “posti, in nome di Cristo, a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio” (LG 11). Da parte loro, “i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato” (GS 48)»[1].

  1. a. L’ origine sacramentale

Il primo elemento che caratterizza la spiritualità dei coniugi è dunque la sua origine sacramentale: è grazie al sacramento del Matrimonio che gli sposi ricevono un dono specifico che li fa portatori di una missione che il Concilio Vaticano II, nella Lumen gentium, si occupa di delineare: «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del Matrimonio, col quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa, e vi partecipano (cfr. Ef 5, 32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (cfr. 1 Cor 7, 7). Da questo Matrimonio, infatti, procede la famiglia (…). In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede, e assecondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale»[2]. Dire “origine sacramentale” vuol dire “origine divina”, ma essa, a dire il vero, riguarda anche il Matrimonio tra non battezzati, dunque non sacramentale: infatti, Dio ha donato alla prima coppia questa condizione di esistenza (cfr. Gen 2, 24) affinché l’uomo e la donna la incarnassero, diventando un segno visibile del suo amore nel mondo. Attraverso la loro unione stabile e feconda, si rende presente e si manifesta nel mondo l’amore di Dio, quale che sia la religione professata dagli sposi[3].

Sapere che è stato Dio ad avere l’idea del Matrimonio, che non si tratta di una invenzione umana più o meno felice, o più o meno legata a un certo periodo storico o a una certa cultura, è fonte di speranza: possiamo confidare nel fatto che Dio si prenderà certamente cura di quanti intraprendono questo cammino, se essi lo faranno entrare nella loro relazione. Nella Chiesa latina gli sposi stessi sono considerati i ministri del sacramento, perché è il loro consenso a sancire il patto matrimoniale, mentre nelle Chiese orientali si ritiene che il ministro sia il sacerdote che benedice l’unione, in quanto segno più evidente della presenza di Cristo nel matrimonio; in ogni caso, il Celebrante principale del sacramento, Colui che lo amministra veramente, è Gesù, che agisce attraverso i suoi ministri (come avviene in tutti i sacramenti). E in entrambe le Chiese è indispensabile, affinché il sacramento sia validamente celebrato, sia la presenza degli sposi sia quella del sacerdote. Ma è Cristo che consegna la donna all’uomo e l’uomo alla donna, affinché si amino fino a formare una sola carne, e si prendano cura l’uno dell’altra.

L’azione di Cristo si limita a sancire l’unione degli sposi, per consacrarla e benedirla, o accompagna anche il loro cammino comune che inizia con il Matrimonio?

A questa domanda risponde il Concilio Vaticano II, che nella Costituzione pastorale Gaudium et spes afferma: «Cristo Signore ha effuso l’abbondanza delle sue benedizioni su questo amore multiforme, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione»[4].

Parlando di un’effusione abbondante di benedizioni, il Concilio evoca le nozze di Cana, quando il Signore portò a un Matrimonio una quantità incredibile di ottimo vino, circa 600 litri (cfr. Gv 2, 1-12)! Era il segno dell’alleanza definitiva, compiuta per l’intervento della Madre, non protagonista della scena, ma neanche semplice spettatrice. La presenza di Cristo alle nozze, e il miracolo festoso che vi realizzò, rivelano che gli sposi cristiani ricevono molte grazie dal Cielo quando celebrano il loro matrimonio. E l’azione di Gesù non si limita al momento della celebrazione: Egli rimane con gli sposi affinché il loro amore non muoia lungo il cammino, ma cresca, si purifichi, diventi generativo.

Inoltre, l’origine sacramentale del Matrimonio conferisce allo stato coniugale una particolare dignità a livello ecclesiale, e lo colloca al di sopra dei carismi di origine non sacramentale. Fermo restando che non si tratta di fare classifiche o graduatorie tra i vari cammini ecclesiali, in quanto tutti sono suscitati dallo stesso Spirito e mirano all’edificazione del Regno di Cristo nella carità, è buono riconoscere che i carismi di origine sacramentale non sostengono solo un cammino spirituale, ma hanno un valore strutturante per la Chiesa stessa: essa infatti si edifica per il Battesimo e la Confermazione, riceve i servizi essenziali alla sua vita attraverso l’Ordine sacro e il Matrimonio, e viene sostenuta e alimentata dalla Penitenza, dall’Unzione degli infermi e soprattutto dall’Eucaristia, pegno di vita eterna per tutti i battezzati. I sacramenti non sono solo mezzi di grazia personale, ma strutturano i legami per i quali i battezzati formano un solo corpo di cui Cristo è il Capo.

  1. b. La consacrazione della relazione coniugale

Passiamo al secondo elemento caratterizzante del cammino matrimoniale: è la relazione degli sposi a diventare il segno del «mistero di unità e di amore fecondo che intercorre tra Cristo e la Chiesa»[5], e non i due sposi presi singolarmente.

Già nell’Antico Testamento era stato rivelato, seppur velatamente, che la coppia umana, e non solo la persona singola, è un’immagine di Dio, laddove l’autore sacro afferma che «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 26)[6]. Alla luce del Nuovo Testamento, Papa Francesco spiega che «il matrimonio è un segno prezioso, perché “quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si ‘rispecchia’ in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il Matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza”[7]»[8].

Che cosa significa che «Dio fa dei due sposi una sola esistenza»? Quale immagine di Dio offre alla Chiesa la coppia unita dal sacramento del Matrimonio? Nonostante le loro debolezze, e forse proprio per le loro debolezze[9], il “noi” degli sposi acquista il valore di rivelazione del suo amore fedele e misericordioso. E ancora di più, potremmo dire che attraverso il Matrimonio tutta la Chiesa sia arricchita dalla rivelazione di una specifica forma di amore del Creatore, che ama non solo con amore di Padre che genera i suoi figli, li educa e prepara per loro l’eredità, ma anche con amore di Sposo che dà la sua vita per la Sposa e la rende feconda.

Dunque, il Matrimonio è un segno proprio in quanto relazione; infatti, è l’unico sacramento che necessariamente si celebra in due: è impossibile sposarsi da soli, mentre si può venire battezzati, o ricevere la prima Comunione, ecc., da soli, e a ben pensare così avviene anche quando sono in tanti a ricevere questi sacramenti nella stessa cerimonia. Invece ci si sposa in due, maschio e femmina, per santificare una relazione specifica: quella tra due persone diverse sessualmente, potenzialmente feconda, attraverso la quale i due modi fondamentali di essere umani, con le loro caratteristiche proprie, si uniscono per arrivare a formare una comunione stabile.

Nella Familiaris consortio, san Giovanni Paolo II aveva individuato quattro compiti principali della famiglia nella Chiesa e nel mondo, e al primo posto aveva scritto: «La formazione di una comunità di persone»[10]; poi il servizio alla vita, alla società e alla Chiesa. Decidendo di sposarsi, l’uomo e la donna lanciano una sfida: non per niente Papa Francesco si è rivolto spesso ai fidanzati o ai giovani sposi ammirandone il coraggio[11], e li ha esortati a credere che è possibile vivere insieme, che è possibile amarsi, che esiste una forza più grande degli interessi personali che isolano e separano[12]: che l’amore è più forte dell’orgoglio, dei tentativi di controllo, delle insofferenze rispetto ai limiti propri e altrui. Egli esorta i coniugi a essere con la loro vita un segno dell’amore che vince l’odio e l’indifferenza, che supera l’egoismo autoreferenziale, che purifica e vince il desiderio di possesso, e costituisce la vera risposta al dramma della solitudine. In un’epoca in cui l’individualismo e l’egoistica affermazione di sé sembrano essere il comandamento supremo davanti al quale tutto deve cedere, compresi i legami più belli qualora diventassero difficili o troppo impegnativi, gli sposi sono il segno che l’amore è più grande del peccato che disunisce, che è possibile vivere insieme, trovare punti di incontro, cedere senza perdere la propria identità, rinunciare a qualche proprio desiderio, e persino a qualche passione, per acquisire nuove passioni, sviluppare nuovi desideri e alimentare aspetti della propria personalità che senza quella relazione non sarebbero emersi; in definitiva, che è possibile affermare sé stessi anche in modi diversi da quelli che si erano previsti.

Il primo compito di coloro che si sposano è generare il “noi” che non esisteva prima, quando erano solo due individualità vicine, ma non ancora con-sorti. Infatti i due fidanzati già si conoscono, già si amano, ma sposandosi affermano di voler rimanere e crescere insieme, per diventare “una sola carne”. Il “noi” è il primo frutto del Matrimonio, è il vincolo che unisce ontologicamente e non solo formalmente, e fa acquisire all’uomo e alla donna una nuova identità: quella di essere “il marito di …” e “la moglie di …”. Tuttavia non basta costituire il vincolo celebrando il sacramento, occorre poi viverlo e realizzarlo nelle scelte concrete di maggiore o minore importanza, costruire “il cuore comune”[13] in modo che ognuno nel suo lavoro e coltivando i suoi interessi agisca nel contesto del progetto condiviso, che riorganizza le priorità e le risorse in funzione dell’unione tra i due. In un’udienza, Papa Francesco ha parlato di questo processo: «Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, dal pensare da solo al pensare in due, dal vivere da solo al vivere in due: è un bel cammino, è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo»[14].

Ciò non significa che per chi riceve il sacramento tutto andrà bene; purtroppo sono molti i casi in cui i coniugi arrivano a scontrarsi, e in caso di separazione definitiva i tribunali ecclesiastici lavorano per appurare quali matrimoni siano nulli, ossia non veramente celebrati nonostante le apparenze. Generare il “noi” degli sposi significa lavorare affinché l’amore cresca sia quando la relazione è facile sia quando è difficile, sapendo che in genere sono più utili alla crescita i momenti di difficoltà che quelli di soddisfazione, perché costituiscono un’occasione per cambiare prospettiva, per cercare soluzioni, per ascoltare con maggiore attenzione le richieste dell’altro, per sopportare i suoi momenti di chiusura... in definitiva, per sviluppare doti di apertura, pazienza, creatività, umiltà, e soprattutto per crescere nelle virtù della speranza e della carità. Tutti guardano con ammirazione le coppie anziane, perché con la loro intesa mostrano la forza di un amore che ha vinto molte battaglie ed è cresciuto attraverso le difficoltà. La fedeltà coniugale non può essere confusa con il congelamento del rapporto, ed è il frutto maturo di un amore umile, capace di perdono, e creativo. E quando la separazione è l’unica strada percorribile, la Chiesa loda il coniuge che rimane fedele al matrimonio celebrato e continua a onorare l’impegno assunto[15]; forse, proprio in questi casi, il coniuge fedele è segno di Cristo sposo che dona la vita alla sua sposa in un cammino di passione che non smette di sperare nella risurrezione.

Questo elemento specifico della spiritualità del Matrimonio, ossia la generazione del “noi” coniugale, è stato riconosciuto dalla Chiesa quando ha iniziato a promuovere i processi di canonizzazione di alcune coppie di sposi non separatamente, ma insieme, per significare che gli sposi cristiani possono diventare santi proprio attraverso il Matrimonio. Il loro cammino di santificazione segue una via specifica: quella dell’amore negli impegni propri della vita coniugale, delle virtù cristiane vissute nell’ottica della fedeltà alla missione ricevuta, e della comunione nel servizio e nell’assistenza. Di questo parleranno le relazioni che seguono, ognuna delle quali presenta una coppia di sposi di cui si è concluso o è ancora in corso il processo di beatificazione: si tratta dei beati Maria Corsini e Luigi Beltrame Quattrocchi, e dei servi di Dio Jozef e Wiktoria Ulma, Giovanni Gheddo e Rosa Franzi, Laura Busca e Eduardo Ortiz de Landàzuri, M. Rosaria De Angelis e Franco Bono, Daphrose Mukasanga e Cyprien Rugamba.

  1. c. Formare la una caro

Un terzo lineamento della spiritualità coniugale è costituito dal fatto che il “noi” coniugale si sostanzia dell’unione non solo spirituale, ma anche corporea degli sposi; la tradizione cristiana indica tale unione con espressione efficace, quando dice che essi sono chiamati a formare “una sola carne”, una caro. Benché si parli di caro, “carne”, si intende parlare dell’intera vita, che nell’uomo e nella donna è necessariamente sia corporea sia spirituale. Una parte essenziale del dialogo tra i coniugi è costituita dall’unione dei corpi, che san Giovanni Paolo II ci ha aiutato a considerare come un linguaggio, una forma di espressione di sé non verbale, ma comunque capace di maggiore o minore sincerità, intensità, intimità[16]; una dimensione personale e non semplicemente fisica. Papa Francesco ricorda che «nella sua catechesi sulla teologia del corpo umano, san Giovanni Paolo II ha insegnato che la corporeità sessuata “è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione”, ma possiede “la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono”»[17]. Così la dimensione sessuale va considerata e vissuta nella sua dignità propriamente umana, voluta dal Creatore e positiva non solo a motivo della procreazione, ma anche perché è l’espressione tipica dell’amore tra gli sposi[18].

A motivo del sacramento che hanno celebrato, gli sposi esercitano il loro sacerdozio comune anche nell’atto sessuale, offrendo a Dio la loro unione e la loro gioia, allontanando la tentazione di servirsi l’uno dell’altro per finalità egoistiche, mettendo in primo piano le giuste esigenze del coniuge, e accogliendo la possibile paternità e maternità. Allora l’atto coniugale è veramente un atto sacerdotale, con il quale si dà culto a Dio, sorgente dell’amore e della vita. Con questa convinzione, san Josemaría Escrivá ebbe l’audacia di dire: «Io considero il letto coniugale come un altare: lì è la materia del sacramento»[19]. Lì agisce Dio, facendo di due una sola carne, concedendo a volte il dono della vita, aumentando l’amore tra i coniugi, promuovendo la comunione nella famiglia e nella Chiesa.

Tuttavia, non possiamo essere ingenui e passare dal sospetto generalizzato sull’egoismo insito nella sessualità, tipico di molti secoli di Cristianesimo, alla sua acritica legittimazione, seguendo la tendenza della cultura dominante. Anche in questo campo gli sposi sono chiamati a crescere, raffinando progressivamente la loro reciproca donazione corporea, e arrivando a viverla in modo sempre più pieno. Papa Francesco avverte che «non è superfluo ricordare che anche nel matrimonio la sessualità può diventare fonte di sofferenza e di manipolazione»[20]; che anche tra i coniugi esiste il rischio di vivere «il sesso come evasione da sé stesso e come rinuncia alla bellezza dell’unione»[21]; e che «è importante essere chiari nel rifiuto di qualsiasi forma di sottomissione sessuale»[22]. A questo riguardo, non si può ignorare l’importanza della norma espressa da san Paolo VI nell’Enciclica Humanae vitae, quando il Papa insegnava che non è buono separare volontariamente il significato unitivo dell’atto sessuale da quello procreativo[23], perché questa manipolazione intenzionale realizza la degradazione di tutta l’azione. I più di 50 anni che sono trascorsi dalla pubblicazione dell’Enciclica forniscono la prova più evidente della validità dell’insegnamento papale; infatti, la “liberazione” del sesso dalla fecondità ha condotto ben presto alla deresponsabilizzazione nel modo di viverlo, il che a sua volta ha provocato la spersonalizzazione dell’atto, ridotto a un mero uso reciproco dei corpi[24]. Nel caso dei coniugi, la contraccezione non ha solo evitato la procreazione, ma ha anche falsificato il linguaggio dell’unione; e spesso i coniugi si sono trovati a vivere una sorta di complicità che è la brutta copia della comunione.

La via che san Paolo VI indicò agli sposi per evitare le nascite che responsabilmente ritenessero di non poter accogliere era quella della conoscenza dei periodi ciclici della fecondità femminile e dell’astensione dall’atto sessuale, qualora fosse previsto fecondo. Per astenersi dall’atto sessuale quando non si è in grado di accogliere una nuova vita, occorre scegliere di praticare il dominio di sé inteso come “padronanza di sé”; e questo è difficile, principalmente per due motivi. Da un lato, per l’oggettiva debolezza interiore che si sperimenta nel gestire gli impulsi e i sentimenti, aggravata dalla totale svalutazione di tale scelta a livello culturale, in nome dell’imporsi della spontaneità autoreferenziale come criterio assoluto di bontà[25]; d’altro lato, occorrerebbe anche tornare a percepire il corpo come realtà personale, e non come oggetto “altro da sé” di cui servirsi e da manipolare, analogamente a come ci comportiamo con il resto della natura. La padronanza di sé nasce dal dialogo con Dio e, nel caso degli sposi, si alimenta del dialogo tra loro, che restano aperti al Creatore e l’uno all’altro, sia quando decidono di unirsi, sia quando decidono di astenersi dall’unione. Evitando di scegliere l’unione quando non possono accogliere la procreazione, essi raggiungono un’intesa non facile, ma forse proprio per questo più profonda.

L’insegnamento di san Paolo VI fu ben ripreso da san Giovanni Paolo II che, al termine della sua catechesi sulla teologia del corpo e del Matrimonio, durata ben quattro anni, svelò che l’obiettivo di tutto il suo insegnamento era proprio quello di approfondire e sviluppare la dottrina contenuta nell’Humanae vitae[26]. Che cosa ha apportato la lettura di san Giovanni Paolo II che possa interessare a noi, che ci occupiamo della santità coniugale? Egli ha allargato la prospettiva di comprensione della norma di Humanae vitae, chiarendo che il suo valore non è semplicemente morale, ma anche antropologico e spirituale. Parlando della vita coniugale animata dallo Spirito Santo, egli affermò: «Se l’elemento chiave della spiritualità dei coniugi e dei genitori (…) è l’amore, questo amore, come risulta dal testo dell’Enciclica (HV 20), è per sua natura congiunto con la castità che si manifesta come padronanza di sé, ossia come continenza: in particolare, come continenza periodica»[27]. In un seguente discorso, ribadì che «al centro della spiritualità coniugale sta dunque la castità, non solo come virtù morale (formata dall’amore), ma parimenti come virtù connessa con i doni dello Spirito Santo – anzitutto con il dono del rispetto di ciò che viene da Dio (“donum pietatis”)»[28]. Benché queste parole abbiano ormai quasi 40 anni, bisogna riconoscere che non capita spesso di sentir parlare della castità coniugale in termini di scelta ispirata dal dono della pietà grazie al quale onoriamo la paternità di Dio, origine di ogni paternità e maternità umane.

E ancora: «Tutta la pratica dell’onesta regolazione della fertilità, così strettamente unita alla paternità e maternità responsabili, fa parte della cristiana spiritualità coniugale e familiare; e soltanto vivendo “secondo lo Spirito” diventa interiormente vera e autentica»[29].

  1. d. Essere per i figli i primi annunciatori della fede

Nel testo di Lumen gentium che ci fa da guida abbiamo letto che, «in questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede, e assecondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale»[30]. Potremmo dire che la missione degli sposi cristiani culmini nel chiedere la fede per i propri figli, sia accompagnandoli a ricevere il Battesimo e gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, sia insegnando loro ad amare Dio, a ringraziare e a chiedere perdono, ad avere con Lui un dialogo filiale. Non solo con le spiegazioni, ma innanzitutto con il loro esempio, i genitori cristiani trasmettono lo stile di vita cristiana che è fondamentale affinché ogni successivo insegnamento possa essere accolto e maturato. Nel periodo di “emergenza educativa” che viviamo ormai da anni[31], Papa Francesco ha spesso esortato i genitori a non “autoesiliarsi” dal loro compito, a non ritenersi incapaci di realizzarlo, anche se sono molti gli ostacoli di ordine sia pratico sia culturale che lo rendono particolarmente difficile[32]. Pensiamo alla mancanza di tempo per stare con i figli, alla rivoluzione digitale che ha aperto nuovi scenari di connessioni e di condivisione di contenuti, al proliferare di “esperti” per ogni settore della vita, che fanno sentire i genitori inadeguati a prendersi cura dei propri figli… Nonostante tutto, la missione educativa, con la conseguente responsabilità, continua ad appartenere al padre e alla madre. Solo loro possono trasmettere al figlio le convinzioni fondamentali per l’esistenza, ossia che egli merita di essere amato e rispettato sempre, non per coltivare un autocompiacimento narcisistico, bensì per sviluppare le doti ricevute e usarle a beneficio degli altri. Solo l’ambiente di gratuità che caratterizza la famiglia può far crescere i figli orientandoli al dono di sé; solo il clima di accoglienza totale renderà accettabili le correzioni indispensabili in ogni azione educativa.

Ma non è sulle difficoltà del contesto culturale attuale che vorrei soffermarmi, e neanche sul fatto che il compito educativo compete primariamente ai genitori, la cui autorità precede quella degli altri responsabili – a diverso titolo – dell’educazione, ossia la Chiesa o lo Stato. Quello che ora vorrei mettere a fuoco è che, educando, gli sposi esercitano il compito profetico proprio dei genitori cristiani, e vivono dello Spirito Santo. Ne ha parlato san Giovanni Paolo II in un passo di Familiaris consortio che vale la pena riprendere benché sia un po’ lungo: «Per i genitori cristiani la missione educativa, radicata come si è detto nella loro partecipazione all’opera creatrice di Dio, ha una nuova e specifica sorgente nel sacramento del Matrimonio, che li consacra all’educazione propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a partecipare alla stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo Pastore, come pure all’amore materno della Chiesa, e li arricchisce di sapienza, consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per aiutare i figli nella loro crescita umana e cristiana. Dal sacramento del Matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio “ministero” della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non esita a paragonarlo al ministero dei sacerdoti: “Alcuni propagano e conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo spetta al sacramento dell’Ordine; altri lo fanno quanto alla vita a un tempo corporale e spirituale, e ciò avviene col sacramento del Matrimonio, nel quale l’uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto di Dio”[33]»[34].

Da questo testo vorrei riprendere solo due contenuti: il primo è che il compito educativo specificamente cristiano dei genitori nasce dal sacramento del Matrimonio, che li abilita a esprimere, come vedevamo sopra, l’amore di Cristo per la Chiesa, un amore che vive nel dono totale di sé e nel sacrificio, e poi culmina nella gioia della Risurrezione. Dunque lo specifico compito educativo della famiglia consiste nel trasmettere ai figli l’ethos del dono, cioè la consapevolezza e la gioia di essere nati dall’amore e di essere destinati all’amore come orizzonte irrinunciabile di senso per la propria vita[35]. Ovviamente ciò si può attuare solo nella libertà, senza la quale è impossibile amare; ma non una libertà autoreferenziale e orientata all’affermazione egoistica di sé, bensì una libertà che si apre agli altri per incontrarli in modo umano, significativo, vero. Non ci sarebbe vera azione educativa laddove i genitori si sostituissero ai figli, spingendoli ad agire secondo i propri desideri; ogni forma di manipolazione è contraria alla vera educazione, che in quanto tale è sempre anche un atto di fiducia nelle persone che Dio ha affidato agli educatori, in questo caso nei figli.

Il secondo contenuto su cui desidero ritornare è il riferimento all’azione dello Spirito Santo che arricchisce i genitori con i suoi doni, tra cui il Papa ricorda il dono di sapienza, e quelli di consiglio e di fortezza, ritenendoli particolarmente importanti per chi deve educare. Infatti, il dono di sapienza apre gli occhi della mente e del cuore a una comprensione più profonda della realtà, nel suo riferimento ultimo a Dio e anche al vero bene dell’uomo. Grazie a questo dono, i genitori possono far scoprire ai figli un mondo di significati e aiutarli ad ammirare il piano di Dio, la sua bontà e saggezza, oltre a guidarli a desiderare di contribuirvi nel loro piccolo, grazie alla loro libertà. Grazie al dono di sapienza tutta la vita si orienta in modo semplice verso il bene, la verità e la bellezza, e li cerca istintivamente senza accontentarsi dei surrogati che questo mondo offre in abbondanza. Il dono del consiglio è necessario in molte situazioni concrete, quando si sperimenta il dubbio sul da farsi, o quando il giudizio non è chiaro; grazie a esso i genitori possono aiutare i figli a capire quali sono i valori davvero in gioco nelle scelte. Naturalmente il consiglio va sempre dato in modo che il figlio senta di essere il vero protagonista delle sue azioni, e per questo bisognerà tener conto del cambiare dell’età, con le diverse modalità che richiede il rapportarsi con un bambino rispetto a un adolescente o a un figlio maggiorenne. Infine il dono di fortezza, molto importante anche in campo educativo: purtroppo molti confondono la fortezza con l’autoritarismo, e in base a questo malinteso rinunciano a educare. Pensano che manifestare un giudizio chiaro si opponga alla giusta libertà del figlio, e così si limitano a dire: “Fa’ come vuoi, come ti senti”, senza fornire elementi di giudizio, e rinunciando di fatto al proprio compito di mostrare dov’è il bene e dove il male; ma sapere qual è il bene e qual è il male in una certa situazione è fondamentale per poter agire in modo libero. Un importante atto di fortezza è la correzione, di cui Papa Francesco ha parlato in relazione alla necessità che i padri siano più presenti in famiglia: «Dire (padre) presente non è lo stesso che dire controllore! Perché i padri troppo controllori annullano i figli, non li lasciano crescere. (…) Un buon padre sa attendere e sa perdonare, dal profondo del cuore. Certo, sa anche correggere con fermezza: non è un padre debole, arrendevole, sentimentale. Il padre che sa correggere senza avvilire è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi»[36]. E sappiamo bene che a volte basta uno sguardo addolorato o deluso per correggere con efficacia.

  1. e. Provvedere alle necessità della famiglia: il lavoro

Nel convocare il VII Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema “La famiglia: il lavoro e la festa”, Benedetto XVI scriveva: «Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che famiglia, lavoro e giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana»[37].

Nel delineare gli elementi essenziali di una spiritualità coniugale, non si può ignorare il comando del lavoro, dato da Dio fin dalle origini all’uomo e alla donna che costituivano la prima famiglia umana (cfr. Gen 1, 28). Il lavoro è indispensabile agli sposi per realizzare il loro progetto familiare, innanzitutto perché quando manca non è possibile pensare di sposarsi e di formare una famiglia, e poi perché le sue dinamiche hanno un impatto importante sugli equilibri familiari[38].

Il lavoro di un padre e di una madre di famiglia fa parte della loro offerta quotidiana a Dio, e presenta una dimensione familiare: non è più il lavoro di un uomo o di una donna che rispondono solo a sé stessi delle proprie scelte professionali. I coniugi devono pensare al loro lavoro non solo in termini di realizzazione personale, perché anche altri parametri vanno valutati adeguatamente: per esempio, il tempo dedicato al lavoro dovrebbe permettere di compiere con serenità i propri doveri familiari; il tempo del riposo dovrebbe essere rispettato, ed essere compatibile con quello degli altri membri della famiglia per permettere la condivisione dei momenti di culto, di svago, degli interessi culturali, sportivi, ecc.; il salario smette di essere un bene personale per diventare un bene comune, e dovrebbe essere sufficiente per garantire la vita della famiglia[39]; eventuali trasferimenti per motivi professionali andranno valutati anche in base alle necessità degli altri membri della famiglia; alcune professioni comportano rischi per la salute o per la vita di cui non bisogna ignorare le ripercussioni familiari… Il matrimonio impone il passaggio dal lavoro “per sé stessi” al lavoro “per la famiglia”, e anche in questo caso gli sposi sono chiamati a costruire il “noi” come soggetto delle decisioni professionali.

Clemente Alessandrino, autore dei primi secoli, mette a confronto la vita nel celibato con quella nel matrimonio e afferma la superiorità di chi segue la seconda, almeno relativamente alla maturazione personale e cristiana della persona: «Né uno si mostra veramente uomo nella scelta di un modo di vita solitario; anzi è superiore agli altri colui che sperimenta, incurante di gioie ma anche senza lamentele, il matrimonio, la procreazione dei figli, la cura della casa; e, con questa cura della casa, persevera continuamente nell’amore di Dio e affronta ogni prova che gli si presenti per via di figli, moglie, familiari, averi. Chi non ha famiglia, invece, per lo più non si trova esposto a prove. In ogni caso, prendendosi cura solo di sé stesso, è da meno dell’altro, che per quanto riguarda la sua salvezza gli resta sì inferiore, ma lo supera nel saper amministrare la sua vita, serbando così realmente una fievole immagine della vera Provvidenza»[40]. Gli sposi cooperano con l’opera del Creatore e, provvedendo alla loro famiglia, diventano un segno di Dio Padre che non abbandona le sue creature, ma a tutte provvede[41].

Tra i beni più importanti per ogni famiglia vi è la casa, nella quale i legami familiari si plasmano e si rafforzano: «Una famiglia e una casa sono due cose che si richiamano a vicenda»[42]. La casa non costituisce solo uno spazio protetto e abitabile, ma è forse la prima manifestazione del “noi” che nasce con il matrimonio. La casa di una famiglia non è una somma di spazi che ogni persona abita in modo sostanzialmente autonomo rispetto ai coinquilini, come avviene nei pensionati; la casa non è solo un luogo, ma è espressione delle persone che la abitano e dei rapporti che vivono. La casa è uno spazio che esprime il valore del tempo familiare, perché custodisce la memoria del passato, rispecchia la comunione nel presente, è aperta ai progetti per il futuro[43].

Perché la casa non sia un dormitorio, un luogo in cui le individualità si incrociano e si sfiorano, occorre incontrarsi, condividere il tempo e i pensieri, fare un filtro comune al mondo esterno in modo che la casa sia un luogo di crescita. Anche l’aspetto materiale – l’ordine degli oggetti, la destinazione degli spazi, la cura dei pasti in comune, la pulizia degli abiti, ecc. – è un segno del rispetto e della comunione tra le persone, e a sua volta favorisce la riconoscenza e il servizio reciproco, ed è giusto che tutti i membri della famiglia offrano la loro collaborazione, ognuno secondo le proprie capacità. Insegnare ai figli a prendersi cura dell’ambiente in cui vivono è un aspetto importante della loro educazione, perché sviluppa il senso della responsabilità per le cose proprie e per quelle che sono di utilità comune, la consapevolezza della fatica che si richiede per tenerle in buono stato, e la gratitudine per i servizi di cui godono[44].

Ci si domandava all’inizio se la santità coniugale avesse caratteristiche proprie: si può dire che uno degli aspetti in cui essa si differenzia in modo più evidente dalle spiritualità di carattere religioso è il rapporto con i beni materiali che si ottengono lavorando. Infatti, è stato osservato che la santità coniugale «non è una santità della rinuncia, ma del possesso e dell’uso delle realtà umane»[45]. La virtù della povertà, necessaria a tutti i cristiani, non si declina per gli sposi nella modalità della rinuncia ai beni materiali, ma in quella della loro gestione secondo i valori della carità e della giustizia.

I coniugi hanno il compito di procurare le risorse di cui hanno bisogno per sé stessi e per provvedere alle necessità dei figli. Il marito e la moglie con il loro lavoro dentro e fuori casa sostengono la famiglia dal punto di vista economico e contribuiscono al bene della società, mentre i figli studiano per prepararsi a lavorare e a formare un giorno la loro famiglia. Non bisognerebbe dimenticare anche l’immenso compito svolto dalle famiglie come ammortizzatori sociali, unico sostegno a volte di parenti malati, disabili, disoccupati, come Papa Francesco ha voluto far notare, sottolineando il valore anche spirituale di tale azione: «L’immenso lavoro della famiglia non è quotato nei bilanci, naturalmente! Infatti l’economia e la politica sono avare di riconoscimenti a tale riguardo. Eppure, la formazione interiore della persona e la circolazione sociale degli affetti hanno proprio lì il loro pilastro»[46].

A volte le famiglie si trovano in condizioni di povertà, e la precarietà delle condizioni economiche costituisce una prova seria per i legami familiari: «Ci sono tante famiglie povere che con dignità cercano di condurre la loro vita quotidiana, spesso confidando apertamente nella benedizione di Dio. (…) È quasi un miracolo che, anche nella povertà, la famiglia continui a formarsi, e persino a conservare – come può – la speciale umanità dei suoi legami»[47]. Portare avanti la famiglia nella povertà, con un lavoro precario o mal retribuito, senza perdere la dignità e la qualità delle relazioni, costituisce un autentico cammino di purificazione in cui la fede in Dio, la speranza di riuscire a superare le difficoltà, e l’amore reciproco degli sposi si purificano e si rafforzano. In questa situazione, essi dovranno offrire a Dio tante volte il dolore di non poter comprare al coniuge o ai figli i beni di cui hanno bisogno, l’umiliazione di dover chiedere un prestito o di dover rimandare l’acquisto di un bene importante, e l’incertezza sul futuro proprio e dei figli. La conquista della stabilità economica è molto importante per la vita non solo materiale, ma anche spirituale della famiglia.

Le famiglie più ricche, d’altra parte, non dovrebbero ignorare le necessità dei più bisognosi, innanzitutto adottando uno stile di vita sobrio e generoso ed educando i figli a questi valori, per esempio evitando i regali troppo dispendiosi e mettendoli a parte di iniziative di carità e di volontariato, come dare un contributo a iniziative di beneficenza, collaborare nelle mense dei poveri, aiutare a distanza un bambino sostenendone gli studi, ecc. Dovrebbero ricordare che la proprietà privata non è un diritto assoluto, ossia non è slegata dal diritto di ogni persona a possedere quanto è necessario per vivere, e comporta anzi una responsabilità nei confronti delle famiglie con minori risorse[48]. Per questo, è molto importante il contributo che famiglie imprenditrici e con disponibilità economiche offrono alla società creando aziende a conduzione familiare grazie alle quali, oltre a garantire il proprio benessere, si procurano posti di lavoro per altre famiglie, innescando un circolo virtuoso.

  1. La vocazione al matrimonio

Da tutto quanto visto brevemente finora, possiamo concludere che il matrimonio e la famiglia costituiscono una vera vocazione cristiana e non una condizione priva di specificità.

Infatti, Dio chiama l’uomo e la donna a unirsi in una comunione di vita animata dall’amore, Cristo accompagna gli sposi nel loro cammino affinché il loro amore maturi attraverso le inevitabili difficoltà; essi esercitano il loro sacerdozio regale collaborando con Dio creatore per trasmettere la vita a nuovi figli di Dio, e svolgono il loro compito profetico educandoli nella fede e nell’amore affinché sbocci anche in loro la vocazione cristiana. Attraverso il loro lavoro, gli sposi non si limitano a trasformare il mondo per il proprio beneficio, ma provvedono a umanizzarlo e garantiscono i beni necessari ai loro figli e spesso anche a parenti e vicini. Essi sono un segno dell’amore di Cristo per la Chiesa e dell’amore provvidente di Dio, e come tali, in coppia, possono mostrarlo alla Chiesa e al mondo.

Bisognerebbe considerare maggiormente il grande valore della vocazione matrimoniale nella Chiesa: per esempio, quando si prega per le vocazioni, oltre a chiedere a Dio che invii persone per il sacerdozio o che si consacrino nel celibato, bisognerebbe chiedere che susciti anche sposi cristiani, che lo seguano nel cammino del Matrimonio.

Rimane di grande attualità la considerazione che san Josemaría Escrivá ha lasciato in Cammino, quando agli inizi degli anni Trenta scriveva: «Ridi perché ti dico che hai “vocazione matrimoniale”? – Ebbene, l’hai: proprio così, vocazione»[49].

* Versione scritta della conferenza pronunciata il 26-V-2022, a Roma, nella 2ª giornata sulla santità laicale: “Santità, matrimonio e famiglia” (cfr. Romana, n. 74, gennaio-giugno 2022, pp. 97-99). In italiano, con il titolo Lineamenti di spiritualità coniugale, il testo è stato pubblicato nel volume che raccoglie gli atti di questa giornata: cfr. Francesco Russo – Giovanni Tridente (a cura di), Santità, matrimonio, famiglia, Edusc, Roma 2022, pp. 33-58. L’autrice ha esposto questi temi con maggiore ampiezza in Carla Rossi Espagnet, Missione famiglia, Edusc, Roma 2022.

[1] CCC 1535.

[2] LG 11.

[3] Per questo, san Giovanni Paolo II parla del Matrimonio come del sacramento primordiale: cfr. Udienza 20-II-1980, nn. 4-5.

[4]GS 48.

[5]LG 11.

[6] Cfr. LG 6.

[7]Papa Francesco, Catechesi, 2-IV-2014.

[8]AL 121.

[9] Cfr. AL 122.

[10]FC 17.

[11] Cfr. Papa Francesco, Udienza, 6-V-2015.

[12] Cfr. Idem, Udienza, 27-V-2015.

[13] Cfr. Cosimo Luigi Russo, Il cuore comune, ESD, Bologna 2016.

[14] Papa Francesco, Udienza, 31-X-2018.

[15] Cfr. AL 241-242.

[16] Cfr. per esempio le Udienze del 2 e del 16 gennaio 1980, in cui san Giovanni Paolo II parla del «significato sponsale del corpo», considerando quindi il corpo sessuato come portatore di un linguaggio, e soggetto di comunicazione. Più avanti, nelle Udienze del gennaio e febbraio 1983 egli parla esplicitamente del “linguaggio del corpo” nel sacramento del Matrimonio.

[17] AL 151. Il riferimento interno è all’Udienza del 16 gennaio 1980.

[18] Cfr. AL 152.

[19] M. Brancatisano,Familia, Santificación de la, in Diccionario de san Josemaría Escrivá de Balaguer (coord. J. L. Illanes), Monte Carmelo - Istituto Storico San Josemaría Escrivá, Burgos 2013, 490. La traduzione è mia.

[20]AL 154.

[21]AL 155.

[22]AL 156.

[23] Cfr. San Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, 25-VII-1968, n. 11. Da ora in poi HV.

[24] Cfr. AL 284. Ne dà testimonianza anche il linguaggio, in cui l’espressione “fare l’amore” è stata sostituita con “fare sesso”, che mostra l’appiattimento dell’atto alla sola dimensione corporea.

[25] Cfr. HV, nn. 17-18. Bisogna ricordare che non è sufficiente essere consenzienti per fare il bene, anche se il pensiero dominante tende a ridurre la bontà dell’atto a questa sola condizione. Occorre anche scegliere di fare una cosa buona.

[26] Cfr. San Giovanni Paolo II, Udienza, 28-XI-1984, n. 2.

[27] Idem, Udienza, 10-X-1984, n. 5.

[28] Idem, Udienza, 14-XI-1984, n. 2.

[29] Idem, Udienza, 14-XI-1984, n. 6.

[30]LG 11.

[31] Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma, 21-I-2008.

[32] Cfr. Papa Francesco, Udienza, 20-V-2015.

[33]San Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles IV, 58.

[34]FC 38.

[35] Cfr. FC 11.

[36] Papa Francesco, Udienza, 4-II-2015.

[37] Benedetto XVI, Lettera, 23-VIII-2010.

[38] Cfr. San Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 14-IX-1981, n. 10. Cfr. Compendio DS 249.

[39] Compendio DS 250 parla del “salario familiare”.

[40] Clemente Alessandrino, Stromata VII, 12, 70, 6-8.

[41] Cfr. CCC 306-308.

[42] AL 44.

[43] Cfr. Carlo Rocchetta, Teologia della famiglia, EDB, 2011, pp. 557-566. Cfr. Maria Ajroldi, Dimensione casa. Cultura e cura della vita domestica, Ares, Milano 2011.

[44] Cfr. Papa Francesco, Udienza, 11-XI-2015. Cfr. anche AL 50.

[45] Giovanni Moioli, La spiritualità familiare. Frammenti di riflessione, In Dialogo, Milano 2008, p. 34.

[46] Papa Francesco, Udienza, 3-VI-2015.

[47] Idem.

[48] Cfr. Papa Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti, 3-X-2020, nn. 109-111. 118-120. Cfr. Compendio DS 176-181. 339. 345.

[49]San Josemaría, Cammino, n. 27.

Romana, n. 76, Gennaio-Gennaio 1, p. 131-147.

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