Accompagnamento e cura dei malati
Miguel Ángel Monge Sánchez
Cappellano Clinica Università di Navarra (1982-2010),
Pamplona (Spagna)
L’essere umano, che Dio ha voluto come culmine della sua opera creatrice[1], è tuttavia, a causa del peccato originale[2], una creatura profondamente fragile e vulnerabile.
La vulnerabilità, che è parte della condizione umana, è un termine polisemico, che racchiude molti diversi significati, ma che può essere riassunto nella possibilità di subire un danno, nella duplice condizione della fragilità e della finitezza dell’essere umano[3].
È ben noto che una delle ferite (vulnera, in latino) causate dal peccato originale è la malattia, che ci trasforma in esseri profondamente bisognosi di aiuto e di attenzioni, dato che la malattia porta con sé elementi di fragilità e di insicurezza che non si conoscono fin quando non si sperimentano.
Insomma, così come «Dio… si prende cura di tutte le sue creature»[4], è proprio anche di noi uomini l’impegno di curarci del mondo e dei suoi abitanti, specialmente quando sono più vulnerabili. Questa attenzione è parte essenziale dell’amore (agàpe) che ci ha insegnato Gesù, come appare chiaro, tra i tanti brani evangelici, nella parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10, 30-37), nella quale troviamo compresenti diversi aspetti – compassione, fiducia, competenza, affetto e comprensione –, che via via prenderemo in esame in questo studio.
Dal punto di vista etimologico, il termine spagnolo “cuidado” (cura, attenzione) sembra derivare dal latino cogitatus (pensiero). Il Diccionario de la Real Academia Española lo definisce come «sollecitudine e attenzione nel realizzare qualche cosa». Ha, inoltre, il significato di «assistere, custodire, conservare o preoccuparsi per qualcosa o per qualcuno»[5]. La cura, pertanto, implica un’azione volta a fare per qualcuno quello che egli non può fare, riguardo ai suoi bisogni più elementari: l’alimentazione, l’igiene, l’azione, la mobilità, e così via[6]. Insomma, si tratta di aiutare una persona vulnerabile quando non è nelle condizioni di farlo da sola: pianificare programmi di attività infermieristiche, insegnando e stimolando la progressiva indipendenza, eccetera.
In questo studio ci proponiamo di esaminare la cura delle persone malate, analizzando qual è stato, in questo ambito, il comportamento di Gesù di Nazaret, come lo ha vissuto la Chiesa nel tempo e qual è stato l’insegnamento di san Josemaría Escrivá.
- L’esempio di Gesù di Nazaret nei confronti dei malati
Il Vangelo racconta gli spostamenti in Palestina di Gesù, che andava incontro ai bisogni delle persone che lo seguivano e sanava i cuori e ogni tipo di malattia. Il suo atteggiamento era sempre accogliente e compassionevole. Possiamo dire che la sua vita si svolgeva in un continuo rapporto con i malati, ai quali offriva sempre misericordia e comprensione, spesso la guarigione e anche il perdono dei peccati. Il testo sacro, scendendo in molti particolari, racconta i miracoli che Gesù ha compiuto per i malati. Sono talmente numerosi che si potrebbe trasformare la celebre espressione, coniata nella seconda metà del XX secolo, secondo cui Gesù ha fatto un’«opzione preferenziale per i poveri», in un’altra, forse più realistica: la sua è stata piuttosto un’«opzione preferenziale per i malati»[7].
In effetti, il Vangelo è pieno di esempi di malati che si avvicinano a Gesù per essere guariti. Ricordiamone alcuni: la donna che aveva perdite di sangue da dodici anni (Mt 9, 20-22); la figlia della donna cananea che era tormentata da un demonio (Mt 15, 21-28); i dieci lebbrosi che Gesù incontra mentre si reca a Gerusalemme (Lc 11, 17-19); il servo del centurione romano (Mt 8, 5-13); il paralitico che gli amici calano dal tetto scoperto della casa dove Gesù sta insegnando (Mt 9, 1-8), l’indemoniato epilettico; il paralitico che da tanti anni aspettava accanto alla piscina di Betzatà (Gv 5, 1-16), la figlia di Giairo (Mt 9, 18-29), eccetera.
San Matteo ci dà una breve sintesi di tale attività di Gesù: «…percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4, 23-24; cfr. ancheMt 9, 35). Una descrizione simile viene fatta da san Luca nell’introdurre il Discorso della montagna: «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti» (Lc 6, 17-19). E, di nuovo, lo stesso Luca, dopo la guarigione della suocera di Pietro: «Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva» (Lc 4, 40).
Spesso questi miracoli vengono raccontati con molti particolari di umanità a volte commovente. San Marco ne offre uno a mo’ di esempio: «Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano» (Mc 6, 54.56). Possiamo così constatare che non c’è situazione di dolore umano che Gesù non abbia toccato con la sua misericordia. Ciò faceva parte della sua missione ed era segno dell’autorità che possedeva in quanto inviato dal Padre.
Gesù, presentandosi come il Buon Pastore (cfr. Gv 10, 11-18), rivendica per sé la figura dei pastori d’Israele che Jahvè aveva promesso negli oracoli profetici dell’Antico Testamento (cfr. Ger 3, 15) e compie questo incarico dando ristoro a coloro che sono affaticati («Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi…») (Mt 11, 28), curando i malati, offrendo «vita… e vita in abbondanza» (cfr. Gv 10, 10), facendosi vicino come il buon samaritano a quelli che ne hanno bisogno (cfr. Lc 10, 25-37), fino a dare la propria vita per le sue pecore (cfr. Mt 26, 2; Mc 14, 21, eccetera). Si vede come Cristo ha voluto sperimentare le debolezze umane, anche quelle fisiche, e trasformarle in mezzo di santificazione per gli uomini. Per questo le malattie e il dolore, quando il Signore li permette, ci fanno stare a fianco a lui sul Calvario, dove possiamo identificarci più fedelmente con Cristo Salvatore. Quando ci si prende cura di un malato, ci si prende cura di nostro Signore Gesù Cristo, come Egli stesso ci insegna: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40).
I testi evangelici ci fanno vedere che Gesù non agisce semplicemente come un santone o un “guaritore”, ma opera piuttosto come un “risanatore” di uomini e donne colpiti dalla malattia. Per questo, non si ferma di fronte alle norme religiose del suo tempo che proibiscono di lavorare il sabato o di toccare i lebbrosi per non esserne contaminati contraendo impurità. Gesù ha compassione delle persone emarginate per le loro malattie, le avvicina con infinita misericordia e per di più rende questi gesti parte importante del suo lavoro messianico, come si può dedurre dalla risposta che dà ai discepoli del Battista: «Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù rispose loro: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”» (Mt 11, 2-6).
Gesù però non si accosta ai malati come farebbe un medico, o come un sacerdote che opera un rito di purificazione previsto dalla legge mosaica, ma lo fa con l’intento di recuperare quegli uomini e quelle donne, piegati dal dolore fisico e magari anche dall’emarginazione alla quale erano esposti nella società del tempo. Ciò che lo muove davvero è l’amore assoluto e incondizionato per i più bisognosi. Un amore che nasce dal suo cuore di carne, ma che è agganciato al potere del Figlio di Dio, come mostra questo brano: «In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre» (Lc 7, 11-15)[8].
Gesù affermava che «non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati» (Mt 9, 12) e per questo si mostrava particolarmente propenso a dedicarsi agli infermi e ai peccatori, ai quali infondeva fede, incoraggiamento e speranza. Perciò li accoglieva, li ascoltava e li faceva sentire compresi e amati da Dio: questo li aiutava a credere nuovamente nel perdono di Dio e nella possibilità di ristabilire il loro rapporto con Lui e con gli uomini del loro tempo. Molte volte poi li guariva.
Balza agli occhi il fatto che a volte Gesù, per operare un miracolo di guarigione, si avvale di segni sensibili (spalma del fango sugli occhi del cieco, usa la saliva per guarire un sordo, eccetera), per sottolineare che vuole usare mezzi umani, azioni sensibili, che rendano più visibile l’efficacia del miracolo. In maniera simile dobbiamo agire anche noi.
- 2. La cura dei malati nella Chiesa
La preoccupazione per i malati è stata presente nella Chiesa sin dall’inizio del cristianesimo. La compassione e la misericordia, soprattutto verso i più bisognosi, la rendono credibile e rispettabile.
Cristo è il modello cui la Chiesa si riferisce per continuare a compiere questa missione, diventando, in tal modo, quella che potremmo chiamare una “comunità risanatrice”: «È noto il vivo interesse che la Chiesa ha sempre mostrato per il mondo dei sofferenti. In ciò non ha fatto, del resto, che seguire l’esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro. […] Cristo si è avvicinato incessantemente al mondo dell’umana sofferenza. Passò “facendo del bene” (At 10, 38) e questo suo operato riguardava, prima di tutto, i sofferenti»[9].
Nei primi secoli del cristianesimo questa particolare attività è molto presente e i malati occupano uno spazio privilegiato nella sollecitudine dei vescovi. Basti un esempio preso dalla Lettera di san Policarpo, vescovo di Smirne, nel II secolo: «I presbiteri devono avere viscere di misericordia, avere compassione per tutti… visitando i malati, non dimenticando di assistere la vedova, l’orfano, il povero»[10].
Lo stesso principio appare in un altro interessante testo: «È conveniente ai fratelli in Cristo, ed è cosa bella e giusta per loro, visitare quelli che sono tormentati dagli spiriti maligni, e pregare e supplicare con preghiere adatte, che siano gradite a Dio; non con parole splendide, composte con molto studio e preparate per apparire eloquenti e memorabili agli occhi degli uomini. Preghino, piuttosto, santamente e chiedano con fervore e con ogni sobrietà… Così dobbiamo avvicinarci al fratello o alla sorella ammalati nella maniera più conveniente possibile: senza inganno, senza amore per il denaro e senza clamore… come uomini che hanno ricevuto dal Signore il carisma di guarire. È cosa bella aiutare i malati»[11].
Papa Benedetto XVI riportava un fatto storico molto interessante su questo tema[12]. A partire dal IV secolo, con la pace di Costantino, si estende e si amplifica l’impegno verso i malati, con gli “ospedali”, che si presentano sin dall’inizio come istituzione di matrice cristiana (il primo venne istituito da san Basilio di Cesarea, intorno all’anno 370). In seguito, con i monasteri benedettini e lungo le diverse vie dei pellegrini (a Gerusalemme, a Roma o Santiago) appaiono le cosiddette “infermerie” o ospedali, luoghi di accoglienza dei malati anch’essi legati a strutture ecclesiastiche. Nel Medioevo sorgono numerosi ospedali come risposta alla mobilità delle popolazioni lungo le vie di pellegrinaggio della nascente Europa. Vengono costruiti accanto alle chiese e ai monasteri, per accogliere le persone che si ammalano, anche se sono occasionali risposte alle epidemie di peste. Così, la nascita degli ospedali in Europa è stata la risposta cristiana a tali bisogni[13].
In età moderna, quando i pubblici poteri assumono come propria l’opera assistenziale, sorgono figure come san Giovanni di Dio, san Camillo de Lellis, san Vincenzo de Paoli o padre Damiano (che si dedicò ai lebbrosi nell’isola di Molokai), per citare i più rappresentativi; essi introducono una notevole rivoluzione nel rapporto con i malati, facendo della carità (accoglienza, buon trattamento, servizio generoso, eccetera) l’elemento distintivo della cura[14]. Così riassumeva san Giovanni Paolo II: «La comunità cristiana ha ritrascritto, di secolo in secolo nell’immensa moltitudine delle persone malate e sofferenti, la parabola evangelica del buon Samaritano, rivelando e comunicando l’amore di guarigione e di consolazione di Gesù Cristo. Ciò è avvenuto mediante la testimonianza della vita religiosa consacrata al servizio degli ammalati e mediante l’infaticabile impegno di tutti gli operatori sanitari. Oggi, anche negli stessi ospedali e case di cura cattolici si fa sempre più numerosa, e talvolta anche totale ed esclusiva, la presenza dei fedeli laici, uomini e donne: proprio loro, medici, infermieri, altri operatori della salute, volontari, sono chiamati a essere l’immagine viva di Cristo e della sua Chiesa nell’amore verso i malati e i sofferenti»[15].
Dietro questa preoccupazione c’è la convinzione che, con parole di Papa Francesco, «la malattia allora diventa l’occasione di un incontro che ci cambia, la scoperta di una roccia incrollabile a cui scopriamo di poterci ancorare per affrontare le tempeste della vita: un’esperienza che, pur nel sacrificio, ci rende più forti, perché più consapevoli di non essere soli. Per questo si dice che il dolore porta sempre con sé un mistero di salvezza, perché fa sperimentare vicina e reale la consolazione che viene da Dio, fino a “conoscere la pienezza del Vangelo con tutte le sue promesse e la sua vita”[16]»[17].
È giusto ricordare che, da oltre un secolo, in ambito cattolico si è diffusa la cosiddetta “Medicina pastorale”[18] e anche che, dalla metà del secolo XX, si è cominciato a parlare in ambito ecclesiastico della “Pastorale della salute”, come una materia specifica nel campo della teologia pastorale. Il suo ambito comprende tutti i malati, ospedalizzati o domiciliati, e vuole arrivare, per essere realmente efficace, a tutti coloro che sono nel mondo della sanità (medici, infermieri, ausiliari, eccetera)[19].
- 3. San Josemaría e i malati
San Josemaría Escrivá – che ha sofferto molte malattie e dolori nel corso della sua vita[20] – ha insegnato ad abbracciare il dolore come una carezza divina[21] e, allo stesso tempo, incoraggiava a impegnarsi per trattare con affetto i malati, considerando che sono “Cristo che soffre”. Sin da giovane, Dio forgiò la sua anima con il dolore per le persone care (la morte di tre sorelle minori) e più tardi con una notevole quantità di sofferenze, tanto che diceva di non saperle contare; era solito commentare: «In laetitia, nulla dies sine Cruce!»[22]. Era consapevole che, come insegna il libro di Giobbe, Dio a volte corregge con la malattia (cfr. Gb 33, 19) e, per questo, è bene coglierne l’opportunità. Perché la malattia[23], in un modo o nell’altro, è presente nella vita di tutti gli uomini: «In questa vita non possono mancarci né le gioie né le pene. Ma non dimenticate che se Dio ci dà molte gioie è perché ci vuole bene, e se ci manda qualche dolore è per farci dar prova che lo amiamo»[24].
Sin dall’inizio del suo lavoro sacerdotale, san Josemaría chiese a molti malati la loro preghiera e l’offerta delle sofferenze per aiutarlo a compiere la volontà di Dio. «Furono – disse – anni intensi, durante i quali l’Opus Dei cresceva dal di dentro senza che ce ne accorgessimo (…). La forza umana dell’Opera sono stati i malati degli ospedali di Madrid, i più miserabili, quelli che vivevano nelle loro case, dopo aver perso anche l’ultima speranza umana»[25]. In loro, affermava, possiamo incontrare Cristo crocifisso colmo di grazia per noi: sono un tesoro che dobbiamo apprezzare, perché «dopo la preghiera del Sacerdote e delle vergini consacrate, la preghiera più gradita a Dio è quella dei bambini e dei malati»[26].
Una caratteristica fondamentale del sacerdote è la capacità di avere compassione per i suoi fratelli e di venire in loro aiuto. È quel che si definisce misericordia: avere il cuore vicino alle miserie degli altri. La miseria principale è il peccato, ma come conseguenza del peccato nel mondo è entrata la morte e, con essa, una serie di disordini e guasti, tra cui il dolore e la malattia. Meditando sulla vita e sugli insegnamenti di Gesù nel Vangelo, nel considerare il capitolo 25 di san Matteo, la scena del giudizio finale, si vede con chiarezza che Gesù si identifica con chi soffre queste miserie: coloro che hanno fame, sete, che sono nudi, affamati, malati, eccetera.
In questa linea si può capire meglio quando san Josemaría afferma che «nel “Patronato de Enfermos” il Signore volle che io trovassi il mio cuore di sacerdote»[27]. Già prima, negli anni di formazione in preparazione al sacerdozio, aveva meditato molto sul significato della sofferenza. Nelle testimonianze dei suoi compagni di seminario ci sono riferimenti a questo modo di intendere il sacerdozio che lo spingeva ad andare incontro agli altri. Ma dopo l’esperienza “forte” di Madrid, negli anni Venti e Trenta (il suo lavoro rivolto ai bambini e ai malati negli ospedali, eccetera), questa tensione verso gli altri si presentò anche con la forza della povertà, del bisogno e della malattia e lo portò a vedere con nuova chiarezza e forza l’identificazione di Gesù con la persona debole. Così giunse a scrivere:
«– Bambino. – Malato. – Nello scrivere queste parole, non senti la tentazione di usare la maiuscola? È perché, per un’anima innamorata, i bambini e i malati sono Lui»[28].
Ma ci possiamo chiedere: come ha vissuto la sua attenzione verso i malati, per mezzo dei quali «ha trovato il suo cuore di sacerdote»? I biografi raccontano di tante ore che, negli anni tra il 1927 e il 1931, dedicò a seguire i malati[29]. E, quando dovette abbandonare il Patronato de Enfermos e cominciò a frequentare l’Hospital General, scriveva: «Ieri ho dovuto lasciare definitivamente il Patronato, e quindi i malati; ma il mio Gesù non vuole che li lasci e mi ha ricordato che Lui sta inchiodato in un letto d’ospedale…»[30].
Questa sua predilezione per i malati si mostra, anche, in alcune sue parole, tre anni prima di morire, con le quali concludeva una conversazione a Barcellona: «C’è un ammalato che mi aspetta e non ho il diritto di fare aspettare un malato, che è Cristo…»[31].
L’identificazione del malato con Cristo appare frequentemente nei suoi scritti. Si potrebbe riassumere così: dove c’è dolore – si intende, un dolore accettato e offerto a Dio – lì c’è Cristo. Come insegnava Papa san Gregorio Magno, «la malattia mostra la nostra debolezza e rinforza l’anima, la purifica dei peccati commessi e la priva di quelli che potrebbe commettere. Il dolore fisico ci rende stanchi e sofferenti, ci ricorda le nostre colpe e ci porta a considerare tutto il male che abbiamo fatto. Perciò, nel soffrire esteriormente, nell’intimo siamo maggiormente addolorati per i nostri peccati e per mezzo delle mortificazioni corporali viene purificata maggiormente la ferita nascosta del nostro cuore»[32].
È impressionante, per esempio, negli Appunti intimi di san Josemaría il riferimento a una delle prime donne dell’Opus Dei, María Ignacia García Escobar, ricoverata nell’Hospital General di Madrid per una grave malattia: «Questa sorella nostra ama la Volontà di Dio: vede nella malattia, lunga, penosa e diffusa (non ha nulla di sano), la benedizione e le predilezioni di Gesù e, benché affermi nella sua umiltà di meritare il castigo, il terribile dolore che sente in tutto l’organismo, soprattutto per le aderenze addominali, non è un castigo, è una misericordia»[33].
Insomma, la malattia si può a buon diritto considerare un privilegio, o, con un’espressione che a volte san Josemaria impiegava, come una “carezza di Dio”; i malati sono, quindi, “prediletti di Dio”[34]. Durante la sua attività negli ospedali di Madrid, agli inizi dell’Opus Dei, chiedeva continuamente ai malati preghiere per quella cosa di Dio che doveva portare avanti, convinto che i malati sono molto graditi a Dio e che la loro preghiera viene ascoltata alla presenza dell’Altissimo.
Quando una madre gli parlava del figlio diversamente abile, commentava: «Dio vi ha benedetti in maniera speciale, mostrando un affetto di predilezione, perché il Signore – lo dice il Vangelo – prova di più chi ama di più. Puoi essere certa che soffro con voi e che chiedo a Gesù che ci aiuti a portare la sua Croce con gioia. Omnia in bonum! Il mondo è buono o, perlomeno, lo permette Dio, affinché siamo migliori, perché da grandi mali derivano grandi beni»[35].
Il ricorso all’intercessione dei malati è stata una delle sue grandi esperienze nel corso del suo lavoro nel Patronato de Enfermos: «Penso che alcuni dei malati che ho assistito fino alla morte nel corso dei miei anni apostolici” [si riferisce al suo lavoro con le Dame apostoliche del Patronato de Enfermos] siano entrati con forza nel Cuore di Gesù»[36]. Gli piaceva ricordare che «la forza umana dell’Opera sono stati i malati degli ospedali di Madrid: i più miserabili; quelli che vivevano nelle loro case, persa anche l’ultima speranza umana; i più ignoranti di quelle estreme periferie».
Spesso affermava che i malati sono i «nostri gioielli, il tesoro»[37] dell’Opus Dei. Quando, in una certa occasione, gli venne chiesto il significato di questa frase, rispose così: «Quel sacerdote doveva fare l’Opus Dei… Sapete come ha fatto? Con gli ospedali. Quell’Hospital General di Madrid pieno di malati, poverissimi, distesi nelle corsie, perché non c’erano letti; quell’ospedale, del Rey si chiamava, dove non c’erano altri che tubercolotici gravi… e allora la tubercolosi non si curava. Queste sono state le armi per vincere! Questo è stato il tesoro per pagare! Questa è stata la forza per andare avanti!»[38].
San Josemaría è sempre stato convinto dell’intercessione potente dei malati davanti a Dio; a loro chiedeva di offrire le sofferenze per aiutarlo a compiere la volontà di Dio, e sottolineava che «la forza umana dell’Opera sono stati i malati degli ospedali di Madrid». Il motivo è chiaro. Il cristiano che sa di essere figlio di Dio ha la certezza di essere sempre nelle mani amorevoli di suo Padre Dio. E dove altri nella malattia vedono solo un peso, spesso insopportabile, il figlio di Dio trova un tesoro di grande valore e impara a «sopportare pazientemente la malattia, senza lamenti né afflizione, ma ringraziando la Divina Provvidenza»[39].
Il dovere di custodire la salute
Con la stessa energia con la quale san Josemaría esortava ad accettare la malattia quando giunge, vedendo in essa un modo per unirsi alla Croce di Cristo, incoraggiava ugualmente a custodire la salute fisica per essere buoni strumenti al servizio di Dio, facendo eco a queste parole della Scrittura: «Salute e vigore valgono più di tutto l’oro, un corpo robusto più di un’immensa fortuna» (Sir 30, 15). Perché avere una buona salute permette di solito di lavorare intensamente nella vigna del Signore, dalla prima fino all’ultima ora del giorno, sostenendo con gioia «il peso del giorno e del caldo» (Mt 20,12).
Se poi, nonostante le attenzioni, ci si ammala, quel che occorre fare è offrire a Dio la malattia, seguendo quelle parole di sant’Agostino quando incoraggiava a chiedere a Dio la salute: «Se sa che ti sarà utile, te la concederà, e se non te la dà è perché non ti conviene averla»[40].
San Josemaría incoraggiava a curare la salute senza ossessioni, ma impiegando i mezzi ordinari dettati dal buonsenso, senza concedersi il lusso di stare malati, ma mettendo in pratica i modi – soprattutto il necessario riposo – per trovarsi in condizioni fisiche buone, così da poter lavorare intensamente. Molto interessante è quel suo consiglio: «Abbattimento fisico. – Sei… a pezzi. – Riposa. Sospendi questa attività esterna. – Consulta il medico. Obbedisci e non preoccuparti. Presto tornerai alla tua vita e migliorerai, se sei fedele, i tuoi apostolati»[41].
Una buona sintesi del suo insegnamento su salute e malattia si trova nelle seguenti parole: «Voi che mi ascoltate siete per la maggior parte giovani; state attraversando una tappa formidabile di pienezza di vita, esuberante di energie. Ma il tempo passa, e inesorabilmente incominciano a manifestarsi i segni del logorio fisico; poi vengono le limitazioni della mezza età, e infine gli acciacchi della vecchiaia. Inoltre, ciascuno di noi, in qualunque momento, può ammalarsi o contrarre qualche disturbo fisico. Soltanto se sappiamo utilizzare con rettitudine – cristianamente – i periodi di benessere fisico, i tempi favorevoli, sapremo accettare con altrettanta gioia soprannaturale le circostanze che la gente, sbagliando, considera sfavorevoli. (…) Occorre dunque una preparazione remota, costruita giorno per giorno, con un santo distacco da sé stessi, per poterci disporre a sopportare con garbo la malattia o la disgrazia che il Signore permette»[42].
- 4. La cura dei malati
È ben noto il dramma della medicina moderna, tecnicamente molto sofisticata, che può arrivare a conoscere con precisione ciò che accade nel fegato o nel cervello di una persona, ma senza sapere quello che succede nell’intimo del soggetto che soffre quella malattia. Di fatto, nel mondo della sanità c’è un unanime clamore in favore della cosiddetta “umanizzazione” della medicina. Si avverte la necessità di rafforzare nella pratica clinica la focalizzazione sulla persona. Il punto è che i professionisti della sanità non devono solo avere conoscenza tecnica e scientifica di alto livello, ma anche abilità comunicative, empatia e strategie che permettano di occuparsi dei loro pazienti in modo integrale, rispettandone dignità, emozioni e bisogni individuali[43]. Tutto questo è strettamente collegato, a mio parere, con ciò che qui vogliamo mettere in luce, dato che ci riferiamo alla cura e all’accompagnamento dei malati cercando di vedere in ciascuno di loro una persona che soffre, sempre bisognosa di attenzione e di affetto.
La lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 14 luglio 2020, invita la società in generale, e gli operatori sanitari e ospedalieri cattolici in particolare, a fare crescere uno “sguardo contemplativo” rivolto in modo particolare proprio verso coloro che non sono capaci di risollevarsi da soli. Non si può dimenticare che la parola infermo deriva da in-firmus, colui che non riesce a stare in piedi. Il cuore di un buon samaritano è un “cuore che vede” e si ferma lungo la strada per incontrare il bisognoso. È necessario trasformare questo sguardo contemplativo del cuore in un gesto di misericordia.
Di fronte a qualunque malato occorre innanzitutto adottare un atteggiamento di rispetto, quasi di venerazione, “togliersi i calzari”, come Mosè sull’Oreb. Di san Camillo de Lellis si narra che «stava davanti a loro con un rispetto così grande come se fosse realmente e veramente alla presenza del Signore»[44]. È questo un atteggiamento che sarebbe bene tenere presente quando si visita o si tratta un malato.
Abbiamo già detto che, per san Josemaría, i malati sono i “nostri gioielli”. Per questo insegnava che, nella cura dei malati, «non è sufficiente la carità ufficiale, fredda: tenerezza (cariño)! Se occorresse ruberemmo per loro un pezzettino di Cielo e il Signore ci perdonerebbe»[45]. Una volta diceva di alcuni suoi figli malati: «Con quale gioia vivono la malattia! Quando toccherà a noi, se siamo stati umili, Dio ci aiuterà e non ci opporremo, saremo la gioia del Centro dove ci troviamo: saremo la forza dell’Opera, saremo una grande manifestazione di amore verso Dio e dell’amore di Dio»[46]. C’è bisogno, dice Papa Francesco, di calore umano, vicinanza, di mettere il cuore nel contatto[47].
Segnaliamo in sintesi alcuni aspetti di cui tener conto nell’assistere i malati.
a) Prima di tutto, quando possibile, bisogna fare in modo di togliere il dolore: questo è il primo compito di ogni operatore sanitario. Per fortuna, la terapia del dolore è molto avanzata attualmente e si può affermare che, per quanto ci siano eccezioni, quasi sempre si riesce ad alleviarlo. Di fronte a possibili remore riguardo alla convenienza per i cristiani di sopportare o meno il dolore, ricordiamo queste parole di san Josemaría: «Il dolore fisico, quando si può togliere, si toglie. Ci sono già abbastanza sofferenze nella vita! E quando non si può levare, si offre»[48]. Questo atteggiamento è oggi presente in qualsiasi centro sanitario, anche se viene applicato più o meno bene.
b) Contemporaneamente, occorre impegno per rendere gradevoli i momenti difficili della malattia. San Josemaría diceva: «Ogni volta che ho visto un figlio mio ammalato, ho sempre detto a quelli ai quali tocca assisterlo: figli miei, fate in modo che questa creatura non si accorga di avere lontano sua madre. Con questo voglio dire che, in quei momenti, dobbiamo essere noi sua madre, per quel figlio mio e vostro fratello, con l’affetto e le attenzioni che lei avrebbe»[49]. Ricordando queste parole, il beato Álvaro del Portillo raccontava un esempio, molto centrato, che aveva sentito da san Josemaría, di «una suora ammalata che ricevette il suo confessore e che, di fronte alla domanda del sacerdote che voleva sapere se fosse contenta, se fosse trattata bene dalle altre religiose, rispose: “Qui mi trattano con carità, ma mia madre mi trattava con affetto”»[50].
Occorre assicurare a tutti i malati l’assistenza e le cure necessarie, e in particolare mettere in gioco verso di loro molta comprensione e affetto. Certo, diverso è l’impegno degli operatori sanitari, dei familiari o degli amici, ma a tutti spetta un atteggiamento di massimo rispetto, vedendo in ogni malato un essere vulnerabile, bisognoso di affetto[51]. Questo sostegno ha diverse manifestazioni: tenere compagnia, aiutare il paziente nei pasti, a muoversi, anche a pregare, eccetera[52]. Tale aiuto non può mancare neppure quando il malato si mostra problematico o fastidioso. Ricorderò sempre quelle parole che ho sentito dal beato Álvaro del Portillo, successore di san Josemaría, in un incontro con noi cappellani della Clinica dell’Università di Navarra, il 3 settembre 1990. Ci diceva: «Dovete avere molta pazienza, dovete avere tanta comprensione verso i malati. I malati hanno il diritto di essere importuni, perché spesso non sono padroni dei propri atti, e possono essere importuni e cedere all’impazienza… Ma voi non avete il diritto di essere importuni con loro o di essere impazienti; invece, traboccate di pazienza e affetto, vogliate loro bene vedendo nei malati Nostro Signore Gesù Cristo, perché lo sono davvero».
c) Evitare il “complesso del malato”. Quando uno è ammalato deve lasciarsi curare, tenendo conto dei consigli dei medici senza capricci. Dovrà lottare contro l’amor proprio, l’egoismo, evitando di chiudersi in sé stesso. San Josemaría avvertiva del pericolo che «quando siamo ammalati, rischiamo di diventare fastidiosi: “Non mi trattano bene, nessuno si preoccupa di me, non mi curano come merito, nessuno mi capisce...”. Il diavolo, che è sempre in agguato, si afferra a qualunque appiglio; e, nella malattia, la sua tattica consiste nel fomentare una specie di psicosi capace di allontanare da Dio, di amareggiare l’ambiente, o di distruggere il tesoro di meriti che, per il bene di tutte le anime, si ottiene quando si sopporta con ottimismo soprannaturale – quando lo si ama! – il dolore»[53].
E quelli che accompagnano il malato dovranno farlo con delicatezza, prestando attenzione alle prescrizioni mediche (medicamenti, dieta, eccetera), al riposo e alle opportune distrazioni, in modo che non si senta mai solo.
Nelle litanie del Rosario si nomina la Madonna come “Salute dei malati”, “Rifugio dei peccatori”, “Madre di misericordia”, e tante altre invocazioni che evidenziano l’amore misericordioso di Maria per tutte le nostre necessità, in particolar modo quando giunge una malattia. Soprattutto allora, noi cristiani affidiamo a Lei le nostre speranze, come insegnava Papa Francesco: «Nella sollecitudine di Maria si rispecchia la tenerezza di Dio. E quella stessa tenerezza si fa presente nella vita di tante persone che si trovano accanto ai malati e sanno coglierne i bisogni, anche quelli più impercettibili, perché guardano con occhi pieni di amore. Quante volte una mamma al capezzale del figlio malato, o un figlio che si prende cura del genitore anziano, o un nipote che sta vicino al nonno o alla nonna, mette la sua invocazione nelle mani della Madonna! Per i nostri cari che soffrono a causa della malattia domandiamo in primo luogo la salute; Gesù stesso ha manifestato la presenza del Regno di Dio proprio attraverso le guarigioni: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano” (Mt 11, 4-5). Ma l’amore animato dalla fede ci fa chiedere per loro qualcosa di più grande della salute fisica: chiediamo una pace, una serenità della vita che parte dal cuore e che è dono di Dio, frutto dello Spirito Santo che il Padre non nega mai a quanti glielo chiedono con fiducia»[54].
[1] «L’uomo, nella creazione, occupa un posto unico» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 355).
[2] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 385 ss.
[3] Cfr. L. Feito Grande, “Vulnerabilidad”, in Anales de Asistencia sanitaria de Navarra, 2007, vol. 30, n. 3, pp. 7-22.
[4] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 309.
[5] Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, riguardo alla cura del creato, sottolinea che «custodire» significa «proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare» (n. 67).
[6] Si è arrivati a dire che la cura, in tutte le sue forme, sia per quanto riguarda la salute, sia per l’assistenza agli anziani o alle vittime di catastrofi naturali e sociali, è una tipologia di lavoro che definisce la nostra epoca: «Avere cura degli altri da molti è considerata un’attività improduttiva e, tuttavia, è la più necessaria» (B. Groys, Filosofia della cura, Timeo, Palermo 2023; cfr. anche L. Mortari, La politica della cura. Prendere a cuore la vita, Raffaello Cortina Editore, 2021, in cui l’autrice approfondisce la necessità antropologica della cura che è propria dell’essere umano).
[7] Ho sentito per la prima volta questa affermazione dall’arcivescovo di Pamplona (1993-2007), mons. Fernando Sebastián (in seguito creato cardinale nel 2014), nel corso di una riunione di cappellani sanitari di Pamplona. Ritengo l’espressione molto adeguata alla realtà, perché ai tempi di Gesù quasi tutti coloro che lo ascoltavano erano poveri: per questo, nel Vangelo, sono citati pochi ricchi: Zaccheo, Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, Lazzaro, un centurione e pochi altri. Come contrappunto alla questione viene bene un commento di san Josemaría, quando gli fu posta una domanda sul tema: «Chiesa dei poveri?... Non c’è una Chiesa dei poveri, né una Chiesa dei ricchi. Tutte le anime sono povere!... Ma la Chiesa è ricca. Sì. La sua ricchezza sono i sacramenti. La sua ricchezza è la dottrina. La sua ricchezza sono tutti meriti di Cristo» (P. Urbano, Roma nel cuore, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2010, pp. 72-73).
[8] In tal senso, sono molto espressive queste parole di Papa Francesco: «Gesù, quando invia in missione i settantadue discepoli (cfr. Lc 10, 1-9), li esorta a dire ai malati: “È vicino a voi il regno di Dio” (v. 9). Chiede, cioè, di aiutare a cogliere anche nell’infermità, per quanto dolorosa e difficile da comprendere, un’opportunità d’incontro con il Signore. Nel tempo della malattia, infatti, se da una parte sentiamo tutta la nostra fragilità di creature – fisica, psicologica e spirituale –, dall’altra facciamo esperienza della vicinanza e della compassione di Dio, che in Gesù ha condiviso le nostre sofferenze. Egli non ci abbandona, e spesso ci sorprende col dono di una tenacia che non avremmo mai pensato di avere, e che da soli non avremmo mai trovato» (Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale del Malato, 2025).
[9]San Giovanni Paolo II, Motu proprio Dolentium hominum, 1985, I. Cfr. Leone XIV, Esort. ap. Dilexi te, 4-X-2025, nn. 49-52: “Curare i malati”.
[10]San Policarpo di Smirne, Lettera ai Filippesi, VI.
[11]Pseudo-Clemente Romano, Prima lettera alle Vergini, XII, 2.4.6: in realtà, la lettera è databile al III secolo, ma resta comunque una testimonianza di grande valore.
[12] Faceva riferimento alla figura dell’imperatore romano Giuliano l’Apostata, che riguardo al cristianesimo era particolarmente colpito dall’azione caritatevole della Chiesa. «Fu quindi un punto determinante, per il suo nuovo paganesimo, affiancare al sistema di carità della Chiesa un’attività equivalente della sua religione. I “Galilei” – così egli diceva – avevano conquistato in questo modo la loro popolarità. Li si doveva emulare e anche superare. L’imperatore, in questo modo, confermava dunque che la carità era una caratteristica decisiva della comunità cristiana, della Chiesa» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 24).
[13] È interessante segnalare che, quando la Spagna inizia la sua missione evangelizzatrice delle terre dell’America, appena scoperte, presto comincia anche a istituire università e ospedali, convinta dell’importanza di tali opere.
[14] Si possono anche ricordare esempi più recenti di sacerdoti e suore morti negli anni 2020-21 per il covid, contagiati mentre si prendevano cura dei malati.
[15]San Giovanni Paolo II, Motu proprio Dolentium hominum, 1985, I.
[16]San Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani, New Orleans, 12-IX-1987.
[17]Papa Francesco, Messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale del Malato, 2025.
[18] Cfr. F. Liborio, Alle origini della bioetica. La medicina pastorale: autori, testi e principali temi, Cittadella Editrice, Assisi 2020.
[19] Nel 1985, Papa san Giovanni Paolo II creò la Commissione Pontificia per la Pastorale degli Operatori sanitari (poi trasformata nel Consiglio per la Pastorale della Salute) e nel 1992 istituì per tutta la Chiesa la celebrazione della Giornata Mondiale del Malato. Questa iniziativa, a poco a poco, è entrata nelle Chiese locali, dando alla Pastorale della salute una caratteristica fisionomia. Canale ed espressione di questo impegno è stata, dal 1985, la rivista Dolentium hominum, che veniva pubblicata in Vaticano (sino al 2016), come le conferenze internazionali che cominciarono a essere celebrate a Roma sin dal 1986 e che affrontano, in maniera interdisciplinare e al massimo livello scientifico, le sfide pastorali che la Bioetica pone al Magistero della Chiesa (AIDS, depressione, cancro, cure palliative, tossicodipendenza, alcolismo, eccetera). Cfr. M.A. Monge, “Enfermos, Pastoral de los”, in Diccionario General de Derecho, canónico, di Otaduy - Viana - Sedano, Ed. Thomson Aranzadi, Pamplona 2013.
[20] Conviene ricordare che san Josemaría ha vissuto diverse malattie, ma non si considerava malato. È una distinzione interessante: il malato è bloccato, ha bisogno di aiuto. Tutti abbiamo malattie e cure, ma conduciamo una vita più o meno normale, senza necessità di aiuto. San Josemaría non considerava malati costoro, tanto meno sé stesso. In ogni caso, riguardo alla sua storia sanitaria, cfr. J. Echevarría, Memoria del beato Josemaría Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, Leonardo International, Milano 2001, pp. 22-38; D. Martínez Caro, A. Cantero Fariña, “¡Santificado sea el dolor! Aspectos médicos de la biografía de san Josemaría Escrivá de Balaguer” in M.A. Monge, San Josemaría y los enfermos, Palabra, Madrid 2004, pp. 17-48.
[21] Abbiamo trattato questo aspetto in M.A.Monge, “El encuentro con el dolor en la enseñanza de san Josemaría Escrivá”, in AA. VV., El cristiano en el mundo. En el nacimiento del Beato Josemaría Escrivá (1902-2002), Eunsa, Pamplona 2003, pp. 535-544.
[22] Cfr. A. Vázquez de Prada,Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International, Milano, 2003, p. 681. Per questo, raccomandava: «Quando sei ammalato, offri con amore le tue sofferenze, e si trasformeranno in incenso che si innalza in onore di Dio e che ti santifica» (Forgia, n. 791).
[23] Cfr. M.A. Monge, voce “Enfermedad”, in Diccionario de san Josemaría Escrivá de Balaguer, Ed. Monte Carmelo, Burgos 2013, pp. 372-376.
[24] Parole raccolte durante un incontro, in Crónica 1973, p. 341, in AGP, Biblioteca T01.
[25] Parole raccolte durante un incontro il 19-III-1975, in Crónica 1999-I, p. 203, in AGP, Biblioteca T01.
[26]San Josemaría, Cammino, n. 98.
[27]San Josemaría, Appunti intimi, n. 731, del 20-V-1932; A. Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. I, Leonardo International, Milano, 2003, p. 460.
[28]San Josemaría, Cammino, n. 419.
[29] Rimandiamo al lavoro di J. González-Simancas Lacasa, “Las visitas de san Josemaría a los enfermos, realizadas desde el Patronato de Enfermos: San Josemaría Escrivá entre los enfermos de Madrid (1927-1931)”, pubblicato in Studia et Documenta, Roma, 2008, vol. 2, pp. 147-203.
[30] San Josemaría, Appunti intimi, n. 360, 29-X-1931: citato in A. Vázquez de Prada, A., Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. I, p. 460.
[31] A. Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. III, Leonardo International, Milano, 2003, p. 635. La predilezione per i malati appare frequentemente nei suoi scritti. Basti questo esempio, che riflette pure il modo in cui meditava il Vangelo: «Mi facevi osservare che ci sono scene della vita di Gesù che ti emozionano di più: quando entra in contatto con uomini in carne viva…, quando porta la pace e la salute a quanti hanno l’anima e il corpo a pezzi per il dolore… Ti entusiasmi –insistevi – nel vederlo guarire la lebbra, ridare la vista, risanare il paralitico della piscina: quel poveretto di cui nessuno si ricordava. Lo contempli allora così profondamente umano, così alla tua portata! – Ebbene…, Gesù continua a essere quello di allora» (Solco, n. 233).
[32]San Gregorio Magno, Regula pastoralis, 3, 12.
[33] A. Vázquez de Prada, op. cit., vol. I, p. 472. Mons. Javier Echevarría ricordava alcune parole sentite direttamente dalle labbra di san Josemaría, che, a mio giudizio, sintetizzano ciò che vogliamo ricordare: «Se viviamo lo spirito che il Signore ha voluto per noi, nell’Opus Dei il soffrire si trasforma in amore, e in amore lieto. Non dimenticartene: passerà il tempo e io sarò andato a rendere conto a Dio; allora potrai ripetere ai tuoi fratelli che mi hai sentito dire che, quando arriva la sofferenza, noi l’amiamo, la benediciamo e la trasformiamo in un mezzo per dar gloria a Dio, sempre con allegria; il che non vuol dire che non costi (…). La malattia, quando giunge, la si deve amare; e noi dobbiamo saperla santificare, perché diviene “il lavoro professionale” che in quei momenti il Signore depone nelle nostre mani» (J. Echevarría, Memoria del Beato Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, Leonardo International, Milano 2001, p. 34).
[34] «I malati sono i nostri gioielli, il tesoro dell’Opera»: parole di san Josemaría durante una conversazione del 17-III-1972: in Crónica 1999-I, p. 204.
[35] A. Sastre, Tiempo de caminar, Rialp, Madrid 2002, p. 127.
[36] Cfr. P. Rodríguez, Camino, Ed. crítico-histórica, Madrid 2002, p. 306.
[37] Parole raccolte durante una conversazione del 17-III-1972, in Crónica, VII 1973, p. 13, in AGP, Biblioteca T01.
[38] Cfr. A. Sastre, op. cit., p. 110.
[39]San Gregorio Nazianzeno, Epistola 36. È questo il motivo per cui «la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne l’indigenza e in loro cerca di servire il Cristo» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 8).
[40]Sant’Agostino, In Ioannis Evangelium tractatus, 7, 12.
[41]San Josemaría, Cammino, n. 706.
[42]San Josemaría, Amici di Dio, n. 124. Vedi anche Amigos de Dios, Ed. critico-histórica, op. cit., p. 418.
[43] Questo viene specificato, per esempio, in un contratto sottoscritto nel 2025 tra l’Università di Navarra, l’Azienda scientifica e di tecnologia Merck e la Fondazione Humans, per il lancio di un programma di umanizzazione e di assistenza sanitaria. In tale linea, può risultare interessante il cambiamento del nome del “Servicio de Dietas, Limpieza y Ropa” della Clinica dell’Università di Navarra, in quello di “Servicio de Hospitalidad”. Ne riferiva la responsabile di questo dipartimento: «Il Servizio di Ospitalità è impegnato ad accogliere e assistere tutti, proponendo un modello che invita a umanizzare il lavoro di ognuno, con un impatto positivo a cascata sul paziente. Per questo motivo, il termine “Ospitalità” riflette in un modo molto pieno ciò che si fa tramite questo servizio» (cfr. Noticias CUN, 4-VI-2025).
[44]Vita di San Camillo, in Liturgia delle Ore, III, p. 1376.
[45] Parole raccolte nel corso di un incontro l’1-XI-1964, riportate in Crónica, gennaio 1966, VII, p. 12, in AGP Biblioteca T01.
[46] Parole raccolte nel corso di un incontro il 17-III-1972, riportate in Crónica, 1973, VII, p. 13, in AGP, Biblioteca T01.
[47] «La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino a ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati a essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr. Gv13, 34-35)» (Papa Francesco, Messaggio per la XXIX Giornata Mondiale del Malato, 11-II-2021).
[48] G. Herranz, “Sin miedo a la vida y sin miedo a la muerte”, in M.A. Monge, San Josemaría y los enfermos, Palabra, Madrid, p. 104.
[49] Parole prese da una meditazione, 28-II-1963, pubblicata in Crónica, 1967-I, p. 72, in AGP, Biblioteca T01.
[50] P. Urbano, op. cit., p. 235.
[51] È bene ricordare che, come affermava chiaramente il teologo protestante Karl Barth, «l’uomo è un essere relazionale, con l’altro (il mondo), gli altri (gli uomini) e con l’Altro (Dio)», e quando si ammala, questa relazione si accentua molto. La malattia, anche se porta con sé il rischio dell’egocentrismo o della tirannia verso gli altri, può essere pure un’occasione speciale per scoprire con gratitudine il bisogno che abbiamo degli altri e per apprezzare questa relazione e questa presenza.
[52] Il 15-III-2025, Papa Francesco, ricoverato al Gemelli, inviò questo testo scritto per l’Angelus del giorno seguente: «Condivido con voi questi pensieri mentre sto affrontando un periodo di prova, e mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: fragili, in questo momento, come me. Il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza».
[53]San Josemaría, Amici di Dio, n. 124.
[54]Papa Francesco, Messaggio per la XXIV Giornata Mondiale del Malato, 2016.
Romana, n. 81, Luglio-Dicembre 2025, p. 299-313.