Narrazione ed evangelizzazione alla luce dello spirito di san Josemaría
Enrique Fuster
Pontificia Università della Santa Croce (Roma)
I concetti di narrazione ed evangelizzazione sono affrontati negli scritti di san Josemaría Escrivá in almeno due ambiti, che potremmo definire – in modo un po’ impreciso ma pratico – “pastorale” e “professionale”.
L’ambito pastorale sarebbe quello della vita interiore e della predicazione. Come è noto, Escrivá raccomandava, nella preghiera, di partecipare alle scene del Vangelo “come uno dei protagonisti”[1], mettendosi dentro con l’immaginazione per stabilire un dialogo semplice e spontaneo con il Signore, la Madonna, san Giuseppe, ecc. Allo stesso tempo, arricchiva la predicazione con storie ed eventi tratti dalla propria vita o da esperienze altrui, o dalla letteratura. Le sue meditazioni e omelie, così come i suoi interventi nelle riunioni numerose, sono ricchi di aneddoti e narrazioni. Aveva il dono della narrazione ed era perfettamente consapevole della sua efficacia come strumento retorico, capace di catturare l’attenzione del pubblico, di coinvolgerlo emotivamente e di fissare le idee, rendendole concrete e comprensibili. Molto si potrebbe dire su questo aspetto, ma ho scelto di concentrare questa riflessione sull’altro, che ho definito “professionale”, per comprendere come il pensiero e lo spirito di san Josemaría illuminino il lavoro dei narratori professionisti e il loro impatto sull’evangelizzazione della società attraverso la diffusione diretta o indiretta della Buona Novella.
Narratori professionisti
Che cosa intendo per “narratori professionisti”? Coloro che per professione raccontano storie, nel senso più ampio del termine. A mio avviso, questo include chi lavora in determinati generi giornalistici, e naturalmente romanzieri, drammaturghi, sceneggiatori, registi cinematografici e creatori di serie... poeti in senso aristotelico, cioè artisti della parola, tra i quali possiamo includere anche cantautori e altre categorie simili che probabilmente mi sfuggono. Persone che si guadagnano da vivere narrando, inventando mondi possibili e plausibili, basati su eventi reali o del tutto immaginari, entrando nei quali, comunque, ritroviamo noi stessi[2].
Il giornalismo comprende generi molto diversi. Un articolo di cronaca non è la stessa cosa di un’intervista o di un editoriale. Quest’ultimo mira a diffondere idee, mentre un articolo di cronaca narra o riporta ciò che è accaduto. E se passiamo dal giornalismo alla comunicazione, lo spettro delle attività si amplia ulteriormente, comprendendo certamente quelle del giornalismo, ma anche professioni inerenti alla propaganda, come la comunicazione istituzionale, la pubblicità, le relazioni pubbliche e il marketing. Sebbene queste ultime utilizzino spesso lo storytelling, lo fanno per servire il messaggio che intendono trasmettere. Qui non mi concentrerò su tutte queste attività, ma solo su quelle che si dedicano allo storytelling in modo principale e non accessorio; in particolare, su quelle artistiche. Farò anche un riferimento occasionale alle altre perché san Josemaría le raggruppava spesso tutte sotto il nome di “apostolato dell’opinione pubblica”, anche se sono evidenti le differenze tra le varie tipologie, pure all’interno di quelle che hanno per scopo immediato la narrazione. Il cronista, per esempio, mira alla verità di ciò che è accaduto; deve riportare i fatti nel modo più oggettivo possibile, cosa a cui non si sente vincolato lo sceneggiatore di una storia di fantasia, fosse pure basata su eventi reali: l’orizzonte di aspettative del lettore di notizie e dello spettatore cinematografico è diverso. Quest’ultimo sa di trovarsi di fronte a ciò che comunemente è noto come fiction,in cui è consentita la licenza letteraria. Sia il cronista che lo sceneggiatore narrano, ma ognuno si posiziona in modo diverso rispetto alla vita e al pubblico che riceve la comunicazione.
Il primo aspetto che si potrebbe evidenziare riguardo a questi professionisti della narrazione è che – come per qualsiasi altra persona – il lavoro diventa intrinsecamente santificante, e quindi evangelizzante, quando, uniti a Dio, si sforzano di svolgerlo bene. Come ci ricorda san Josemaría, «il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l’ambito nel quale l’uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice»[3]. In questo senso, il lavoro di un comunicatore non è diverso da quello di un calzolaio: entrambi, se svolti con visione soprannaturale, contribuiscono a trasformare il mondo dal di dentro e a ricondurre ogni cosa a Cristo. È impossibile dire quale dei due sia più importante, poiché «dinanzi a Dio il lavoro di uno spazzino ha lo stesso valore di quello di un ministro, se quei lavori sono svolti bene, con amore, con finezza nei dettagli, con il desiderio di servire»[4], e quindi solo Dio può sapere quale avrà un impatto maggiore.
Allo stesso tempo, in una prospettiva umana, è chiaro che alcune professioni – come quelle di artisti, insegnanti, intellettuali e politici – hanno un impatto più decisivo sulla formazione degli individui e sulla configurazione della società. Riferendosi ai mass media, san Josemaría affermava: «Sono educatori; svolgono il ruolo – spesso nascosto e impersonale – di maestri: a loro si consegnano, quasi incondizionatamente, le menti, e perfino le coscienze, di milioni di persone»[5]. Per questo motivo, a volte lamentava l’assenza dei cattolici nei mass media, nei principali canali di comunicazione dell’era moderna, alla cui evoluzione aveva assistito nel corso del XX secolo: lo sviluppo della radio e poi della televisione, l’importanza della stampa e delle agenzie di stampa, il cinema. In una conversazione del 1960, affermò:
«È un mostruoso fallimento per i cattolici che, dopo venti secoli di cristianesimo, non si faccia quasi nulla in questo ambito […]. Oggi si può dire che non ci sia stampa, che siano pochissime le pubblicazioni che operano con una mentalità veramente cristiana; dove gli altri siano rispettati, amando e difendendo la libertà di tutti; dove si sappia comprendere, perdonare e unire»[6].
Il suo atteggiamento era realista, ma anche positivo e incoraggiante, come era già evidente in un testo pubblicato anni prima: «Di fronte a queste nuove realtà, possiamo solo provare ammirazione e simpatia, insieme alla speranza di poter tutti contribuire – anche se non sempre direttamente nelle professioni dell’informazione e dell’opinione pubblica – a portare a Dio, a restituire al Signore questa porzione del creato»[7]. In questa linea, un’espressione che usava frequentemente, incoraggiando i credenti a partecipare alla vita pubblica con iniziative di ogni genere, ciascuno secondo i propri gusti e nell’esercizio responsabile della propria libertà, era quella di annegare il male nell’abbondanza di bene[8]: «Non abbiamo nemici, non possiamo mai essere settari: ci sforziamo di annegare il male nell’abbondanza di bene. Non facciamo un lavoro negativo, contro qualcosa. È affermazione, gioventù, gioia e pace, non, però, a scapito della verità»[9].
Passando ora all’arte, in una lettera del 1942 riguardante l’apostolato con i giovani, Escrivá accenna in un punto all’importanza di coltivare il gusto per la bellezza:
«Bisognerebbe pensare anche a organizzare riunioni letterarie, concerti e altre attività artistiche, per mantenere una relazione con ragazzi che frequentino questo genere di ambienti, conservatori musicali, accademie di belle arti, eccetera. È un apostolato urgente e di straordinaria efficacia: sit mihi carmen istud pro testimonio(Dt 31, 19), anche l’arte, in tutte le sue manifestazioni, dia viva testimonianza della nostra fede cattolica e sia uno stimolo delicato e forte per portare le anime a Dio»[10].
San Josemaría descrive questo apostolato come «urgente» per la sua «straordinaria efficacia». Si rende conto di quanto sia importante, per l’evangelizzazione della società, che vi siano uomini di fede dediti alla ricerca artistica. La loro testimonianza sarà un incoraggiamento «per potare le anime a Dio» e agirà in modo «delicato e forte», che possiamo interpretare come discreto, naturale, non violento e non stridente, e con una grande capacità di raggiungere le persone.
La bellezza umana conduce alla Bellezza divina, e quindi l’opera di qualsiasi artista, anche se non credente, può essere una via verso Dio. «Chi impara veramente a vedere si avvicina all’invisibile», ha affermato il poeta Paul Celan[11]. E secondo il pensatore e poeta Ibáñez Langlois, «i legami semantici, mitici ed esistenziali che legano tutte le forme d’arte alla Trascendenza sono tanto obliqui e sottili quanto innegabili», e sono stati corroborati da intellettuali del calibro di Steiner e Soloviev[12].
Allo stesso tempo, c’è una differenza tra l’apertura alla trascendenza insita in ogni opera artistica (un punto su cui torneremo più avanti) e l’opera stessa considerata evangelizzatrice; non solo, come abbiamo visto all’inizio, in termini di trasformazione del mondo come conseguenza di un lavoro ben fatto e in unione con Dio, ma evangelizzatrice nel senso che l’opera prodotta (l’articolo, il romanzo, il film, o qualsiasi altra cosa) divenga portatrice del messaggio di Cristo. In alcuni casi, questo è evidente: basti pensare ai numerosi film e serie che, da oltre un secolo, hanno reso popolare la Bibbia – sia l’Antico che il Nuovo Testamento – con esempi illustri e diversi come Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini o La Passione di Cristo di Mel Gibson, o la recente serie The Chosen, seguita da milioni di spettatori in tutto il mondo. O a tante opere basate sulla vita dei santi, non solo sullo schermo ma anche nella letteratura e a teatro. Mentre scrivo queste righe, la città di Roma ospita il musical Bernadette di Lourdes, che dalla prima in Francia nel 2019 è già stato visto da oltre quattrocentomila spettatori. Si tratta di opere artistiche di tematica religiosa, che introducono alla fede un gran numero di persone. Tuttavia, leggendo gli scritti di san Josemaría non sembra che egli, quando incoraggia a evangelizzare la società attraverso la letteratura, il cinema o il teatro, si riferisca solo a questo tipo di produzione, ma a tutte in generale, comprese quelle che non hanno un contenuto esplicitamente religioso ma che, generate da una visione cristiana, costituiscono un’opportunità per “dar dottrina”, nella misura in cui riflettono, velatamente o implicitamente, un’immagine dell’uomo e del mondo in armonia con la dignità della persona, chiamata a essere figlia di Dio in Cristo.
Il significato dell’espressione “dare dottrina”
In un testo del 1959, san Josemaría scrive: «Non dimenticate che il nostro apostolato è essenzialmente dottrinale»; e quasi di seguito: «Poiché sentite la grande responsabilità di diffondere l’annuncio (...), cercate di vivificare i mezzi di comunicazione che creano l’opinione pubblica: stampa, radio, televisione, cinema, ecc. Voi che vi lavorate professionalmente non date dottrina solo a un gruppetto di persone, come quando presiedete un Circolo o pronunciate una conferenza, ma predicate alle folle all’aria aperta, come faceva il Signore»[13].
Per comprendere ciò che Escrivá sta qui sostenendo, credo sia essenziale interpretare correttamente l’espressione “dare dottrina”, che oggi – in alcuni ambienti – ha acquisito un significato peggiorativo, soprattutto quando l’azione a cui si fa riferimento viene descritta come “indottrinamento”, un termine che la Real Academia Española (RAE) definisce come “inculcare certe idee o credenze in qualcuno” e che viene spesso identificato con la “manipolazione mentale”: l’uso di ignobili strategie retoriche per introdurre una serie di concetti nella mente di un’altra persona, negandole la possibilità di rifletterci sopra e di accettarli liberamente.
Ovviamente, non è questo che intendeva san Josemaría quando usava l’espressione “dare dottrina”. Per lui, dare dottrina era semplicemente trasmettere la luce di Cristo, cioè evangelizzare. Non tanto diffondere una serie di messaggi o precetti, e basta. È qualcosa di molto più ampio e profondo, che, tra i tanti modi, potrebbe essere riassunto come testimoniare e spiegare la bellezza del cristianesimo; in breve, significa fare apostolato, parlare direttamente o indirettamente di Dio, della felicità di vivere sapendo di essere suoi figli, di quanto occorre per condurre una vita autenticamente umana e appagante. Probabilmente non esiste un modo univoco per definire l’espressione, ma sembra chiaro che il suo significato – se teniamo conto del contesto dei suoi scritti – è l’esatto opposto della connotazione negativa con cui il concetto viene talvolta percepito oggi. Infatti, mentre riassumeva la missione dell’Opus Dei come “dare dottrina”, definiva anche l’Opera come “una grande catechesi”[14], riferendosi allo spargere il seme di Cristo nei crocevia del mondo.
«Exiit qui seminat seminare semen suum (Lc 8, 5): Un seminatore uscì a seminare. Sono parole del Vangelo di san Luca, di quella meravigliosa parabola ricca di insegnamenti, così attuale oggi. Il seminatore uscì – come è uscita nostra Madre, l’Opera, che il Signore ha voluto far nascere nel nostro tempo – per seminare, per spargere il seme a ogni crocevia della terra – questo è il nostro compito – affinché si adatti a tutte le circostanze di luogo e di tempo, affinché la parola di Dio possa radicarsi, germogliare e portare frutto»[15].
E in uno scritto precedente, datato 1939, afferma: «Dobbiamo essere, in tutti gli ambienti, messaggeri della luce, della Verità salvifica di Dio»[16].
Ci sono molti modi per seminare il seme, oltre a quello ovvio di parlare o predicare la fede. Questo è ciò che Escrivá intende quando afferma che «dobbiamo dispensare con criterio questo insegnamento, per mezzo dell’esempio, della parola e degli scritti, dell’amicizia, ecc., in modo tale che chi ci mette il suo tempo a comprendere, non si allontani da Gesù»[17].
Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco usa una serie di parole per descrivere la missione evangelizzatrice: “illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare”[18]. Credo che il “dare dottrina” di Escrivá, che equivale a “evangelizzare”, debba essere interpretato in un senso ampio in piena sintonia con queste parole. Si tratta, senza dubbio, di rendere conto della propria fede, argomentando con “il dono delle lingue”[19], ma anche di illuminare, dare vita o guarire. Si tratta di condividere una visione dell’umanità e del mondo in accordo con la fede cristiana. Questo avviene talvolta attraverso articoli, saggi o programmi che ci permettono di affrontare, direttamente o indirettamente, numerose questioni del dibattito sociale relative alla dignità umana. Molte altre volte, tuttavia, questa visione cristiana della realtà verrà comunicata implicitamente o indirettamente; penso a un film, a un romanzo, a un racconto, a una serie o a un documentario di tematica non religiosa. E accanto alla parola, ogni volta che l’occasione lo consenta, bisognerà fare affidamento sulla testimonianza, sulla vicinanza, sull’affetto che porta la vita di Cristo agli altri attraverso la nostra.
La visione del narratore cristiano
I buoni scrittori sono esperti della condizione umana, anche se lo fanno in modo intuitivo piuttosto che riflessivo, anche se a volte hanno acquisito la loro saggezza attraverso i libri o la personale osservazione, e non tanto attraverso la propria diretta esperienza. È comprensibile che Papa Francesco affermi che «la letteratura diventa allora una palestra dove allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni come mistero, come cariche di un eccesso di senso, che può essere solo parzialmente manifestata in categorie, schemi esplicativi, in dinamiche lineari di causa-effetto, mezzo-fine»[20].
La narrativa amplia la conoscenza. Ci aiuta a conoscere meglio noi stessi e a comprendere ciò che ci circonda. E come sosteneva Aristotele[21], questa funzione cognitiva non è secondaria, ma piuttosto è alla radice del motivo per cui apprezziamo le storie, anche se non hanno lo scopo di istruire: le storie stimolano la riflessione, educano, il più delle volte in modo involontario, sottile. E la visione della vita e dell’umanità dello scrittore modella, in un modo o nell’altro, ciò che scrive; anche se non è menzionata esplicitamente, è sempre implicitamente presente[22].
A questo proposito, è illuminante un’osservazione della scrittrice Flannery O’Connor: «[Quando scrivi] le tue convinzioni saranno la luce con cui vedi, ma non saranno ciò che vedi, né sostituiranno l’atto del vedere. Il setaccio del narratore è nell’occhio, e l’occhio è un organo che in ultima analisi racchiude l’intera personalità e quanto più del mondo può contenere. Implica un giudizio, e il giudizio inizia nell’atto del vedere, e se non lo fa, o se è separato dal vedere, si crea allora una confusione nella mente che si trasferisce alla narrazione»[23]. Per il romanziere, per il narratore, «il giudizio è implicito nell’atto del vedere. La loro visione non può essere separata dal loro senso morale».[24]
Non è possibile fare a meno della propria prospettiva morale mentre si scrive; sarebbe come accantonare sé stessi. Di qui il detto secondo cui lo scrittore intinge la penna nelle proprie vene. A seconda del genere o del tipo di scrittura, dell’abilità dell’autore o del suo scopo, quella visione si manifesterà in vari modi, di solito in modo naturale e sottile, senza forzature, persino con ambiguità, una caratteristica che generalmente favorisce l’arte. Come sostiene Flannery O’Connor, «noi cattolici siamo inclini a risposte immediate. La narrazione non ne offre. Ci lascia, come Giobbe, con un rinnovato senso del mistero»[25].
Uno scrittore veramente cristiano vede la realtà in modo diverso da un ateo o da chi guarda la persona con principi materialistici o deterministici. L’idea di “grazia” o misericordia divina sarà presente in qualche modo nel primo e non nel secondo, e concetti fondamentali come libertà o perdono saranno apprezzati in modo diverso dai due. Ci si può aspettare che la fede conferisca allo scrittore una prospettiva più profonda, perché “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”[26]. La vicinanza al Creatore avrà un impatto positivo sulla sua opera, che rifletterà questa affinità con il divino e sarà, di conseguenza, più profondamente umana. Ma questo non dovrebbe dare alcun senso di superiorità all’artista in quanto artista, poiché, detto semplicemente, lui non si occupa di verità ma di bellezza: il suo compito non è “vedere” intellettualmente e comunicare ciò che ha compreso, ma creare oggetti belli.
Infatti, come sostiene O’Connor, «la mente che può comprendere la buona letteratura non è necessariamente la mente colta, ma piuttosto, senza eccezioni, quella che desidera approfondire il senso del mistero a contatto con la realtà, e il senso della realtà a contatto con il mistero»[27]. Ecco perché ritengo che non si debbano semplificare eccessivamente le cose: spesso troviamo intuizioni acute sulla natura umana nelle opere di autori non cristiani; l’occhio dell’artista le scopre con la riflessione o l’intuizione, perché in ultima analisi egli vede aspetti della realtà. Come ci ha ricordato Papa Francesco, la letteratura (cioè, tutta la buona letteratura, chiunque ne sia l’autore, e lo stesso potrebbe dirsi delle altre arti narrative) offre sempre «un accesso privilegiato al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano»[28].
Lo statuto ontologico dell’opera d’arte
Una visione, cristiana o meno, non basta a creare la bellezza, a dare origine a un’opera d’arte. Per comprendere quanto detto, possiamo appoggiarci alla spiegazione di Ibáñez Langlois sulla natura di un’opera d’arte. Secondo il poeta cileno, essa è il risultato dell’unione indissolubile di due elementi: l’elemento esperienziale o umano (chiamato anche sentimento, idea, esperienza esistenziale, emozione, concetto, ecc.) e il linguaggio significante (forma sensibile o fisica), che può essere verbale, sonoro o visivo (potremmo persino aggiungere tattile e olfattivo), a seconda delle diverse arti. Questi due elementi, che sono stati chiamati con tanti nomi (contenuto e forma, soggetto e forma, intuizione ed espressione, messaggio e codice, ecc.), nascono e crescono insieme, plasmandosi reciprocamente[29]. In altre parole, non esiste un contenuto preesistente a cui viene poi data una forma artistica in una fase successiva; piuttosto, l’artista trova l’espressione mentre crea e crea mentre trova l’espressione. Pertanto, è impreciso definire l’arte come l’espressione o la comunicazione di sentimenti o idee[30].
In effetti, “l’artista pensa per idee, come tutti gli altri, ma ciò che lo rende un artista è pensare in termini di materia, la materia della propria arte: pensare per metafore, pensare per ritmi, pensare per immagini, pensare in versi, pensare per luce e colore, pensare per pietra, riflettere sui timbri di un violino o di un pianoforte, pensare in adagio o allegro, pensare in endecasillabi...”[31]. Flannery O’Connor nello stesso senso afferma: «Alcuni hanno l’idea che prima si legga una storia e poi se ne ricerchi il significato. Ma, per lo scrittore, la storia nel suo insieme è il significato, perché è un fatto d’esperienza, non un’astrazione»[32].
L’integrazione tra esperienza vissuta e linguaggio varia a seconda della forma d’arte. Il linguaggio narrativo presenta caratteristiche che lo distinguono dal linguaggio pittorico o musicale: «I suoi modi di espressione più caratteristici sono l’evento, la trama e il dialogo; l’invenzione dei personaggi e la descrizione delle loro personalità; il ritmo, la struttura e lo sviluppo; la creazione di atmosfere, la qualità delle descrizioni, la sottigliezza delle sfumature, l’acume delle osservazioni; il punto di vista del narratore e, naturalmente, lo stile e il tipo di prosa appropriati a ogni singola storia»[33]. Quanto detto per la letteratura potrebbe valere, con alcune sfumature, anche per il cinema o le serie televisive. Bisogna ancora notare che l’opera narrativa di solito non nasce da una singola esperienza, idea o sentimento, ma da un intreccio di essi, o dall’esperienza esistenziale dell’autore in qualche aspetto della sua vita[34].
Anche il teologo italo-tedesco Romano Guardini ha approfondito lo statuto ontologico dell’opera d’arte, sottolineandone, da un lato, l’autonomia che la protegge da tentativi strumentalizzanti e, dall’altro, la capacità di ampliare gli orizzonti e di mettere l’uomo in contatto con la Trascendenza.
Guardini spiega che essenziale per un’opera d’arte è avere sì un senso, ma non uno scopo. Essa esiste non per un’utilità tecnica, né per un vantaggio economico, o un ammaestramento e miglioramento didattico-pedagogico, bensì per essere “una forma che rivela”. Non mira a nulla, ma semplicemente “è” e perciò “significa”. Ciò non impedisce che un’opera determinata possa servire pure a uno scopo: per esempio, un edificio può servire perché vi possano abitare o vi si compiano cerimonie religiose, un monumento può ricordare delle gesta del passato. Tuttavia, un edificio soddisfa le esigenze pratiche del bisogno di abitarvi anche se non è bello, e un monumento raggiunge il suo obiettivo anche se non possiede qualità artistiche. Allo stesso tempo, se l’edificio o il monumento sono belli, se li consideriamo un’opera d’arte, non è perché assolvano i suddetti scopi, ma perché “la totalità dell’esistenza” vi risuona. L’artista, “nato per vedere, chiamato a contemplare”, ha compiuto qualcosa che riguarda non solo lui personalmente, bensì l’uomo in generale, cosicché chiunque può comprendere, sperimentare, rivivere ciò che lui ha vissuto nel processo di generazione di quell’opera. Ogni opera d’arte possiede una completezza e una totalità che l’abilitano a essere “simbolo dell’esistenza in generale, simbolo del tutto”[35].
Ogni opera d’arte, anche la più piccola, è come un mondo, uno spazio ben disposto e ricolmo di significato, costruito diversamente da quello della realtà in cui siamo immersi; non è solo più giusto, più bello, più profondo e più vivo di quello dell’esistenza quotidiana, ma ha pure una qualità tutta sua: in esso le cose e l’uomo si rivelano apertamente, non seminascoste come nella realtà. “Lo spettatore, entrando in questo mondo e riproducendolo in sé, può vivere anch’egli nella totalità”, sperimentando però anche il fatto che gli accade davvero qualcosa, accede a un’altra condizione, in cui si manifesta più chiaramente la sua identità non attraverso una riflessione teoretica, bensì in una chiarificazione immediata; la pesantezza della sua esistenza si allevia, ed egli si convince “più profondamente della possibilità di diventare egli stesso autentico, puro, colmo di significato e coerente in tutti i suoi aspetti”[36]. L’opera d’arte accorda all’uomo la possibilità di uscire dalla realtà in cui vive e di cui lui stesso è costituito, per trasferirsi nella sfera irreale di una rappresentazione rivelatrice di senso, che trasmette pace[37].
Di conseguenza, ogni opera d’arte, afferma Guardini, contiene una promessa. L’uomo sa che la situazione non è come dovrebbe essere, e sa pure che nessuna forza naturale o scientifica gli basterà a raggiungere la propria identità più autentica, a diventare chi è chiamato a essere. “Il vero futuro deve realmente ‘arrivarci’ da Dio: in quanto ‘nuovo cielo e nuova terra’ in cui si manifesta l’essenza delle cose; in quanto ‘nuovo uomo’ formato a immagine di Cristo (…). Di questo essere nuovo parla l’arte – spesso senza sapere quel che dice”. Da tutto ciò deriva il suo carattere religioso ed escatologico; non dai contenuti immediatamente religiosi di alcune opere, ma “dal loro rinvio al futuro, a quel ‘futuro’ puro e semplice che non può essere fondato a partire dal mondo”[38].
L’autonomia delle realtà temporali
Normalmente, il narratore di un’opera d’arte non intende convincere nessuno di alcunché, né vuole trasmettere una serie di idee sulla sua visione del mondo (anche se non può farne a meno), e il lettore di un racconto o lo spettatore di una serie non si aspetta di essere indottrinato, ma di entrare in un mondo fittizio o inventato (ma che sembra reale) per seguire i personaggi (anch’essi fittizi, ma dall’aspetto altrettanto reale). Leggendaria è l’affermazione di un produttore di Hollywood: “Per l’invio di telegrammi esiste già la Western Union”; non voleva inviare messaggi, ma raccontare storie, cosa molto diversa, anche se tutte le storie trasmettono messaggi.
Tra i professionisti della sceneggiatura c’è chi affronta il processo di scrittura, fin dall’inizio, con un chiaro focus tematico, e chi preferisce concentrarsi sullo sviluppo della trama e dei personaggi, rimandando il tema, casomai, alla fase di riscrittura. Tutti, però, concordano sull’importanza di evitare ideologie e prediche. Una buona sceneggiatura non è né predicatoria né moralizzatrice. Lo spettatore non può sentirsi manipolato, con la sensazione che sotto le spoglie della storia gli venga venduto qualcosa di completamente diverso. Un difetto comune tra gli aspiranti sceneggiatori è, infatti, che i personaggi delle loro storie non sembrano parlare da soli, ma piuttosto essere i portavoce dell’autore; non sembrano esseri liberi, ma burattini manipolati dallo scrittore per trasmettere determinate idee. Ci possono essere opere narrative in cui l’elemento riflessivo o meditativo ha un peso significativo, addirittura superiore a quello drammatico; anche in questi casi, però, è fondamentale che esso sia ben integrato, naturalmente intrecciato con il corso degli eventi, in modo che venga percepito come cresciuto e sviluppato contestualmente all’opera stessa, e non semplicemente come un pensiero posticcio, sovrapposto in modo meccanico prima o dopo la stesura.
Abbiamo fatto una piccola digressione per addentrarci nella natura del lavoro artistico e siamo a questo punto ben preparati a comprendere di quale autonomia si parli, nel caso dell’arte del racconto, quando ci riferiamo al necessario rispetto dell’autonomia delle realtà temporali, proclamata dal Concilio Vaticano II e presente negli scritti di san Josemaría almeno fin dalla fondazione dell’Opus Dei. A questo proposito, può essere utile quanto Escrivá disse ai suoi figli spirituali con vocazione politica nel 1959:
«Chi di voi sente vocazione per la politica, si impegni senza timore e pensi che se facesse altrimenti peccherebbe di omissione. Lavorate con serietà professionale, attenendovi alle esigenze tecniche del vostro lavoro, avendo di mira il servizio cristiano di tutte le persone del vostro Paese e pensando alla concordia di tutte le nazioni.
«È un sintomo di mentalità clericale che negli encomi, redatti da persone segregate dal mondo, che la liturgia dedica ai sovrani innalzati agli altari li si elogi per aver retto i propri regni più con la pietà che con l’esercizio della sovranità, pietatis magis quam imperio, più con il cuore che con il buon governo.
«Voi, per compiere la vostra missione, cercate di agire con animo retto, senza perdere il punto di vista soprannaturale, ma non mischiate il divino con l’umano. Fate tutto come uomini, senza perdere di vista che l’ordine creaturale ha i suoi principi e le sue leggi, che non si possono violentare peccando di angelismo. Il peggior elogio che posso fare di un mio figlio è paragonarlo a un angelo: noi non siamo angeli ma uomini»[39].
Escrivá esorta coloro che si dedicano alla politica (ma potrebbe dirlo anche ai narratori) a lavorare “con serietà professionale”, attenendosi alle “esigenze tecniche” del lavoro che svolgono. Con un pizzico di ironia, lamenta che a volte i politici santi siano ricordati più per la loro pietà che per il loro buongoverno, il che implica una visione distorta della vocazione dei laici a trasformare il mondo e condurlo a Dio. Bisogna avere rettitudine d’intenzione, una visione soprannaturale, afferma, ma senza mescolare “il divino con l’umano”, cioè rispettando la natura delle cose, delle realtà o attività umane, che godono di una propria autonomia.
La mentalità laicale porta a riconoscere questa autonomia, senza dimenticare, naturalmente, che «l’autonomia del mondo è relativa e che su questa terra il senso ultimo di ogni cosa risiede nella gloria di Dio e nella salvezza delle anime»[40]. Come propone la Gaudium et spes: «Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica». E aggiunge: «Chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono»[41].
Flannery O’Connor aveva ragione quando sosteneva che «l’artista ha abbastanza da fare e adempie al suo dovere se si dedica alla sua arte. Può lasciare senza timore l’evangelizzazione nelle mani degli evangelizzatori»[42]. Questo non era un modo di sottrarsi alle responsabilità, ma di mettere le cose al loro giusto posto. Sapeva che scrivere una bella storia, mettendo da parte qualsiasi scopo utilitaristico, era il suo modo di rendere gloria a Dio. Da devota cattolica, era anche consapevole della sua missione di evangelizzazione: la dimensione soprannaturale è molto presente nei suoi racconti e nei suoi romanzi, e non credo che proponendo di lasciare l’evangelizzazione nelle mani degli evangelizzatori negasse l’apertura di ogni autentica opera d’arte alla Trascendenza; intendeva semplicemente sottolineare il danno che l’ideologizzazione, quale che sia la sua natura, arreca alle storie. Le sue parole coincidono, in sostanza, con quelle di Escrivá quando afferma: «[Le realtà temporali] devono essere portate a Dio – e ora, dopo il peccato, redente, riconciliate – ciascuna secondo la propria natura, secondo il fine immediato che Dio le ha assegnato, ma sapendo vedere la sua ultima destinazione soprannaturale in Gesù Cristo»[43].
È compito del romanziere scrivere romanzi (sostituire “romanziere” con qualsiasi tipo di narratore e la sua professione equivalente), e se svolge bene il suo lavoro, con amore per Dio e per il prossimo, evangelizzerà in questo modo, anche se i romanzi che scrive non trattano alcun argomento esplicitamente religioso. Evangelizzerà come un buon calzolaio cristiano si guadagna da vivere fabbricando scarpe, con l’aggiunta che nella sua opera soggiaceranno, in modo implicito, la sua visione cristiana della vita e il seme di apertura alla Trascendenza che ogni vera opera d’arte contiene intrinsecamente. Anche senza volerlo consapevolmente, i suoi romanzi saranno permeati dalla sua visione e, in un modo o nell’altro, fungeranno da annuncio di Cristo, trasmettendo un’idea completa e coerente dell’uomo e del mondo, nel rispetto della dignità umana.
[1] J. Escrivá, Solco, n. 672.
[2] Cfr. E. Fuster, “Colloquy with Juan José García-Noblejas on understanding communication from the perspective of Aristotel’s Poetics”, Church, Communication and Culture, Oct. 2022, vol. 7, issue 2: https://www.tandfonline.com/do....
[3] J. Escrivá, È Gesù che passa, n. 47.
[4] J. Escrivá, Appunti dalla predicazione, 6-II-1967, cit. in E. Burkhart - J. López, Vita quotidiana e santità nell’insegnamento di San Josemaría Escrivá, vol. 3, LEV, 2017, p. 82.
[5]J. Escrivá, Lettere, 12, n. 9.
[6] J. Escrivá, Appunti raccolti in una riunione di famiglia, 12-III-1960.
[7] J. Escrivá, Lettere, 12, nn. 12-13.
[8] Su questo punto si può consultare lo studio di A. Fumagalli, “L’impegno dei cristiani nel mondo della comunicazione: spunti a partire dagli insegnamenti di San Josemaría”, pubblicato nel n. 56 di Romana: https://romana.org/es/56/estud....
[9]J. Escrivá, Lettere, 29, n. 25.
[10]J. Escrivá, Lettere, 7, n. 48c.
[11] P. Celan, “Microlitos. Prosa póstuma inédita en español”, in Revista de Occidente 392 (2014), 139, cit. in Papa Francesco, Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, n. 44.
[12] J.M. Ibáñez Langlois, La belleza y el arte, Rialp, Madrid 2023, p. 209.
[13]J. Escrivá, Lettere, 29, n. 44.
[14]J. Escrivá, Lettere, 6, n. 47.
[15]J. Escrivá, Lettere, 12, n. 44.
[16] J. Escrivá, Lettere, 5, n. 5.
[17]J. Escrivá, Lettere, 3, n. 36.
[18] Papa Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 273.
[19] J. Escrivá, Forgia, n. 634.
[20]Papa Francesco, Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, n. 32.
[21] Cfr. Aristotele, Poetica, cap. IV.
[22] Su ciò si veda, tra altri, The Rethoric of Fiction (1983), di W.C. Booth.
[23] F. O’Connor, Misterio y maneras, Encuentro, Madrid 2007 (1969), p. 104.
[24]Ibid., p. 139.
[25]Ibid., p. 189.
[26]Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 22.
[27]F. O’Connor, Misterio y maneras, cit., p. 93.
[28]Papa Francesco, Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, n. 4.
[29] Cfr. J.M. Ibáñez Langlois,La belleza y el arte, cit., pp. 137-139.
[30] Cfr. ibid., pp. 170-173.
[31] Ibid., p. 180.
[32] F. O’Connor, Misterio y maneras, cit., pp. 87-88.
[33] J.M. Ibáñez Langlois, La belleza y el arte, cit., p. 155.
[34] Cfr. ibid.
[35] R. Guardini, L’opera d’arte, Morcelliana, Brescia 1998 (1965), pp. 31-33.
[36] Ibid., pp. 34-36.
[37] Cfr. ibid., p. 45.
[38] Ibid., pp. 47-50.
[39] J. Escrivá, Lettere, 29, n. 51.
[40] Ibid., n. 31.
[41] Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 36.
[42] F. O’Connor, Misterio y maneras, cit., p. 177.
[43]J. Escrivá, Appunti da una meditazione, 29-IX-1967, cit. in E. Burkhart - J. López, Vita quotidiana e santità nell’insegnamento di San Josemaría Escrivá, vol. 3, LEV, 2017, p. 57.
Romana, n. 80, Gennaio-Giugno 2025, p. 155-167.