Nella festa di San Giuseppe, chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, Roma (19-III-2025)
Oggi, festa di San Giuseppe, la liturgia ci presenta, come di consueto, diversi testi. Nella seconda lettura, un passo della lettera ai Romani di san Paolo ci propone come tipo di Giuseppe la figura di Abramo che credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, e ciò gli fu accreditato come giustizia (cfr. Rm 4, 18-22). Oggi siamo invitati a contemplare anche nella vita di san Giuseppe il nesso tra fede e speranza: una fede unita a una salda speranza, che nasce dalla fiducia nel potere di Dio, nel suo amore e nei suoi progetti, anche quando questi superano ogni nostra capacità di comprenderli.
In san Giuseppe vediamo un uomo che crede, che spera, che accoglie con fede il mistero sublime dell’Incarnazione. Lo vediamo accogliere un disegno che infrange tutti i progetti umani più logici, compresi quelli che probabilmente aveva accarezzato nel suo cuore. Lo vediamo partire per l’Egitto quasi all’improvviso, confidando solo nella parola di Dio. Lo vediamo sempre così: obbediente, silenzioso, fedele. In particolare, lo contempliamo anni dopo, accanto alla Madonna, quando il Bambino è rimasto nel Tempio ed entrambi ricevono da Gesù una risposta davvero sconcertante. È una vicenda che abbiamo meditato tante volte: pur essendo quelli che erano, come leggiamo nel Vangelo, Maria e Giuseppe non compresero ciò che aveva detto loro il Figlio. Tuttavia, la fede li portava ad accettare sempre la volontà di Dio, a volere quel che Dio vuole. Era una fede viva, efficace, intelligente, operante nella carità, dalla quale scaturiva un’obbedienza pronta, premurosa e assoluta ai disegni divini.
La fede è già in sé stessa una forma di obbedienza: obbedienza della fede, sottomissione della mente e del cuore a Dio. Oggi, pertanto, per intercessione di san Giuseppe in unione con la Santissima Vergine, possiamo chiederti, Signore, di concederci una fede altrettanto grande, che ci faccia vivere persuasi del tuo amore.
In effetti, il grande tema centrale della nostra fede è credere nel tuo amore fedele ed eterno. Un amore che ci fa accogliere, anche quando non li comprendiamo del tutto, i tuoi piani e le tue richieste. Signore, oggi in special modo ti chiediamo la fede di san Giuseppe. È una richiesta audace, lo sappiamo. Tuttavia, desideriamo almeno approssimarci a quella fede perché ci conduca a una speranza altrettanto grande, saper sperare contro ogni speranza, come Abramo e come san Giuseppe; in particolare la speranza della santità, di saper fare la tua volontà, Signore, nonostante l’esperienza della nostra debolezza. Vogliamo che questa speranza radichi in una fede rinnovata, più grande, riposta non nelle nostre forze ma nel tuo potere e nel tuo amore per noi, cosicché possiamo vivere aperti alla tua volontà, docili, umili, fiduciosi, disponibili, insomma, ad assecondare con gioia il tuo disegno di amore.
Con un’obbedienza libera, Signore, con una grande libertà di spirito, con un cuore che fa proprio tutto ciò che Tu vuoi, saremo pronti a obbedire con gioia, anche quando i tuoi progetti ci sembrassero difficili, umanamente incomprensibili, come accadde a san Giuseppe. Papa Francesco diceva che «Giuseppe non esitò a obbedire, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: egli “si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode” (Mt 2, 14-15)» (Patris Corde, n. 3). Un piano davvero sorprendente… e, tuttavia, Giuseppe non indugiò.
Oggi ti chiediamo, Signore, per intercessione di san Giuseppe, di saper obbedire senza esitazioni, non solo formalmente, per dovere, ma con libertà interiore. Obbedire perché ci va, per convinzione, perché crediamo fermamente che ciò che ci chiedi è sempre la cosa migliore per noi, frutto del tuo amore fedele.
La speranza del Cielo
San Josemaría ci diceva che eravamo la sua speranza perché l’Opera è nelle nostre mani, e siamo sicuri che dal Cielo continua ad aiutarci e a spronarci. Vogliamo vivere con la speranza che, come scrive san Paolo ai Colossesi, ci attende nei Cieli (cfr. Col 1, 5). Non dipende dalle nostre forze, dalle nostre capacità ma da Te, Signore, dal tuo amore, dalla tua fedeltà. Abbiamo piena fiducia che non ci lasci soli, che potremo sempre contare sul tuo aiuto e che saremo fedeli… se lo vogliamo. Signore, oggi rinnoviamo questa aspirazione: vogliamo essere fedeli. Sappiamo che se vogliamo lo saremo, perché la tua grazia non ci verrà mai meno. Pertanto, possiamo stare sicuri, nutrire una speranza certa, basata non sulle nostre forze ma sul tuo potere, sul tuo amore. Oggi, ti chiediamo di concederci, come a san Josemaría, la certezza dell’impossibile. L’impossibile che vogliamo vivere e guadagnarci è, anzitutto, la nostra santità.
Pur avendo fatto esperienza della nostra debolezza, possiamo essere convinti che la santità non è un’utopia, una meta irraggiungibile o un ideale astratto. La santità è la chiamata che Dio rivolge a ognuno di noi, il suo progetto per la nostra vita. Se ci chiama, ci dà anche tutti i mezzi necessari per conseguirla, tutta la forza, nonostante tutte le nostre fragilità. È la certezza dell’impossibile: credere che, con Dio, possiamo diventare santi.
Ricorderete che san Josemaría definiva san Giuseppel’uomo che sorride sempre e che scrolla le spalle. Non è un gesto di indifferenza ma di fiducioso abbandono: comunque vadano le cose possiamo fare affidamento sull’aiuto di Dio. Anche noi vogliamo affrontare qualunque difficoltà con il sorriso sulle labbra, con la speranza che è la sorgente della gioia di cui parla san Paolo – «Lieti nella speranza» (Rm 12, 12) –, speranza nel Signore e non nelle nostre forze. La speranza, infatti, nasce dalla fede e ne è inseparabile.
Il Vangelo parla poco di san Giuseppe. Ce ne mostra la fede e la docilità ai piani di Dio. Però possiamo ragionevolmente immaginare, senza paura di sbagliarci, come avrà trattato il Signore, con quanto amore si sarà preso cura di Gesù bambino. Anche noi vogliamo trattare Cristo così, con tutto l’affetto di cui siamo capaci, e sappiamo che lo stiamo facendo anche quando ci prendiamo cura del nostro prossimo e lo amiamo. Oggi, Signore, ti chiediamo di accrescere in noi, con la fede e la speranza, anche la carità, affinché sappiamo amare per davvero, con un amore che si manifesti nello spirito di servizio, nella predisposizione a pensare continuamente agli altri, render loro la vita gradevole, pregare per loro, sentire come proprio tutto ciò che li tocca.
Rinnovare la nostra dedizione a Dio
La fede di san Giuseppe si concretizza nella sua fedeltà. Il Vangelo di oggi lo riassume in questa frase: «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1, 24). È una fede che diventa obbedienza, docilità, fedeltà perseverante. Oggi, Signore, vogliamo rinnovare proprio il dono che ti abbiamo fatto di noi stessi, non limitandoci al ricordo ma in modo effettivo, impegnandoci nuovamente con rinnovato amore, con il desiderio sincero di esserti fedeli, come san Giuseppe, sempre, in tutto, lietamente.
Come fare? Anzitutto dobbiamo convincerci che ne siamo in grado, che possiamo sfuggire all’inerzia: nunc coepi, «ora comincio». Rinnovare la nostra dedizione a Dio vuol dire rinnovare l’amore e la lotta, con la fede e la speranza, tornare alla certezza che il Signore vuole che facciamo l’Opera e ce ne offre i mezzi. Ci concede la grazia per essere santi, molto efficaci nella vita ordinaria, nelle piccole cose che diventano grandi quando si vive per amore. La fedeltà si rinnova come fedeltà alla vocazione e dunque fedeltà a Cristo, che è tutto ciò che conta.
Non lottiamo tanto per rimanere fedeli a un’idea, che pure va bene, quanto per essere fedeli a una persona, a Cristo. Vogliamo esserti fedeli, Signore, e rinnovare ora questa fedeltà nei tuoi confronti, che implica essere fedeli al cammino, alla vocazione che abbiamo ricevuto. Non vuol essere fedeltà ad alcune idee, ma proprio al Signore. Vogliamo assimilare profondamente le parole di san Paolo ai Romani: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm 14, 8). Vogliamo che tutto ciò che è nostro sia di Dio: il lavoro, il riposo, le distrazioni, i sogni, i dispiaceri e le sofferenze… tutto, perché ogni cosa può essere del Signore ed Egli vuole che tutto gli appartenga come gli apparteniamo noi, che aspiriamo a essere ipse Christus, lo stesso Cristo.
Lo siamo e lo saremo sempre più se rinnoviamo la nostra dedizione a Lui con la grazia di Dio, che non ci manca e non ci verrà mai meno. Tutta la forza necessaria per dare compimento a questo desiderio sincero di fedeltà rinnovata risiede proprio là dove la si deve cercare, esclusivamente nel Signore. La possiamo trovare, pertanto, nell’Eucaristia, momento centrale di ogni nostra giornata, dove viviamo un’unione intima e reale con Cristo, un’identificazione fisica con il Signore. Lì viviamo anche l’ite ad Ioseph, «andate da Giuseppe».
Oggi possiamo chiedere a san Giuseppe di aiutarci a essere anime eucaristiche, di farci imparare a “metterci fin dentro il tabernacolo” per trovarvi la forza per essere fedeli, per rinnovare quotidianamente la nostra fedeltà, farne davvero una realtà nuova.
Naturalmente, essere fedeli al Signore per noi significa esserlo a ciò che desidera da noi: fedeltà allo spirito dell’Opera e, pertanto, a san Josemaría. Oggi lo possiamo tenere molto presente e ricordare il consiglio che san Paolo VI diede a don Álvaro quando iniziò la sua missione di Padre: «Quando ha una questione da affrontare, si metta alla presenza di Dio e si domandi: che cosa farebbe il Fondatore in questo caso?» (Crónica 1976, p. 282). Don Álvaro spiegò con semplicità che era proprio ciò che aveva avuto chiaro sin dal principio: fare le cose come le avrebbe fatte san Josemaría.
Nell’odierna Festa di san Giuseppe, possiamo ricordare anche le parole di san Josemaría che leggiamo in una sua omelia: «In ebraico, il nome Giuseppe significa Dio aggiungerà. Dio aggiunge alla vita santa di coloro che compiono la sua volontà una dimensione insospettata: quella veramente importante, quella che dà valore a tutte le cose, quella divina» (È Gesù che passa, n. 40). Anche con le minuzie della nostra vita di lavoro e di preghiera, arriviamo al mondo intero, tocchiamo orizzonti sconfinati. La grandezza delle nostre opere la fa il Signore, la decide Lui. Persino le cose più insignificanti, che ti offriamo, Signore, vanno a vantaggio di tutto il mondo, di tutte le regioni, di tutte le iniziative. Anche le attività che ci sembrano di poca importanza e che forse, viste con occhi umani, lo sono, limitate nel tempo, Tu puoi estenderle fino ai più remoti confini, alle anime più vicine e più distanti. Fedeli, vale la pena. Anche oggi è un giorno nel quale far risuonare nell’intimo del cuore questa strofa.
Quando rinnoviamo la nostra fedeltà, ci rendiamo conto che vale la pena, anche quando il prezzo è affaticarsi nel compimento del lavoro, sacrificarsi nello svolgimento di un incarico, fare qualcosa che non capiamo. Sì, «vale la pena, vale la pena», ripeteva dentro di sé san Josemaría ascoltando quella canzone, come espressione di un’esperienza viva: ne era valsa la pena di tanto sforzo, tanto lavoro, tanto sacrificio per portare avanti l’Opera. Ti chiediamo, Signore, per intercessione di san Giuseppe, di imprimerci più profondamente nel cuore questa idea così semplice e vera: vale la pena tutto ciò che dobbiamo fare, faticare e persino soffrire per mandare avanti l’Opera. Sappiamo che è così, e vogliamo averne un’esperienza sempre più costante e profonda e, di conseguenza, anche più lieta.
San Giuseppe, nostro padre e signore, patrono della Chiesa universale… Questo titolo ci suggerisce che oggi è anche una buona occasione di pregare per il Papa. Terminiamo la nostra orazione in unione con Gesù, Maria e Giuseppe. San Josemaría raccontava che la mattina, al risveglio, la prima cosa che vedeva era un quadro che raffigurava quella trinità della terra: la Santissima Vergine con il Bambino e san Giuseppe. Anche noi vogliamo che, aprendo gli occhi ogni mattina ma soprattutto riprendendo coscienza degli impegni di lavoro e di tutto ciò che ci occuperà, sappiamo guardare alla trinità della terra che ci conduce direttamente alla Trinità del Cielo.
Romana, n. 80, Gennaio-Giugno 2025, p. 65-69.