Conferenza sulla centralità dell’Eucaristia nella vita del sacerdote, Saragozza, Spagna (27-III-2025)
In questa celebrazione del centenario dell’ordinazione sacerdotale di san Josemaría, mi soffermerò principalmente su pochi suoi testi, che riguardano alcuni aspetti della relazione tra il sacerdozio e l’Eucaristia e, al di là del contenuto dottrinale, esprimono la viva esperienza della sua anima sacerdotale.
Anzitutto, voglio concentrarmi sul sacerdozio in quanto ordinato all’Eucaristia, poi sull’importanza che essa ha per la santità del sacerdote e, infine, sul suo ruolo nella missione pastorale che il presbitero è chiamato a compiere.
Sacerdozio per l’Eucaristia
L’Eucaristia, specificamente il sacrificio eucaristico, è centrale nella vita cristiana. San Josemaría lo riassumeva nell’espressione «centro e radice», come, per esempio, nel seguente brano di una Lettera: «Vi ho sempre insegnato, figlie e figli carissimi, che la radice e il centro della vostra vita spirituale è il Santo Sacrificio dell’Altare, nel quale Cristo Sacerdote rinnova il Sacrificio del Calvario, in adorazione, onore, lode e ringraziamento della Santissima Trinità»[1].
Questa idea era talmente impressa nella sua anima e nel suo cuore che la ripeté spesso a voce e per iscritto[2]. Aggiungeva che, se il Sacrificio eucaristico è «il centro e la radice della vita del cristiano, lo deve essere in modo speciale per la vita del sacerdote»[3].
San Josemaría dovette provare una grande gioia quando, anni dopo, un testo così significativo del Concilio Vaticano II come il decreto Presbyterorum Ordinis impiegò la stessa espressione a proposito della relazione tra il sacerdozio e l’Eucaristia per affermare che il Sacrificio eucaristico è «il centro e la radice di tutta la vita del presbitero»[4].
a) Centro e radice della vita del presbitero
In effetti, è logico insistere su questo punto nel caso del sacerdote. Come ha scritto Benedetto XVI, «il nesso intrinseco fra Eucaristia e sacramento dell’Ordine risulta dalle parole stesse di Gesù nel Cenacolo: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19). Gesù, infatti, alla vigilia della sua morte, ha istituito l’Eucaristia e fondato allo stesso tempo il sacerdozio della Nuova Alleanza. […] Nessuno può dire “questo è il mio corpo” e “questo è il calice del mio sangue” se non nel nome e nella persona di Cristo, unico Sommo Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza (cfr.Eb 8-9)»[5].
Papa Francesco ha sottolineato che l’identificazione con Cristo sacerdote si estende alla intera vita del presbitero. Questi «non può dire: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”, e non vivere lo stesso desiderio di offrire il proprio corpo, la propria vita, per il popolo a lui affidato»[6].
Questa profonda trasformazione del sacerdote è intimamente legata all’Eucaristia. San Josemaría lo spiegava in un’omelia: «Per mezzo del Sacramento dell’Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che, nella Santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue e nella sua Divinità. È questo il fondamento dell’incomparabile dignità del sacerdote»[7].
b) Dignità e debolezza
Da queste considerazioni sulla relazione tra sacerdozio ed Eucaristia, si comprende come questa sia insieme e inseparabilmente il centro verso il quale tutto converge e la radice di questa convergenza. È centro poiché, se è Dio che in Cristo attrae a Sé tutto e tutti, l’Eucaristia è dove ha luogo l’offerta del mondo al Padre, per Cristo, con Lui e in Lui. Al contempo, «Cristo stesso si mette infatti nelle mani dei sacerdoti, che diventano così dispensatori dei misteri – dei portenti – del Signore (1 Cor 4, 1)»[8].
Può esserci sulla terra un’opera più sublime? L’azione più propria di Cristo, Sommo Sacerdote misericordioso e fedele, mediatore della nuova alleanza (cfr. Eb 2, 17 e 9, 15), viene messa nelle mani della sua creatura. È il presbitero a rendere culto al Padre e i doni divini giungono ai fedeli attraverso di lui.
Il Concilio Vaticano II afferma che i sacerdoti «esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel culto eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di Cristo […] e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro capo […], che offrì Sé stesso al Padre, quale vittima immacolata (cfr. Eb 9, 11-28)»[9].
Risulta evidente che non può essere altro il centro della vita del sacerdote. Anzi, si può dire che la Santa Messa è il fine principale dell’ordinazione, l’azione nella quale «l’intero ministero sacerdotale trova la sua pienezza, il suo senso, il suo centro e la sua efficacia»[10].
È poi vero che alla dignità del sacerdozio fa riscontro la consapevolezza di ogni sacerdote della propria indegnità, che è il motivo principale che lo spinge e cercare una stretta unione con il Signore[11]. Nella stessa celebrazione dell’Eucaristia, le orazioni che il sacerdote recita sottovoce e rivolge al Signore a titolo personale lo aiutano, come spiega il Messale, a essere consapevole della sua missione, e così poterla compiere con maggiore attenzione e pietà. Queste preghiere hanno carattere penitenziale e sono proposte per alcuni momenti chiave della celebrazione eucaristica: prima della proclamazione del Vangelo, alla preparazione dei doni e prima di entrare nella grande Preghiera eucaristica, prima e dopo la Comunione del sacerdote con il Corpo e il Sangue di Cristo.
Il sacerdote sa che, in virtù della grazia ricevuta nella ordinazione e dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa, quando si accosta all’altare non è lui che si dispone a celebrare il culto al Padre ma è Cristo stesso che, in lui, «rinnova sull’Altare il suo divino Sacrificio del Calvario»[12]. Il gesto esteriore di indossare le vesti sacre ricorda al celebrante questa verità, poiché manifesta il fenomeno interiore e la realtà che ne deriva: rivestirsi di Cristo, offrirsi a Lui come Egli si è offerto per noi. Le sacre vesti non sono simboli di potere o di superiorità, piuttosto ricordano a tutti, a cominciare dal medesimo sacerdote, che non sta agendo in nome proprio ma in persona Christi e in persona Ecclesiae. Pertanto, le vesti sacre ricordano anche che i celebranti non sono i padroni ma i servitori della celebrazione e della comunità[13].
c) Eucaristia e altre funzioni sacerdotali
Sostenere la centralità dell’Eucaristia nella vita del sacerdote non contraddice il decreto Presbyterorum Ordinis, quando dice che i presbiteri «hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio»[14], non solo perché la predicazione del Vangelo precede cronologicamente la celebrazione dell’Eucaristia, ma anche e soprattutto perché la predicazione conduce all’Eucaristia, e da essa (Cristo che si dona alla Chiesa) trae la forza per essere parola di vita eterna (cfr. Gv 6, 68)[15]. In effetti, come considereremo più avanti, tutta l’attività del sacerdote fluisce dall’Eucaristia come dalla sua più intima fonte. La celebrazione dell’Eucaristia non è l’unica funzione del sacerdote, tuttavia si intende che ne è la missione principale e fondamentale, anche perché compendia i misteri della fede cristiana.
Eucaristia e santificazione del sacerdote
Se si considera la natura dell’Eucaristia, si comprende perfettamente che san Josemaría abbia scritto: «Il sacerdozio, a motivo delle funzioni sacre che gli competono, richiede molto di più di una vita onesta: esige da coloro che lo esercitano una vita santa, nella loro qualità di mediatori tra Dio e gli uomini»[16].
a) L’Eucaristia e la conformazione a Cristo
Il Decreto Presbyterorum Ordinis sottolinea la necessità della configurazione dei presbiteri a Cristo Capo, in quanto «sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro»[17].
Per il sacerdote, come per ogni cristiano, il Sacrificio eucaristico nel quale si realizza la sua missione o funzione essenziale è, simultaneamente, il principale mezzo di santificazione e di identificazione con Cristo. Scriveva Benedetto XVI: «Se vissuta con attenzione e fede, la Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione»[18].
Il profondo carattere formativo della celebrazione è evidente, se si tiene presente che «le parole e i riti della Liturgia sono, inoltre, espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come Lui: conformando a quelle parole la nostra mente, eleviamo al Signore i nostri cuori»[19]. La Santa Messa diventa così scuola di vita.
L’immedesimazione con Cristo nella celebrazione può comportare che «il Signore faccia scoprire a ciascuno di noi dove dobbiamo migliorare, quali vizi sradicare, come impostare il nostro rapporto fraterno con tutti gli uomini»[20].
Nella celebrazione, pertanto, e per altre vie, l’esistenza del sacerdote diventa eucaristica, non solo perché si ciba dell’Eucaristia e la celebrazione è al centro della sua vita, ma anche perché si comporta in tutto come Cristo, facendosi cibo degli uomini suoi fratelli.
b) Portare la Trinità al mondo a partire dalla Trinità
Ampliando un po’ la nostra visuale, scopriamo che nell’incontro con Cristo nell’Eucarestia si riceve «il dono che la Trinità fa di Sé stessa alla Chiesa»[21]. In effetti, la Santa Messa è la più sublime manifestazione dell’amore della Trinità. «La preghiera al Padre si fa costante. Il sacerdote è un rappresentante del Sacerdote eterno, Gesù Cristo, che nello stesso tempo è la Vittima. E l’azione dello Spirito Santo nella Messa è tanto ineffabile quanto vera. In virtù dello Spirito Santo – scrive san Giovanni Damasceno – si effettua la conversione del pane nel Corpo di Cristo»[22]. Nell’Eucaristia, la persona umana si divinizza, e dall’Eucaristia sgorga la gioia, frutto dello Spirito Santo, cifra dell’esistenza cristiana.
Pertanto, la vita spirituale del presbitero si sviluppa attorno all’Eucaristia, che ne è la radice e il centro, la fonte e l’anticipazione sacramentale della sua meta definitiva. Questa centralità e fontalità conferisce al cristiano, e concretamente al sacerdote, la capacità di trasformare ogni attività quotidiana in culto a Dio. È un costante insegnamento di san Josemaría, rivolto specialmente ai comuni fedeli che lavorano in mezzo al mondo, poiché riguarda tutti i fedeli che partecipano del sacerdozio di Cristo, sia comune, sia ministeriale.
Il sacerdote è consapevole di essere stato scelto tra le sue sorelle e i suoi fratelli per presentare al Padre l’offerta della Chiesa, che Cristo stesso assume e fa propria. Perciò, san Josemaría si impegnava a fare della giornata una Messa, protraendo l’atto liturgico in un flusso continuo di giaculatorie, visite al Santissimo, atti di offerta del lavoro e delle relazioni quotidiane[23].
c) Dono e mansione
Che l’Eucaristia sia veramente il centro e la radice della vita del presbitero non è soltanto un dono, ma anche un impegno personale per corrispondere a ciò che si è ricevuto da Dio. San Giovanni Paolo II ha scritto in una delle sue lettere del Giovedì Santo ai sacerdoti: «Celebriamo sempre con fervore la Santa Eucaristia. Sostiamo di frequente e prolungatamente in adorazione davanti a Cristo eucaristico. Mettiamoci in qualche modo “alla scuola” dell’Eucaristia»[24].
I modi nei quali dimostrare il desiderio di applicarsi alla Santa Messa sono innumerevoli, come è creativa la capacità di amare che ogni persona possiede. L’importante è non perdere di vista che, come predicava san Josemaría, «vita liturgica è vita d’amore: amore verso Dio Padre, mediante Gesù Cristo, nello Spirito Santo, con tutta la Chiesa»[25]. Questo amore non è una realtà astratta, bensì molto concreta: incarnata. Al fondatore dell’Opus Dei piaceva ripetere che «dobbiamo essere molto umani; perché altrimenti non potremmo neppure essere divini»[26]. Lo spiegava in modo assai eloquente: «Badate però che Dio non dice: al posto del cuore vi darò la volontà di un puro spirito. No: ci dà un cuore, un cuore di carne come quello di Cristo. Io non ho un cuore per amare Dio, e un altro per amare le persone della terra. Con il cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, con questo stesso cuore amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima»[27].
L’amore del sacerdote per la Santa Messa, l’impegno per darle la centralità che oggettivamente le spetta, possono trovare espressione in mille modi diversi. Per esempio, san Josemaría era solito dividere la giornata in due parti: la prima metà la dedicava a ringraziare per la Comunione, l’altra metà a prepararsi per la Messa del giorno seguente.
Un altro aspetto sul quale vorrei soffermarmi è il suo ricorrente invito a celebrare l’Eucaristia con calma. In un mondo contrassegnato dalla distrazione e dalla fretta è un suggerimento di grande attualità. In tono molto personale, confidava a un gruppo di sacerdoti una recente esperienza fatta in una cerimonia universitaria: «Nell’attesa di intervenire, pensavo molto all’amore dei sacerdoti per Nostro Signore e a come non lo sappiamo dimostrare, perché abbiamo quasi sempre molta fretta. Troppa! Gli innamorati non ne hanno. Pensate a come cercano di stare quanto più tempo possibile assieme... Non si decidono mai a separarsi». Terminava con questa esortazione: «Celebrate la Santa Messa con calma. Aspettino pure! Poi, se avremo saputo non avere fretta, faremo un lavoro meraviglioso, perché, in persona Christi, possiamo svolgere davvero un grande lavoro sacerdotale»[28].
d) Far compagnia al Signore nel tabernacolo
Dopo la celebrazione della Santa Messa, nella quale si realizza in modo speciale la relazione personale del sacerdote con l’Eucaristia, la presenza permanente di Gesù nel Tabernacolo è un richiamo continuo a dare a tutta l’esistenza un deciso orientamento eucaristico.
L’Eucaristia è per il sacerdote una presenza viva che consola e sostiene. Come scrisse san Giovanni Paolo II: «Tanti sacerdoti nel corso dei secoli hanno trovato in essa il conforto promesso da Gesù la sera dell’Ultima Cena, il segreto per vincere la loro solitudine, il sostegno per sopportare le loro sofferenze, l’alimento per riprendere il cammino dopo ogni scoramento, l’energia interiore per confermare la propria scelta di fedeltà»[29].
Nella vita di san Josemaría, ancora adolescente a Logroño, sono importanti i lunghi momenti pomeridiani di preghiera davanti al tabernacolo della concattedrale di Santa Maria della Redonda. Qui a Saragozza, è impossibile non ricordare le notti che trascorse in preghiera in una tribuna che si affacciava sul presbiterio della chiesa del seminario di San Carlos. Conservò lungo gli anni quella stessa devozione ed è ben noto come promosse il culto eucaristico in tempi nei quali, in tanti luoghi, si metteva in dubbio la fede della Chiesa.
In uno dei suoi viaggi in America, raccomandava ai sacerdoti di tenere molta compagnia al Santissimo Sacramento. Voleva che in tutti aumentasse la pietà eucaristica e consigliava loro: «Anche se non lo fate per essere visti dai fedeli della parrocchia, non vi preoccupate se vi vedono. Se siete uniti al Signore e la gente vede il vostro amore, ve ne chiederà i motivi, e allora potrete parlare di questo amore che deve colmare tutta la vostra vita»[30].
Come queste semplici parole manifestano, la gratitudine del sacerdote per il dono eucaristico, centro della sua vita spirituale, trabocca nell’azione guidata dalla carità pastorale.
Eucaristia e carità pastorale
La carità pastorale spinge il sacerdote a essere servitore di tutti. In una Lettera, san Josemaría scriveva dei sacerdoti: «Seguendo l’esempio del Signore, che non è venuto per farsi servire, ma per servire: non venit ministrari, sed ministrare (Mt 20, 28), dobbiamo saper stendere al suolo i nostri cuori, cosicché gli altri camminino sul morbido»[31]. Questo atteggiamento non nasce da una mera decisione etica, ma ha la sua fonte nella relazione personale con Dio, quel Dio che si abbassa e si dona fino al punto di farsi cibo per la sua creatura nell’Eucaristia.
a) Una esistenza eucaristica
La forza spirituale per vivere la propria vita come dono di sé agli altri nasce in maniera eminente proprio dall’unione con Gesù nel sacrificio eucaristico[32]. In esso si fa sacramentalmente presente il sacrificio della Croce, dono totale di Cristo alla sua Chiesa, come testimonianza suprema del suo essere Capo e Pastore, Servo e Sposo. In tal modo, l’Eucaristia è radice e centro anche della dimensione pastorale della vita del presbitero. San Giovanni Paolo II affermava: «La carità pastorale del sacerdote non solo scaturisce dall’Eucaristia, ma trova nella celebrazione di questa la sua più alta realizzazione, così come dall’Eucaristia riceve la grazia e la responsabilità di connotare in senso “sacrificale” la sua intera esistenza»[33].
Detto altrimenti, il sacerdote è chiamato a vivere un’esistenza eucaristica, cioè, una vita a immagine del sacrificio di Cristo che celebra nella Santa Messa. Papa Francesco lo spiegava in occasione del Giubileo dei Sacerdoti del 2016: «Nella celebrazione eucaristica ritroviamo ogni giorno questa nostra identità di pastori. Ogni volta possiamo fare veramente nostre le sue parole: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”. È il senso della nostra vita, sono le parole con cui, in un certo modo, possiamo rinnovare quotidianamente le promesse della nostra Ordinazione»[34].
In definitiva, la carità pastorale che il sacramento dell’Ordine conferisce al sacerdote è un dono che si attualizza in ogni Eucaristia e che deve tradursi giorno per giorno in una condotta adeguata.
b) Corrispondere al dono ricevuto, conformarsi a esso
Celebrando l’Eucaristia, bisogna cercare di identificarsi con la dedizione di Cristo, incarnandola nella propria vita. San Josemaría lo spiegava icasticamente in un’omelia: «Chi non lavora il terreno di Dio e non è fedele alla missione divina di servizio agli altri, aiutandoli a conoscere Cristo, difficilmente riuscirà a capire che cos’è il Pane eucaristico. Non si apprezza ciò che non costa sforzo»[35].
Per sviluppare il concetto si valeva di una immagine della Scrittura, mettendo l’accento sull’identificazione con Cristo: «Per stimare e amare la Sacra Eucaristia è necessario percorrere lo stesso cammino di Gesù: essere grano di frumento, morire a noi stessi, risorgere pieni di vigore e dare frutto abbondante: il cento per uno! (cfr. Mc 4, 8). Questo cammino si riassume in una sola parola: amare. Amare vuol dire avere il cuore grande, sentire le preoccupazioni di quelli che ci circondano, saper perdonare e comprendere, sacrificarsi in unione a Gesù Cristo per tutte le anime»[36].
Concludeva: «Per amare in questo modo, è necessario estirpare dalla propria vita tutto quanto è di ostacolo alla vita di Cristo in noi: l’attaccamento alla comodità, le suggestioni dell’egoismo, la tendenza alla vanagloria… Potremo trasmettere agli altri la vita di Cristo, solo a condizione di riprodurla in noi stessi; potremo lavorare nelle viscere del mondo, trasformandolo dal di dentro, renderlo fecondo, solo a condizione di sperimentare in noi stessi la morte del chicco di frumento»[37].
Se per il sacerdote l’Eucaristia è il luogo centrale e radicale della sua identificazione con Cristo e con il suo dono salvifico, necessariamente la carità pastorale gli consentirà di guidare i fedeli a questa stessa fonte di vita, nella quale risiede anche il massimo esercizio del sacerdozio comune dei fedeli. Il sacerdote lo può fare non solo con la predicazione, ma anche vivendo egli stesso la Messa con questa fede: celebra l’Eucaristia per la Chiesa e in presenza della Chiesa (anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli) e, anche per questo, la sua vita è chiamata a imitare il sacrificio di Cristo, che «ha amato la Chiesa e ha dato Sé stesso per lei» (Ef 5, 25).
In definitiva, il ministro non può essere un canale inerte attraverso il quale passano la parola e i sacramenti della Chiesa: deve adeguare la sua vita al carattere sacramentale che ha ricevuto, che lo conforma a Cristo, orientando tutta la sua esistenza alla piena dedizione che trova il suo centro e la sua radice nella celebrazione dell’Eucaristia a beneficio di tutta la Chiesa. Un sacerdote – spiega san Josemaría – che vive in questo modo la Santa Messa, «adorando, espiando, impetrando, rendendo grazie, identificandosi con Cristo, e che insegna agli altri a fare del Sacrificio dell’Altare il centro e la radice della vita cristiana, dimostra realmente l’incomparabile grandezza della sua vocazione, e cioè il carattere che porta impresso e che non perderà per tutta l’eternità»[38].
Quanto più si comprende la logica della Croce presente nella Santa Messa, tanto più si vive il ministero come dono completo di sé. Riferendosi alla grazia dell’episcopato, pienezza del sacerdozio, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «Questa grazia lo spinge ad annunciare a tutti il Vangelo, a essere il modello del suo gregge, a precederlo sul cammino della santificazione identificandosi nell’Eucaristia con Cristo Sacerdote e Vittima, senza temere di dare la vita per le sue pecore»[39].
c) Vivere per i fratelli, vivere per la Chiesa
I sacerdoti, imitando ciò di cui si occupano, il dono totale che Cristo fa di Sé stesso, ottengono dall’Eucaristia la forza spirituale necessaria per sacrificarsi gioiosamente al servizio dei loro fratelli, specialmente dei più bisognosi, di coloro che sono scartati dal mondo.
In effetti, la vita eucaristica del sacerdote si esprime in mille attenzioni e premure. Si manifesta in modo speciale nella misericordia con la quale accoglie chi ricorre alla Chiesa per essere riconciliato e nell’amore con il quale va in cerca di chi non conosce Cristo o si è allontanato da Lui. Mediante tutti gli aspetti del proprio ministero, prepara e guida ciascuno all’incontro con Gesù nell’Eucaristia, ben consapevole del bisogno che tutti abbiamo di un incontro personale con Cristo.
Infine, possiamo considerare che la centralità e la radicalità dell’Eucaristia nel ministero del presbitero, come dono e come mansione, hanno una dimensione ecclesiale evidente ed essenziale, perché «l’Eucaristia, nella quale il Signore ci dona il suo Corpo e ci trasforma in un solo Corpo, è il luogo dove permanentemente la Chiesa si esprime nella sua forma più essenziale: presente in ogni luogo e, tuttavia, soltanto una, così come uno è Cristo»[40].
La duplice dimensione universale e particolare della Chiesa si riflette anche nel ministero sacerdotale ed è principalmente nell’Eucaristia che il sacerdote può e deve sentire la sollecitudine per tutta la Chiesa e, con la Chiesa e nella Chiesa, per il mondo intero. Il sacerdote sull’altare, come Gesù sul Golgota, prende su di sé il peso delle necessità, delle difficoltà, delle sofferenze di tutta l’umanità[41]. Papa Francesco esprimeva il medesimo concetto: «Il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!»[42]. Il Sacrificio eucaristico non è solo un tesoro per il sacerdote, ma costituisce la sua funzione principale a beneficio di tutti[43].
Conclusione
Cristo è l’unico Sommo Sacerdote che, con il Sacrificio della Croce, dà vita alla comunità dei fedeli e, nella celebrazione eucaristica, assicura la sua presenza vivificante a tutta la Chiesa. Nell’Eucaristia, il Signore raduna visibilmente il suo Popolo sacerdotale, chiamato a dare lode a Dio con il sacerdozio battesimale.
Cristo, Capo della Chiesa, vi si fa presente mediante i ministri che, in virtù del sacramento dell’Ordine, sono costituiti suoi strumenti per il bene di tutto il Popolo di Dio. La Chiesa, generata per opera dello Spirito Santo con la predicazione, il Battesimo e la celebrazione del Santo Sacrificio, continua a vivere, crescere e diffondersi grazie alla forza dell’Eucaristia, atto supremo di culto e fonte principale di salvezza, del dono di Dio per noi.
«Si comprende allora – dice san Josemaría – come la Messa sia il centro e la radice della vita spirituale del cristiano, e come sia anche il fine di tutti i Sacramenti. La vita della grazia, generata in noi dal Battesimo, fortificata e accresciuta dalla Confermazione, si avvia nella Messa verso la sua pienezza»[44].
Non vorrei concludere queste considerazioni senza un pensiero alla Santissima Vergine. Nell’articolo che san Josemaría scrisse sulla Vergine del Pilar nel 1974, possiamo leggere: «Per me – amo pensare così – la prima devozione mariana è la Santa Messa».
Poi, spiegava come intendeva la presenza di Maria nel Santo Sacrificio: «Ogni giorno, quando Cristo discende nelle mani del sacerdote, si rinnova la sua presenza reale tra noi con il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinità. Sono lo stesso Corpo e lo stesso Sangue che assunse nel seno di Maria. Nel Sacrificio dell’Altare, la presenza della Madonna riflette il silenzioso riserbo con il quale seguì la vita del Figlio nel suo andare per le strade della Palestina. (...) Nell’insondabile mistero si scorge, come dietro un velo, il volto purissimo di Maria, Figlia di Dio Padre, Madre di Dio Figlio, Sposa di Dio Spirito Santo»[45].
Concludeva, pertanto: «Incontrarsi con Gesù nel Sacrificio dell’Altare comporta, necessariamente, incontrare sua Madre Maria. Chi trova Gesù, trova anche la Vergine immacolata»[46].
[1] Lettera 10, n. 11. I testi dei quali non si cita l’autore sono di san Josemaría.
[2] Cfr., per esempio, Lettera 25, n. 5.
[3] La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 43.
[4] Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 14.
[5] Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, n. 23.
[6] Papa Francesco, Lett. ap. Desiderio desideravi, n. 60.
[7] La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 39.
[8] Ibidem, n. 34.
[9] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 28. Cfr. Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 2.
[10] Lettera 26, n. 18.
[11] Cfr. La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 39.
[12] Ibidem, n. 44.
[13] Il celebrante, in effetti, deve coniugare l’io con il noi. C’è una duplice prospettiva del ministero sacerdotale: rappresenta sacramentalmente Cristo, mediatore unico tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5), che riunisce e guida il suo popolo, e rappresenta anche la Chiesa, al servizio della quale compie la sua azione.
[14] Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 4.
[15] Cfr. ibidem, n. 5.
[16] Lettera 2-II-1945, n. 4.
[17] Cfr. Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 12.
[18] Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, n. 80.
[19] Congregazione per il Culto Divino, Istruz. Redemptionis sacramentum, n. 5.
[20] È Gesù che passa, n. 88. In questo brano dell’omelia, sviluppando la sua catechesi mistagogica, san Josemaría spiega come la Santa Messa sia formativa nel significato più profondo del termine.
[21] Ibidem, n. 87.
[22] Ibidem, n. 85.
[23] Cfr. Forgia, n. 69.
[24] San Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2000, n. 14.
[25] Citato in E. Burkhart - J. López, Vita quotidiana e santità nell’insegnamento di san Josemaría, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2019, vol. III, p. 433.
[26] È Gesù che passa, n. 166.
[27] Ibidem.
[28] Dos meses de catequesis, vol. II, pp. 755-757.
[29] San Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2000, n. 14.
[30] Citato in J. Echevarría, Memoria del beato Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, Leonardo International, Milano, 2001, p. 224.
[31] Lettera 10, n. 20.
[32] Cfr. Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 14.
[33] San Giovanni Paolo II, Esort. ap. Pastores dabo vobis, n. 23.
[34] Papa Francesco, Omelia, 3-VI-2016.
[35] È Gesù che passa, n. 158.
[36] Ibidem.
[37] Ibidem.
[38] La Chiesa nostra Madre, Ares, Milano 1993, n. 49.
[39] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1586.
[40] Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Communionis notio, n. 5.
[41] Cfr. J. Echevarría, Para servir a la Iglesia. Homilías sobre el sacerdocio, Rialp, Madrid 2001, p. 58.
[42] Papa Francesco, Omelia, Santa Messa del Crisma, 28-III-2013.
[43] Cfr. Concilio Vaticano II, Decr. Presbyterorum Ordinis, n. 13.
[44] È Gesù che passa, n. 87.
[45] La Virgen del Pilar, n. 18; in Escritos varios, pp. 289-290.
[46] Ibidem, n. 19.
Romana, n. 80, Gennaio-Giugno 2025, p. 83-92.