envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Omelia di Sua Eminenza il Cardinale Ugo Poletti nella Basilica di Sant'Eugenio

Durante la Santa Messa in cui ha conferito l'Ordine del Diaconato a ventisei membri della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, il 13 marzo 1987, il Card. Ugo Poletti, Vicario del Papa per la diocesi di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha pronunziato la seguente omelia:

Prima di soffermarci con qualche riflessione sul significato, il valore e la missione dei diaconi, desidero rivolgere un affettuoso e cordialissimo saluto al Prelato della Prelatura Opus Dei, a tutti i confratelli nell'episcopato e nel sacerdozio presenti; un saluto caldo di accoglienza ai familiari degli ordinandi, agli ospiti, in questa veneranda basilica, alla comunità parrocchiale qui rappresentata.

E' bene, trovandoci attorno all'altare di Dio, dove il Padre ci prepara il Pane Vivo che è il Corpo e Sangue, l'Anima e Divinità del Suo Divin Figlio Gesù nell'Eucarestia, è bene salutarci, accoglierci, riconoscerci come fratelli per sostenere vicendevolmente la nostra fede, per alimentare il nostro amore alla Santa Chiesa di Dio, perché tutti ci sentiamo coinvolti e corresponsabili nella grande missione dell'annuncio del Vangelo, l'annuncio del Regno di Dio, fatti missionari in Nome di Gesù Cristo, per suo mandato, nel mondo intero.

Ma con particolare affetto saluto voi, cari ordinandi diaconi, che siete venuti a Roma per completare la vostra preparazione teologica, in vista dell'ordinazione presbiterale che riceverete dalle mani del Santo Padre. Anche in questa celebrazione dell'Ordine del Diaconato, volete compiere quel bagno di romanità che era tanto caro al vostro venerato Fondatore. Bagno di romanità che tanto giova all'universalità della missione vostra, di tutti i membri della Prelatura in tutto il mondo. Qui, a contatto con la Cattedra di Pietro, col successore del Capo degli Apostoli, il cuore si riscalda, la volontà si rinforza e la generosità assume le sue giuste dimensioni. Siamo quindi chiamati, i sacerdoti nell'ordine gerarchico sacerdotale, e i fedeli nel sacerdozio comune del popolo di Dio, siamo tutti chiamati ad essere missionari.
Non vos me elegistis, sed ego elegi vos
Gv
15, 16.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Queste sono le parole di Gesù che abbiamo ascoltato or ora nel brano del Vangelo di San Giovanni. Esse riecheggiano oggi con forza per voi nei vostri cuori, cari ordinandi, con un senso particolare. State per ricevere il Sacramento dell'Ordine del Diaconato e, per mezzo di esso, riceverete una nuova effusione dello Spirito Santo nelle vostre anime. Questo dono ve lo concede da tutta l'eternità Colui che con amore infinito vi ha scelti perché siate "santi ed immacolati al suo cospetto"
Ef 1, 4.

E' lo stesso Gesù, il nostro Signore, Maestro e Amico, chi, insieme col Padre, ci ha inviato il Paraclito Divino, il Santificatore, Colui che ci dà la capacità di gridare nel nostro cuore "Abbà, Padre"
Rm 8, 15.

Lo Spirito Santo vi è stato donato sacramentalmente nel Battesimo e poi, specialmente, nel Sacramento della Confermazione. Successivamente, nella vostra vita, la sua presenza santificatrice in voi si è intensificata, si è fatta più efficace, soprattutto, nell'uso costante e devoto del Sacramento della Penitenza e dell'Eucaristia. Inoltre, nella vita di ciascuno di voi, ci fu un momento nel quale lo Spirito Santo vi fece ancora più suoi, quando vi ha fatto sentire nell'intimo la sua chiamata a servirlo con una dedizione completa a Dio, nell'Opus Dei; e adesso lo Spirito si dona a voi in un nuovo modo mediante il Sacramento dell'Ordine perché, d'ora in avanti, apparteniate esclusivamente a Dio, alla Santa Chiesa, al servizio di tutto il mondo.

Quanto dovete ringraziare Dio e la sua Santissima Madre per i doni che avete ricevuto! Li avete ricevuti non per godimento personale, ma per servire la Chiesa! Questa sarà la vostra gloria: servire la Chiesa, il regno di Dio, il mistero della salvezza dell'uomo. Quale profonda gratitudine dovete anche al vostro Fondatore, del quale siete figli: figli —come gli piaceva ripetere— della sua orazione e mortificazione. Mi fa piacere citare qui alcune sue parole tratte da una lettera scritta nell'anno 1941 a colui che adesso è il vostro Prelato e Padre, Mons. Alvaro del Portillo. In tale lettera, dopo aver considerato, ricco di fede, come le incomprensioni che soffriva erano una benedizione di Dio, poiché vedeva in tali tribolazioni la Croce di Cristo, il Padre manifestava in questo modo la sua sicura speranza nei frutti apostolici che sarebbero dovuti venire: "Figlio mio, che bella messe ci sta preparando il Signore (...). Mi verrebbe voglia di gridare, senza preoccuparmi di ciò che diranno gli altri, quel pensiero che qualche volta mi sfugge quando predico per voi la meditazione: Ah! Gesù, che campo di frumento"
Cit. da A. del Portillo in Le profonde radici di un messaggio, "L'Osservatore Romano", 23-VI-1985, p. 5.

Fratelli miei ordinandi, voi siete parte di questo campo di grano maturo che sognava il vostro Fondatore, che Dio ha reso realtà come frutto della sua dedizione! Potete sentire, con animo umile e riconoscente, un santo orgoglio che deve andare unito ad un crescente senso di responsabilità verso tutta la Chiesa. "A ciascuno di noi (...) è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo"
Ef 4, 7.

ricorda San Paolo nel testo della seconda lettura della Messa. Non sono forse queste parole dell'Apostolo un invito a pensare che Dio vi ha dato molto e che, per questo, ha diritto di chiedervi molto? Nel considerare il Sacramento del Diaconato, che state per ricevere come una tappa particolarmente significativa verso il Presbiterato, al quale vi ha chiamato il Signore, meditate queste parole di San Giovanni Maria Vianney, questo santo ammirabile, sacerdote proposto come patrono dei pastori delle anime: "Che cosa grande essere sacerdote! Se il sacerdote stesso lo capisse, forse ne morirebbe!"
B. Nodet, Jean Marie Vianney, Curato d'Ars, il suo pensiero, il suo cuore, Le Puy, 1958, p. 99. Cit. da S.S. Giovanni Paolo II in Meditazione ai sacerdoti, diaconi e seminaristi in Ars, 6-X-86.

"Questo sacerdozio ministeriale —leggo parole del Santo Padre Giovanni Paolo II—, che è nostra parte, è anche nostra vocazione e nostra grazia. Segna tutta la nostra vita col sigillo del servizio più necessario e più esigente che ci sia: la salvezza delle anime"
Giovanni Paolo II, Lettera a tutti i sacerdoti della Chiesa in occasione del Giovedì Santo, 16-III-1986, n. 1.

Voi sapete bene che lo stesso termine "diaconia" significa precisamente servizio. Servizio che si concreta nella collaborazione con i presbiteri, necessari collaboratori dell'ordine episcopale, mediante l'annuncio della Parola di Dio, innanzitutto, la predicazione del Vangelo e anche il potere di conferire alcuni sacramenti
Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dog. Lumen gentium, n. 29.
Parteciperete già da adesso —come ministri sacri— al triplice ufficio sacerdotale di Gesù di santificare, di insegnare e di governare il popolo di Dio. Per realizzare una così sublime missione, non vi è altra via se non la piena identificazione della nostra personalità con Cristo. Non solo farci simili, ma identificarci con Cristo, il Servo di Jahvè. Prego Dio perciò, perché si facciano realtà nelle vostre vite le parole del Pontificale Romano che pronuncerò al momento di consegnarvi il libro dei Vangeli: "Abbi cura di credere ciò che leggi, di insegnare ciò che credi, di imitare ciò che insegni"
Pontificale Romanum, De ordinatione diaconorum, ed. typica, Romae, 1968, p. 28.

Quello che leggiamo, crediamo ed insegniamo è Cristo; Egli è, pertanto, Colui che dobbiamo imitare. "E' normale —sono anche queste parole del Papa Giovanni Paolo II— che noi cerchiamo continuamente di conformarci a Cristo, di cui siamo i ministri, conformare non solo gli atti del ministero, ma i nostri pensieri, l'attaccamento del nostro cuore, la nostra condotta, quali discepoli che arrivano ad incarnare i misteri della sua vita (...). Questo, evidentemente, presuppone una vera intimità con Cristo nella preghiera. Tutta la nostra persona e tutta la nostra vita rimandano a Cristo"
Giovanni Paolo II, Meditazione ai sacerdoti, diaconi e seminaristi in Ars, 6-X-1986; "L'Osservatore Romano", 7-X-1986, p. 8.

Considerate, inoltre, che il massimo dono lasciato da Cristo alla sua Chiesa è la Sacra Eucarestia, Gesù stesso presente per amore nelle specie sacramentali come alimento delle nostre anime. Quando riceverete l'ordine del presbiterato, vi sarà conferito l'immenso privilegio di poter consacrare il suo Corpo e il suo Sangue. Ma fin d'ora, mediante il diaconato, giungete ad essere ministri ordinari dell'amministrazione dell'Eucarestia
Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dog. Lumen gentium, n. 29.
Vivete dunque con estrema delicatezza l'antica raccomandazione della Chiesa: "Sancta sancte tractanda sunt", le cose sante devono essere trattate con santità. Considerate "lo spessore dell'affermazione conciliare che vede la liturgia cristiana non come un insieme di cerimonie e riti esteriori o come la somma di leggi, e neppure come una forma di culto fra le tante, che promana dall'innata religiosità dell'uomo, ma come esercizio del sacerdozio di Cristo (Sacrosanctum Concilium, n. 7), come culto spirituale, animato cioè dallo Spirito ed espresso in segni veri e vitali, che, a partire dal momento più propriamente celebrativo, si amplificano ed in un certo modo si inverano in gesti concreti di amore e di servizio a Dio ed ai fratelli. In una parola, tutta la vita è destinata a diventare così interamente sacerdotale e quindi missionaria (cfr. Rm 12, 1 ss)"
Ugo Card. Poletti, Prolusione nella XXXVII Settimana liturgica nazionale, ne "La rivista diocesana di Roma" (1986) n.5, p. 952.

Quando per la terza volta mi dispongo ad imporre le mani a un gruppo internazionale di membri della Prelatura Opus Dei —lo sottolineo con profonda gioia del mio cuore e con sincera amicizia per il vostro Prelato— mi risulta spontaneo fare una breve riflessione circa un tema del quale si occuperà con sollecitudine l'ormai prossimo Sinodo su "La vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo"
Cfr. Lineamenta, n. 19.

Mi riferisco cioè alla distinzione di funzione che i laici e i chierici hanno nella Chiesa per la loro distinta partecipazione all'unico sacerdozio eterno di Cristo. In un certo modo, questa cerimonia manifesta in modo ammirabile tale importante realtà ecclesiale. Fino ad ora, carissimi ordinandi, avete esercitato il vostro sacerdozio comune, e rispondendo alla chiamata della vostra vocazione battesimale, suggellata più tardi con quest'altra chiamata che è la vocazione all'Opus Dei, vi eravate impegnati —come diceva Mons. Escrivá— a santificare il mondo ab intra, dall'interno: essendo fermento cristiano in mezzo al vostro ambiente professionale. Tutti, infatti, dopo aver ottenuto una laurea civile, avete svolto la vostra professione cercando con sincera testimonianza di convertire il vostro lavoro in orazione e in apostolato, in conversazione filiale con Dio e in dialogo fraterno con gli uomini.

Adesso, invece, abbandonato il vostro lavoro professionale in mezzo al mondo, e dopo una lunga ed intensa preparazione specifica per il sacerdozio, entrate a far parte della Gerarchia della Chiesa per una nuova ed essenzialmente distinta partecipazione al sacerdozio di Cristo. Una partecipazione che vi segnerà con un'impronta indelebile, destinata a corroborarsi quando il Papa Giovanni Paolo II vi conferirà il presbiterato. "Le due forme di partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo non sono dunque parallele e tantomeno alternative, ma esprimono due diversi (ed integranti) aspetti della missione di Cristo e del mistero di comunione della Chiesa (...). Come infatti il sacerdozio ministeriale perderebbe significatività e valore indipendentemente dal sacerdozio comune, così questo non potrebbe sussistere e realizzarsi senza il contributo vitale che quello è destinato a offrirgli"
Ugo Card. Poletti, cit. , p. 953.

Non si può separare il sacerdozio ministeriale gerarchico dal sacerdozio comune. Sarebbe come dividere l'unico Corpo mistico di Cristo, la Chiesa. I due sacerdozi sono integranti dell'unico completo sacerdozio di Cristo, unico Eterno Sacerdote. A partire da adesso vi dedicherete esclusivamente a offrire questo vostro "contributo vitale" per lo sviluppo dell'anima sacerdotale di tutti i membri laici della Prelatura, e di moltissimi altri cristiani, in intima unione e collaborazione con il vostro Prelato e, perciò stesso, solidamente vincolati al Vicario di Cristo sulla terra e a tutti i Vescovi delle Chiese locali ove svolgerete il vostro ministero. Con questo vostro lavoro, in cooperazione organica con i fedeli laici dell'Opus Dei, parteciperete, fin d'ora in un modo nuovo, all'efficace servizio che la vostra Prelatura realizza in tutto il mondo a favore delle Chiese locali, come io ho la gioia di toccare con mano per quanto riguarda la diocesi di Roma, dove operate in larga misura e con tanta efficacia.

Amatissime sorelle e fratelli, tutta la Chiesa di Roma si rallegra in questo momento per la solenne cerimonia che oggi si celebra in questa Basilica di Sant'Eugenio. Alla gioia ed alla riconoscenza motivate dalla chiamata divina di questi nostri fratelli per configurarsi sacramentalmente con Cristo sacerdote, dobbiamo unire i nostri rinnovati desideri di attuare con più fecondità l'anima sacerdotale che tutti abbiamo ricevuto con il Battesimo. Tutti formiamo parte de "la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui"
1 Pt 2, 9.

Consideriamo tutti seriamente questo consiglio che ci porge il Servo di Dio Josemaría Escrivá: "Meditalo adagio: è molto poco quel che mi si chiede, rispetto al molto che mi si dà"
Solco, n. 5; ed. Ares, Milano, 1986.

Ci si dà Dio stesso, con la sua Incarnazione, con la sua morte in Croce e con la sua Risurrezione, con la sua ineffabile presenza reale nell'Ostia Santa, con la sua efficace dimora nella nostra anima in grazia. Ci si chiede amore, corrispondenza alla sua grazia, lealtà alla Chiesa, al Magistero del Romano Pontefice e di tutti i Pastori in comunione con lui, ci si chiede generosa dedizione agli altri... Per ottenere tutto questo, il Signore ci elargisce, inoltre, i mezzi, e, conoscendo la nostra debolezza, ci offre la misericordia del suo perdono attraverso il sacramento della Penitenza.

Gesù ci dona anche sua Madre Santa Maria, nell'affidarcela come Madre nostra. A Lei raccomandiamo dunque i nostri buoni propositi di servire meglio suo Figlio con amore e generosità e per Lui, con Lui e in Lui, tutte le anime che hanno bisogno di Lui. A Maria Santissima e al suo castissimo sposo San Giuseppe, la cui solennità ci disponiamo a celebrare tra pochi giorni, affidiamo questi nostri fratelli affinché, mediante la loro potente intercessione, si compia in essi la parola della liturgia dell'ordinazione: Qui coepit in te opus bonum, Deus, ipse perficiat
Pontificale Romanum, De ordinatione diaconorum, ed. typica, Romae, 1968, p. 16.

Dio porti a compimento l'opera di bene, che Egli in voi ha cominciato. Amen.

Romana, Nº 4, Gennaio-Giugno 1987, p. 119-123.

Invia ad un amicoInvia ad un amico