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“Abbondanza di luce”, intervista concessa ad Avvenire, Italia (23-II-2014)

“Giungiamo a essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?”. Con queste parole della Evangelii gaudium (n. 8), il Papa Francesco ci ricorda la nostra divinizzazione, cioè quell’elevazione che ci viene concessa come dono di Dio. In Cristo scopriamo chi è la persona umana e la grandezza della sua vocazione (cfr. Gaudium et spes, n. 22). Dall’incontro con Gesù nasce il desiderio di condividere con gli altri la gioia che sperimentiamo noi (cfr. EG, n. 3). Francesco ci invita a “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (EG, n. 20). Infatti è motivo di preoccupazione pensare che “tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo” (EG, n. 49). Proprio questo mi sembra uno dei grandi insegnamenti per la Chiesa contemporanea proposti dall’Esortazione apostolica.

L’«uscita» a cui il Papa ci invita esprime ciò che si denominava tradizionalmente nella Chiesa con i termini di “apostolato” ed “evangelizzazione”: attività che si contraddistinguono, fra l’altro, per l’assoluto rispetto della libertà di ciascuno, e che non hanno nulla a che vedere con l’accezione negativa del termine “proselitismo”, attribuitagli soprattutto nel XX secolo. Lo precisa il Papa al n. 14 quando afferma che «la Chiesa non cresce per proselitismo ma “per attrazione”». La dottrina di Cristo esclude inequivocabilmente qualsiasi atteggiamento irrispettoso della libertà altrui e chiuso alla dignità della persona. Dio vuole essere amato nella verità, il che presuppone una scelta libera. Ogni vocazione è una storia d’amore e un incontro fra due libertà: la chiamata di Dio e la risposta dell’uomo.

Qualsiasi coazione, fisica o morale, è incompatibile con la dignità umana e con il messaggio evangelico. Il Cardinale Bergoglio ha sempre messo in guardia da quelle sètte che, con il denaro, con promesse materiali o con mezzi poco chiari, cercano di arruolare persone, magari in condizioni precarie, sfruttando una sete di Dio che forse noi cristiani non sempre siamo stati capaci di cogliere.

La chiave risolutiva, che caratterizza l’atteggiamento autenticamente cristiano, è l’Amore. Papa Francesco adopera parole e compie gesti evangelici da cui esso traspare: “invito” (EG, nn. 3, 18, 33, 108), “insisto” (EG, n. 3); parla di un “cuore traboccante” (EG, n. 5) e incoraggia a entrare “in questo fiume di gioia” (EG, n. 5) costituito dalla comunità cristiana; spinge a non mettere condizioni non necessarie per ricevere il Battesimo o il sacramento della Confermazione. Recentemente, all’Angelus, Francesco faceva considerare la possibilità che Cristo stesse passando in mezzo a coloro che lo stavano ascoltando in piazza San Pietro.

«Entrare»: Gesù Cristo rimproverò aspramente gli scribi e i farisei: “Non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare” (Mt 23, 13). Lasciar entrare, permettere che si entri, invitare a entrare: la forza che attrae – diceva san Josemaría Escrivá – consiste nella “abbondanza di luce”, la simpatia umana, la preghiera e il sacrificio personale, la presenza di Cristo nel cristiano: “L’amore vero è un uscire da sé stessi, è un darsi” (È Gesù che passa, n. 43). È questo il senso dell’apostolato cristiano, il senso originario del termine proselitismo, come è stato inteso tradizionalmente nella Chiesa, prendendolo dall’ebraismo. Lacordaire adoperava questa formula lapidaria: “Come non esiste un cristiano senza amore, nemmeno esiste un cristiano senza proselitismo”.

L’apostolato da persona a persona richiede di dedicare del tempo al prossimo, e non ha altra forza se non quella della preghiera, della pazienza caritatevole, della comprensione, dell’amicizia, dell’amore per la libertà. Presuppone di uscire da sé stessi per preoccuparsi degli altri e condividere con loro quanto di più vero, di più buono e di più bello si possiede: la nostra vocazione cristiana. Una conversazione “sempre rispettosa e gentile”; “il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore” (EG, n. 128). Il “seguimi” di Cristo, lungi dal forzare, rispettava la libertà di ognuno. Lo manifesta in modo tristemente eloquente il dialogo con il giovane ricco. E oggi? Francesco sottolinea che “quando abbiamo più bisogno di un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo, molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero” (EG, n. 81).

La luce del Vangelo è “luce che attrae” (EG, n. 100) perché è la legge dell’amore che ci invita a fare il bene (EG, nn. 100-101). Vedendo le opere buone del cristiano, il prossimo si sente portato a dar gloria a Dio (cfr. Mt 5, 16): scoprire e lodare l’ineffabile amore di Dio, cioè una luce divina e non semplicemente umana. In questo senso, l’apostolato – il santo zelo per le anime – dà testimonianza della luce, come dice Giovanni (1, 7), dà abbondanza di luce, senza la benché minima ombra d’imposizione, con grande delicatezza, perché Dio vuole soltanto amore, e perciò agisce con mitezza: con vigore e benignità (cfr. Sap 8, 1). Nel Messaggio per la XX Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (2 febbraio 1983) il beato Giovanni Paolo II affermava: “Non deve esistere nessun timore nel proporre direttamente a una persona giovane o meno giovane le chiamate del Signore. È un atto di stima e di fiducia. Può essere un momento di luce e di grazia”.

“Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2, 3-4). Proprio la ricerca del bene altrui porta a condividere l’amore di Gesù, facendo propri i sentimenti del Signore, proiettati verso il futuro della Chiesa, in quanto suo Corpo di cui tutti noi siamo membra. L’eventuale timidezza, che potrebbe derivare da una mancanza di fede e di umiltà, si supera con la luce di Cristo che ogni cristiano trasmette.

Quale luce? Benedetto XVI concludeva la sua prima Enciclica con queste parole: l’amore “è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati a immagine di Dio. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo” (Deus caritas est, n. 39). In perfetta continuità, Francesco puntualizza nella sua prima Enciclica che “il movimento di amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito ha percorso la nostra storia; Cristo ci attira a Sé per poterci salvare (cfr. Gv 12, 32)” (Lumen fidei, n. 59).

Agli antipodi di un malinteso proselitismo che non rispetta la persona, c’è l’apostolato inteso come attrazione, cioè la proposta, trasparente e rispettosa, di una dedizione generosa – quella a cui appunto si riferisce il Papa – che racchiude una testimonianza pienamente consapevole della libertà e della dignità della persona e rende partecipe il cuore del cristiano dell’amore divino e umano di Gesù. Un cuore che non può soffocare il proprio slancio di comunicare la gioia del Vangelo.


+ Javier Echevarría
prelato dell’Opus Dei

Romana, Nº 58, Gennaio-Giugno 2014, p. 60-6.