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Discorso pronunciato il 9 maggio da Mons. Echevarria presso il Pontificio Ateneo della Santa Croce in occasione di un atto “in memoriam” di Mons. Álvaro del Portillo, Vescovo Prelato dell’Opus Dei e Primo Gran Cancelliere dell’Ateneo.

Il 15 settembre 1994 ricorreva il diciannovesimo anniversario dell’elezione di Mons. Alvaro del Portillo quale primo successore del Beato Josemaría Escrivá alla guida dell’Opus Dei. Purtroppo non potemmo festeggiarlo qui sulla terra, perché pochi mesi prima don Alvaro con il suo incancellabile sorriso aveva risposto all’ultima chiamata del Signore e ci aveva lasciato. Sicché quel giorno tutta la comunità accademica del Pontificio Ateneo della S. Croce —professori, personale amministrativo e studenti— decise di testimoniare la propria gratitudine verso la carissima persona del proprio primo Gran Cancelliere, lasciando scolpito nel marmo il ricordo dell’esemplare sollecitudine con cui egli aveva profuso le proprie energie nella creazione dell’Ateneo stesso e ne aveva guidato l’attività.
L’odierna cerimonia, compimento di quella decisione, si svolge senza solennità: ogni formalismo sarebbe estraneo allo stile con cui S.E. Mons. Alvaro del Portillo, Vescovo Prelato dell’Opus Dei, prodigò fattivamente la propria vita al servizio della Chiesa, dimostrandosi —in questo come in tutto— fedelissimo figlio del Beato Josemaría. Perciò, questo doveroso omaggio della nostra gratitudine vuole essere anzitutto espressione dei sentimenti filiali che a lui ci uniscono e si traducono nell’impegno sincero di seguire il suo esempio di amore e di fedeltà alla Chiesa.
«Siate riconoscenti, figli miei, e sarete fedeli. E ricordate che una delle migliori espressioni della gratitudine è servire» [1]: queste parole, scritte da don Alvaro in occasione delle festività natalizie del 1977, sintetizzano bene ciò che desideriamo sottolineare in questa cerimonia familiare. Esse sono un invito a servire la Sposa di Cristo, ma sempre in spirito di gratitudine: con gioia, anche quando si fanno sentire il peso della giornata e il caldo [2]; nella certezza che la vostra fatica non è vana nel Signore [3]; e con assoluta fedeltà al deposito della fede, perché anche se la cultura dominante sembra talvolta incoraggiare incertezze e deviazioni, non possiamo mai dubitare che Dio è Padre e con la sua Rivelazione ci conduce alla felicità senza ombre dell’eternità beata.
Al termine di quella lettera, dopo una pressante esortazione ad incrementare la nostra preghiera per il Papa che, con Santa Caterina da Siena ed il Beato Josemaría, don Alvaro amava chiamare il dolce Cristo in terra, concludeva con la sua abituale e disarmante semplicità: «E pregate per me: aiutatemi ad avvicinarmi al Signore con il peso benedetto dei vostri e dei miei desideri di santità. Io prego per tutti: vi porto continuamente nel cuore e nella mente e, con San Giovanni, ripeto: maiorem horum non habeo gratiam, quam ut audiam filios meos in veritate ambulare (3 Gv, 4): fedeli, nel vostro servizio alla verità di Dio» [4].
Oggi, noi tutti, mentre attestiamo la più sentita e filiale gratitudine a don Alvaro, riaffermiamo le nostre risoluzioni di cercare di compiere serenamente, con il suo stesso spirito di fedeltà gioiosa, il nostro quotidiano lavoro, volgendolo ad un sempre più fecondo servizio della verità che Dio ha voluto affidare alla sua Chiesa.

[1] 1. Lettera, dicembre 1977.

[2] 2. Mt 20, 12.

[3] 3. 1 Cor 15, 58.

[4] 4. Lettera, dicembre 1977.

Romana, Nº 22, Gennaio-Giugno 1996, p. 60.