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Murcia 11-XI-2005 Durante il Congresso Eucaristico della UCAM

EUCARISTIA E PENITENZA
Riflessioni teologico-pastorali

Desidero iniziare il mio intervento citando alcune parole di San Josemaría Escrivá, un sacerdote santo che amò appassionatamente i due sacramenti che mi accingo a trattare. Parlava anche lui, come noi, in prossimità del Natale.

«Giorni di Natale, inizio del 1939. Rinascere e continuare, cominciare e proseguire. Nelle cose materiali, inerzia vuol dire non cambiare: che non si muova ciò che è fermo, che non si fermi ciò che si muove. Ma sul piano spirituale, proseguire e continuare non è mai inerzia. Ritorniamo alla stessa meta, sempre la stessa: Dio con noi, Gesù bambino; e noi, guidati dagli Angeli, andiamo ad adorare il Dio Bambino, che la Vergine e S. Giuseppe ci mostrano. Nel corso dei secoli, da tutti i confini della terra, gravati e animati dalla fatica di tante attività umane, arriveranno magi al Presepe perenne del tabernacolo. Impégnati e lavora, preparando la tua offerta – il tuo lavoro, il tuo dovere – all’Epifania di tutti i giorni» [1].

Ecco il mio proposito: alimentare il desiderio di avvicinarci al Presepe perenne del tabernacolo per approfondire la nostra comprensione dell’augusto Sacramento dell’Eucari-stia, protetti dall’amore riposto in Cristo da Maria e Giuseppe; con la trepidazione di frequentare l’Emmanuele, Dio con noi, e con il desiderio di riceverlo con il corpo e con l’anima abbelliti dalla più grande purezza possibile, aiutati in questo dal meraviglioso Sacramento del perdono, che anticipa per la creatura la felicità del cielo.
«La Chiesa del nuovo Avvento, la Chiesa che si prepara di continuo alla nuova venuta del Signore, deve essere la Chiesa dell’Eucaristia e della Penitenza. Soltanto sotto questo profilo spirituale della sua vitalità e della sua attività, essa è la Chiesa della missione divina, la Chiesa in statu missionis, così come ce ne ha rivelato il volto il Concilio Vaticano II» [2]. Con queste parole l’amatissimo Papa Giovanni Paolo II, nella sua prima Enciclica, Redemptor hominis, ha messo in rilievo il ruolo determinante dell’Eu-caristia e della Penitenza nella vita della Chiesa, pellegrina nella storia. Sulla terra la Chiesa vive dell’Eucaristia, cresce e si fortifica grazie all’Eu-caristia, è costantemente chiamata alla conversione, purificata e unita più strettamente a Cristo attraverso l’Eu-caristia e la Penitenza. Così si edifica veramente come Corpo di Cristo e si prepara efficacemente all’incontro definitivo con Lui.

Nel recente Sinodo dei Vescovi dedicato all’Eucaristia fonte e culmine della vita cristiana, si è riflettuto ampiamente sull’importanza di questi due sacramenti nella vita ecclesiale, sottolineando il fatto che non pochi fedeli non conoscono a fondo i tesori di grazia che la misericordia divina ci dona attraverso l’Eucaristia e la Penitenza, e ignorano altresì le condizioni per ricevere degnamente la santa Comunione. È diventata, dunque, particolarmente necessaria un’ade-guata azione formativa e un’efficace azione pastorale, in modo che, come si legge nella proposizione settima del Sinodo, si recuperi decisamente «la pedagogia della conversione che nasce dall’Eucaristia e si favorisca per questo motivo la confessione individuale frequente» [3].

In questo intervento tratterò della specifica efficacia redentiva della celebrazione dell’Eucaristia e del sacramento della Penitenza, con un particolare riferimento ai legami che uniscono i due sacramenti. Nella prima parte affronterò il tema dell’Eucari-stia, fonte della riconciliazione degli uomini con Dio in Cristo. Nella seconda farò riferimento alla relazione Eucaristia-Penitenza, alla partecipazione della grazia redentiva della Croce. Infine mi occuperò della necessità del sacramento della Penitenza per ricevere con frutto la Comunione eucaristica.

L’Eucaristia, fonte della riconciliazione degli uomini con Dio

«Io sono il pane vivo disceso dal cielo», disse Gesù a Cafarnao, annunciando il sacramento dell’Eucaristia che avrebbe istituito nel Cenacolo di Gerusalemme. E aggiunse: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

Gesù si manifestò agli uomini come inviato dal Padre per liberarci dal potere del peccato, riconciliarci con Dio (cfr. Col 1,13-20) e renderci partecipi della sua stessa vita divina, fino al punto da trasformarci in Lui e farci partecipare alla stessa comunione di vita e di amore della Trinità Santissima (cfr. Gv 17,22). Promesse compiute mediante il mistero pasquale della sua morte e risurrezione, anticipato sacramentalmente nell’Ultima Cena. Da allora, nella Santa Messa, Gesù Cristo continua a compiere questa missione: porta l’amore, il perdono e la pace di Dio nel mondo; concede questi doni agli uomini che credono in Lui, a quelli che accolgono con fede la grazia che offre loro, ispirando nelle loro anime nuove disposizioni che li rendano capaci di crescere nell’unione con Dio e di rimanere nell’amicizia divina.

Agisce in questo senso mediante il ministero della Chiesa, popolo sacerdotale organicamente strutturato. Attraverso i secoli, la Chiesa annuncia, come Cristo stesso e con la sua autorità, il vangelo della conversione e della penitenza; conduce gli uomini, con la parola e con l’esempio, verso Cristo Redentore; li dispone all’in-contro personale, intimo, con Lui mediante la predicazione e la celebrazione dei sacramenti.

Con la sua vita, morte e glorificazione il Signore operò la redenzione una volta per sempre; però desidera che gli uomini e le donne, creati a sua immagine e somiglianza, collaborino personalmente e attivamente nell’applica-zione concreta dell’opera di salvezza. Tiene conto della libertà umana, secondo la nota espressione di Agostino d’Ippona: «Colui che ti fece senza te, non ti giustifica senza di te» [4]. Questa trasformazione si compie mediante la fede e i sacramenti, in modo particolare nell’Eucaristia: ogni volta che si celebra la Santa Messa, si fa presente il sacrificio della Croce che ha guadagnato a tutti noi la grazia salvifica. Perciò la Santa Eucaristia è e si trova al centro e alla radice dell’economia divina del perdono e della riconciliazione, proprio perché è il memoriale del Sacrificio di Gesù Cristo. La realtà salvi-fica di un così ineffabile Mistero trae origine dall’amore di Cristo (cfr. Gv 13,1), che la istituì per rendere più facile agli uomini di tutti i tempi il contatto vitale con il suo olocausto perfetto: «Fate questo in ricordo di me» (Lc 22,19). Mediante un così augusto Mistero entriamo in comunione con Cristo e con la sua opera di redenzione e, in modo particolare, col suo nucleo più profondo: l’atto perfettissimo di amore e di obbedienza alla volontà del Padre con il quale vinse il potere del peccato e della morte. A una grazia tanto ineffabile alludeva Papa Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica: «Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e “si effettua l’opera della nostra redenzione”. Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente» [5].

La presenza eucaristica reale e attuale del sacrificio di Cristo edifica la Chiesa. Ogni volta che i cristiani si riuniscono per celebrare l’Eucaristia del Signore, celebrano e vivono il mistero della propria riconciliazione, operata una volta per sempre nella Pasqua di Cristo, che però li raggiunge qui e ora nella Chiesa.
Con mirabile forza lo ha sottolineato Benedetto XVI nel primo messaggio alla Chiesa, dopo la sua elezione a successore di Pietro: «L’Eucaristia rende costantemente presente il Cristo risorto, che a noi continua a donarsi, chiamandoci a partecipare alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Dalla piena comunione con Lui scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa», perché costituisce il «cuore della vita cristiana e [la] sorgente della missione evangelizzatrice della Chiesa» [6].

San Josemaría Escrivá affermava la stessa realtà con queste parole: «L’a-more della Trinità per gli uomini fa sì che dalla presenza di Cristo nell’Eu-caristia derivino tutte le grazie per la Chiesa e per l’umanità. Questo è il sacrificio predetto da Malachia [...]. È il sacrificio di Cristo, offerto al Padre con la cooperazione dello Spirito Santo: oblazione di valore infinito, che rende eterna in noi la Redenzione che i sacrifici dell’antica legge non hanno potuto realizzare. La Santa Messa ci pone così di fronte ai misteri principali della fede, in quanto è il dono che la Trinità fa di se stessa alla Chiesa. Si comprende allora come la Messa sia il centro e la radice della vita spirituale del cristiano» [7].

Unicamente per mezzo dell’Eu-caristia abbiamo accesso al sacrificio redentore di Cristo; e non solamente attraverso un ricordo pieno di fede, ma in modo speciale mediante un contatto attuale, attraverso il memoriale sacramentale istituito dallo stesso Redentore. Giovanni Paolo II, nel-l’esporre questa dottrina, ha scritto: «La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica. Quello che si ripete è la celebrazione memoriale, la “ostensione memoriale” (memorialis demonstratio) di esso, per cui l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo» [8].

Grazie a questa attualizzazione del sacrificio di Cristo e alla nostra partecipazione diretta alla sua celebrazione, «l’uomo e il mondo vengono restituiti a Dio per mezzo della novità pasquale della Redenzione. Questa restituzione – ribadiva Giovanni Paolo II nella Lettera Dominicae Cenae non può venir meno: è fondamento della “nuova ed eterna Alleanza” di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Se venisse a mancare si dovrebbe mettere in dubbio sia l’eccellenza del sacrificio della Redenzione, che pure fu perfetto e definitivo, sia il valore sacrificale della Santa Messa. Pertanto l’Eucaristia, essendo vero sacrificio, opera questa restituzione a Dio» [9].

Ogni volta che celebra l’Eucari-stia, la Chiesa supplica il Padre affinché, in virtù del sacrificio redentore del Figlio e mediante l’azione dello Spirito Santo, arrivi la salvezza all’u-manità intera. Questo si chiede nelle Preghiere Eucaristiche, che spesso fanno riferimento all’opera di riconciliazione di Cristo, e nelle quali chiediamo al Padre che «questa Vittima di riconciliazione [Gesù] porti la pace e la salvezza al mondo intero» [10].

Tuttavia, per ottenere il perdono concesso gratuitamente da «Dio, ricco di misericordia» (Ef 2,4), e per far sì che la forza redentrice della Croce arrivi fino a noi, si richiede da parte nostra la conversione e la vera penitenza, che porta a rettificare non solo i sentimenti e gli affetti disordinati, ma tutta la condotta, accogliendo la grazia che Dio ci offre e cercando di corrispondere pienamente al suo amore. Non è opera della creatura, ma una grazia di Dio. Ecco perché riveste tanta importanza la preghiera della Chiesa che, nella celebrazione dell’Eucaristia, implora da Dio Padre, in Cristo e con lo Spirito Santo, il tesoro della conversione per tutti gli uomini.

Se vogliamo trasformare il mondo, che tante volte vediamo lacerato da incomprensioni, ingiustizie, odi e violenze, che hanno come radice fondamentale i peccati personali degli uomini, dobbiamo perseverare nella preghiera al Padre chiedendogli, nel nome di Gesù (cfr. Gv 15,16), con la grazia dello Spirito Santo, la conversione dei peccatori e il dono della carità per tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.

La preghiera al Padre, in Cristo e con il Paraclito, costituisce l’anima dell’apostolato che noi cristiani dobbiamo compiere in mezzo al mondo. Nell’Eucaristia, infatti, si trova il germe fondamentale del dono della contrizione, che cambia i cuori induriti dal peccato e rende possibile la piena conversione a Dio. A proposito di questa verità, è necessario riferirsi al magistero del Concilio di Trento, nel quale la Chiesa ebbe modo di riflettere ampiamente e chiarire i termini fondamentali della relazione tra l’Eucaristia e la Penitenza. Quel Concilio insegna che il sacrificio della Messa «è veramente propiziatorio, e che per mezzo di esso, se con cuore sincero e retta fede, con timore e rispetto, ci accostiamo a Dio contriti e pentiti, possiamo “ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento propizio” (Eb 4,16). Placato, infatti, da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi» [11].

In questo testo non si afferma che il Sacrificio dell’Altare rimette direttamente i peccati mortali, ma il perdono dei peccati viene attribuito al dono della penitenza che si impetra e si ottiene nel Sacrificio della Messa, e che include sempre la necessità di ricevere il sacramento della Penitenza.

Questo dono del cielo ci arriva come frutto della carità di Cristo: «L’Eucaristia significa questa carità, e perciò la ricorda, la rende presente e insieme la realizza. Tutte le volte che partecipiamo ad essa in modo cosciente, si apre nella nostra anima una dimensione reale di quell’amore imperscrutabile che racchiude in sé tutto ciò che Dio ha fatto per noi uomini e che fa continuamente, secondo le parole di Cristo: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Insieme a questo dono insondabile e gratuito, che è la carità rivelata, sino in fondo, nel sacrificio salvifico del Figlio di Dio, di cui l’Eucaristia è segno indelebile, nasce anche in noi una viva risposta d’amore. Non soltanto conosciamo l’amore, ma noi stessi cominciamo ad amare. Entriamo, per così dire, nella via dell’amore e su questa via compiamo progressi. L’amore, che nasce in noi dall’Eucaristia, grazie ad essa si sviluppa in noi, si approfondisce e si rafforza» [12]. In tal modo, per mezzo dell’amore che ci viene offerto nell’Eucaristia, maturiamo una crescente unione con Cristo.

In definitiva, ogni anima riceve la salvezza nella misura in cui entra in contatto vitale con il Redentore, con il suo amore e con la sua obbedienza al Padre, e si decide a morire con Cristo al peccato per vivere con Lui in Dio (cfr. Col 3,3). Certamente, il sacrificio pasquale di Cristo – la sua Passione, Morte e Risurrezione – fu di per sé sufficiente a perdonare tutti i peccati degli uomini. Tuttavia l’uomo ottiene la remissione dei suoi peccati a seconda del modo in cui partecipa della virtù del sacrificio di Cristo. E questo modo è diverso nell’Eucaristia e nella Penitenza.

La relazione Eucaristia-Penitenza nella partecipazione della grazia redentrice della Croce

Nel santo sacramento della Penitenza la partecipazione ai frutti del Sacrificio della Croce si compie attraverso gli atti che appartengono all’es-senza del segno sacramentale: da parte del soggetto, gli atti di contrizione, la confessione dei peccati e l’accetta-zione della penitenza; da parte del ministro di Cristo e della Chiesa, l’assoluzione. Grazie a questi atti, il cristiano è configurato in modo singolare alla morte e risurrezione di Cristo. In tal senso Giovanni Paolo II ha affermato: «La nostra riconciliazione con Dio, il ritorno alla casa del Padre, si attua mediante Cristo. La Sua passione e morte in Croce si collocano tra ogni coscienza umana, ogni peccato umano, e l’infinito Amore del Padre. Tale Amore, pronto a sollevare e perdonare, non è altro che la Misericordia. Ognuno di noi nella conversione personale, nel pentimento, nel fermo proposito di ravvedimento, infine nella confessione, accetta di compiere una personale fatica spirituale, la quale è prolungamento e riverbero lontano di quella fatica salvifica che ha intrapreso il nostro Redentore» [13]. Mediante gli atti penitenziali del soggetto e l’assoluzione del ministro, il peccatore è effettivamente configurato a Cristo, vincitore del peccato, e riconciliato con Dio.

Nel caso dell’Eucaristia, la partecipazione alla grazia redentrice della Croce esige dall’uomo la fede in Dio Salvatore, l’implorazione del perdono divino, l’accoglimento del dono della conversione e della penitenza, e l’unione con Cristo e con i fratelli attraverso la carità. Partecipando alla celebrazione del sacrificio eucaristico con fede, speranza e amore a Cristo Redentore, il cristiano, mosso al pentimento dalla forza dello Spirito Santo, può ottenere la riconciliazione con Dio. Ma questo non vuol dire che l’Eucaristia è un’al-ternativa al sacramento della Penitenza per ottenere la remissione dei peccati gravi. In altre parole, l’Euca-ristia non perdona le nostre offese al Signore: ci procura la grazia per accedere alla fonte del perdono nel Sacramento della Penitenza.
Giovanni Paolo II è intervenuto con chiarezza diverse volte su questo argomento; qui basterà citare, come esempio, le parole da lui rivolte nel 1981 a un gruppo di Vescovi in visita ad limina: «Non è conciliabile con l’in-segnamento della Chiesa la teoria secondo la quale l’Eucaristia perdonerebbe il peccato mortale senza che il peccatore ricorra al sacramento della Penitenza. È vero che il Sacrificio della Messa, da cui proviene alla Chiesa ogni grazia, ottiene al peccatore il dono della conversione, senza cui il perdono non è possibile, ma ciò non significa affatto che coloro che hanno commesso peccato mortale possano accostarsi alla comunione eucaristica senza essersi prima riconciliati con Dio mediante il ministero sacerdotale» [14].

L’Eucaristia, fonte e apice di tutta la vita della Chiesa [15], e dunque della sua dimensione penitenziale e della sua lotta contro il peccato, non rende superflui gli altri sacramenti; neppure considera superflue le opere di penitenza e di purificazione interiore, tra le quali figurano in modo preminente l’orazione, il digiuno, l’elemosina e altri atti di mortificazione dei sensi e delle passioni disordinate.

Bisogna continuare a ripetere che, per chi è lontano da Dio a causa del peccato grave o mortale, la riconciliazione con Dio avviene solo nella misura in cui accolga pienamente il dono della conversione e della penitenza, che comprende necessariamente il proposito, almeno implicito, di riconciliarsi con Dio attraverso il ministero della riconciliazione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. Determinante a tal riguardo appare il testo del Concilio di Trento, che afferma: «Questa contrizione talvolta può essere resa perfetta dalla carità, e riconciliare così l’uomo con Dio prima ancora che riceva attualmente questo sacramento; tuttavia questa riconciliazione non è da attribuirsi a una contrizione priva del proposito, incluso in essa, di ricevere il sacramento» [16]. Gesù Cristo, nel concedere alla Chiesa, negli Apostoli, il potere di perdonare i peccati, vincolando il proprio perdono al perdono da essi concesso (cfr. Gv 20,23), fece di questo sacramento il mezzo ordinario di riconciliazione e, dunque, di salvezza, per il cristiano peccatore. Perciò il Magistero della Chiesa ha formulato esplicitamente, maternamente, si dovrebbe aggiungere, la necessità del sacramento della Penitenza, precisando che il peccatore battezzato non può recuperare la grazia senza la confessione dei propri peccati, almeno nel desiderio [17].

Tra la Penitenza e l’Eucaristia c’è una strettissima relazione. La Penitenza fa desiderare l’unione con Dio in Cristo, unione che in questo mondo raggiunge la massima espressione nell’Eucaristia. E l’Eucaristia propone, a sua volta, una continua chiamata alla conversione e alla penitenza. Nel Mistero eucaristico è presente il Figlio consustanziale al Padre; Colui mediante il quale tutto fu fatto; il Verbo eterno, che prese la nostra carne nel seno di Santa Maria, sempre Vergine; lo stesso che patì e morì per noi sulla Croce, che risuscitò e ascese glorioso al cielo; Colui che giudicherà il mondo alla fine dei tempi.

Quando consideriamo la grandezza di questo dono che Egli ci offre (la sua stessa Persona: corpo, sangue, anima e divinità, traboccante di amore per gli uomini, che vuole salvare), nasce in noi quasi spontaneamente un senso di indegnità: insieme al dolore per i nostri peccati, la necessità interiore di purificazione e il desiderio di essere più fedeli, di compiere ciò che Egli si aspetta e ci chiede.
I santi hanno provato in modo singolare questa attrazione dell’amore di Gesù. Nel contemplare la donazione del Signore nell’Eucaristia, quante volte ripeteva il Fondatore dell’Opus Dei: «Gesù è rimasto nell’Eucaristia per amore..., per te» [18]. «Gesù è rimasto nell’Ostia Santa per noi: per restare al nostro fianco, per sostenerci, per guidarci. E l’amore lo si ripaga unicamente con l’amore» [19]. Davanti all’amore redentore di Gesù, davanti alla sua donazione totale, il cuore credente rimane fulminato, colmo di ammirazione. «Io mi commuovo dinanzi a questo mistero d’Amore: il Signore cerca il mio povero cuore per farne il suo trono, per non abbandonarmi, a condizione che io non mi allontani da Lui» [20].

Lo stupore davanti alla sovrabbondanza, davanti alla “pazzia” dell’amore divino, lo portava a vivere in una continua conversione, a essere fedele in ogni momento della vita.

La chiamata alla conversione, al-l’amore, viene da Cristo e ci porta di nuovo a Cristo nell’Eucaristia. La pietà eucaristica rafforzerà in noi la nostra speranza, la nostra fiducia nella misericordia di Dio, anche aiutandoci a scoprire le nostre miserie e i nostri peccati, affinché li portiamo al sacramento della Penitenza; così, con la parola del perdono divino, alzeremo vittoriosa la Croce del Signore sulle nostre vite, sulle nostre debolezze.
«Se la prima parola dell’insegna-mento di Cristo, la prima frase del Vangelo-Buona Novella, era “convertitevi e credete al Vangelo (metanoèite)

– ha scritto Giovanni Paolo II -, il sacramento della Passione, della Croce e Risurrezione sembra rafforzare e consolidare in modo del tutto speciale questo invito nelle nostre anime. L’Eucaristia e la Penitenza diventano così, in un certo senso, una dimensione duplice e, insieme, intimamente connessa dell’autentica vita secondo lo spirito del Vangelo, vita veramente cristiana. Cristo, che invita al banchetto eucaristico, è sempre lo stesso Cristo che esorta alla Penitenza, che ripete il “convertitevi”. Senza il costante e sempre rinnovato sforzo per la conversione, la partecipazione all’Eucaristia sarebbe privata della sua piena efficacia redentrice, verrebbe meno o, comunque, sarebbe in essa indebolita la particolare disponibilità di rendere a Dio il sacrificio spirituale, in cui si esprime in modo essenziale e universale la nostra partecipazione al sacerdozio di Cristo. In Cristo, infatti, il sacerdozio è unito con il proprio sacrificio, con la sua donazione al Padre; e tale donazione, appunto perché è illimitata, fa nascere in noi, uomini soggetti a molteplici limitazioni, il bisogno di rivolgerci verso Dio in forma sempre più matura e con una costante conversione, sempre più profonda» [21].

In altri termini, nell’unità dell’or-ganismo sacramentale della Chiesa, l’Eucaristia e la Penitenza si completano nella lotta contro il peccato. Sono due sacramenti diversi e, allo stesso tempo, strettamente e intimamente uniti. Ognuno dei due ha effetti particolari e una finalità propria, ma in relazione con gli effetti e la finalità del-l’altro. L’Eucaristia annuncia sempre una chiamata al pentimento, alla conversione, a ricambiare l’amore di Cristo; e porta i peccatori alla Penitenza sacramentale: sia l’offerta del sacrificio che la Comunione richiedono per loro stessa natura che sia eliminata oggettivamente l’inimicizia tra il peccatore e Dio. La Penitenza ci prepara a partecipare, con un cuore limpido, all’oblazione liturgica della “Vittima pura, santa e immacolata”; a offrire le nostre vite al Padre, in Cristo, con la forza dello Spirito Santo; ad accogliere il suo Corpo e il suo Sangue, la sua Persona intera, nella Comunione eucaristica.

La Penitenza preliminare alla Comunione

La relazione tra l’Eucaristia e la Penitenza riceve una nuova e potente luce dal fatto che la pratica del sacramento della Riconciliazione, fin dalle origini del cristianesimo, è sempre avvenuta in funzione della partecipazione all’Eucaristia.
Già nel III secolo, parlando della Comunione eucaristica, Origene assicurava che «il profitto per chi la usa sta nel partecipare del Pane con mente immacolata e con pura coscienza» [22]. Vari secoli dopo, alla fine dell’epoca patristica in Occidente, Sant’Isidoro di Siviglia riassumeva così il sentire universale della Chiesa: «Se vi sono tali peccati che uno, come morto, viene allontanato dall’altare, si deve fare prima penitenza, e solo così si deve ricevere poi questo salutare medicamento. Infatti, chi mangia indegnamente, “mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,29)» [23].

Secondo la Tradizione viva della Chiesa, per chi ha peccato gravemente dopo il Battesimo, la riconciliazione con Dio e con la Chiesa attraverso il sacramento della Penitenza è condizione preliminare, indispensabile, per poter accedere alla Comunione eucaristica [24]. La legislazione ecclesiastica stabilisce al riguardo: «Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza premettere la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi l’opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima» [25].

Ai nostri giorni appare particolarmente necessario ricordare questa norma della Chiesa e mostrarne il fondamento dogmatico. Molti fedeli sembrano ignorarla; alcuni pensano che basti partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia per accedere lecitamente alla Comunione, senza prestare attenzione allo stato di peccato in cui si potrebbero trovare. Infatti, in molti luoghi dove il sacramento della Penitenza si amministra pochissimo, le Comunioni spesso sono frequentatissime e certe volte si avvicinano a ricevere il Santissimo Sacramento persone che persistono ostinatamente in un peccato grave manifesto. Basti pensare al caso dei fedeli che hanno contratto solo il matrimonio civile o che hanno costituito delle semplici unioni di fatto; o a quelli che, avendo ottenuto il divorzio civile di un matrimonio valido, hanno contratto una nuova unione civile; o il caso di quelli che prestano la loro collaborazione formale alla nascita, approvazione o applicazione di leggi civili in grave contrasto con la legge di Dio, come quelle che autorizzano l’aborto o l’eutanasia... [26].

D’altra parte, come molti Pastori hanno messo in evidenza durante l’ul-timo Sinodo dei Vescovi, molte persone hanno perduto il senso autentico del peccato: spesso analizzano la distinzione tra il bene e il male solo in base a criteri soggettivi, o riducono lo stato di peccato mortale a poche situazioni della vita, nelle quali si adotta una “opzione fondamentale”, intesa come rifiuto diretto e formale di Dio, ignorando la gravità della trasgressione dei precetti del decalogo, o che certi atti, inclusi nelle liste di peccati menzionati da San Paolo nella prima Lettera ai Corinzi (cfr. 1 Cor 6,9-10), nella Lettera ai Galati (cfr. Gal 5,19-21) e nella Lettera agli Efesini (cfr. Ef 5,5), allontanano gli uomini dall’amicizia con Dio e dal Regno dei Cieli.

Non mancano speciose ragioni che, appoggiandosi del tutto falsamente sulla Sacra Scrittura, che travisano, pretendono di giustificare la partecipazione alla Comunione sacramentale senza una precedente confessione dei peccati mortali. L’allora Cardinale Ratzinger, già alcuni anni fa, metteva in guardia dalla pericolosità della tesi secondo la quale l’Eucaristia sarebbe la continuazione delle cene con i peccatori, che Gesù aveva voluto compiere nel corso della sua vita per attrarli alla conversione con la sua amicizia. Secondo questa ipotesi, l’Eucaristia sarebbe la “tavola dei peccatori”, aperta a tutti, senza limitazioni. Alcuni, su questa stessa linea, sono arrivati ad affermare anche che al ricevimento del-l’Eucaristia non si possono porre condizioni previe, vincolate al sacramento del Battesimo o della Penitenza. In questi e in altri scritti, il Cardinale Ratzinger confutava queste apparenti ragioni, mettendo in evidenza come l’Ul-tima Cena di Gesù, che si perpetua nell’Eucaristia, non fu uno dei banchetti del Signore con pubblicani e peccatori. Al contrario, fu una cena molto particolare, la cena della Pasqua, che doveva celebrarsi in famiglia. Perciò Cristo quella sera si riunì solo con gli Apostoli, che costituivano la sua famiglia spirituale: quelli che aveva preparato con la sua parola e con la lavanda dei piedi a ricevere la Comunione dalle sue mani. Come affermava il Cardinale Ratzinger, l’Eucaristia non è il sacramento della riconciliazione, anche se presuppone detto sacramento, ma il “sacramento dei riconciliati”, di quelli che sono in grazia di Dio e sono già in comunione con Lui [27].

In una delle sue prime omelie come Romano Pontefice, Benedetto XVI ha toccato nuovamente e chiaramente questo punto: «L’Eucaristia, per la fede, è un mistero di intimità. Il Signore istituì il sacramento nel Cenacolo, circondato dalla sua nuova famiglia, dai dodici Apostoli, prefigurazione e anticipazione della Chiesa di tutti i tempi. Perciò, nella liturgia della Chiesa antica, la distribuzione della santa comunione era introdotta dalle parole: Sancta sanctis, il dono santo destinato a quelli che sono stati santificati. In tal modo, si aderiva all’esortazione di San Paolo ai Corinzi: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice” (1 Cor 11,28)» [28].

Diventa, dunque, particolarmente importante illuminare le coscienze con una catechesi integrale sia sul peccato sia sulla riconciliazione e lo stesso si può dire per la preparazione necessaria a ricevere l’Eucaristia. Ai giorni nostri è necessario dare spazio a questi temi nelle omelie e nella stessa celebrazione del sacramento della Penitenza, perché la Confessione si rivela come un mezzo di prim’ordine per la formazione delle coscienze. Infatti «la confessione sacramentale non è un dialogo umano, ma un colloquio divino; è un tribunale di sicura e divina giustizia, ma soprattutto di misericordia, con un giudice che, nel suo amore, “non gode della morte del peccatore, ma desidera che si converta e viva” (Ez 33,11)» [29]. Con una certa frequenza, riferendosi alla sua confessione, San Josemaría Escrivá ripeteva: Che gioia provo nella mia anima quando so di essere stato perdonato proprio da Gesù!
Non ha nessun valore il fatto che nella Sacra Scrittura non ci sia un testo che indichi esplicitamente la necessità, prima di avvicinarsi alla Santa Comunione, di aver confessato i peccati gravi a chi esercita il ministero della Riconciliazione. Fin dagli inizi della Chiesa è sempre stata giudicata come cosa gravissima, un sacrilegio, comunicarsi in peccato mortale, in quanto ci si riferisce direttamente al Corpo di Cristo che è santo ed esige che sia ricevuto santamente, secondo l’avvertimento di S. Paolo: «Chiunque in modo indegno mangia il Pane o beve il Calice del Signore sarà reo del corpo e del sangue del Signore» (1 Cor 11,27); in altre parole, chi si comunica in modo sacrilego si rende meritevole delle pene di chi maltratta il Corpo e il Sangue di Cristo. «Ciascuno, pertanto – continua l’Apostolo -, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11,28-29).

Nel corso dei secoli la Tradizione ha fondato su questo testo di S. Paolo non solo la determinazione delle condizioni richieste per ricevere degnamente l’Eucaristia, ma anche l’origine del precetto di confessare i peccati, prima di comunicarsi, a chi ha il potere di assolverli.

Ricevere con il dovuto riguardo l’Eucaristia significa volere l’unione con Cristo e, dunque, allontanare tutto ciò che è di ostacolo. Per questo, chi si trova in una condizione di peccato grave, prima di ricevere la Comunione deve ricorrere al sacramento della Penitenza.

La eliminazione del peccato e di tutte le sue conseguenze, il modo di riparare la disobbedienza e l’offesa di Dio, e così ottenere il perdono divino, non ha tolto nella Nuova Legge l’ar-bitrio dell’uomo, ma Cristo stesso lo ha stabilito chiaramente nei suoi tratti fondamentali, mediante il sacramento della Penitenza. Perciò la contrizione, se è veramente sincera, tende a riacquistare l’amicizia con Dio e comporta sempre, almeno implicitamente, il desiderio di ricevere il sacramento della Riconciliazione. Sarebbe falso il dolore dei peccati se fosse unito al rifiuto del mandato divino di confessarli al sacerdote nel sacramento della Penitenza, perché la contrizione procede dall’amore a Dio, che si rivela intrinsecamente incompatibile con il rifiuto di un precetto dato da Dio stesso: «Se mi amate – indicava Gesù ai suoi discepoli -, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).

Molto a proposito sembrano a questo punto le parole di Sant’Ago-stino: «Nessuno dica a se stesso: io da solo faccio penitenza davanti a Dio [...]. Allora, senza ragione fu detto “quello che scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel Cielo”? Invano alla Chiesa di Dio furono date le chiavi? Non basta, no, confessarsi a Dio; è necessario confessarsi a quelli che da Lui hanno ricevuto la facoltà e il potere di legare e sciogliere» [30].

Giovanni Paolo II alzò ripetuta-mente la sua voce paterna e affabile, sommamente comunicativa, per confermare la retta dottrina in questa materia. Nella sua ultima Enciclica, Ecclesia de Eucharistia, dichiarava: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’Apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione del-l’Eucaristia, “si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale”» [31].

Si tratta di un testo di particolare interesse, perché le sue parole confermano autorevolmente la perenne validità della prassi penitenziale stabilita dalla Chiesa che deve precedere la Comunione eucaristica, e nello stesso tempo indicano le basi dogmatiche di tale disposizione: l’esortazione di S. Paolo ai Corinzi, che il Concilio di Trento interpretò in questo modo, appoggiandosi sulla Tradizione viva della Chiesa: «Colui che vuole comunicarsi – insegna al riguardo il Concilio di Trento - deve richiamare alla mente il suo precetto [di S. Paolo]: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso”. La consuetudine della Chiesa dichiara che quell’esame è necessario perché nessuno, consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla Santa Eucaristia senza avere premesso la confessione sacramentale» [32].

Tenere presente, predicare e ricordare la necessità del sacramento della Riconciliazione è un criterio sicuro per orientare la pastorale della Penitenza. A questo proposito Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Misericordia Dei, raccomandava: «La presenza visibile dei confessori nei luoghi di culto durante gli orari previsti, l’adegua-mento di tali orari alla situazione reale dei penitenti, e la speciale disponibilità per confessare prima delle Messe e anche per venire incontro alla necessità dei fedeli durante la celebrazione delle Sante Messe, se sono disponibili altri sacerdoti» [33].

Infine, vorrei menzionare un’altra situazione: quella dei fedeli che, pur essendo in grazia di Dio, sentono il peso delle proprie miserie e si dolgono della propria mancanza di corrispondenza. In questo caso, non dovrebbero allontanarsi dalla Comunione. Non si può aspettare di essere “perfetti” – staremmo sempre ad aspettare – per ricevere sacramentalmente il Signore. San Josemaría era solito ripetere: «È rimasto per te. Se tu sei ben disposto, non è segno di riverenza omettere la Comunione. Irriverenza è solo riceverlo indegnamente» [34]. «Comùnicati. Non è mancanza di rispetto. Comùnicati proprio oggi, appena uscito da quel laccio. Dimentichi che Gesù ha detto: il medico non è necessario ai sani, ma ai malati?» [35]. Sono stato presente, nella vita di questo santo sacerdote, a momenti in cui sentiva un dolore sincero, penitente, senza scrupoli, per ciò che considerava mancanze di amore al nostro Dio; e in queste circostanze, diceva sicuro: “Mi afferro con forza alla Misericordia di Dio, che mi arriva dalla Comunione, affinché Egli metta ciò che io non so dargli”.

In questo contesto, conviene considerare che l’unione con il Signore nell’Eucaristia fortifica l’anima del cristiano nella lotta contro il peccato, in modo che possa rimanere in ogni momento nell’amore di Cristo, come Egli desidera (cfr. Gv 15,9).

Ecco, dunque, l’importanza delle disposizioni personali per ricevere la Comunione con frutto: fede, amore, contrizione, umiltà. «Non si può “mangiare” il Risuscitato, presente nella figura del pane, come un semplice pezzo di pane. Mangiare di questo Pane significa comunicarsi, significa entrare in comunione con la persona del Signore vivo. Questa comunione, questo atto di “mangiare”, è realmente un incontro tra due persone, è un lasciarsi penetrare dalla vita di Colui che è il Signore, da Colui che è mio Creatore e Redentore. La finalità di questa comunione, di questo mangiare, è l’assi-milazione della mia vita alla sua, la mia trasformazione e configurazione con Colui che è amore vivo» [36].

I fedeli che accolgono con devozione l’amore che Gesù offre loro nel-l’Eucaristia acquistano le forze necessarie per recidere ogni attaccamento disordinato alle creature. In tal modo ottengono la remissione dei peccati veniali dei quali si pentono; inoltre si comportano con il vigore e la decisione di allontanarsi con prontezza dalle occasioni di offendere Dio. In questo modo l’Eucaristia è «l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno e preservati dai peccati mortali» [37].

«A Gesù si va e si “ritorna” sempre per Maria» [38], era solito ripetere san Josemaría Escrivá. Se rimaniamo alla scuola di Maria, «donna eucaristica», Ella ci porterà sempre a Gesù-Eucari-stia; e se qualche volta abbiamo la disgrazia di separarci da Lui a causa del peccato, ci aiuterà a ritornare a Gesù mediante il sacramento della Penitenza, con un cuore contrito, con fede e speranza nella sua infinita misericordia.

[1] 1. San Josemaria Escrivà, citato in Camino, Ed. critico-storica preparata da Pedro Rodriguez, Rialp, Madrid 2004, 3BB ed., pag. 1051.

[2] 2. Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, 4-III-1979, n. 20.

[3] 3. Proposizioni dell’XI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi (2-23 ottobre 2005), proposizione n. 7; cfr. ibid., nn. 30, 40 e 46.

[4] 4. Sant’Agostino, Sermone 169, 13: PL 38, 923.

[5] 5. Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17-III-2004, n. 11.

[6] 6. Benedetto XVI, Messaggio al termine della celebrazione eucaristica nella Cappella Sistina, 20-IV-2005.

[7] 7. San Josemaria Escrivà, E’ Gesù che passa, nn. 86-87.

[8] 8. Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17-III-2004, n. 12.

[9] 9. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dominicae Cenae, 24-II-1980, n. 9.

[10] 10. Messale Romano, Preghiera Eucaristica III.

[11] 11. Concilio di Trento, sess. XXII, Dottrina intorno al Santissimo Sacrificio della Messa, cap. 2: Denz. – Sch. 1743

[12] 12. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Dominicae Cenae, 24-II-1980, n. 5.

[13] 13. Giovanni Paolo II, Omelia, 16-III-1980, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. III/1 (1980), pagg. 573-574.

[14] 14. Id., Discorso ai Vescovi d’Abruzzo e Molise in visita ad limina, 4-XII-1981, n. 4, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. IV/2 (1981), pag. 823.

[15] 15. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 11.

[16] 16. Concilio di Trento, sess. XIV, Dottrina sul sacramento della Penitenza, cap. 4, Denz. – Sch. 1677.

[17] 17. Concilio di Trento, sess. VI, Decreto sulla giustificazione, cap. 14, Denz. – Sch. 1543.

[18] 18. San Josemaria Escrivà, Forgia, n. 887; cfr. Cammino, nn. 538-539.

[19] 19. Id., Solco, n. 686.

[20] 20. Id., E’ Gesù che passa, n. 161.

[21] 21. Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, 4-III-1979, n. 20.

[22] 22. Origene, Commento al Vangelo di San Matteo 11,14: PG 13, 948.

[23] 23. Sant’Isidoro di Siviglia, Sugli uffici ecclesiastici I, 18, 7: PL 83, 755-756.

[24] 24. Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1385.

[25] 25. Codice di Diritto Canonico, can. 916.

[26] 26. Cfr. Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis Sacramentum, 25-III-2004, n. 83.

[27] 27. Cfr. Joseph Ratzinger, Il Dio Vicino. L’Eucaristia cuore della vita cristiana, Torino 2003, pag. 58 s.

[28] 28. Benedetto XVI, Omelia nella solennit88 del Corpus Domini, 26-V-2005.

[29] 29. San Josemaria Escrivà, E’ Gesù che passa, n. 78.

[30] 30. Sant’Agostino, Sermo 382, 3: PL 39, 1711.

[31] 31. Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17-III-2004, n. 36.

[32] 32. Concilio di Trento, sess. XIII, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia, cap. 7, Denz. – Sch. 1646-1647.

[33] 33. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Misericordia Dei, 7-IV-2002, n. 2.

[34] 34. San Josemaria Escrivà, Cammino, n. 539.

[35] 35. Ibid., n. 536.

[36] 36. Benedetto XVI, Omelia nella solennit88 del Corpus Domini, 26-V-2005.

[37] 37. Concilio di Trento, sess. XIII, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia, cap. 2, Denz. – Sch. 1638.

[38] 38. San Josemaria Escrivà, Cammino, n. 495.

Romana, Nº 41, Luglio-Dicembre 2005, p. 294-307.