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Catalunya Cristiana (Barcellona) 18-V-2000

Intervista concessa a Miriam Diez i Bosch, pubblicata sul settimanale “Catalunya Cristiana”, Barcellona, Spagna.

L’Opus Dei è nata in Spagna. Qual è oggi la realtà dell’Opera in questo paese?

La realtà dell’Opus Dei in Spagna è quella di un fermento di vita cristiana. Per grazia di Dio, non per merito dei fedeli della Prelatura, in questi settantadue anni trascorsi dalla fondazione, centinaia di migliaia di persone hanno trovato o ritrovato Cristo, in mezzo al loro lavoro, attraverso l’amicizia di una donna o di un uomo dell’Opus Dei.

Nello stesso tempo si potrebbe dire che l’Opus Dei in Spagna sta cominciando: se mi permette l’espressione, c’è molta “domanda”, molto interesse per questo ideale di seguire Cristo nelle circostanze quotidiane della vita.

Che ruolo disimpegna oggi Torreciudad?

Per il Santuario di Torreciudad, che celebra il suo 25 anniversario il prossimo luglio, sono passati già milioni di uomini e donne, di molte nazioni, per pregare la Madonna, per avvicinarsi al Sacramento della riconciliazione, per rinnovare la loro vita cristiana. Sta in questo il motivo d’essere del Santuario: rendere più facile l’incontro personale con Cristo, attraverso Santa Maria. Per questo molti spagnoli e anche persone di altre nazioni conservano di Torreciudad un ricordo pieno di affetto e lo considerano come un momento significativo nella storia della loro vita.

Il numero di giovani che aspirano al sacerdozio è stabile, cresce o diminuisce?

Nella Chiesa si sta verificando, in non pochi paesi, un aumento del numero di sacerdoti e seminaristi, di giovani che si preparano al sacerdozio. Questi dati costituiscono un motivo di gioia e di gratitudine verso la Santissima Trinità. Dimostrano che seguire Cristo in maniera totale, mettersi completamente al suo servizio, costituisce un progetto di vita attraente per giovani o professionisti dei più diversi ambienti. La chiamata di Cristo è sempre attuale.

Per quanto riguarda l’Opus Dei, proprio alcuni giorni fa ho avuto l’opportunità di conferire l’ordinazione sacerdotale a un pugno di fedeli della Prelatura e, a maggio e a settembre ne ordinerò altri ancora. Dalla mia consacrazione episcopale, nel 1995, ho ordinato più di duecento fedeli della Prelatura dell’Opus Dei. Ma, guardando alle necessità del mondo, mi sembrano pochi. Per questo, non menziono queste cifre con orgoglio, ma con gratitudine al Signore e nello stesso tempo prego per i sacerdoti e i seminaristi di tutte le diocesi.

Si sente orgoglioso di appartenere all’unica Prelatura personale del mondo?

Il mio sentimento costante si traduce in un ringraziamento al Cielo. Tutti i giorni voglio lodare sempre più Dio per la sua Provvidenza, per la famiglia in cui sono nato, perché mi ha chiamato a far parte di questa porzione di popolo di Dio — l’Opus Dei — e più tardi al sacerdozio, perché sono vissuto vicino ad un santo, il Beato Josemaría Escrivá e per molti altri motivi che allungherebbero troppo la mia risposta.

D’altra parte spero che, col tempo e secondo le proposte del Concilio Vaticano II, si erigeranno nella Chiesa altre prelature personali, nazionali o internazionali, per soddisfare specifiche necessità pastorali che sono già nella vita stessa della Chiesa o che sorgeranno.

In che senso la donna è elemento chiave nella famiglia?

Secondo me, è elemento chiave in senso stretto. La famiglia — cellula fondamentale della società — costituisce un progetto comune che dipende dall’apporto di tutti: del marito, della moglie, dei figli. Penso, in pratica, che ai nostri giorni è estremamente necessario ricordare la grandezza della paternità e la responsabilità del padre nella famiglia, ma senza impostazioni discriminanti, perché se il padre è fondamentale, lo è ugualmente la madre.

Negare l’immenso e insostituibile valore dell’apporto della donna nella famiglia, equivale a chiudere gli occhi alla realtà. Non mi riferisco all’abilità nei lavori di casa, ma a una serie di qualità morali che non possono riassumersi in poche parole: si corre il pericolo di semplificare e di rimanere al di qua della realtà. Le madri possiedono una meravigliosa capacità di esprimere l’amore, di far felici gli altri, amando ciascuno per se stesso, così come è, in modo disinteressato, assoluto. Penso che la famiglia si appoggia e si costruisce su questa forma particolare di sapienza e di intuizione così propria della donna.

Quale sarebbe la sua proposta per cristianizzare le strutture civili e laiche in modo da risolvere i problemi di giustizia sociale?

Per illuminare con la luce del Vangelo le strutture sociali non esiste una sola formula, né un solo programma. Inoltre la giustizia sociale non è circoscritta alle attività di carattere assistenziale, né a un determinato paese o a determinati gruppi di individui. La giustizia comprende tutti i rapporti tra gli uomini.

Per questo motivo “cristianizzare le strutture civili”, come lei dice, rappresenterà sempre una missione fondamentale dei laici, di uomini e donne che vivono la loro fede in modo coerente in tutte le professioni: impresari e lavoratori, politici, maestri, funzionari, avvocati... Nessuno è esente da questa responsabilità.

In questo contesto acquista un valore essenziale il lavoro di formazione cristiana che deve essere profondo, maturo, realista. Una buona formazione intellettuale, professionale, spirituale, etica, aiuta a inventare o a scoprire mille modi di esercitare la giustizia nel lavoro quotidiano e in tutti i rapporti tra gli uomini. Come vescovo, considero questo compito una sfida pastorale appassionante.

Quali sono le priorità dell’Opera in questo Giubileo?

Insistiamo sulla necessità di una personale conversione a Gesù Cristo, che dimostri che i suoi “comandamenti” sono prova del suo amore. Dobbiamo essere coerenti con la nostra fede e pentirci di quanto non facciamo con sufficiente impegno. Se fossimo già santi, non saremmo ancora in terra!

Pensa a un’evangelizzazione diretta ed esplicita?

Siamo discepoli di Cristo, non possiamo negare la nostra identità cristiana, che è la realtà più autentica. Il cristianesimo accresce la dignità di ogni persona. Siamo chiamati a portare il cristianesimo alle situazioni concrete. Dobbiamo evangelizzare senza timori, senza nascondere che siamo figli di Dio: la fede si vive in ogni momento, non si può essere un buon padre o una buona madre di famiglia e non essere onesti negli affari.

A che punto si trova il processo di canonizzazione del fondatore?

Per la canonizzazione si deve dimostrare l’esistenza di un miracolo compiuto per intercessione del Beato, dopo la beatificazione. Dal 17 maggio del 1992, data in cui il sacerdote don Josemaría Escrivá è stato dichiarato beato, si sono raccolti dati di vari casi di guarigioni scientificamente inspiegabili.

Lo studio di questi casi si trova in diverse fasi: alcuni sono già stati completati e presentati alla Santa Sede. I diversi organismi ecclesiastici che intervengono analizzano con rigore e senza precipitazione gli elementi che si presentano. Nel frattempo, con immensa gioia, constato che la devozione al Beato Josemaría si estende a nuovi paesi e ambienti. Non ho il minimo dubbio che la canonizzazione giungerà nel momento migliore.

Romana, Nº 30, Gennaio-Giugno 2000, p. 74-76.