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Università e unità di vita secondo il Beato Josemaría Escrivá

Alejandro Llano
Facoltà di Filosofia
Università di Navarra

L’Università in un periodo di transizione

Pensando alla condizione e al futuro dell’istituzione universitaria, non c’è da meravigliarsi se viene alla mente il nome di Etienne Gilson, che tanto profondamente ha studiato il pensiero filosofico e teologico nato contemporaneamente alle Università europee. Parafrasando ciò che il grande medievalista scrisse sul destino della Filosofia, potremmo dire che l’Università seppellisce i suoi becchini e rinasce dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice. Il discorso sulla “crisi dell’Università” è stato, per decenni, uno dei luoghi comuni della discussione sull’educazione e la cultura nel XX secolo. Non sono mancate proposte per sostituire l’unità dell’Università con una specie di “multiversità” o gli edifici e i prati del campus con uno spazio elettronico costituito delle reti dei computer e delle banche dati. Ormai quasi nessuno crede più a queste utopie tecnocratiche. Ancora una volta l’Università si è rivelata strumento socialmente imprescindibile. Ma questa apparente vittoria non offre seri motivi di ottimismo, anzi il contrario.

Heidegger soleva citare un lucido verso di Hölderlin: «Laddove c’è il pericolo, lì sorge anche la salvezza». Ora, quando il pericolo non appare, quando ci si crede al sicuro, la necessità di salvezza resta nascosta: dove non c’è pericolo, non c’è salvezza. È ciò che forse succede oggi in molte Università. È significativo che le recenti diagnosi di Alan Bloom e Alasdair MacIntyre, in cui si denunziano le residue illusioni dell’educazione illuministica e liberale, abbiano trovato scarsa eco negli ambienti accademici, spesso dominati dall’attivismo e dalla banalità.

Come ha detto Robert Spaemann, l’utopia è morta. Ma che ci rimane quando il presunto sostitutivo della religione si rivela illusorio? O il ritorno all’origine, il ritorno al Dio vivo, o una radicale antiutopia che nega qualsiasi dimensione trascendentale del pensiero umano. Richard Rorty, con altri scrittori relativisti, ha disegnato questa antiutopia: è il sogno di una società liberale in cui sono scomparse le esigenze assolute della conoscenza, della religione e dell’etica; in cui si considerano veri solo il piacere e il dolore valutati secondo ciò che Amartya Sen ha chiamato una “metrica mentale”. Non dobbiamo prendere niente sul serio: desideriamo soltanto sentirci bene e questo è tutto. Al nichilismo eroico di Nietzsche è subentrato un nichilismo banale che, come pure dice Spaemann, chiama se stesso “liberale” e i suoi avversari “fondamentalisti”. Per questo nichilismo light, libertà significa moltiplicazione delle possibilità di scelta. Ma non lascia emergere nessuna opzione per cui valga la pena rinunziare a tutte le altre. Non c’è più posto per il tesoro nascosto nel campo, per il quale chi lo trova vende ciò che ha.

Il relativismo scettico della cultura in apparenza dominante non solo implica la morte spirituale dell’anima, ma di tutta la cultura vitale senza la quale la stessa Università finisce per corrispondere alla lugubre descrizione che di essa fece Ortega y Gasset: «Una cosa triste, inerte, opaca, quasi senza vita». L’Università che da otto secoli ha saputo rispondere alle sfide provenienti dall’esterno, appare ora inerme di fronte alla minaccia che nasce dal suo interno e che la sta svuotando di contenuto. Ci troviamo di fronte al fenomeno che i sociologi attuali chiamano “implosione”, cioè esplosione secca verso l’interno, prodotta da un vuoto interiore. Non si tratta di un problema funzionale, ma di un fondamentale incrocio istituzionale. Sovrabbonda l’organizzazione, manca la vita. Ciò che occorre all’Università è, con parole di Karl Jaspers, «la forza spirituale fondamentale senza la quale sono inutili tutte le riforme dell’Università».

Il Beato Josemaría Escrivá: un nuovo radicalismo universitario

La storia intellettuale ci ricorda che, in simili congiunture di oscurità, sono state personalità profonde e lucide ha indicare la strada da percorrere. Tale è il caso, nel nostro tempo, del Beato Josemaría Escrivá, fondatore di varie Università e ispiratore e animatore di molte altre iniziative accademiche in tutto il mondo. Josemaría Escrivá non è stato solo un uomo dal pensiero originale e un grande universitario, ma anche un sacerdote santo, un uomo di Dio. È interessante per il nostro tema che in lui le due dimensioni — quella intellettuale e quella spirituale — non sono separate né contrapposte. Egli visse in eroica pienezza ciò che non si stancava di predicare: un’unità esistenziale piena di finezza e coerenza, in cui i differenti parametri antropologici acquistano insospettato rilievo nel riferirsi a Dio nostro Padre. È questa la fonte dello slancio dell’intelligenza che caratterizza tutte le sue proposte di universitario radicale, che incita a cercare la verità oltre le frontiere del sapere acquisito.

La sua visione trascendente delle realtà terrene lo portò a capire subito che l’energia spirituale di fondo di cui l’Università ha oggi bisogno non può ridursi ad un umanesimo etereo e sincretista. Così si esprimeva in un discorso accademico pronunziato il 9 maggio 1974: «L’Università sa che la necessaria obiettività scientifica rifiuta giustamente ogni neutralità ideologica, ogni ambiguità, ogni conformismo, ogni viltà: l’amore per la verità impegna la vita e tutto il lavoro dello scienziato e sostiene la sua tempra di onestà di fronte a situazioni scomode, perché questa onestà d’impegno non sempre trova un’eco favorevole nell’opinione pubblica» [1]. La presunta neutralità è in realtà una finzione insostenibile, perché sbocca nell’intolleranza e nel settarismo. D’altra parte il “pensiero debole” sostitutivo postmoderno dell’oggettività illuminata, costituisce l’espressione culturale di un permissivismo che porta alla sottomissione dei deboli da parte dei forti. Il Beato Josemaría, nella stessa occasione, aggiungeva: «Salveranno questo nostro mondo — consentitemi di ricordarlo — non coloro che vorrebbero narcotizzare la vita dello spirito, riducendo tutto a questioni economiche o di benessere materiale, ma coloro che hanno fede in Dio e nel destino eterno dell’uomo, e sanno ricevere la verità di Cristo come una luce orientatrice per l’azione e la condotta. Perché il Dio della nostra fede non è un essere lontano che contempla impassibile la sorte degli uomini. È un Padre che ama ardentemente i suoi figli: un Dio creatore che si prodiga per amore delle creature. E concede all’uomo il gran privilegio di potere amare, oltrepassando così ciò che è effimero e transitorio» [2].

Il paradigma dell’unità di vita

Le parole del Beato Josemaría Escrivá sottolineano il nucleo profondo che dà unità ed universalità alla comunità di ricerca e di apprendimento che è ancora oggi l’Universitas Studiorum, l’Universitas Magistrorum et Alumnorum. Per molti universitari, l’incontro con il Fondatore dell’Opus Dei ha significato l’abbandono della faciloneria e dell’imborghesimento, l’impegno a perseguire ideali di ricerca della verità, di amore per la libertà e di difesa della giustizia, confluiti in un’appassionata vocazione universitaria. Un uomo santo e saggio li ha aiutati a comprendere che la missione ultima dell’Università è la libera manifestazione dei figli di Dio. La filiazione divina è il mistero che ci libera dalla vanità e dalla dispersione: soltanto l’amore paterno di Dio consente agli uomini di amarsi tra di loro e di suscitare così una cultura innovativa. «Il vincolo del Vangelo con l’uomo — diceva Giovanni Paolo II nell’Università Complutense di Madrid — è creatore di cultura nel suo stesso fondamento perché insegna ad amare l’uomo nella sua umanità e nella sua eccezionale dignità. (...) La sintesi tra cultura e fede non è solo un’esigenza della cultura, ma anche della fede (...). Una fede che non si fa cultura è una fede non pienamente accolta, non totalmente pensata, non fedelmente vissuta» [3].

La fede si fa cultura perché insegna ad amare l’uomo nella sua umanità specifica, nella sua unità vitale fatta di materia e spirito, di intimità e trascendenza, di singolarità irrepetibile e di apertura all’universale. Il fatto che l’Università sia un’istituzione originariamente cristiana non è un avvenimento storico contingente, come non lo è la realtà che la stessa idea di Università si oscura e si indebolisce quando ci si dimentica delle sue radici cristiane.
All’inizio del secolo XX Max Weber ci ha offerto la cronaca anticipata di questa unità perduta. Perduta la fede nell’unico vero Dio, rimane un “politeismo dei valori”, un Olimpo neopagano da cui partono sollecitazioni contrapposte. L’uomo contemporaneo si ritrova lacerato internamente da una molteplicità di lealtà incompatibili tra di loro e che, nella loro chiassosa mancanza di armonia, concordano solo nell’escludere la fedeltà indivisibile all’unicum necessarium. Ciascuno di noi può sperimentare in se stesso queste “esperienze di discontinuità” che lo obbligano a camuffarsi varie volte al giorno. La persona ha riacquistato il suo etimologico significato di “maschera”, e in un solo soggetto coabitano varie persone, senza che sia facile essere davvero una sola di esse. Che cosa siamo: membri di una famiglia, professionisti, cittadini, credenti o soltanto dei pagliacci? Tutto, e niente di tutto. Max Weber lo aveva detto: la delusione del mondo per la scienza, la modernizzazione selvaggia, avrebbe portato alla produzione di un tipo di persone che sarebbero stati «specialisti senz’anima, viventi senza cuore». E già stanno dappertutto. E si è pure diffusa la «mancanza di senso» che, secondo il sociologo tedesco, sarebbe stato il prezzo da pagare per la generalizzata sostituzione delle convinzioni con le convenzioni.

Si è prodotta una nuova complessità che non consiste solo nell’aumento delle difficoltà che da sempre accompagnano la vita umana. Anche oggi è vero quello che diceva T. S. Eliot: «Il genere umano non può sopportare troppa realtà». Solo che ora la nuova complessità procede non già da un eccesso di realtà, ma da un vuoto di essere. La proliferazione dell’anomia e degli effetti indesiderati che provoca in noi uno stato di perplessità, è causata dalla separazione tra strutture politiche ed economiche da una parte, e la vita reale e concreta degli individui dall’altra. Ciò che i sociologi chiamano “tecnostruttura” o “tecnosistema” — l’insieme del mercato, dello Stato e dei mezzi di comunicazione — offre le sembianze dell’irreale, nel significato che gli dà Newman: l’uomo della strada non è più capace di riconoscersi in queste configurazioni potenti e illusorie.

L’Università attuale non può rifugiarsi in una semplicità bucolica che probabilmente non mai è esistita e che ora è comunque impossibile. L’Università, se vuol continuare ad essere se stessa, si trova oggi di fronte alla sfida di comprendere questa nuova complessità, di gestirla, di trasformarla in una complessità non più “perversa”, ma umana.

Riscoperta della vita quotidiana

È necessario riscoprire una sorgente dimenticata di significato previa a tutte le nostre costruzioni e interpretazioni: questa culla di significato primigenio è la vita quotidiana, questo spazio dell’attività quotidiana in cui il Beato Josemaría Escrivá identificava il campo abituale della santificazione del cristiano che svolge il suo lavoro in mezzo al mondo. Utilizzando la terminologia fenomenologica, potremmo chiamarlo “il mondo della vita”. La fonte originaria di significato, sommersa dalle dense cappe della complessità caotica, è l’unità della vita umana: l’unità di ogni persona nella sua specifica umanità, la cui natura sociale esige un’integrazione in comunità circoscritte, in scala umana, tra le quali figurano in primo luogo la famiglia e la scuola.

La soluzione che l’Università può dare a una società disorientata non sta nel ricorso all’astrazione che si suole chiamare “cambio delle strutture”. La vera soluzione si trova “nel mezzo della strada”, nell’immediata realtà della vita degli uomini, nel loro modo di vivere e lavorare e, ancor più radicalmente, nel riferimento unitario al Dio vivo e sempre vicino, della pluralità delle vicende umane. In un’omelia pronunziata nel campus dell’Università di Navarra, Josemaría Escrivá ricordava a studenti, professori e impiegati dell’Università che «non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che deve essere — nell’anima e nel corpo — santa e piena di Dio: questo Dio invisibile, lo troviamo nelle cose più visibili e materiali. Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo» [4].

La filosofia della creazione e la teologia della Grazia si riuniscono senza confondersi per dare all’idea di Università una forte energia trasformatrice in questo inizio del nuovo millennio. La dispersione e la banalità vengono superate quando ricordiamo che lo Spirito Santo è — come diceva Tommaso d’Aquino — «il dono primordiale». Più intima a me che me stesso, la luce della Sapienza increata illumina tutte le realtà create, incitandoci ad avanzare nella scoperta dell’essere delle cose. Perché — come diceva il Beato Josemaría — «c’è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire» [5].

L’Università si trasforma in una appassionante avventura dello spirito, quando la si considera come una comunità vitale in cui professori e alunni si associano liberamente nell’impegno di «scoprire gli splendori divini riverberati nelle realtà più banali» [6]. Si riapre così la possibilità che l’istituzione universitaria compia una sintesi del sapere e armonizzi gli stili di vita.

Santificazione del lavoro universitario

«Laddove c’è il pericolo, lì sorge anche la salvezza». Il lavoro umano, che è stato il centro delle utopie collettiviste e ora è canale delle antiutopie individualiste, si nobilita trasformandosi in mezzo per completare l’opera creatrice, per servire tutti gli uomini, specialmente i più bisognosi, e per cercare il proprio perfezionamento, la santità personale in mezzo al mondo. Si tratta di un’impostazione trascendente e insieme immanente che rompe, dal di dentro e per elevazione, i circoli chiusi della dialettica negativa che porta le ideologie moderne a un punto morto. È un programma completamente antidialettico, ma non per una contrapposizione che non risolverebbe niente, ma per un approfondimento del mistero dell’essere e per una conciliazione analogica delle diverse dimensioni della realtà. Solo così può essere disegnata una nuova cultura della vita, che si oppone audacemente alla vecchia cultura della morte, secondo le pregnanti espressioni di Giovanni Paolo II.

La scissione irriconciliabile è seme di morte. L’unità armonica della pluralità è radice di vita. L’essenza dell’Università è la convinzione che questa unità organica è possibile, che esiste un collegamento necessario tra verità e unità che può essere svelato dalla più alta capacità umana, attraverso la teoria o la contemplazione serena della realtà. Invece, la contrapposizione tra spirito e materia, tra verità ed efficacia, tra educazione umanistica e addestramento professionale, è la ferita ancora aperta che dissangua l’ideale universitario.

Solo l’amore fonda senza confondere, mantiene insieme la diversità e l’identità, ottiene l’unità della pluralità. Per questo assistiamo al fallimento dei programmi accademici che cercano di articolare il sapere sul piano di una fredda oggettività, ipoteticamente neutrale, che emargina l’amore per la verità. La contrapposizione tra amore e conoscenza, quasi fossero rispettivamente l’irrazionale e il razionale, è una perversione dialettica che finisce per ridurre l’amore a desiderio fisico e la conoscenza alla volgare curiosità che si nasconde sotto l’ottimismo disperato dell’erudizione senza finalità. L’amore, invece, è la fonte di ogni sapere e l’intima energia che alimenta una comunità di ricerca e insegnamento.

Formazione delle personalità giovani

Non si può parlare a rigor di termini di Università laddove la ricerca e la trasmissione della conoscenza non si basano sull’amore appassionato per il mondo e per i nostri fratelli gli uomini, sul cui volto brilla lo splendore dell’Amore sussistente. Come dice il Beato Josemaría Escrivá, «non c’è vera Università in quelle Scuole dove alla trasmissione della cultura non va unita la formazione integrale della personalità dei giovani. L’umanesimo ellenico era già cosciente di questa ricchezza di sfumature; ma allorché, giunta la pienezza dei tempi, Cristo ha illuminato per sempre le supreme altezze del nostro destino eterno, è stato stabilto un nuovo ordine, allo stesso tempo umano e divino, nel servizio del quale l’Università trova la sua massima grandezza» [7].

La base di questa formazione integrale è una preparazione intellettuale solida e aperta, come troviamo scritto in un antico testo del fondatore dell’Università di Navarra:

«Per te, che desideri formarti una mentalità cattolica, universale, trascrivo alcune caratteristiche:
— ampiezza di orizzonti e un vigoroso approfondimento, in quello che c’è di perennemente vivo nell’ortodossia cattolica;
— anelito retto e sano — mai frivolezza — di rinnovare le dottrine tipiche del pensiero tradizionale, nella filosofia e nell’interpretazione della storia...;
— una premurosa attenzione agli orientamenti della scienza e del pensiero contemporanei;
— un atteggiamento positivo e aperto, di fronte all’odierna trasformazione delle strutture sociali e dei modi di vita» [8].

L’universitario non deve limitare il suo orizzonte di impegno all’ambito esclusivamente accademico. Se perde il contatto con la vita, la scienza si incapsula, diventa narcisista e si esaurisce. Il Beato Josemaría apre prospettive insospettate nella sua concezione degli studi superiori. «L’Università — afferma energicamente — non volge le spalle a nessuna incertezza, a nessuna inquietudine, a nessuna necessità umana. Ma non è suo compito offrire soluzione immediate. Studiando con profondità scientifica i problemi, essa riesce a imprimere nuovo slancio ai cuori, sprona la passività, risveglia forze addormentate e forma cittadini disposti a costruire una società più giusta. Contribuisce così, con un impegno di prospettive universali, a superare ostacoli che impediscono la mutua comprensione tra gli uomini, ad allontanare i timori di fronte per l’incerto futuro, e a promuovere — con l’amore per la verità, per la giustizia e la libertà — la vera pace e la concordia tra gli spiriti e le nazioni» [9].

Protagonismo storico dell’Università

I grandi cambiamenti sociali e culturali che stiamo vivendo a cavallo della fine del secolo, tornano ad offrire una sorprendente attualità a queste idee sullo spirito universitario. Come in altri momenti cruciali della sua già lunga storia, l’Università deve riscoprire nel nostro tempo il ruolo decisivo che le compete nell’orientare cambiamenti così profondi. La memoria storica ci dice che lasciarsi trasportare dalla corrente degli avvenimenti esterni provoca sempre una decadenza dell’Università, che rifiorisce solo quando riesce a stare «all’origine stessa dei giusti cambiamenti», per utilizzare un’espressione del Beato Josemaría.
Il cambiamento che si sta ora producendo è il passaggio dalla società industriale a quella della conoscenza. La sconfitta dell’interpretazione materialistica della storia non solo si è resa evidente negli avvenimenti dell’Europa dell’Est, ma la si trovava già nella “rivoluzione silenziosa” che sta trasformando il nostro modo di lavorare e di pensare. Oggi sappiamo che la vera ricchezza dei popoli non consiste soprattutto nella capacità di produrre ed elaborare materie prime; la nostra principale risorsa sta ora nella potenzialità di generare nuove conoscenze e nell’agilità e versatilità con cui si trasmette informazione.

È chiaro che in una simile situazione le domande che si fanno all’Università saranno perentorie e di difficile risposta. Per stare all’altezza delle circostanze storiche, per essere capaci di gestire i cambiamenti con originalità ed efficacia, la mentalità degli universitari dovrà subire una significativa innovazione. La sfida si basa sul fatto che il progresso che ci si sta chiedendo è — nel senso dell’aristotelica praxis teleia — un ritorno verso noi stessi, un nuovo incontro con la genuina tradizione della Universitas Studiorum. La nuova sensibilità culturale, così come l’impressionante sviluppo della scienza e della tecnologia nelle ultime decadi, hanno rotto i compartimenti stagni delle discipline convenzionali e chiedono una nuova articolazione delle conoscenze che torni a radicare la pluralità del sapere nell’unità dell’orizzonte umano. In questo contesto il paradigma dell’unità di vita proposto dal Beato Josemaría Escrivá, appare di una straordinaria fecondità.

Interdisciplinarietà

Da tale prospettiva, l’interdisciplinarietà non è più un lemma decorativo, una specie di luogo comune nel discorso universitario. L’interdisciplinarietà è oggi un’esigenza irrinunciabile perché i problemi reali che l’Università deve cercare di risolvere riguardano aspetti scientifici sempre diversi e non possono rimanere intrappolati nella rete di un rigido sistema organizzativo. Diceva recentemente il Gran Cancelliere dell’Università di Navarra, Mons. Javier Echevarría, «ogni disciplina contribuisce, in modo proprio, alla perfezione delle persone e della società. Questa aspirazione comune fa sì che tutte le conoscenze possano e debbano essere in relazione tra di loro e scambiarsi apporti, senza perdere per questo la propria peculiare fisionomia e senza svigorire i propri presupposti e metodi. L’Università di Navarra desidera che i suoi alunni, oltre a raggiungere una capacità professionale che permetta loro di prestare un valido servizio alla società, beneficino del dialogo interdisciplinare per raggiungere — entro i limiti umani — la propria sintesi vitale. Aspiriamo a che essi, ripieni di spirito universitario e cristiano, captino un ideale autentico di eccellenza umana e possano seguire esempi adatti per sviluppare la propria vita con rettitudine e spirito di servizio» [10].
La gestione interna dell’Università deve adeguarsi alla dinamica di cooperazione interfacoltà. Oltre a generosità e alto livello di obiettivi, la nuova situazione richiede procedimenti operativi che l’Università può trovare in se stessa, nelle scienze che riguardano l’agire umano.

Ma, come si diceva prima, il cambiamento del modello organizzativo sarebbe superficiale e anche inefficace, se non si basasse sul cambiamento di modello epistemologico ed etico. Come ha indicato Alasdair Macintyre, si tratta di passare dal paradigma della certezza al paradigma della verità.

Verità e certezza

Secondo il modello della certezza, non c’è profondità di realtà, non c’è alcun mistero nell’essere delle cose, ci sono solo problemi che si possono risolvere con una metodologia adatta. Le oggettività sono lì pronte, a disposizione di chiunque le argomenti con metodo adatto. Un metodo — ad esempio quello cartesiano — ci spalanca lo spettacolo delle oggettività: un mondo accessibile indipendentemente dalla tempra etica personale, dalla comunità in cui abitiamo, dalla storia che viviamo. Questa impostazione ha condotto a un vicolo cieco, ad una serie di finzioni generalizzate nel linguaggio scientifico ed etico, a un profondo avvilimento di ampi settori della società. È tempo ormai di passare dal paradigma della certezza al paradigma della verità.

Secondo il paradigma della verità, il sapere teorico e pratico indica quasi una “professione”, forse un artigianato: questo è il senso classico del termine “saggio”. Per arrivare a sapere è necessario integrarsi in una comunità di apprendimento che ha la sua dinamica di tradizione e progresso, che stabilisce norme a cui si vincolano liberamente i suoi membri, che stimola virtù intellettuali ed etiche senza le quali ogni progresso nella conoscenza è superficiale ed illusorio. L’accesso alla verità richiede una severa preparazione, valori condivisi e autodisciplina, come accade per il retto esercizio della libertà a cui è strettamente vincolato.

La pretesa di certezza è orientata al passato, per legare gli estremi di una sicurezza che garantisca il dominio della ragione. Per questo l’oggettivismo è ossessionato dalla giustificazione e dalla fondamentazione, tanto che finisce sempre per cercare invano di erigere l’impalcatura di una concezione fondazionalista, in cui le questioni del “punto di partenza” e del modello di deduzione costituiscono il problema centrale, insolubile. Il primato della certezza more geometrico si spegne nell’invalidamento postmoderno compiuto dall’antifondazionalismo dei decostruzionisti. Invece il paradigma della verità non cade sotto gli attacchi antifondazionalisti, che non lo riguardano perché esso non cerca di legare il punto di partenza a un solido appoggio, ma raggiungere la fine della ricerca che è precisamente la verità, intesa come il bene dell’intelligenza. Gli inizi delle sue ricerche non sono che tentativi che possono apparire vacillanti: utilizza la dialettica (nel senso aristotelico) cioè il dialogare nei luoghi più frequentati dalle opinioni alla moda sul problema che si vuole chiarire. Elimina progressivamente dal suo argomentare le posizioni che ne presuppongono altre e rimane con queste ultime fino a trovare un principio che non ne implichi nessun altro e che sia coinvolto, in modi differenti, da tutti gli altri. Non si considererà questo principio come verità definitiva, ma si riesaminerà continuamente, per verificarne la solidità e soprattutto la fecondità veritativa. Solo raggiungendo il telos di un’indagine che presenta una struttura narrativa, questa verità potrà considerarsi come una perfezione ottenuta da uomini e donne che indagano. La ricerca della verità si lancia audacemente in avanti, verso l’incontro con la pienezza della realtà, senza riserve o ansie di verificare con sicurezza l’inizio e ciascuno dei passi successivi. Chi cerca la verità non pretende sicurezze. Al contrario: cerca di rendere vulnerabile ciò che già sa perché aspira a sapere sempre più e meglio, mentre gode delle possibili falsificazioni delle sue teorie, giacché comportano un progresso verso il raggiungimento della verità. Paradossalmente, questa apertura al rischio rende in qualche modo invulnerabile la persona del ricercatore perché non sono in gioco i suoi piccoli interessi, ma l’evidenza della realtà.

Nel contrapporre verità a certezza — lo “spirito di finezza” e lo “spirito di geometria”, secondo la distinzione di Pascal — non è necessario imbarcarsi nel problematico discorso delle due culture. Uno dei modelli non rappresenta infatti le Scienze umane, né l’altro quelle sperimentali. Evidentemente il paradigma della verità fa risaltare aspetti della ricerca da tempo occulti o dimenticati: che ogni investigazione è un’attività umana; che è necessario svolgerla in una comunità di apprendimento e insegnamento, come è, tra le altre, l’Università; che ha evidenti implicazioni morali e non sta al margine dei condizionamenti storico-sociali. Ma questo non implica che si eliminino i valori propri del modello di certezza, come il rigore nell’ottenimento dei dati, la precisione terminologica o la validità logica delle argomentazioni. Da parte sua, il paradigma della certezza, anche se enfatizza l’universalità dell’”ideale metodico”, si iscrive di fatto in una narrativa dell’indagine in cui vengono accettate le falsificazioni, vengono prodotte “rivoluzioni scientifiche”, non mancano norme a cui non è lecito contravvenire e entrano in gioco i valori morali, specialmente quando la scienza si è trasformata soprattutto in tecnoscienza, cioè in ricerca scientifica per il cui sviluppo è imprescindibile una tecnologia molto sviluppata e pertanto un attivo intervento su ciò che riguarda anche questioni personali e civili.

Amare liberamente la verità: questo è il modello della vita universitaria. Diceva recentemente il Papa Giovanni Paolo II «la vocazione di ogni Università è al servizio della verità: scoprirla e trasmetterla agli altri». Questo rende possibile che l’Università, «attraverso lo sforzo di ricerca di molte discipline scientifiche, gradualmente si avvicina verso la Verità suprema. L’uomo supera i confini delle singole discipline del sapere, così da orientarle verso quella Verità e verso il definitivo compimento della propria umanità. Si può qui parlare della solidarietà di varie discipline scientifiche al servizio dell’uomo, chiamato a scoprire la sempre più completa verità su se stesso e sul mondo che lo circonda» [11]. Si passa così da una messa a fuoco meramente epistemologica a una concezione radicalmente antropologica dell’Università.

Ruolo della convivenza nella formazione universitaria

Come dice Jesús Arellano, l’Università raccoglie le forze vitali della nuova gioventù, le tempra negli abiti teorici e pratici e le lancia nei compiti direttivi della vita sociale. Un insegnamento di qualità è molto più che il trasferimento di una conoscenza sedimentata, molto più che la trasmissione di informazione. Un insegnamento universitario di qualità è la forgia etica e scientifica di personalità mature e libere che crescono assieme ai loro professori e compagni in un ambiente fertile, in un clima di convivenza colta, di responsabilità civica e di promozione della giustizia sociale. Un buon insegnamento superiore è fatto di apprendimento di solidi contenuti, ma anche di assimilazione di metodologie innovatrici, di acquisizione di stili relazionali e di incremento della capacità creativa.

«È la convivenza che forma la personalità» [12], aveva detto il fondatore dell’Università di Navarra. E il suo fedele successore, Mons. Álvaro del Portillo, inquadrava così questa fondamentale tesi educativa nel contesto di fine millennio: «Per singolare provvidenza di Dio, in questi anni conclusivi del secolo XX, abbiamo assistito al crollo di gran parte dei regimi totalitari che il materialismo teorico aveva creato, nonché delle correnti ideologiche che servivano da alibi a quei sistemi inumani. Però — come sottolinea più e più volte il Papa Giovanni Paolo II, risalendo alle cause dei fenomeni che viviamo — all’origine dei laceranti problemi sociali e umani che oggi affliggono l’Europa e il mondo vi è quell’individualismo egoista che deriva dal materialismo pratico, che anch’esso nega la vera dignità della persona umana. Quando si dimentica che l’uomo è un essere destinato alla trascendenza e aperto alla comunità con gli uomini suoi fratelli, la solidarietà perde di fondamento e la vita sociale si trova sottoposta a un processo di degrado, con conseguenze che investono tanto la vita dei popoli quanto l’ordine internazionale». Fin qui la sintesi di una diagnosi che non temeva di apparire oscura, ma a cui segue immediatamente l’appello alla forza tranquilla che l’Università conserva: «Dinanzi a questa sfida storica l’istituzione universitaria non può piegarsi comodamente alle forze dominanti, ma deve trarre dai propri mezzi, istituzionali ed etici, le energie necessarie a trovare soluzioni adeguate a problemi così pressanti» [13].

Identità cristiana dell’Università

Secondo il Beato Josemaría, le tre mete istituzionali dell’Università sono: l’elaborazione di una sintesi del sapere, la formazione armonica degli studenti e il servizio alla società. Tali finalità presentano ora, nel chiaroscuro di fine-inizio secolo, una rinnovata attualità. Oggi è possibile che l’umanesimo classico e la sapienza cristiana porgano la mano alla scienza più avanzata e alla tecnologia d’avanguardia. Occorre impegnarsi nella formazione di professionisti efficaci, proprio perché hanno una visione unitaria e globale della realtà, perché sono colti. Servire la società non equivale a soccombere di fronte al pragmatismo, ma anticipare, con audacia, un futuro più giusto.

La fecondità del lavoro accademico acquista prospettive trascendenti quando — in un clima di dialogo e amicizia — si ispira ai valori cristiani presenti nell’idea originale di Università. La Fede è illuminazione e stimolo, mai costrizione o barriera, quando si comprende che il cristianesimo è vita liberata da Cristo, esistenza redenta dalla vanità e dalla dispersione. Come disse una volta Elisabeth Anscombe, in un’Università è decisivo che si sappia che Dio è la Verità.

La virtualità che ha lo spirito del Fondatore dell’Opus Dei per la vita universitaria non è circostanziale o casuale: in esso, nella sua ispirazione centrale, si trova l’unità delle varietà della vita, la sintesi di ciò che sembra disperso, la conciliazione di ciò che è superficialmente opposto. La tensione radicale verso Dio di questa varia pluralità di cui è costituito il mondo quotidiano, dà un riferimento unitario alle più diverse circostanze e tessiture dell’attività umana. L’ideale di congiunzione e di universalità che è l’essenza di ogni progetto universitario, ha trovato nel modello dell’unità di vita proposto dal Beato Josemaría Escrivá, un cammino praticabile che sta permettendo il rinnovamento dell’idea universitaria in un’epoca di perplessità e di contrasti.

La proposta universitaria del Beato Josemaría Escrivá

La risposta del Beato Josemaría a una situazione storica terminale e complessa sorprende per la sua immediatezza e semplicità. Si distacca con eleganza dalle disquisizioni intellettualistiche. Lascia al margine i discorsi parassitari frequenti nello strano ambiente della critica e della crisi. Abbandona con naturalezza le riflessioni secondarie di chi pensa su ciò che è stato già pensato. Gli piaceva “piantare i chiodi dalla punta” [14]. E va così direttamente al nucleo della questione con la semplicità e la certezza di chi conosce qualcosa come se la stesse vedendo. E propone una soluzione che meraviglia per la sua attualità e pertinenza, per il potente incoraggiamento, per la ricchezza di livelli e sfumature: una soluzione che non parte dalle condizioni storiche iniziali, che però raccoglie e trasforma in sintesi innovativa.
Il Fondatore dell’Opus Dei, alla grazia straordinaria con cui Dio gli fece vedere la sua divina volontà [15], corrispose con una fedeltà e lucidità intellettuale che lo portarono a scoprire intuitivamente, in modo certo e penetrante, che le vie di uscita da una situazione sociale, apparentemente aporetica si trovano nella vita quotidiana, con la sua molteplicità di piccole realtà e soprattutto nell’unitaria versione di questa radice vitale e della sua plurale apertura a Dio nostro Padre. Il suo spirito e la sua dottrina contengono dunque la risposta alle inquietudini del nostro tempo e insieme un messaggio valido per ogni tempo e contengono anche le linee fondamentali per rinnovare questa istituzione unificatrice del sapere e delle forme di vita che chiamiamo Università.

La proposta di fare della santificazione del lavoro quotidiano il centro della vita cristiana in mezzo al mondo, è un programma trascendentale che supera le antitesi irriconciliabili del pensiero antropocentrico. Lo spiegò perfettamente, una mattina di ottobre, nel discorso pronunziato nell’Università di Navarra, conosciuto da studenti e professori come “l’omelia del campus”: «Vi assicuro, figli miei, che quando un cristiano compie con amore le attività quotidiane meno trascendenti, in esse trabocca la trascendenza di Dio. Per questo vi ho ripetuto, con ostinata insistenza, che la vocazione cristiana consiste nel trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana. Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù, sulla linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria...» [16].

Il Fondatore e primo Gran Cancelliere dell’Università di Navarra ha insegnato queste verità essenziali con la sua dottrina profonda e soprattutto con la sua vita eroica. Dovunque, nei discorsi universitari, nelle omelie, nelle indimenticabili tertulias, ha dimostrato che l’efficacia si concilia con la misericordia, l’esigenza con la comprensione, la libertà con la donazione, il buon umore con la serietà, la preoccupazione per i grandi problemi della vita con la cura dei più piccoli particolari. E lo ha fatto come “un giullare di Dio “ senza pretese accademiche, con lealtà, con fede, con una gioia e un affetto che facevano crollare rigidezze e freddezze. Attraverso la figura amabile del sacerdote santo, appariva l’uomo savio, il grande universitario capace di stimolare entusiasmi di ricercatori e docenti per valori perenni e inconfondibilmente attuali.

[1] 1. BEATO JOSEMARÍA ESCRIVÁ, El compromiso de la verdad, in Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, Eunsa, Pamplona 1993, pp. 106-107. Da ora in poi saranno citati solo il titolo del libro e la pagina, aggiungendo i riferimenti specifici nel caso di brani eventualmente già pubblicati in italiano.

[2] 2. Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, p. 109. Cfr Il valore Università, a cura dell’Istituto per la Cooperazione Universitaria, Edizioni d’Europa, Roma 1992, pag. 23.

[3] 3. GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai rappresentanti del mondo universitario accademico e della ricerca, 3 novembre 1982, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V, 3, 1982, Libreria Editrice Vaticana, 1983.

[4] 4.BEATO JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente in Colloqui, Edizioni ARES, Milano 1987, n. 114; da ora in poi sarà citato solo il titolo del libro seguito dal numero.

[5] 5. Ibidem.

[6] 6. Colloqui, n. 119.

[7] 7. Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, p. 77. Cfr Il valore Università, cit., pag. 26.

[8] 8. BEATO JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Solco, Edizioni ARES, Milano 1987, n. 428.

[9] 9. Discorso accademico, 7 ottobre 1972, in Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, p. 98. Cfr Il valore Università, cit., pp. 28-29.

[10] 10. JAVIER ECHEVARRÍA, Il servizio alla verità e la verità come servizio. Discorso accademico, 31-I-1998. Cfr. F. PONZ, La Universidad al servicio de la persona, in Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, pp.197-223.

[11] 11. GIOVANNI PAOLO II, Discorso in occasione del VI centenario dell’Università Jagellonica di Cracovia, 8-VI-1997, n. 4.

[12] 12. Colloqui, n. 84.

[13] 13. ÁLVARO DEL PORTILLO, Dare entusiasmo a un mondo stanco. Discorso accademico, Pamplona, 29-I-1994. In Romana 18 (1994) pp. 91-92.

[14] 14. Cfr. Cammino, n. 845.

[15] 15. Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Cost. Ap. Ut sit, Proemio, 28-XI-1982; Omelia durante la Messa di beatificazione di Josemaría Escrivá, Roma, 17-V-1992.

[16] 16. Colloqui, n.116.

Romana, Nº 30, Gennaio-Giugno 2000, pag. 112-124.