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Nella cerimonia di conferimento di alcuni dottorati honoris causa, Università di Navarra, Pamplona, Spagna (28-VI-2019)

Anzitutto voglio congratularmi con i nuovi dottori honoris causa. Come Gran Cancelliere dell’Università di Navarra, sono lieto di aver conferito questo titolo onorifico ai professori Fine, Picard, Moneo e Archer, ai quali esprimo le mie più affettuose felicitazioni. I rispettivi padrini e madrine hanno già illustrato adeguatamente i loro eminenti e fecondi percorsi accademici. È per noi un onore che queste personalità siano entrate a far parte del nostro corpo accademico. Riconoscendo i loro meriti in campi così diversi, rendiamo giustizia alla ricchezza dei saperi universitari, al valore della vocazione alla docenza nel contesto contemporaneo e al servizio che gli accademici prestano alla società.


Venticinque anni fa, in una occasione analoga, il beato Álvaro del Portillo invitava professori e alunni a intraprendere «l’avventura di entusiasmare nuovamente un mondo stanco»[1]. Sempre in questa università, il suo successore, mons. Javier Echevarría, ci ha ricordato che il futuro appartiene ai giovani[2]. Oggi, in questo giorno di festa, mi unisco a questo duplice invito, che si può riassumere nel far sì che l’università sia un luogo di speranza.


Si sente dire spesso che viviamo in tempi di crisi e di incertezza. Paradossalmente, pur godendo di un livello di progresso e di un benessere mai raggiunti prima, vediamo esaurirsi l’energia che muove persone e società. Da dove può nascere la linfa che le nutra e dia loro vigore? Una parte importante della risposta si può trovare in una educazione genuina, nel potere trasformante che hanno le persone che hanno un pensiero proprio e non si lasciano guidare dalle mode, che fissano la rotta della loro vita e la percorrono consapevolmente: come pellegrini e non come erranti[3]. Tutti noi ci rendiamo conto che i cambiamenti strutturali o legali hanno una incidenza limitata sulla configurazione della società[4]. Decisive sono sempre le persone. Ecco perché le istituzioni universitarie sono chiamate a essere luoghi di speranza.


Noi che apparteniamo a questa Università troviamo inoltre un motivo decisivo di speranza. Per la sua ispirazione cristiana, la formazione che offre l’Università coltiva tutti i saperi, compresi quelli teologici. Essi ci insegnano che qualunque spiegazione dei cambiamenti culturali e sociali è incompleta se non tiene presente Gesù Cristo, il Signore della Storia. Dio guida i destini di questo mondo in una maniera che ci sorprende sempre e che sempre ci rispetta: Dio vuole dei figli liberi e non degli schiavi. Tale provvidenza paterna ci riempie di speranza, ci libera da ogni pessimismo, ci invita ad amare il mondo.


La ricerca della pace, la promozione della giustizia sociale o la cura della casa comune si sostengono e si potenziano con una comprensione del mondo e della persona radicata nel Vangelo. Non è possibile ignorare gli attuali problemi circa il rispetto della vita di ogni persona, la promozione della famiglia e la libertà di educazione. È necessario lavorare, insieme con tutte le persone di buona volontà, perché nella società regnino la carità e la giustizia. L’università deve essere un faro che, mediante la ricerca della verità, illumini il mondo; una linfa che, grazie alla convivenza e all’amicizia, nutra le anime dei giovani che passano da questo campus un anno dopo l’altro. Di qui scaturisce una sorgente di vitalità, capace di restituire entusiasmo a un mondo stanco.


Pochi mesi fa è morto Ismael Sánchez-Bella, primo Rettore di questa Università. Insieme al dolore per la sua perdita, abbiamo la consolazione che, grazie a lui, i sogni di san Josemaría per questa istituzione si stanno realizzando. Il professor Sánchez-Bella è stato una persona magnanima e libera, che ha messo le sue migliori qualità al servizio di un luogo di speranza come questo. Alcuni lo hanno descritto come un ottimista[5]. Egli, invece, si definiva «incosciente»[6], forse per spiegare la sua tenacia dinanzi a ciò che sembrava umanamente impossibile. In realtà era animato da una solida fede in Dio e da una incrollabile fiducia in san Josemaría. Questa è la vitalità che ha trasmesso alla istituzione fin dagli inizi e che noi vogliamo continuare a offrire.


San Josemaría decise che l’Università cominciasse a Pamplona[7]. Così attecchì in questa terra e qui avrà sempre la sua casa. Negli ultimi anni, gli sforzi per ottenere borse di studio e le opportunità di finanziamenti, oltre a una significativa internazionalizzazione, stanno facendo diventare realtà, un po’ per volta, un vivo desiderio del Fondatore: che nessuno che lo desideri sia costretto a smettere di studiare qui e che il servizio prestato dall’Università arrivi a persone dei cinque continenti.


Fin dall’inizio di questa università si è cercato di trasformare in realtà un modo di intendere la vita accademica che si rifletta in «un clima di amore alla verità e alla libertà; [...] di estrema attenzione al lavoro ben fatto; [...] di affetto, di gioia e di perdono, che preparano alla convivenza»[8]. Proprio la convivenza di studenti e professori costituisce un ambito singolare per imparare a vivere la libertà. Un primo passo è il rispetto, perché – come spiegava san Josemaría – «per poter esigere il rispetto della propria libertà, [ognuno] deve saper rispettare la libertà altrui»[9]. La libertà si realizza pienamente nell’amore, nel servizio agli altri. Ecco perché l’università è sorgente di libertà. In essa si deve imparare a rispettare, amare e comprendere gli altri. Solo in un clima di libertà è possibile una educazione genuina. Come spiega un professore con molta esperienza, «educare non vuol dire colonizzare la mente degli alunni, ma agevolare l’emergere della loro personalità»[10]. I giovani che arrivano nelle aule devono prendere decisioni che segneranno il resto della loro vita. In una situazione di incertezza come quella attuale, sono grati quando trovano nell’università orientamento e guida. Facendo presa sulla loro libertà, vengono invitati a sostenere le cause più giuste, incoraggiati a preoccuparsi di chi ha più bisogno, preparati a concepire la propria professione come un servizio alla società.


Ho parlato molto brevemente dell’università come luogo di speranza e di libertà. Mi congratulo di nuovo con i quattro dottori che oggi si inseriscono nel nostro corpo accademico, perché nella loro traiettoria professionale si possono scoprire questi valori fondamentali.


Ci aiuterà tutti tenere sempre molto presente che la sorgente decisiva della speranza è Dio, che si è fatto uomo in Gesù Cristo e che cammina accanto a ciascuno di noi, vegliando sulla nostra libertà. A Lui e a Santa Maria, Madre del Bell’Amore, affidiamo i nostri desideri di servizio alla società.



[1] Álvaro del Portillo, «Entusiasmar nuevamente a un mundo cansado», in Nuestro Tiempo, n. 477, 1994, pp. 122-124.


[2] Javier Echevarría, «La Universidad motivo de esperanza», in J. Echevarría - N. López Moratalla - P. Rodríguez - A. Llano (a cura di), Homenaje a Mons. Álvaro del Portillo, Eunsa, Pamplona, 1995, pp. 115-128.


[3] Cfr. Papa Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, n. 170.


[4] Cfr. Benedetto XVI, Lett. enc. Spe salvi, nn. 24-25.


[5] Cfr. Francisco Ponz, «Instrumento fiel de la Universidad de Navarra», in Diario de Navarra, 18-XII-2018, p. 54.


[6] Ismael Sánchez-Bella, «Recuerdos de la puesta en marcha de la Universidad de Navarra», manoscritto, 1986, p. 11.


[7] «Il Padre mi mandò a dire che voleva [che fosse] a Pamplona» (Ismael Sánchez-Bella, «Recuerdos de la puesta en marcha de la Universidad de Navarra», manoscritto, 1986, p. 11).


 [8] Francisco Ponz, «Instrumento fiel de la Universidad de Navarra», in Diario de Navarra, 18-XII-2018, p. 54.


 [9] San Josemaría, Colloqui, n. 84.


[10] Alejandro Llano, «La libertad radical», in Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, Eunsa, Pamplona, 1993, p. 262.

Romana, Nº 68, Gennaio-Giugno 2019, p. 100-102.

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