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“In cammino verso Emmaus, per tutte le strade del mondo”, intervento al Meeting di Rimini, Italia (28-VIII-2014)

Permettetemi innanzitutto di ringraziare gli organizzatori del Meeting di Rimini: per il loro splendido e impegnativo lavoro e per avermi offerto l’opportunità di partecipare a un evento così ricco di contenuti e di riflessioni. Trovandomi qui presente il mio pensiero e il mio affetto si rivolgono a don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Lo ricordo con sentimenti di amicizia e con sincera gratitudine per il contributo profondamente cristiano che il Movimento da lui ispirato continua a dare alla società civile ed ecclesiale. Penso alla sua fedeltà esemplare alla Chiesa e al Papa; alla lealtà dimostrata anche in circostanze difficili, quando il suo messaggio spirituale a volte non era compreso. Prego affinché la sua causa di beatificazione possa giungere al più presto a buon fine.

1. Il Meeting di quest’anno prende spunto dalle parole: “Verso le periferie del mondo e dell’esistenza”. È un tema ricorrente negli interventi di Papa Francesco, che sprona la Chiesa a “uscire” per le strade del mondo per proclamare di nuovo il Vangelo di Gesù Cristo, con la forza e l’audacia della prima evangelizzazione. Fin dal principio, infatti, seguendo le orme del Maestro, la Chiesa primitiva ha mostrato una speciale predilezione per i più poveri. Gesù manifesta la sua compassione per tutti gli uomini e le donne, particolarmente per quelli più bisognosi della sua misericordia. Durante il suo passaggio sulla terra, Cristo si interessava delle necessità materiali delle persone che lo seguivano, dei malati che gli si avvicinavano, dei peccatori che Egli stesso attirava alla conversione con la sua grazia.

Ripercorrendo gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo ci si rende conto che i primi cristiani proseguirono sulla stessa strada. Già nei primissimi momenti gli Apostoli scelsero alcuni nella Chiesa affinché si dedicassero alla cura degli orfani e delle vedove (cfr. At 6, 1-6). E lo stesso san Paolo attesta che, nei primi anni, la Chiesa era composta principalmente da persone semplici, portando a compimento, così, un disegno divino: “Non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor 1, 26-29).

Secondo il modello dei primi cristiani, ha camminato sempre la Chiesa: Papi, vescovi e sacerdoti, religiosi, e moltissimi fedeli laici, si sono caratterizzati per la loro dedizione a favore degli indigenti. È in questo clima di giustizia e carità, generato dal cristianesimo, che nel corso dei secoli sono sorti innumerevoli ospedali, alloggi per i senzatetto, strutture di accoglienza per i poveri e gli orfani, scuole e istituti per favorire l’accesso all’istruzione a tutti i livelli, e ovviamente chiese e seminari aperti a tutti. Sulla scia di questa lunga tradizione, san Josemaría Escrivá predicava e insegnava ai fedeli dell’Opus Dei che «un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all’altezza dell’amore del Cuore di Cristo» [1] . La Chiesa, da sempre, non lascia soli gli uomini, ma costantemente va incontro alle loro necessità.

Una caratteristica fondamentale dell’agire cristiano, sulle orme del Maestro, è quella di non limitarsi unicamente ad alleviare le situazioni di povertà materiale e sociale di tante persone, ma di impegnarsi a dischiudere a tutti gli orizzonti soprannaturali ai quali Dio ci chiama. Quest’ultimo ambito spirituale non è ovviamente in contrasto con quello materiale, bensì lo indirizza e ne amplia il significato. Molte volte l’urgenza quotidiana porrà in primo piano le necessità materiali delle persone, poiché la vita cristiana sempre si edifica sul fondamento umano, ma sempre con uno sguardo che lo supera: «Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane – ha scritto Papa Francesco – non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso» [2] .

L’obiettivo della Chiesa deve rimanere sempre quello di offrire una testimonianza viva del Vangelo, con tutte le sue conseguenze naturali e soprannaturali per ogni persona. Dobbiamo, dunque, «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» [3] . La Chiesa universale è presente e operante nelle Chiese particolari, provviste di tutti gli strumenti di salvezza donati da Cristo. Per questa ragione, «la sua gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio-culturali» [4] .

Non dobbiamo dimenticare che molto spesso le “periferie esistenziali” di cui ci parla il Papa non sono lontane, bensì accanto a ognuno di noi: nelle nostre città, nel nostro ambiente di lavoro, fra i nostri amici, nelle nostre famiglie… dappertutto possiamo incontrare persone bisognose del nostro aiuto, della nostra comprensione, della nostra testimonianza cristiana. Nei rapporti con ogni persona vicina, il Signore ci chiede di essere portatori del suo conforto, della sua pace e della sua gioia. E questo stesso spirito evangelizzatore che vogliamo vivere e mostrare nella nostra società, nel nostro ambiente quotidiano, sapremo poi testimoniarlo anche nelle “periferie” lontane, come la Chiesa ci ha insegnato da sempre. Mi ricordo di tante conversazioni con vescovi, sacerdoti, religiosi e anche laici che, spinti dallo zelo per le anime, sono andati nei Paesi dei cinque continenti a portare il Vangelo di Cristo; mi raccontavano le loro esperienze senza alcun protagonismo personale, ma solo con affetto per le innumerevoli iniziative che svolgevano in favore dei bisognosi. Questi uomini di Dio sapevano vedere l’umanità come una famiglia, nella quale siamo tutti fratelli, e raccontavano avventure meravigliose, vere epopee che tante volte restano nascoste agli occhi degli uomini, ma brillano al cospetto di Dio, come esempi eroici di una carità del Cielo che ogni giorno scende sulla terra. Potrei dilungarmi su questi racconti, sentendone ogni volta un santo orgoglio, perché emerge sempre in prima linea la santità della Chiesa. Là dove le persone crescono, cresce anche la Chiesa, avanzando nel suo cammino. Per questo contiamo sul tesoro di tanti santi e martiri che sono la ricchezza del cattolicesimo e, in definitiva, della stessa umanità.

Quando mi hanno invitato a partecipare al Meeting, mi è stato suggerito di parlare della mia esperienza personale di fede. Vorrei farlo, però, non parlando di me, ma attraverso alcuni eventi che ho avuto l’immensa fortuna di contemplare nella vita di due giganti della fede: san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, e il suo primo successore, il servo di Dio Álvaro del Portillo, che sarà beatificato tra un mese. Ho vissuto per molti anni a fianco di entrambi e la mia testimonianza di fede passa attraverso il loro ricordo e il loro esempio. Grazie a Dio, ogni giorno, in ogni parte del mondo, la maggioranza dei fedeli dell’Opus Dei si dedicano ad attività di servizio a persone di ogni condizione e provenienza: non lo fanno come un favore, bensì come una risposta dell’anima fedele a Gesù Cristo, che per amore di Dio sperimenta il desiderio e la responsabilità di servire i suoi fratelli.

Questo cammino di servizio alle anime, nella prelatura dell’Opus Dei è stato aperto da san Josemaría in prima persona; egli ha incoraggiato tantissimi uomini e donne a seguire questa chiamata. Ricordo con gioia, tra i brani evangelici che egli prediligeva, quello dell’incontro di Cristo con i discepoli di Emmaus. Nella sua predicazione, si soffermava con piacere a descrivere quella scena stupenda. Insisteva sul fatto che Gesù, non sopportando la perdita di alcuni discepoli, decise di mettersi in cammino per andarli a cercare. Essi, delusi e amareggiati dagli ultimi eventi, ritornavano sconsolati alla loro vita precedente, da cui li aveva strappati il Signore mettendo davanti ai loro occhi un’avventura soprannaturale meravigliosa. Ecco con quali parole san Josemaría ripercorreva quei momenti: «Gesù lungo la via. Signore, sei sempre tanto grande! Ma mi commuovi quando ti degni di seguirci, di cercarci, in mezzo al nostro andirivieni di ogni giorno. Signore, concedimi la freschezza di spirito, lo sguardo puro, la mente chiara, per poterti riconoscere quando giungi senza alcun segno esterno della tua gloria» [5] .

2. Nel 1928, anno della fondazione dell’Opus Dei, le periferie di una capitale come Madrid, in fase di rapida espansione, erano popolate da grandi folle di persone che vivevano in misere baracche, da lunghe file di sofferenti accolti in ospedali pubblici, e da tanti poveri che nascondevano la loro indigenza dietro un’apparenza dignitosa. Lo ricordava così, lo stesso san Josemaría, pochi giorni prima di lasciare questa terra, ringraziando Dio per essergli stato sempre vicino fin dall’inizio di quell’avventura divina.

«Che cosa fanno le persone quando vogliono ottenere qualcosa? Si servono di tutti i mezzi umani. Quali risorse avevo a disposizione? (…). Andai a cercare fortezza nei quartieri più poveri di Madrid. Ore su ore da tutte le parti, tutti i giorni, a piedi da un lato all’altro, in mezzo a poveri con decoro e poveri miserabili, che non avevano niente di niente; in mezzo a bambini con il moccio in bocca, sporchi, ma bambini, cioè anime gradite a Dio (…). Ho dedicato moltissime ore a quel lavoro, e mi dispiace che non siano state di più. E poi negli ospedali, nelle case in cui c’erano dei malati, se si possono chiamare case quei tuguri... Era gente abbandonata e malata; alcuni, con una malattia allora incurabile, la tubercolosi. E dunque, andai a cercare i mezzi per fare l’Opera di Dio, in tutti quei luoghi. Intanto, lavoravo e davo formazione ai primi che avevo accanto. C’era una rappresentanza di ceti quasi completa: universitari, operai, piccoli imprenditori, artisti... Furono anni intensi, durante i quali l’Opus Dei cresceva dall’interno senza che ce ne rendessimo conto. Ma ho voluto dirvi (…) che la fortezza umana dell’Opera sono stati i malati degli ospedali di Madrid: i più miseri; quelli che vivevano nelle loro case, avendo perduto anche l’ultima speranza umana; i più ignoranti di quelle borgate estreme» [6] .

Così nacque l’Opus Dei e in questo modo si è sviluppato, con l’aiuto del Signore e della sua Santissima Madre. Così continua a crescere anche adesso, grazie all’impegno di tanti fedeli della Prelatura che, seguendo l’esempio di san Josemaría, vivono le “periferie”, prossime o lontane, con il solo desiderio di servire le persone, affinché crescano nella loro dignità di uomini e di cristiani, di figli di Dio. Questo impegno lo condividono con i propri amici, con i colleghi di lavoro, e scoprono che nel servizio al prossimo bisognoso sono loro i primi a trarne sempre un beneficio spirituale enorme. Imparano a vedere nei malati, nei poveri, negli emarginati, una speciale presenza di Cristo. È per questo che il fondatore dell’Opus Dei aveva una fiducia incrollabile nelle loro preghiere e nell’offerta a Dio delle loro malattie e del loro dolore. A questo proposito, mi vengono in mente alcuni episodi accaduti nei primi anni dell’Opus Dei.
Il primo lo ricordava spesso san Josemaría. La protagonista era una donna, ritardata mentale, alla quale egli impartiva direzione spirituale, fiducioso che nessuna malattia poteva impedire la familiarità con Dio, anzi. In quel periodo, a Madrid, si pubblicava un giornale rabbiosamente anticattolico, che arrecava grave danno alle anime. San Josemaría, confidando nel potere di Dio, che opera attraverso strumenti sproporzionati, chiese a quella donna di pregare senza sosta per una sua intenzione, che era proprio la chiusura di quel giornale. A distanza di anni, in una lettera del 1950, scrisse: «Poco tempo dopo si compì ancora una volta ciò che dice la Scrittura: quae stulta sunt mundi elegit Deus, ut confundat sapientes (1 Cor 1, 27); Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Il giornale in questione crollò grazie alle preghiere di una povera ritardata mentale, che continuò a pregare per la stessa intenzione; e allo stesso modo crollarono un secondo e un terzo giornale, che erano succeduti al primo e facevano anche loro un grave danno alle anime» [7] .

Il secondo episodio che desidero condividere con voi era molto personale, e per questo motivo san Josemaría non lo raccontava in pubblico, per evitare di mettersi in mostra. Fu una vicenda alla quale accennò solamente poche volte dinanzi a un ristretto numero di persone, lasciando scorrere i suoi ricordi.

Correvano i primi anni ’30 del secolo scorso. San Josemaría andava ogni giorno a celebrare la Messa nella chiesa di Santa Elisabetta, di cui era rettore. Ogni mattina incontrava una mendicante sulla strada, sempre nello stesso posto. Un giorno le si avvicinò e le disse: «Figlia mia, io non posso darti né oro né argento; io, povero sacerdote di Dio, ti do quel che ho: la benedizione di Dio Padre Onnipotente. E ti chiedo di raccomandare molto una mia intenzione, che sarà per la gloria di Dio e per il bene delle anime. Dai al Signore tutto ciò che puoi!».

Raccontava san Josemaría che, poco tempo dopo, si accorse che nel luogo abituale la mendicante non c’era più. In seguito, durante una visita ai malati di un ospedale, la trovò lì gravemente malata. «Figlia mia, che fai qui, che ti succede?», le domandò. La mendicante sorrise e san Josemaría le assicurò che avrebbe offerto la Messa per lei chiedendo al Signore di ridarle la salute. La donna replicò: «Padre, ma come? Lei mi disse di raccomandare una cosa che era per maggior gloria di Dio e che offrissi al Signore tutto ciò che potevo: ho offerto tutto ciò che ho, la mia vita». «Io vi dico – commentava il fondatore – che, da quando quella povera mendicante se ne andò in Cielo, l’Opera cominciò a camminare in fretta» [8] .

C’è un altro ricordo biografico di san Josemaría che desidero raccontarvi, a proposito di quelle “periferie esistenziali” dove Dio ci chiama per servire e accompagnare i nostri fratelli. In particolare questo episodio lascia emergere la finezza di carità dei santi, che sanno farsi carico della solitudine delle persone vicine.

San Josemaría stava predicando un corso di ritiro per sacerdoti: durante quelle giornate di preghiera cercava di parlare a tu per tu con ognuno dei partecipanti, in modo da ascoltarli e aiutarli nella loro lotta personale. Si accorse che solamente un sacerdote non si era ancora fatto avanti per parlare con lui, e, dopo qualche giorno, gli si avvicinò e lo incoraggiò a confidarsi. Scoprì che stava soffrendo molto per una dura calunnia di cui era accusato ingiustamente. Gli chiese come mai i suoi confratelli non lo sostenessero, e lui gli rispose: “Mi faccio compagnia da solo”. San Josemaría soffrì molto nel vedere la solitudine di quel suo fratello, per di più sacerdote, e lo raccontò alcuni anni dopo. «Mi fece una gran pena quel gelo. Io ero giovane. Gli presi le mani e gliele baciai. Scoppiò a piangere. Credo che, quando andò via, non si sentisse più solo» [9] . Il suo commento finale su questa esperienza furono delle parole che ci richiamano alle nostre responsabilità come cristiani, al dovere di servire il prossimo per amore di Dio: «Trattai quel sacerdote come pensavo che avrebbe fatto Gesù Cristo».

3. Avrei ancora tanti ricordi che narrano la carità e la santità di san Josemaría nel rapporto con le persone a lui vicine o lontane; ma credo che gli episodi rievocati finora siano una manifestazione sufficiente di questo “andare alle periferie dell’esistenza”, impersonando Gesù nel cammino di Emmaus.
L’impegno vissuto da san Josemaría al servizio del prossimo si manifestò nella sua spinta apostolica costante affinché si avviassero moltissimi progetti di promozione sociale e umana nei Paesi più poveri e nelle aree disagiate delle grandi metropoli. E lungo questo cammino di promozione umana e professionale, continuano a impegnarsi oggi uomini e donne della Prelatura, con l’aiuto di tanti amici e cooperatori cattolici e anche non cristiani, desiderosi di contribuire al bene delle persone.
Quello stesso spirito di servizio, lo stimolo ad andare incontro agli altri nelle “periferie esistenziali”, è stato una caratteristica fondamentale anche nella vita di Mons. Álvaro del Portillo, il primo successore di san Josemaría. Lui stesso ricordava come le visite ai poveri e ai malati delle periferie di Madrid, che realizzava da giovane con alcuni amici e colleghi di università, lo prepararono al suo decisivo incontro con l’Opus Dei e alla chiamata divina a seguire il Signore.

«Alcuni colleghi della Scuola di Ingegneria mi portarono a visitare i poveri, per alcuni mesi. Il contatto con la miseria, con l’abbandono, produce un’enorme scossa spirituale. Ci fa vedere come tante volte ci preoccupiamo di sciocchezze che non sono altro che nostri egoismi, meschinità. Vediamo persone che soffrono per motivi gravi – povertà, abbandono, solitudine, malattia – e che sono contente, perché hanno la grazia di Dio. Questo scuote, e mi ha preparato al momento in cui mi hanno presentato nostro Padre» [10] [cioè, san Josemaría].

Durante i quasi vent’anni alla guida dell’Opus Dei, Mons. Álvaro del Portillo suscitò innumerevoli iniziative di tipo educativo e di formazione professionale. Sono frutti dell’anima sacerdotale che tutti i cristiani – “sacerdoti e laici”, ripeteva don Álvaro – dovrebbero mettere in pratica, come attuazione del carattere ricevuto nel Battesimo.

Senza la pretesa di fare un elenco esaustivo, vorrei ricordare alcune strutture e progetti che portano avanti i fedeli della Prelatura con la collaborazione di molte altre persone.
In ambito sanitario mi piace menzionare due iniziative. La prima, sorta nel 1988, è la Università Campus Bio-Medico di Roma, con il policlinico e le facoltà di medicina, scienze infermieristiche e ingegneria biomedica. Nel 2008 è stata ultimata la costruzione della sede attuale; il policlinico è capace di accogliere 400 pazienti e ha 18 sale operatorie. Accanto a questo edificio oggi ci sono un centro di ricerca e un altro per la salute dell’anziano. E come ottimo dettaglio il Comune di Roma ha dedicato la strada che porta al Campus a Mons. del Portillo. Adesso l’Università offre otto corsi di laurea, ha più di 1.000 studenti e il policlinico assiste migliaia di persone.

La seconda iniziativa ci porta in Africa: è il Centre Hospitalier Monkole, sorto nella periferia di Kinshasa in occasione di un viaggio di Mons. Álvaro del Portillo in Congo, nel 1989. Durante il suo soggiorno nel Paese, don Álvaro ascoltò il desiderio del card. Laurent Monsengwo – a quell’epoca Presidente della Conferenza Episcopale del Congo – che si rendeva conto della necessità di avere un centro ospedaliero ben attrezzato, che servisse alla popolazione e anche ai numerosi sacerdoti, religiosi e religiose, missionari, ecc., che lavoravano nel Paese. Mons. del Portillo propose ad alcuni fedeli dell’Opera di avviare un progetto in ambito sanitario. Oggi il centro ospedaliero Monkole offre assistenza medica specialistica (in ginecologia, chirurgia, medicina interna e pediatria) in regime ambulatoriale o di ricovero ospedaliero e promuove l’educazione sanitaria, specialmente in questioni riguardanti malattie particolarmente diffuse. Tre ambulatori satelliti dell’ospedale forniscono assistenza sanitaria in quartieri poveri. Sono anche associati all’ospedale una scuola che ogni anno forma 50 nuove infermiere, e un centro di formazione continua per medici. Si realizzano più di 50.000 visite mediche annuali.

Tra i progetti educativi avviati da Mons. del Portillo in Paesi in via di sviluppo, desidero ricordare il Centro Educativo e Assistenziale Pedreira, che sorge in un quartiere vicino a San Paolo del Brasile. Le condizioni sociali della zona erano tra le più deteriorate della città e molti giovani correvano il rischio reale di cedere alla criminalità, alla violenza e alla droga. Mons. Álvaro del Portillo incoraggiò la nascita di quell’iniziativa. Adesso, ogni anno, il centro Pedreira riceve centinaia di alunni. Inoltre organizza corsi di formazione professionale di base, per ragazzi da 10 a 14 anni, e corsi professionali nel campo delle reti informatiche, dell’amministrazione e delle telecomunicazioni, per giovani tra i 15 e i 17 anni.

Nell’ambito dell’impresa, a Città del Guatemala è sorto l’Instituto para la promoción de la responsabilidad social empresarial. È un centro di studi e di ricerca, che mira a diffondere i principi dell’etica e la responsabilità sociale nell’ambito imprenditoriale. È stato fondato nel 1991 su suggerimento di Mons. Álvaro del Portillo affinché si approfondissero lo studio e la pratica dell’Enciclica Centesimus annus di san Giovanni Paolo II. “Facciamo tutto il possibile – scrisse in una lettera pastorale – affinché i principi della dottrina sociale della Chiesa siano conosciuti e messi in pratica”.

In Uruguay è presente l’Asociación Uruguaya de Escuelas Familiares Agrarias, il cui scopo è elevare la qualità del lavoro nei campi, conferendo maggiore dignità agli agricoltori, aiutandoli a migliorare le condizioni di vita loro e delle loro famiglie. Il primo centro è stato inaugurato nel 1980; oltre ai corsi di aggiornamento permanente, impartisce l’insegnamento secondario di base a 68 alunni. Nel marzo del 1999 sono iniziate le attività del secondo centro che accoglie circa 50 alunne. Mons. Álvaro del Portillo diede un importante impulso ai lavori dell’associazione, in particolare nel corso di un colloquio a Roma, nel 1987, con uno dei suoi dirigenti. A oggi, l’istituzione ha fornito a 485 persone dell’ambiente rurale le competenze necessarie per sviluppare un proprio progetto professionale.
Negli anni Ottanta, un gruppo di donne di diverse professioni, come frutto della formazione ricevuta nella Prelatura, cominciò a svolgere attività d’istruzione professionale a Brixton, una zona multietnica del sud di Londra. Oltre a incoraggiare le persone che portavano avanti l’iniziativa, Mons. del Portillo, in occasione di un viaggio a Londra nel 1987, benedisse la struttura. Nel 1992, le autorità civili della zona decisero di intervenire per ampliare gli edifici. Ora partecipano ai corsi di Baytree più di 500 donne di 48 Paesi e, mediante l’Homework Club, si collabora negli studi e nell’educazione di 900 bambini. Nel frattempo si fornisce formazione professionale a molte madri di famiglia e si cerca di far sì che esse stesse possano aiutare i figli nello studio.

Progetti come quelli appena descritti sono presenti nei sessantasette Paesi dove la prelatura dell’Opus Dei svolge stabilmente i suoi apostolati: dalle Filippine alla Bolivia, dagli Stati Uniti alla Nigeria o al Camerun, dalla Lituania o la Svezia all’Australia o la Nuova Zelanda. Alcuni progetti sono di grande portata, altri sono meno appariscenti; ma, come ripeteva spesso don Álvaro, “tutto è grande se si fa con amore”; e: “Dio vuole servirsi delle cose piccole per appoggiare su di esse la leva della sua misericordia e sollevare il mondo”.

La fede e la decisione di Mons. Álvaro del Portillo nel promuovere tutte queste iniziative provenivano dall’esempio e dall’insegnamento di san Josemaría, il quale considerò sempre che Dio gli aveva ispirato l’Opera per servire la Chiesa e quindi tutta l’umanità. Nel 1957, per volontà del Papa Pio XII, venne chiesto al fondatore che l’Opus Dei si facesse carico della cura pastorale di una delle prelature territoriali del Perù. Quando gli fu proposto di sceglierne una, san Josemaría rispose a Mons. Samorè, Segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari (oggi seconda Sezione della Segreteria di Stato): “Dica al Santo Padre che offra queste prelature ad altre istituzioni della Chiesa; quella che non vorranno gli altri, la potete affidare a noi”. Poi si occupò dei sacerdoti che avrebbero composto il presbiterio, e trasmise loro alcuni consigli derivati dalla sua pratica pastorale. Tra gli altri disse loro di ricordarsi sempre che “nel mondo non c’è che una sola razza, la razza dei figli di Dio”. Da quella prelatura territoriale, dove non c’era neanche un prete nativo, dopo che fu eretto il seminario minore si sono formati il 52% dei sacerdoti incardinati, fedeli alla Chiesa, al Papa, al loro Ordinario.

4. Non vorrei dilungarmi oltre. Ma, prima di finire, desidero accennare a due progetti in corso. Il primo è un’iniziativa sorta nel 2002, dopo la canonizzazione di san Josemaría, chiamata Africa Harambee, che ha avviato programmi di promozione umana e sociale in una decina di Paesi dell’Africa sub-Sahariana. Infine, negli ultimi mesi, non lontano da Gerusalemme, è partito il progetto della costruzione di Saxum, un’iniziativa in memoria di don Álvaro. Questa parola latina, “saxum”, roccia, era il soprannome familiare che san Josemaría aveva dato a quel figlio suo nei primi tempi, quando si rese conto che il Signore lo aveva messo al suo fianco perché fosse un appoggio forte, sicuro come una roccia, nel compito di edificare l’Opera che Dio gli aveva affidato.

Chiedo a tutti voi di pregare per la pronta realizzazione di questo progetto. Saxum si propone di far conoscere, alle persone che viaggiano in Terra Santa per motivi religiosi o turistici, le grandi ricchezze spirituali dei luoghi santificati dalla presenza fisica di Nostro Signore. Desideriamo che sia uno strumento affinché i pellegrini, i turisti, ecc., possano avere nella propria vita l’occasione per una conversione spirituale.
La Provvidenza ha fatto sì che gli edifici in costruzione sorgano proprio lungo il cammino di Emmaus; lo stesso che Gesù ha percorso il giorno della risurrezione, in cerca di due discepoli che si erano scoraggiati e ritornavano alla “periferia” dalla quale erano stati riscattati dalla chiamata del Signore.

Credo che sia arrivato il momento di fermarmi. Vi ringrazio per la vostra pazienza e attenzione. Vi chiedo di pregare per me e per questi apostolati dei fedeli della prelatura dell’Opus Dei; ma specialmente vi chiedo di pregare sempre per la persona e le intenzioni del Santo Padre. Grazie.

[1] 1. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 167.

[2] 2. PAPA FRANCESCO, Lett. enc. Evangelii gaudium, n. 46.

[3] 3. Ibid., n. 20.

[4] 4. Ibid., n. 30.

[5] 5. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 313.

[6] 6. SAN JOSEMARÍA, Note di una meditazione a Roma, 19-III-1975. Cfr. SALVADOR BERNAL, Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer. Appunti per un profilo del Fondatore dell’Opus Dei, Milano, Ares 1985, pp. 192-193.

[7] 7. SAN JOSEMARÍA, Lettera, 7-X-1950, n. 12.

[8] 8. Cfr. JOSÉ MIGUEL CEJAS, Col battere dei vostri passi. José María Somoano e gli inizi dell’Opus Dei, Milano, Ares 1997, p. 119.

[9] 9. Cfr. ANDRÉS VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. II, Leonardo International 2003, p. 424.

[10] 10. ÁLVARO DEL PORTILLO, Parole pronunciate in una riunione familiare, 4-III-1988; in JAVIER MEDINA, Álvaro del Portillo. Il primo successore di san Josemaría alla guida dell’Opus Dei. Ares, Milano 2014, p. 59. L’espressione «nostro Padre» è riferita a san Josemaría Escrivá.

Romana, Nº 59, Luglio-Dicembre 2014, p. 320-329.