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Il miracolo di don Álvaro: intervista ai genitori di José Ignacio Ureta Wilson

Il miracolo attribuito a don Álvaro e approvato dalla Santa Sede si riferisce alla guarigione istantanea del bambino cileno José Ignacio Ureta Wilson. Nell’agosto del 2003, pochi giorni dopo la sua nascita, il piccolo subì un arresto cardiaco durato più di mezz’ora, a causa di un’emorragia massiva.
I suoi genitori si affidarono all’intercessione di don Álvaro del Portillo e, quando ormai i medici pensavano che il bambino fosse morto, senza alcun trattamento aggiuntivo e in modo totalmente insperato, il suo cuore riprese a battere, fino a raggiungere le 130 pulsazioni al minuto. Undici anni dopo, nonostante l’estrema gravità di quel quadro clinico, José Ignacio conduce una vita normale. In questa breve intervista del luglio 2013, sua madre racconta la sequenza di quei drammatici momenti.

– Quanti anni ha oggi José Ignacio?

Il 10 luglio ne compie dieci. È nato il 10 luglio del 2003.

– È nato con alcuni problemi, non è vero?

Beh, in realtà i problemi hanno iniziato a manifestarsi prima della nascita. Già da gennaio del 2003, quando ero incinta, ci rendemmo conto che non sarebbe stata una gravidanza facile, dato che era molto probabile che José Ignacio nascesse con onfalocele (ernia a livello ombelicale). Da allora iniziammo a rivolgerci alla intercessione di don Álvaro, recitando la preghiera stampata sulla sua immaginetta. Quando mi fecero l’ecografia, a marzo, la diagnosi fu confermata.
Ai primi di giugno mi dovettero ricoverare per avere più possibilità di portare a termine la gravidanza. L’attesa è stata per noi eterna, sono stati momenti difficili anche perché il nostro figlio più grande era a casa e avvertiva la tensione dei genitori.
Quando finalmente José Ignacio nacque, pesava di 1 chilo e 750 grammi: per i medici era già un successo, perché ci si aspettava che non superasse il chilo e mezzo.

– Non era stato rilevato nessun problema al cuore?

Prima della nascita, no. Ma poi i medici, per poter operare al più presto l’onfalocele, fecero diversi esami, scoprendo che José Ignacio aveva una malformazione cardiaca con gravi conseguenze per la circolazione del sangue.
Le crisi cardiache sono state costanti fin dall’inizio. Sabato 12 luglio operarono José Ignacio per onfalocele, ma la situazione si complicò: ebbe un abbassamento della temperatura e un arresto cardiaco, tanto che l’operazione fu interrotta d’urgenza. Nei giorni seguenti ci furono nuove crisi che provocarono danni cerebrali: abbiamo una ecografia del 28 luglio che mostra cambiamenti nella massa cerebrale, con lesioni in entrambi gli emisferi a causa della mancanza di irrorazione.
Un giorno ho cominciato a pregare in silenzio, e ho avuto la sensazione che i tassi di saturazione di ossigeno riportati sullo schermo di José Ignacio si stessero gradualmente stabilizzando. Mi ricordo che lo dissi a mio marito. A un certo punto, l’infermiera di turno è andata a controllare e, vedendo che la saturazione migliorava, diminuì l’intensità del flusso del respiratore, affinché José Ignacio lentamente iniziasse a respirare da solo. Quel momento fu per noi la conferma che don Álvaro ci stava aiutando, così andai da altre persone a chiedere di continuare a pregare don Álvaro per José Ignacio.
All’inizio l’idea dei medici era di cercare di stabilizzare José Ignacio, dimetterlo, per poi operarlo entro un anno, ma, vista la situazione, i medici decisero di fare un intervento palliativo, per fare più avanti l’operazione definitiva.
José Ignacio fu operato al cuore il 30 luglio, 20 giorni dopo la nascita, e durante le prime 48 ore dopo l’intervento è andato tutto molto bene. I medici sembravano soddisfatti.
Poi la situazione è cambiata bruscamente.

– Che cosa è successo?

Il 2 agosto, alle 14.30 circa, ci chiamarono chiedendoci di recarci immediatamente alla UTI pediatrica dell’Università Cattolica, perché José Ignacio stava molto male. Capimmo che la situazione era grave. Pregammo lungo tutto il tragitto. Quando arrivammo chiesi di poter vedere mio figlio e mi risposero che non era possibile, perché stava in rianimazione. Mi sentii svenire e abbracciai mio suocero che era arrivato in quel momento. Cominciai a pregare la preghiera di don Álvaro senza smettere. La finivo e ricominciavo daccapo, per tutto il tempo.
Abbiamo chiamato tutti, affinché recitassero e facessero recitare ad altri la preghiera a don Álvaro del Portillo per José Ignacio.
Un’infermiera mi raccontò che, quel giorno, quando vide José Ignacio ebbe la sensazione che qualcosa non andasse, nonostante i suoi parametri fossero normali. Per questo decisero di fare al bambino un ecocardiogramma e solo allora si resero conto che era in corso un’emorragia nel pericardio e iniziarono subito le manovre per ridurla. Poi arrivò l’arresto cardiaco.

– Un altro arresto cardiaco, come prima dell’operazione?

No: questo arresto è durato più di mezz’ora. I medici lo stavano dando per morto, perché non reagiva al massaggio cardiaco né al resto. Ma quando stavano per desistere, il cuore di José Ignacio ha ricominciato a battere.
L’emorragia comunque era stata massiva. Ricordo che fu il dottor Felipe Heusser, cardiologo dell’Università Cattolica, che ci disse che José Ignacio aveva recuperato la frequenza cardiaca, ma aveva avuto un’emorragia nella zona del pericardio e intorno al rene.
Siamo andati a vederlo e il suo colore era spettrale, provammo una gran pena. Le unghie sembravano viola: come mi spiegarono, era una conseguenza della mancanza di ossigeno.
Per tutto il giorno le preghiere furono intense.

– Quando cominciò a riprendersi?

Il mattino dopo fummo informati del fatto che José Ignacio aveva passato bene la notte. Quando andammo in ospedale rimasi colpita dal suo colore sano, come quello di un bambino appena nato. Anche le unghie non avevano più quel colore viola.
Ricordo che il medico di turno ci disse che il dottor Heusser era venuto a chiedere a che ora della notte era morto José Ignacio. È un dettaglio che mi è rimasto impresso, perché è la stessa cosa che il medico chiese al padre di san Josemaría quando ebbe una grave malattia da bambino.
Il dottor Heusser mi confermò di non aver mai pensato che il bambino avrebbe potuto sopravvivere. Ripeteva costantemente quanto sorprendente fosse il recupero. Ci chiese chi avevamo pregato. Anche gli altri medici erano sorpresi.

– Ora José Ignacio conduce una vita normale?

Fa la vita normale di un ragazzo della sua età, ma ha dovuto superare alcune difficoltà iniziali rispetto agli altri bambini. Dopo tutto quello che gli era successo, l’alternativa per lui era la morte o una situazione grave che lo avrebbe costretto in un letto d’ospedale. È per questo che per noi tutto ciò che José Ignacio fa si spiega solo alla luce di Dio e all’intercessione di don Álvaro.
È un appassionato di calcio. Appena può indossa la maglia di Alexis Sánchez o Messi o quella della sua squadra, il Colo-Colo, e gioca a calcio con i suoi amici. Gli piace anche il tennis, e un professore con il quale ha giocato dice che è molto coordinato. Non si stanca mai di ballare: ama la musica, e ogni tanto a casa canta canzoni inventate da lui e balla seguendo i ritmi più diversi. Al matrimonio di sua zia stette tutto il tempo a ballare, fino a quando la festa non finì.

– Ci sono state conseguenze neurologiche?

José Ignacio prende medicine per la concentrazione e, come alcuni dei suoi coetanei, ha una psicopedagogista che lo aiuta. In un certo senso le difficoltà che incontra le potremmo definire normali. A scuola la lettura e la scrittura gli hanno richiesto sforzo, ma ora riesce abbastanza bene.
Secondo la psicopedagogista, José Ignacio può dare molto ed è molto intelligente. A volte, quando fa un compito e non gli viene si arrabbia, ma poi ci ripensa e ritorna a farlo. È perspicace e coglie le cose velocemente, è in grado di usarle per fare battute e per giustificare ciò che fa. Durante i pasti ci fa ridere molto, perché ha sempre voglia di scherzare.

– Come descriverebbe il temperamento e la personalità di suo figlio?

Sono sua madre e riconosco che a volte posso mancare d’obiettività. Ma cercherò di rimanere ancorata il più possibile alla realtà, senza farmi guidare dai sentimenti o dall’orgoglio di avere un figlio come lui.
José Ignacio è un bambino felice, entusiasta, molto motivato. È perseverante, ha una bassa tolleranza alla frustrazione, un’alta autostima e socialità.
A scuola ha molti amici con cui si riunisce per fare i compiti o per giocare alla Wii o alla Play Station o a calcio. I compagni lo invitano spesso a casa loro, in classe sua è una sorta di leader. È anche amico di molti insegnanti, assistenti e studenti più grandi di lui. Alla festa della scuola ha partecipato a una gara di ballo e non aveva problemi a chiedere il microfono ai più grandi per cantare una canzone.
Una volta, quando aveva otto anni, un professore di religione lo vide arrivare a scuola con una abbondante merenda in mano. Allora, per scherzare, gli disse che un tale pasto avrebbe meritato di essere accompagnato da un caffè. José Ignacio gli ha risposto: “Sarebbe meglio una birretta”. Questo senso dell’umorismo è costante in lui.
Anche se la scuola per lui non è facile, è riuscito a perseverare e non è mai diminuita la sua autostima. Se qualcosa gli costa, chiede aiuto e non si fa problemi.
In famiglia è allegro, combattente e pieno di vita. La nascita del fratellino, poco più di un anno fa, lo ha riempito di felicità: canta per lui, ci parla, lo prende in braccio, si preoccupa se piange e controlla quelli che si avvicinano, per proteggerlo.

– Posso chiedere che cosa ha significato per lei e suo marito questa storia?

Ha significato molto, spiritualmente. Ha anche lasciato traccia in altri modi, ma soprattutto è stata importante dal punto di vista spirituale. Quando pensiamo alla nostra vita coniugale, ci rendiamo conto che per noi “l’avventura” di José Ignacio ha rappresentato un processo di conversione e di profondo avvicinamento a Dio.
È stato in quei momenti che abbiamo scoperto la nostra vocazione all’Opus Dei. Io mentre stavo in clinica, prima della nascita di José Ignacio, e mio marito qualche tempo dopo. Ci auguriamo che don Álvaro continui a intercedere per noi in futuro, come ha fatto finora.

– Pensa che il caso di José Ignacio contenga un messaggio che può interessare tutti?

È un invito alla speranza per tutti coloro che sono in difficoltà. José Ignacio è un ricordo vivente del dono che Dio ci ha fatto, mettendoci a questo mondo. La sua perseveranza ci mostra che cosa vuol dire lottare ogni giorno e dare il meglio di noi stessi nelle circostanze della vita in cui siamo. Quando le circostanze sono avverse, essere vicini a Dio è ciò che dà la forza per andare avanti.

Romana, Nº 58, Gennaio-Giugno 2014, p. 98-102.