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Intervista concessa a La Razón, Spagna (24-III-2013)

(Intervista realizzata da
José Beltrán)

– Come ha accolto la notizia dell’annuncio dell’elezione del nuovo Papa? Quali sensazioni le hanno attraversato il cuore in quel momento?

È stata una grande gioia. Noi cattolici abbiamo bisogno di avere il padre comune sulla terra, Vicario di Cristo nella Chiesa universale. Appena ho visto la fumata bianca, mi sono inginocchiato e ho pregato per lui, anche se non sapevo ancora chi fosse. Ho anche rinnovato interiormente il desiderio di essere un buon figlio del Romano Pontefice.

Quando il nuovo Papa Francesco ha parlato per la prima volta dalla Loggia delle Benedizioni, si è riferito a tutte le persone di buona volontà. E ho pensato che il Papa porta il peso, le gioie e i dolori, oltre che dei cattolici, di tutta l’umanità. Per questo, insieme alla gioia ho sentito l’intenso desiderio che tutti noi pregassimo per il successore di Pietro; ho provato anche una voglia filiale di invitare tutti ad amare il Romano Pontefice.

– Di ciò che ha detto in questi primi giorni di Pontificato, che cosa condivide? Che cosa ha richiamato la sua attenzione? Che cosa le ha posto degli interrogativi?

«Cristo è il centro», ha detto ai giornalisti nell’udienza del 16 marzo. Mi ha ricordato quello che ci ripeteva San Josemaría: «È di Cristo che dobbiamo parlare e non di noi stessi». Questo ci rimanda veramente all’essenziale. Papa Francesco ci ha parlato anche dell’azione dello Spirito Santo. Appare necessario leggere in questa chiave l’ultimo Conclave e tutta la storia della Chiesa: in base alla fede.

– Ci troviamo davanti al primo Papa latino-americano della storia. Per sua esperienza come Prelato dell’Opus Dei, quale apporto danno i cristiani dell’America Latina alla vecchia Europa?

Nell’America Latina appare evidente il buono spirito di manifestare la carità con affetto, con un affetto palpabile. Questo calore umano tante volte aiuta a evitare i pregiudizi verso gli altri, a sorvolare su una certa complessità intellettuale che intorbida i rapporti degli uni con gli altri, a instaurare dei rapporti personali veramente umani. La manifestazione di questa capacità di amare si traduce nella pietà popolare che si conserva molto viva in tanti Paesi dell’America, con una devozione verso la Madre di Dio che è nello stesso tempo tenera e forte, e che ha in sé una forza in grado di arricchire l’umanità intera. Tutto questo è un dono per la Chiesa.

– Un po’ per volta veniamo a conoscenza di alcune abitudini particolari del Santo Padre: a Buenos Aires si muoveva in autobus, viveva in un piccolo appartamento... Crede che questi piccoli aspetti della quotidianità possano scuotere coloro che hanno un’immagine stereotipata dei sacerdoti, dei Cardinali, della Chiesa in generale?

Questa austerità è una nota comune degli ultimi Papi – pur con certe manifestazioni esteriori diverse –, ma anche della grande maggioranza dei sacerdoti che hanno appena l’essenziale per vivere, e spesso neppure questo. Come lei dice, si tratta di uno stereotipo. Le racconterò di un Cardinale che una volta è venuto alla Pontificia Università della Santa Croce; fra un’attività e l’altra, alle 5 del pomeriggio hanno servito un coffee break. Mentre prendeva qualcosa, mi disse: «Questa sera non cenerò, perché non ho nessuno che mi aiuti a preparare la cena». Un caso come questo non è generalizzabile, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

La mancanza di beni materiali, diceva San Bernardo, non presuppone in sé una virtù, ma la virtù consiste nell’amare la povertà, che si avverte anche da questi gesti di rinuncia. Tale disposizione è più efficace quando una persona sa fare a meno dei beni superflui ed è distaccata da ciò che possiede. Come diceva San Josemaría, sicuramente la povertà porta all’uomo un tesoro sulla terra e, a tal proposito, indicava come modello quei genitori di famiglie numerose che, impegnate nel portare avanti i loro figli con amore, rinunciano con piacere a tante cose personali. Ci si presenta, quindi, come una virtù da amare – ce lo ha insegnato Gesù – e fa parte della carità. Nello stesso tempo dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza causata dalle ingiustizie personali e sociali, e considero molto naturale che certe volte ci invada anche l’impazienza per tante ingiustizie che vorremmo risolvere.

– La riforma della Curia, la nuova evangelizzazione... Sono molti gli argomenti che i Cardinali hanno affrontato durante le congregazioni generali. Di tutte le questioni che sono state messe sul tappeto, quale considera più urgente per la Chiesa?

Indubbiamente, la Curia, per una logica soprannaturale e insieme umana, si adatta a ogni Papa e alle necessità della Chiesa, secondo i tempi. Ma non compete a me indicare ciò che è prioritario; sta nelle mani del Santo Padre, che non desidera altro che servire tutti. Se parliamo di una riforma, che può essere necessaria, sappiamo che a Roma molte persone lavorano con abnegazione, con grande spirito di servizio, certe volte lontane dalla loro patria e dalla loro famiglia, e con una retribuzione modesta. Ovviamente, nelle congregazioni generali dove i Cardinali si sono parlati, io non ero presente, ma non c’è dubbio che la nuova evangelizzazione continua a essere una priorità per la Chiesa. Mi sembra che lo stile semplice e diretto del Papa costituisca un aiuto di grande valore in questo senso.

– Nel comunicato emesso alcuni giorni fa, lei ha sottolineato l’appello di Papa Francesco all’evangelizzazione. Come si trasferisce questo invito del Santo Padre nel carisma concreto dell’Opus Dei? Quali sono le sfide in tal senso?

Il motto del Cardinale Bergoglio era “Miserando et eligendo”. È tratto da un testo di San Beda il Venerabile, che leggiamo ogni anno nella Liturgia delle ore, ed è un commento alla chiamata di Matteo. Gesù aveva pietà, misericordia, e nello stesso tempo chiamava i suoi discepoli a seguirlo. La vocazione contiene una prova d’amore: nasce dal cuore divino pieno di misericordia. San Beda commenta che Gesù vide «più con lo sguardo interiore del suo cuore che con gli occhi del corpo».

San Josemaría, con il messaggio ricevuto da Dio, è venuto a ricordare che tutti siamo chiamati alla santità, ed era solito dire: «Che io veda con i tuoi occhi, Cristo mio, Gesù della mia anima». Penso che l’urgenza di evangelizzare, sempre attuale nella Chiesa, si manifesti in un invito a rivolgere a tutte le persone uno sguardo apostolico, con misericordia e con affetto, con il desiderio di aiutarle a ricevere il grande dono della conoscenza di Cristo e del suo amore.
Lo spirito dell’Opus Dei spinge i fedeli della Prelatura, sacerdoti e laici, a prendere coscienza che nella vita ordinaria, nel mondo delle professioni, nella famiglia, nelle relazioni sociali, dobbiamo darci da fare per scoprire che gli altri hanno bisogno di noi, non perché siamo migliori, ma perché siamo fratelli. Come disse San Josemaría, proprio durante una catechesi a Buenos Aires, «quando lavorate e aiutate un vostro amico, un vostro collega, un vostro vicino in modo che non se ne accorga, lo state curando; siete Cristo che guarisce, siete Cristo che convive senza ripugnanza verso chi ha bisogno di essere guarito, come potrebbe capitare prima o poi anche a noi».
Tutto questo significa anche portare la croce e amarla; e pure di questo ha parlato Papa Francesco nella sua prima omelia. Come predicava il Cardinale Bergoglio nella sua omelia durante l’ultima Messa Crismale, bisogna avere «pazienza con le persone» insegnando, spiegando, ascoltando, facendo sempre assegnamento sulla grazia dello Spirito Santo.

– Come può essere di aiuto a Papa Francesco sapere che vicino a lui ci sarà il Papa emerito Benedetto XVI?

Penso che il Papa sentirà soprattutto la forza e la compagnia spirituale del suo predecessore. E che potrà appoggiarsi spesso al ricco e attuale magistero di Benedetto XVI. L’affetto che tutti noi nella Chiesa abbiamo per lui diventa più grande perché sappiamo che prega per noi nella sua Messa e nelle sue orazioni, e che sostiene la nostra unione incondizionata a Papa Francesco. In questo senso considero importante rispettare la volontà di Benedetto XVI di scomparire agli occhi del mondo, in modo che sia chiaro che c’è un solo Papa, affinché non facciano confusione quanti forse dispongono di una minore formazione cristiana o di poca cultura teologica. Ora il Romano Pontefice è Papa Francesco, al quale il Papa precedente ha promesso una gioiosa e assoluta venerazione e obbedienza.

– Bergoglio davanti alla tomba di San Josemaría. Javier Echevarría conosce il Papa attuale?

L’ho incontrato in diverse occasioni, qui a Roma (per esempio, in varie sedute del Sinodo dei Vescovi) e a Buenos Aires. È una persona affettuosa, un sacerdote nello stesso tempo austero e sorridente. Vicino ai malati e ai bisognosi sia materialmente sia spiritualmente. Ha una forte personalità. Sa con la chiarezza di un figlio di Dio ciò che vuole e ciò che non vuole.

Tutti sanno che chiede sempre preghiere per sé e che prega molto per gli altri. Una volta, alcuni anni fa, è venuto, per visitare la tomba di San Josemaría, che si trova nella Chiesa Prelatizia di Santa Maria della Pace. Il Cardinale Bergoglio è rimasto in ginocchio per 45 minuti. La sua capacità di pregare – senza fretta – è un esempio per tutti, perché nella preghiera ogni cristiano trova anche la luce e la consolazione del Signore.

Romana, Nº 56, Gennaio-Giugno 2013, p. 84-88.