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Intervista concessa a El Mercurio, Cile (7-IV-2013)

(Intervista realizzata da

Boris Pinto Martín)

— È un segnale per la Chiesa l’elezione di un Papa latinoamericano?

In America Latina c’è una pietà popolare particolarmente delicata, e l’amore per la Madonna risalta in modo particolare. Si percepisce una Chiesa viva, vicina alla gente, ai suoi problemi profondi, che ora ci regala un Papa per continuare la nuova evangelizzazione. Certamente, questo supporrà un rilancio della fede in tutto il mondo, e specialmente nel continente americano. Tutto ciò è un dono per la Chiesa. Ogni Pontefice ha la sua personalità. Papa Francesco ci porta l’impronta pastorale della vicinanza alla “periferia” e al cuore della Sposa di Cristo.

È anche evidente che un Papa proveniente dal continente americano può portare a tutta la Chiesa un aumento del senso di fraternità e di distacco dai beni materiali. Aiuterà tutto il mondo a dare risalto alla cultura dell’essere, della vita, invece che alla cultura dell’avere, che a volte affoga le società economicamente più sviluppate.

— L’Opus Dei dice che vuole “servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita”. Che cosa significa in pratica ciò, riguardo alla disponibilità verso quello che chiede o può chiedere il Papa?

È un’espressione che San Josemaría usava riferendosi alla finalità dell’Opus Dei. Questa affermazione si inquadra nella missione che la Chiesa ha affidato alla Prelatura: contribuire a ricordare che tutti siamo chiamati alla santità nella vita ordinaria, specialmente attraverso il lavoro professionale. A volte compaiono necessità specifiche. Per esempio, Papa Giovanni Paolo II chiese che alcune persone dell’Opus Dei cominciassero il lavoro apostolico in Kazakistan, e così fu fatto; hanno iniziato cercando un lavoro professionale, come qualsiasi persona che cambia di nazione. In altre occasioni, la Curia romana può aver bisogno della collaborazione di un sacerdote, e in questo caso lo chiedono; poiché so che il Papa incoraggia questa richiesta, l’esaudisco subito. Lo stesso succede in molte diocesi. In un altro campo, quando fedeli dell’Opus Dei, con la collaborazione di altre persone, iniziano un lavoro sociale, lo fanno in funzione delle necessità locali e con la benedizione del Vescovo locale: così è incominciato un istituto di insegnamento tecnico nella periferia di Nairobi, un altro in Libano, un ospedale per l’assistenza di malati terminali a Madrid, un lavoro di formazione nel Bronx, a New York…

— Ha in programma di andare a trovare il Papa? Farlo è una consuetudine protocollare oppure bisogna aspettare di essere invitati?

Oltre alle visite regolari che toccano a ogni Vescovo, per informare dello stato della sua diocesi (nel mio caso, dello sviluppo della Prelatura dell’Opus Dei), desidererei vedere il Papa, quando arriverà il momento, per far presente la mia completa adesione alla sua persona e al suo ministero, come gli ho già manifestato per iscritto. Penso che ora il Santo Padre debba affrontare i molti compiti urgenti che l’inizio del pontificato comporta.

— Com’è l’impegno dei membri dell’Opus Dei verso il Papa?

Lo stesso che per il resto dei cattolici: essere buoni figli leali, che assecondano il magistero del Padre comune che è Francesco, e stargli accanto con la preghiera perseverante e l’affetto umano.

Nell’Opus Dei c’è una minoranza di sacerdoti diocesani, ma la grande maggioranza dei fedeli della Prelatura sono donne e uomini che trascorrono buona parte della loro giornata in fabbrica, in un ospedale, in una scuola, in un’impresa, nella vita familiare ordinaria. Pertanto, ciò che sto suggerendo alle persone dell’Opera è che offrano generosamente per Papa Francesco le loro semplici preghiere e che si uniscano alla sua persona nella Messa, anche con le loro ore di lavoro e il loro apostolato di cristiani comuni in mezzo al mondo, e con i sacrifici che portare avanti una famiglia oggi esige. Sono assolutamente certo che molti offriranno per il Papa anche le loro malattie, le loro difficoltà economiche o professionali, le loro cure per un parente o un amico bisognoso, e anche le loro gioie.

In una breve orazione tratta dalla tradizione liturgica della Chiesa, che noi fedeli dell’Opus Dei recitiamo ogni giorno, c’è una supplica per il Santo Padre, nella quale si prega il Signore che lo conservi per molti anni e lo renda felice sulla terra. Cerchiamo di ripeterla con la convinzione che l’orazione — anche questa breve richiesta quotidiana — è sempre feconda.

— Com’era in Argentina il rapporto dei fedeli dell’Opus Dei con il Papa, quando era Arcivescovo di Buenos Aires? Le hanno raccontato qualche episodio?

Durante le mie visite in Argentina ho notato nei fedeli dell’Opus Dei un grande affetto e rispetto per il Cardinal Bergoglio: era un rapporto cordiale, semplice, amichevole, unito alla preoccupazione di assecondare le aspirazioni di questa amata arcidiocesi. Il Cardinale celebrava spesso nella cattedrale la Messa del 26 giugno, nella festa di San Josemaría, il Fondatore dell’Opus Dei. So della vicinanza dei fedeli dell’Opera all’allora Cardinale e della sua paterna corrispondenza. Per esempio, si è recato in un centro dell’Opera a visitare un sacerdote malato, ha partecipato con un altro alla veglia funebre per sua madre… Questi particolari dicono molto della sua attenzione verso la persona, dell’affetto per ciascuno. Conosce bene una scuola promossa da gente dell’Opus Dei a Barracas, confinante con la Villa 21, la baraccopoli più grande della città di Buenos Aires. L’ha visitata più di una volta.

— Qual è stata la sua reazione come Prelato dell’Opus Dei nel sapere che il nuovo Pontefice appartiene alla Compagnia di Gesù?

Ho affidato il Santo Padre a Sant’Ignazio di Loyola, la cui eredità spirituale ha dato tanti frutti nella Chiesa. Sono convinto che Sant’Ignazio intercederà per il Papa attuale; ho pensato anche alla gioia che la sua elezione comporterà per la Compagnia di Gesù.

Ho ricordato la devozione che San Josemaría aveva per Sant’Ignazio, che cita numerose volte in Cammino e chiama familiarmente Íñigo o Ignazio: lo considerava una figura eminente della santità, di quella donazione senza riserve che lui stesso proponeva — per altre vie — a coloro che si avvicinavano al suo apostolato, e celebrò la Santa Messa nella stanza del Santo di Loyola.

Presentare la Chiesa come gruppi separati sarebbe contrario alla comunione, denoterebbe un’ottica priva di fede: tutti stiamo nella barca di Pietro per servire, in unità di cuori e di volontà, ciascuno secondo la sua missione e il suo carisma.

— Papa Francesco ha scritto molto sull’importanza del lavoro nella dignità delle persone, un aspetto che fu sviluppato nella teologia del lavoro di Josemaría Escrivá. Crede che il nuovo Papa conosca gli scritti del Fondatore dell’Opus Dei?

Non ho informazioni sulla sua conoscenza degli scritti di San Josemaría; mi risulta invece che il Papa preghi San Josemaría: alcuni anni fa venne nella Chiesa Prelatizia di Santa Maria della Pace e rimase quasi 45 minuti in preghiera davanti alla sua tomba, in ginocchio.

In ogni modo, mi rallegra questa coincidenza nel valutare il lavoro umano come via di santità e di giustizia sociale. Recentemente, ricordando la propria giovinezza, il Cardinal Bergoglio commentava che il lavoro in un laboratorio era stata una delle esperienze più importanti della sua vita: “Nel laboratorio imparai il bene e il male di ogni lavoro umano” spiegava. Certamente nelle occupazioni quotidiane possiamo coltivare il meglio di noi stessi oppure trasformarci in persone egoiste; il lavoro è palestra di virtù, o — nelle parole di San Josemaría — il cardine della nostra santità. Il lavoro, affermava nel 2007 l’attuale Romano Pontefice, “garantisce la dignità e la libertà dell’uomo, e per questo è la chiave essenziale di ogni questione sociale”. Sono sicuro che il Santo Padre ci insegnerà con l’esempio a trasformare il nostro lavoro — intellettuale, manuale, familiare — in un servizio, facendolo per Dio e per gli altri.

Romana, n. 56, Gennaio-Giugno 2013, p. 91-94.

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