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Discorso nel 10° anniversario di Harambee, Pontificia Università della Santa Croce, Roma (5-X-2012)

Cari amici di Harambee-Africa,

il decimo anniversario della vostra associazione riporta alla memoria il ricordo – sempre attuale – della canonizzazione di San Josemaría Escrivá de Balaguer. Comincio, quindi, a dieci anni da quel 6 ottobre 2002, con un ringraziamento a Dio per questo pastore esemplare, che con la sua eroica corrispondenza ai doni spirituali e umani che aveva ricevuto ha reso possibile, tra le altre cose, che migliaia e migliaia di persone in tutto il mondo sentissero il desiderio di aiutare uomini e donne dei Paesi economicamente più in difficoltà.
Desidero anche esprimere la mia gratitudine al Signore per la diffusione universale della devozione e del ricorso al suo aiuto in questi ultimi dieci anni, a partire da quella cerimonia nella quale l’amatissimo Beato Giovanni Paolo II definì Josemaría Escrivá «il Santo della vita ordinaria».

San Josemaría fu un sacerdote dal cuore grande, come si avverte nei suoi scritti, nella sua predicazione orale, nelle opere di servizio alla società che promosse nella sua vita terrena, e che ha continuato a ispirare – attraverso il suo messaggio – in tutti i continenti, e in modo particolare in Africa, terra di speranza che oggi è al centro della nostra riflessione in questa giornata di studio.

Penso che la sua grande capacità di amare spieghi perché in tanti luoghi del mondo siano sorte chiese, cappelle, edifici, strade e piazze che portano il suo nome; congressi e studi sul suo messaggio di cercare Dio nelle occupazioni ordinarie; libri e prodotti audiovisivi; persone che si avvicinano alla Chiesa grazie a un contatto con la figura e gli insegnamenti di San Josemaría. Ogni 26 giugno, giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria liturgica, abbiamo notizia di migliaia di celebrazioni nei luoghi più svariati del Pianeta. Sante Messe nelle quali donne e uomini di ogni razza e condizione sociale chiedono a Dio, attraverso la sua intercessione, che “nell’esercizio del lavoro ordinario ci uniamo a tuo Figlio Gesù Cristo e partecipiamo con ardente amore all’opera di Redenzione” [1] .

1. Il primato dell’amore

Entriamo adesso nel vivo del tema di questo incontro. San Josemaría predicava che “un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all’altezza dell’amore del Cuore di Cristo” [2] .

Quando parliamo di “cuore umano” non ci limitiamo ai sentimenti, e tanto meno all’organo del corpo. Molto spesso, dice San Josemaría, “alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il compendio e la fonte, l’espressione e la radice ultima dei pensieri, delle parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che vale il suo cuore” [3] .
Benedetto XVI, nella prima sua Enciclica, ha detto: «“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino» [4] .

La carità, l’amore rettamente inteso, non è soltanto il cuore della vita cristiana, ma anche della vita umana tout court. In effetti, “per il fatto stesso che Dio è amore e l’uomo è sua immagine, comprendiamo l’identità profonda della persona, la sua vocazione all’amore. L’uomo è fatto per amare; la sua vita è pienamente realizzata solo se è vissuta nell’amore” [5] . Deriva da qui il fatto che la creatura risulti incomprensibile, anche per sé stessa, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non partecipa con passione a questa ricchezza [6] . E viceversa, l’essere umano si realizza più profondamente e si sviluppa di più come persona quando cresce nell’amore e nella retta donazione di sé stesso, quando supera la logica del ricevere per proiettarsi nella logica della gratuità e del dono.

Parafrasando un insegnamento di San Josemaría, possiamo dire che il gran privilegio della creatura umana è poter amare, trascendendo così l’effimero e il transitorio [7] ; per questo ciascuna, ciascuno, non deve limitarsi a fare cose: il suo comportamento si dimostra pienamente coerente con la propria natura quando nasce dall’amore, quando manifesta l’amore e si ordina all’amore [8] . Inoltre, dobbiamo ribadire con parole del Santo Padre che «la vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo l’autentica immagine di Dio: egli diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama» [9] . La carità, il servizio, la donazione al prossimo esprimono, pertanto, la vocazione fondamentale e innata della persona; questa si sviluppa amando ed essendo amata. Dobbiamo dunque fare in modo che il principio costante e supremo del nostro agire si muova in questo senso, dato che l’esercizio delle virtù è animato dalla carità, vincolo di perfezione. Di fatto, ci dice San Josemaría, “praticando la carità – l’Amore – si attuano tutte le virtù umane e soprannaturali del cristiano, che formano un’unità e non possono ridursi a una enumerazione completa e definitiva. La carità richiede la pratica della giustizia, la solidarietà, la responsabilità famigliare e sociale, la povertà, la gioia, la castità, l’amicizia...” [10] .

Questa realtà riguarda tutta l’umanità, e in modo particolare i discepoli di Gesù: ricordiamo che quando un dottore della legge gli chiese qual era il primo comandamento, il Signore non si limitò ad affermare che l’amore a Dio è il più grande e il primo comandamento, ma aggiunse la necessità di amare il prossimo come comandamento incluso nel primo (Mt 22,35-39). Ha così affermato che non è possibile amare Dio se non si ama il prossimo, perché un’autentica carità verso Dio deve estendersi a ciò che Lui ama, e quindi al mondo e alle persone. Riprendendo un’idea di San Massimo il Confessore, Benedetto XVI insegna che “l’amore di Dio si manifesta nella responsabilità per l’altro” [11] ; e mostra che “nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece a essi veramente vicino” [12] .

Allo stesso modo bisogna affermare che non è possibile un vero amore al prossimo se non si ama Dio: “Uniti a Cristo nella sua consacrazione al Padre, partecipiamo della sua compassione per le moltitudini che reclamano giustizia e solidarietà e, come il buon samaritano della parabola, ci impegniamo a offrire risposte concrete e generose” [13] . L’amore è esigente, richiede dedizione, e questa è possibile grazie alla piena donazione d’amore di Cristo a tutti gli uomini, che ci chiede e ci spinge a trattarlo come ha fatto Lui (Gv 13,34; 15,12): “Fu proprio Gesù a rivelarci fino a quali estremi debbono essere spinti l’amore e il servizio. Soltanto se cerchiamo di capire il mistero dell’amore di Dio, il mistero dell’amore che arriva fino alla morte, saremo capaci di darci totalmente agli altri senza lasciarci sopraffare dalle difficoltà o dall’indifferenza” [14] . Una cosa deve essere chiara: sebbene, nella pratica, l’autentica e gioiosa carità per il prossimo sia più immediata e dia prova dell’amore a Dio, non dobbiamo dimenticare che l’energia per un reale servizio al prossimo proviene dalla virtù soprannaturale della carità: la donazione e l’unione autentica con gli altri sono possibili “grazie alla più intima unione con Dio, in virtù della quale si è totalmente pervasi da Lui – una condizione che permette a chi ha bevuto alla fonte dell’amore di Dio di diventare egli stesso una sorgente ‘da cui sgorgano fiumi di acqua viva’ (Gv 7,38)” [15] .

Questa interazione tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo, predicata e vissuta fin dall’inizio del cristianesimo, è stata ribadita nell’Enciclica Deus caritas est: “Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente ‘pio’ e compiere i miei ‘doveri religiosi’, allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio” [16] .

2. Necessità di appassionarsi alla vita sociale

Il fatto che il comportamento delle creature sia pienamente umano quando scaturisce dall’amore è una realtà che “vale anche in ambito sociale: occorre che i cristiani ne siano testimoni profondamente convinti e [lo] sappiano mostrare, con la loro vita” [17] . Per questo la carità, il servizio, devono presiedere e penetrare tutte le relazioni umane: “È il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” [18] . Dobbiamo essere convinti, e aiutare gli altri a convincersi, che la società non si costituisce principalmente attraverso vincoli contrattuali e utilitaristici, ma attraverso i vincoli più profondamente umani che si fondano sull’amore: un principio, questo, che deve diventare il criterio principale anche per lo sviluppo della società, e che deve essere considerato l’anima di tutto l’ordine sociale [19] . La carità, insegna il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, è una “forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce” [20] .

Da qui deriva l’esigenza, che riguarda tutte le componenti della società – in primo luogo i cristiani e la stessa comunità ecclesiale –, di sforzarsi di amare, veramente e nei fatti, il prossimo, non solo nelle relazioni interpersonali (ad esempio, quelle familiari), ma anche con un amore che comprende giustamente anche le persone più lontane. Se vogliamo realizzare una società più umana, più degna della persona, occorre dare la giusta importanza alla carità sociale, perché ispiri, purifichi e dia lustro a tutti i rapporti umani, politici, economici, ecc. In definitiva, il criterio più importante perché ci sia progresso per tutti e crescita sociale è il precetto dell’amore: Gesù Cristo “ci rivela che Dio è carità (1 Gv 4,8), e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il comandamento nuovo dell’amore [...]. Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita” [21] . La carità deve impregnare tutte le strutture sociali. Per questo, il Santo Padre ha riassunto la funzione della dottrina sociale della Chiesa affermando che essa è “caritas in veritate in re sociali, annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società” [22] .

3. Alcune conseguenze

La realtà che abbiamo di fronte implica diverse conseguenze pratiche, per il cammino della Chiesa e di ciascun fedele. Vediamone alcune.
L’esigenza di annunciare il Dio-Amore evidenzia che, anche nella sfera sociale, l’impegno di carità non può essere considerato come qualcosa di buono, ma secondario. Esso costituisce invece una parte fondamentale della missione della Chiesa e di ciascun cristiano. Per questo, l’organizzazione ecclesiale della carità è iniziata fin dai primi passi della Chiesa e poi, in modi diversi, è proseguita e proseguirà lungo tutta la storia. Così ne parlava San Josemaría: “Si comprendono benissimo l’impazienza, l’ansia, i desideri inquieti di [...cristiani coerenti che] non si rassegnano di fronte all’ingiustizia personale e sociale che il cuore umano è capace di creare. Sono tanti i secoli della convivenza degli uomini, e tanto è ancora l’odio, tante le distruzioni, tanto il fanatismo accumulato in occhi che non vogliono vedere e in cuori che non vogliono amare.
“Vediamo i beni della terra divisi tra pochi e i beni della cultura chiusi in cenacoli ristretti. Fuori, c’è fame di pane e di dottrina; e le vite umane, che sono sante perché vengono da Dio, sono trattate come cose, come numeri statistici. Comprendo e condivido questa impazienza: essa mi spinge a guardare a Cristo che continua a invitarci a mettere in pratica il comandamento nuovo dell’amore” [23] .

Promuovere la carità sociale, di conseguenza, è per tutti un compito necessario a livello individuale, associativo e anche ecclesiale. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con forza, auspicando “che tutti prendano sommamente a cuore di annoverare le solidarietà sociali tra i principali doveri dell’uomo d’oggi, e di rispettarle”, e ricordando inoltre che “il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna” [24] . In questa logica, San Josemaría insegnava che “i cristiani – pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo – devono coincidere nel comune desiderio di servire l’umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini” [25] .

La carità – che è amore – deve riversarsi su ogni creatura nella sua interezza, corporale e spirituale: “Gli uomini hanno bisogno del pane della terra, che sostiene la loro vita, e anche del pane del Cielo che illumina e dà calore ai loro cuori” [26] . Una grave carenza richiede urgentemente l’offerta di aiuti materiali in tanti momenti specifici, però non si devono mai dimenticare gli aiuti spirituali: la carità deve rendere visibile in ogni modo l’amore di Dio. In questo senso, l’attività caritativa cristiana deve mantenere una propria peculiarità, che non può assimilarsi né confondersi in una filantropia puramente umana, buona ma insufficiente a compiere la missione lasciataci da Cristo. Inoltre, dobbiamo ricordare che la forza di tutto l’agire caritativo dipenderà dalla forza della fede e dell’amore di Dio in coloro che lo esercitano: come afferma Benedetto XVI, «solo sulle basi di un quotidiano impegno ad accogliere e vivere pienamente l’amore di Dio si può promuovere la dignità di ogni singolo essere umano [...]. Senza un fondamento trascendente, senza un riferimento a Dio Creatore, senza la considerazione del nostro destino eterno, rischiamo di cadere in preda a ideologie dannose” [27] .

Allo stesso tempo, per non perdersi in sogni sterili, occorre ribadire che la carità sociale va istituzionalizzata: “Per tanti aspetti il prossimo da amare si presenta ‘in società’ [...]: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza. È indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora a un bisogno reale e impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato a organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli” [28] .

È molto importante sottolineare che, sebbene le strutture sociali siano necessarie, la loro finalità non consiste nel sostituire l’amore tra le persone, perché la dignità umana si può misurare soltanto con l’amore, e non semplicemente con ciò che è giusto, ragionevole, ecc.: “Siate persuasi che non potrete mai risolvere i grandi problemi dell’umanità unicamente con la giustizia. Quando si fa giustizia e basta, non c’è da meravigliarsi che la gente si senta ferita: la dignità dell’uomo, che è figlio di Dio, chiede molto di più. La carità deve accompagnare e penetrare tutto, perché addolcisce, deifica: Dio è amore (1 Gv 4,16). Dobbiamo essere sempre mossi dall’Amore di Dio, che rende più facile voler bene al prossimo, e purifica e innalza gli amori terreni” [29] . Inoltre, “l’affermazione secondo la quale le strutture giuste renderebbero superflue le opere di carità di fatto nasconde una concezione materialistica dell’uomo” [30] . Per questo le istituzioni e le leggi non sono sufficienti per costruire una società degna della persona; occorre anche la carità personale come solido fondamento della vita sociale.

Quanto è stato detto si applica a qualunque situazione sociale, ma è necessario realizzarlo soprattutto a favore dei gruppi sociali più indigenti; e quindi mettere in pratica l’amore preferenziale per i poveri, nella sua dimensione sociale e planetaria, promuovendo forme di cooperazione allo sviluppo che superino le diversità religiose, razziali, ideologiche, territoriali, ecc. San Josemaría ricordava che “l’Opus Dei [deve essere presente] dove c’è povertà, dove manca il lavoro, dove c’è tristezza e dove c’è dolore, per fare in modo che il dolore venga vissuto con gioia, che la povertà scompaia, che non manchi il lavoro – formiamo le persone perché lo possano trovare –, e per fare in modo che Cristo entri nella vita di ciascuno, nella misura in cui ciascuno lo vuole, perché siamo molto amici della libertà” [31] . E, come affermava in un’altra circostanza, “non c’è che una razza: la razza dei figli di Dio. Non c’è che un colore: il colore dei figli di Dio. E non c’è che una lingua: quella che parla al cuore e alla mente e, senza suono di parole, ci fa conoscere Dio, e fa sì che ci amiamo scambievolmente” [32] .

Ma è anche un motivo pratico a incoraggiare la cooperazione per lo sviluppo di tutti, giacché qualunque gruppo umano può realizzare il proprio sviluppo a condizione di favorire lo sviluppo degli altri. Il Beato Giovanni Paolo II ricordava che “la collaborazione allo sviluppo di tutto l’uomo e di ogni uomo è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere comune alle quattro parti del mondo [...]. Se, al contrario, si cerca di realizzarlo in una sola parte, o in un solo mondo, esso è fatto a spese degli altri; e là dove comincia, proprio perché gli altri sono ignorati, si ipertrofizza e si perverte” [33] . Tuttavia, al di là di questa ragione pratica, la cooperazione allo sviluppo, in particolare quella verso i più indigenti, è un imperativo etico e cristiano, che presuppone la rinuncia a ogni forma di egoismo. Questa unione dell’umano e del divino ha un ruolo centrale nel messaggio di San Josemaría: egli affermava che la vita dei fedeli dell’Opera implica “un servizio con fini esclusivamente soprannaturali, perché l’Opus Dei non è né mai sarà – non può assolutamente esserlo – uno strumento temporale; ma è allo stesso tempo un servizio umano, perché voi non fate altro che cercare di raggiungere la perfezione cristiana nel mondo in un modo pulito, con la vostra iniziativa liberissima e responsabile in tutti i campi dell’agire civile. Un servizio abnegato che non abbrutisce bensì educa, allarga il cuore – lo fa diventare romano, nel senso più elevato di questo termine – e spinge a cercare la dignità e il benessere dei popoli di ogni nazione: affinché ci siano sempre meno poveri, meno persone senza istruzione, meno anime senza fede, meno disperazione, meno guerre, meno insicurezza, più carità e più pace” [34] .

Come tutto ciò che attiene alla vita cristiana, anche i criteri indicati non si riducono a una buona teoria da predicare, ma costituiscono principalmente uno stimolo per agire con efficacia a favore dello sviluppo integrale di tutti gli uomini, senza escludere nessuno [35] . Tale sviluppo va considerato un obiettivo imprescindibile, che esige uno sforzo – programmato, responsabile e organizzato – che tutti, ciascuno nel ruolo che gli compete nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a realizzare [36] . A tal fine, forse si dovrà fare in modo di cambiare gli stili di vita, le strutture di potere che governano la società, i modelli di produzione e di consumo, orientandoli secondo una corretta concezione del bene comune dell’umanità intera [37] . Nessuno può esimersi dall’impegno a vivere in questo modo, con l’intento di aiutare i nostri fratelli. Ma è allo stesso modo fondamentale trasmetterlo agli altri, aiutandoli cioè – come segnala San Josemaría – “a superare l’egoismo e a usare parte del proprio tempo generosamente al servizio delle persone meno fortunate, partecipando a lavori (adeguati alla loro età) in cui si manifesti una vera preoccupazione di solidarietà umana e divina” [38] .

Dato che le iniziative di Harambee sono indirizzate verso il mondo africano, mi piace ricordare alcune parole di Benedetto XVI nella Esortazione apostolica Africæ munus del 19 novembre scorso: “La coscienza umana è interpellata da gravi ingiustizie presenti nel nostro mondo, in generale, e all’interno dell’Africa, in particolare [...]. La giustizia, vissuta in tutte le dimensioni della vita, privata e pubblica, economica e sociale, ha bisogno di essere sostenuta dalla sussidiarietà e dalla solidarietà, e ancor più di essere animata dalla carità” [39] .

Harambee è nato in occasione della canonizzazione di San Josemaría Escrivá. Nell’augurarvi oggi un felice anniversario, vi ringrazio per il vostro lavoro e vi assicuro le mie preghiere affinché sempre più persone partecipino a questo sforzo collettivo che cerca di sostenere persone ed enti africani, perché a loro volta diventino artefici e protagonisti dello sviluppo dei propri Paesi. Insieme a voi, rendo grazie a Dio per i numerosi progetti educativi che già si sono messi in moto nell’Africa subsahariana negli scorsi dieci anni, e per le numerose attività che avete promosso nel resto del mondo, anche per diffondere una visione dell’Africa lontana dagli stereotipi: in questo vostro Continente sono presenti certamente alcune ingiustizie che non possono lasciar indifferente nessuno; ma l’Africa è anche terra di valori spirituali molto importanti per la nostra epoca.


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Dopodomani inizia la XIII Assemblea del Sinodo dei Vescovi sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Vi invito a pregare per questa intenzione. Nel decimo anniversario della canonizzazione di San Josemaría possiamo ricorrere alla sua intercessione: che questa Assemblea ecclesiale serva a ricordare al mondo che la santità non si limita a essere una meta per privilegiati, ma che – come ha confermato il Concilio Vaticano II – è un invito universale, accessibile a ogni uomo e a ogni donna di buona volontà. Preghiamo il Signore che questo Sinodo contribuisca, insieme all’ormai imminente Anno della fede, a dilatare molti cuori “secondo la misura dell’amore del Cuore di Cristo”. Cuori che – con la grazia di Dio – siano motori per altre conversioni e per trasformazioni del contesto sociale, in armonia con la dignità umana e con quella gloria di Dio cui l’uomo è destinato, in Africa e in tutto il mondo.

[1] 1. Orazione colletta della Messa di San Josemaría Escrivá de Balaguer, sacerdote (26 giugno).

[2] 2. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 167.

[3] 3. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 164.

[4] 4. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 1.

[5] 5. BENEDETTO XVI, Messaggio al X Forum Internazionale dei Giovani, 24-III-2010.

[6] 6. Cfr. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptor hominis, n. 10.

[7] 7. Cfr. SAN JOSEMARÍA, El compromiso con la verdad, n. 8 (Discursos sobre la universidad).

[8] 8. Cfr. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 48.

[9] 9. BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 6-VI-2005.

[10] 10. SAN JOSEMARÍA, Colloqui, n. 62.

[11] 11. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Spe salvi, n. 28.

[12] 12. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 42.

[13] 13. BENEDETTO XVI, Discorso alle organizzazioni della Pastorale Sociale, 13-V-2010.

[14] 14. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 98.

[15] 15. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 42.

[16] 16. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 18.

[17] 17. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 580.

[18] 18. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 2.

[19] 19. Cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 32.

[20] 20. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 207.

[21] 21. CONCILIO VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 38.

[22] 22. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, n. 5.

[23] 23. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 111.

[24] 24. CONCILIO VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, nn. 30 e 43.

[25] 25. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 167.

[26] 26. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 49.

[27] 27. BENEDETTO XVI, Discorso alla Caritas Internazionale, 27-V-2011.

[28] 28. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 208.

[29] 29. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 172.

[30] 30. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 28 b).

[32] 32. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 106.

[33] 33. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, n. 32.

[34] 34. SAN JOSEMARÍA, Lettera 31-IV-1943, n. 1.

[35] 35. Cfr. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Centesimus annus, n. 57.

[36] 36. Cfr. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, nn. 42-45.

[37] 37. Cfr. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Centesimus annus, n. 58.

[38] 38. SAN JOSEMARÍA, Colloqui, n. 111.

[39] 39. BENEDETTO XVI, Esort. ap. Africæ munus, n. 24.

Romana, Nº 55, Luglio-Dicembre 2012, p. 291-300.