envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Nell’Ordinazione sacerdotale di 35 diaconi della Prelatura, Basilica di Sant’Eugenio, Roma (5-V-2012)

Cari fratelli e sorelle.
Carissimi ordinandi.

1. Il canto d’ingresso di questa Santa Messa riassume il significato di tutta la celebrazione liturgica odierna. Dio, per bocca del profeta Isaia, aveva promesso: “Darò a voi dei pastori secondo il mio cuore, essi vi guideranno con sapienza e dottrina” (cfr. Is 61,1). Ed ecco che, ancora una volta, il Signore è fedele alla sua promessa. Trentacinque diaconi della Prelatura dell’Opus Dei stanno per ricevere l’Ordinazione sacerdotale, che fa presente in questo mondo il sacerdozio di Cristo.

Rendiamo grazie a Dio per l’amore incommensurabile che ci ha manifestato. Non solo ha mandato su questa nostra terra il Figlio Unigenito per redimerci dei nostri peccati, ma ha voluto anche che il suo Sacrificio redentore fosse presente tra di noi fino alla fine dei secoli nella Santa Messa. È questa la missione principale affidata ai sacerdoti, sacramentalmente identificati con il Sommo ed Eterno Sacerdote. Lo ricordava ancora una volta il Santo Padre Benedetto XVI, domenica scorsa, durante un’Ordinazione sacerdotale. «In effetti – diceva –, il presbitero è chiamato a vivere in sé stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del “dare la vita” per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia» [1] .

2. Il Concilio Vaticano II enumera così i compiti affidati ai presbiteri: “Predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento” [2] . A essi si richiamano in qualche modo le letture della Messa.

Abbiamo ascoltato come San Paolo, dopo la sua conversione, si era recato a Gerusalemme, dove “cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui” (At 9,26). Era ancora recente la persecuzione condotta da Saulo contro quella comunità cristiana e, comprensibilmente, la gente diffidava di Paolo. Grazie però alla testimonianza di Barnaba, che conosceva bene i fatti accaduti alle porte di Damasco, i dubbi si dissiparono. Barnaba “raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore” (ibid., 27-28).
In diversi momenti, negli Atti degli Apostoli si parla della prima predicazione apostolica. Questa insistenza indica che, di fronte al compito di comunicare il messaggio cristiano, non si deve tener conto dei rispetti umani, né aver paura di essere criticati a causa della nostra fede e della nostra condotta cristiana, anche quando l’ambiente fosse avverso. Tutti noi, sacerdoti e laici, possiamo e dobbiamo trarre profitto da questa lezione. Come i primi discepoli, di fronte a una situazione contraria agli insegnamenti della Chiesa, dobbiamo dire: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20).

Infatti, in quanto cristiani, siamo tutti chiamati all’apostolato, con la testimonianza della vita e con la parola. Inoltre, le persone con cui ci incontriamo, molto spesso non hanno sentito parlare di Gesù, o lo hanno dimenticato. L’Anno della fede, che inizierà nel mese di ottobre, sarà una buona occasione per incrementare la nostra partecipazione alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Ricordo a questo proposito alcune parole di San Josemaría ai sacerdoti, opportune per tutti noi. Diceva: “Parlate con fede, alla presenza di Gesù Cristo [...]. Allora scuoterete le persone e Dio effonderà grazie abbondanti sulle anime dei fedeli e sulle vostre anime” [3] .

3. Nel Vangelo Gesù paragona Sé stesso a una vite piantata dal Padre suo celeste; e aggiunge che tutti noi battezzati siamo i tralci. “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

Senza l’aiuto del Signore, senza l’intervento dello Spirito Santo, la nostra vita e la nostra azione non valgono niente dal punto di vista soprannaturale. Se questo vale per tutti, a maggior ragione deve affermarsi per i sacerdoti. Sappiamo che il Signore non ha voluto far dipendere l’efficacia dei sacramenti della santità personale del ministro. È Gesù che dona la grazia: perciò, quando uno battezza o amministra gli altri sacramenti, è Cristo stesso che agisce per mezzo del suo strumento visibile [4] . Ma certamente sarà più abbondante la grazia, troverà meno ostacoli per arrivare alle anime, se i ministri sacri – come viene chiesto loro dalla Chiesa nel rito dell’Ordinazione – cercano sinceramente di essere “sempre più uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima si è offerto al Padre per noi”, consacrandosi loro stessi “a Dio insieme con lui per la salvezza del mondo” [5] . Come scrisse nostro Padre in un antico appunto: “Il tuo compito, sacerdote, non è solo salvare le anime, ma santificarle” [6] .

Meditiamo ancora le parole del Signore: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv 15,4). San Paolo, tanto amato dal nostro Fondatore, ripeteva: “Sollicite cura teipsum” (2 Tm 2,15); abbiate cura di voi stessi, cercate di migliorare costantemente la vostra vita spirituale. E così insisteva pure il Papa la settimana scorsa: la «dimensione eucaristico-sacramentale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica [...]. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo» [7] .

4. Vediamo ora il terzo compito sacerdotale del quale il Signore vi fa partecipi: guidare le anime mediante la direzione spirituale e le altre attività pastorali. San Giovanni ci trasmette il comandamento del Signore. “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato” (1 Gv 3,23).

Questo mandatum novum, promulgato da Gesù nell’Ultima Cena, assume per voi ora un significato particolare. Carità pastorale è il nuovo nome che ha per voi questo precetto del Signore; dovete amare come Cristo-Pastore, che ha dato la vita per le sue pecore. A questo proposito risulta molto attuale un altro insegnamento di San Josemaría: “Figli miei sacerdoti, per adempiere pienamente, con fedeltà, i doveri del vostro ministero, avete bisogno di un cuore grande, universale, capace di comprendere le debolezze altrui e le proprie [...]. È questa la nostra vita: amare, proclamare per davvero con le opere: ‘Caritas mea cum omnibus vobis’ (1 Cor 16,24), il mio affetto è per tutte le anime. Questo modo di comportarsi ci renderà contemplativi, in costante dialogo con il Signore” [8] .

In alcune occasioni potrà essere difficile comportarsi così, ma non dimentichiamo che non siamo mai soli. Lo Spirito Santo abita nelle nostre anime; è Lui che ci spinge a uscire da noi stessi per darci agli altri, sollecitati dall’amore del Cristo: “Caritas Christi urget nos” (2 Cor 5,14). E se qualche volta affiorasse la tentazione dello scoraggiamento, al considerare i nostri difetti personali, pensiamo a queste altre parole di San Giovanni, scritte per noi, purché rinnoviamo tutti i giorni il desiderio di servire senza condizioni il prossimo: “In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1 Gv 3,19-20).

Questo precetto deve suscitare in noi una grande pace: Dio ci conosce bene, non ignora le più profonde aspirazioni del nostro cuore e le nostre debolezze, ci ama con tutto il suo infinito amore. Abbandoniamoci fiduciosamente nelle mani di Nostro Signore, Buon Pastore, che si prende cura di noi e ci guarisce per mezzo dei ministri di Dio.

Prima di terminare, desidero ringraziare di tutto cuore i genitori, i fratelli e le sorelle, le famiglie dei nuovi sacerdoti, perché hanno avuto una parte molto importante nella vocazione sacerdotale di questi uomini. A tutti chiedo di pregare per loro, affinché siano sacerdoti alla misura del Cuore di Gesù.

Come sempre – è un obbligo – vi invito anche a pregare con gratitudine e affetto per il Santo Padre Benedetto XVI, uniti alla sua Persona e alle sue intenzioni; per i Vescovi in comunione con il Papa, per tutti i presbiteri e diaconi della Chiesa, per i candidati al sacerdozio nel mondo intero. Possiamo fare nostra la supplica di San Josemaría: “Prega per i sacerdoti, per gli attuali e per quelli che verranno, perché amino davvero, ogni giorno di più e senza discriminazioni, gli uomini loro fratelli, e perché sappiano farsi amare da loro” [9] .

Il fatto che questa Ordinazione si tenga nei primi giorni di maggio, il mese dedicato alla Madonna, è un chiaro invito a chiedere l’intercessione della Madre di Dio e Madre nostra. La supplichiamo che abbia cura di questi nostri fratelli e di tutti i sacerdoti che saranno ordinati nel corso degli anni, per far presente nella Chiesa e nel mondo i frutti dell’opera redentrice del suo Figlio Gesù, il Buon Pastore che ha dato la propria vita per le sue pecore. Così sia.

[1] 1. BENEDETTO XVI, Omelia in un’Ordinazione sacerdotale, 29-IV-2012.

[2] 2. CONCILIO VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 28.

[3] 3. SAN JOSEMARÍA, Note di una riunione familiare con sacerdoti, 26-X-1972.

[4] 4. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 7.

[5] 5. Messale Romano, Rito dell’Ordinazione sacerdotale.

[6] 6. SAN JOSEMARÍA, Manoscritto senza data, in Romana XVI (2000), 49-50.

[7] 7. BENEDETTO XVI, Omelia in una Ordinazione sacerdotale, 29-IV-2012.

[8] 8. SAN JOSEMARÍA, Lettera 2-II-1945, n. 31.

[9] 9. SAN JOSEMARÍA, Forgia, n. 964.

Romana, Nº 54, Gennaio-Giugno 2012, p. 93-96.