envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Lettera del 2 ottobre 2011


Lettera del 2 ottobre 2011

Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

1. In seguito al mandato apostolico ricevuto dal Signore (cfr. Mt 28,19-20), la Chiesa non ha cessato di evangelizzare. Molti frutti sono arrivati nel corso dei secoli: per grazia di Dio, anche l’Opera e ognuno dei suoi fedeli. Come in altre epoche, anche ora in molti ambienti si sta verificando un forte processo di scristianizzazione, che porta con sé perdite molto gravi per l’umanità. Dio ha sempre inviato alla Chiesa santi che, con la loro parola e con l’esempio, hanno saputo ricondurre le anime a Cristo. Come ha scritto il Papa Benedetto XVI nella sua enciclica sulla speranza, il cristianesimo non è “soltanto ‘una buona notizia’, una comunicazione di contenuti”, ma “una comunicazione che produce fatti e cambia la vita” [1] .

Mi soffermo ora su alcuni aspetti di questa formazione per la nostra vita spirituale e per prendere parte alla “nuova evangelizzazione”, come l’ha definita il Beato Giovanni Paolo II.
Nel 1985 il primo successore di nostro Padre ci inviò una lettera pastorale, spingendoci a partecipare molto attivamente a questo apostolato, insistendo sulla necessità di impegnarci nella formazione personale e nella trasmissione alle anime di questo lavoro.
Anche Benedetto XVI guida ora i cristiani per gli stessi sentieri. La recente creazione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione [2] è una dimostrazione di questo interesse. Tutti ci sentiamo interpellati dalle sue parole nella recente Giornata Mondiale della Gioventù, quando incoraggiava i giovani “a dare testimonianza della fede negli ambienti più diversi, incluso dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo per voi stessi! Comunicate agli altri la gioia della vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio” [3] .

LA FORMAZIONE
PER LA NUOVA
EVANGELIZZAZIONE

Come i primi cristiani

2. Dato che l’Opera è venuta al mondo proprio per ricordare la chiamata universale alla santità e all’apostolato, San Josemaría affermava che “il modo più facile per capire l’Opera è di pensare alla vita dei primi cristiani. Essi vivevano a fondo la loro vocazione cristiana; cercavano seriamente la perfezione alla quale erano chiamati per il fatto, semplice e sublime, di aver ricevuto il Battesimo. Non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini” [4] .

A Pentecoste il Paraclito spinse gli Apostoli e gli altri discepoli a evangelizzare, ravvivando nelle loro menti gli insegnamenti di Gesù. Basta leggere gli scritti del Nuovo Testamento per avere la conferma che una delle prime occupazioni dei Dodici consisteva nel piantare il seme della fede e alimentarlo con i loro insegnamenti, a parole e per lettera. Il paziente lavoro di formazione che il Signore fece con gli Apostoli per tre anni, prolungato senza sosta da loro e dai loro collaboratori, con l’assistenza dello Spirito Santo, trasformò il mondo antico sino a farlo diventare cristiano.

La necessità e l’importanza della formazione

3. San Josemaría spinse tutti ad acquisire e migliorare costantemente la propria formazione cristiana, presupposto indispensabile per crescere in intimità con Cristo e per farlo conoscere ad altre anime. “Discite benefacere” (Is 1,17), imparate a fare il bene, ripeteva con parole del profeta Isaia; “infatti è inutile che una dottrina sia meravigliosa e salvifica, se non ci sono uomini in grado di metterla in pratica” [5] . Fin dai primi passi da sacerdote, egli dedicò molte energie a formare dottrinalmente le persone che si avvicinavano al suo lavoro pastorale; poi, man mano che l’Opus Dei cresceva, intensificò questa dedicazione e predispose i mezzi necessari per dare continuità all’attività formativa; prima di tutto dei suoi figli, ma anche delle innumerevoli persone – uomini e donne, giovani e gente matura, sani e malati – che si mostravano disposte ad accogliere nelle loro anime questo messaggio.

Nostro Padre contava cinque aspetti della formazione: umano, spirituale, dottrinale-religioso, apostolico e professionale. Affermava che un uomo, una donna, “si ‘costruisce’ un po’ alla volta, e non arriva mai a completarsi del tutto, a realizzare in sé stesso tutta la perfezione umana di cui la natura è capace. In un determinato aspetto può anche arrivare a essere il migliore, rispetto a tutti gli altri, e forse a essere insuperabile in quella specifica attività naturale. Invece, come cristiano, la sua crescita non ha limiti” [6] .

Sul piano umano, se ci esaminiamo con sincerità, scopriamo immediatamente di aver bisogno di perfezionare il nostro carattere, il nostro modo di essere, acquisendo e migliorando le virtù umane che costituiscono il supporto di quelle soprannaturali. Lo stesso accade nella formazione spirituale, perché c’è sempre la possibilità di progredire nelle virtù cristiane, specialmente nella carità, che è l’essenza della perfezione.

Anche nell’aspetto dottrinale-religioso, la nostra conoscenza di Dio e della dottrina rivelata può e deve crescere: per meglio armonizzare con i misteri della fede la nostra intelligenza, la nostra volontà e il nostro cuore, e assimilarli con maggiore profondità.
L’apostolato, a sua volta, è “un mare senza sponde”, e serve preparazione per annunciare l’amore di Cristo in nuovi ambienti e in altri Paesi. Questo era il programma di San Josemaría fin dagli inizi, come appare in un autografo dei primi anni dell’Opera: “Conoscere Gesù Cristo. Farlo conoscere. Portarlo in tutti i luoghi”. Il prestigio professionale diventa “l’amo di pescatore d’uomini” [7] per estendere alla società il regno di Cristo, già presente nella sua Chiesa.

Il panorama è tanto vasto che non potremo mai dire: ormai sono formato. “Noi non diciamo mai basta. La nostra formazione non finisce mai: tutto quello che avete ricevuto finora – spiegava nostro Padre – è il fondamento di quel che verrà dopo” [8] .

Libertà, docilità, senso di responsabilità

4. L’identificazione con Cristo richiede la libera cooperazione umana: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te” [9] . La risposta personale assume un ruolo imprescindibile, ma dove non arriva la creatura interviene la grazia di Dio. “Il Signore ci ha lasciato la libertà, che è un bene molto grande e l’origine di molti mali, ma è anche l’origine della santità e dell’amore” [10] . L’origine dell’amore: solo gli esseri liberi sono in condizioni di amare e di essere felici. Difficilmente l’amore cresce dove domina la coercizione. E non c’è fedeltà senza la decisione libera e determinata di identificarsi con la Volontà di Dio.

La Chiesa possiede il rimedio per curare la debolezza umana, conseguenza del peccato, che si manifesta, fra l’altro, in una diminuzione della libertà interiore. Questo rimedio, la grazia divina, non soltanto sana la libertà naturale, ma la innalza a una libertà nuova e più alta. Cristo, infatti, “ci ha liberati dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21). “State dunque saldi – esorta l’Apostolo –, e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).

“Vuoi considerare – invita San Josemaría – [...] se mantieni immutabile e ferma la tua scelta per la Vita? Se rispondi liberamente di sì alla voce di Dio, amabilissima, che ti stimola alla santità?” [11] . La decisione personale di rispondere alla chiamata di Dio, nella Chiesa e nell’Opera, è proprio la ragione della nostra perseveranza. Non solo, ma la libertà si realizza pienamente, acquista tutto il suo significato, solo mediante la donazione amorevole alla Volontà di Dio, come fece Gesù.

“La libertà personale – che difendo e sempre difenderò con tutte le mie forze – mi induce a chiedere con sicura convinzione, pur cosciente della mia debolezza: che cosa ti aspetti da me, Signore, perché io volontariamente lo compia?” [12] . E nostro Padre aggiunge: “Cristo stesso ci risponde: ‘Veritas liberabit vos’ (Gv 8,32), la verità vi farà liberi. Qual è la verità che inizia e porta a compimento in tutta la nostra vita il cammino della libertà? Ve lo dirò sinteticamente con la gioia e la sicurezza che derivano dalla relazione fra Dio e le sue creature: sapere che siamo opera delle mani di Dio, che siamo prediletti dalla Santissima Trinità, che siamo figli di un Padre eccelso” [13] .

5. Aderendo all’Opus Dei, ognuno accetta liberamente l’impegno di formarsi per dare compimento alla missione dell’Opera in seno alla Chiesa, e per questo ricorre, colmo di gratitudine, ai mezzi specifici di formazione che San Josemaría, fedele al divino volere, volle stabilire.

Considereremo seriamente e con frequenza “l’obbligo di formarci bene sul piano dottrinale, che è l’obbligo di prepararci perché gli altri capiscano; perché poi, a loro volta, quelli che ci ascoltano sappiano esprimersi” [14] . Da qui la necessità di partecipare ai mezzi di formazione, disposti ad approfittarne sino in fondo.

Scrive il Beato Giovanni Paolo II che “nell’opera formativa alcune convinzioni si rivelano particolarmente necessarie e feconde. La convinzione, anzitutto, che non si dà formazione vera ed efficace se ciascuno non si assume e non sviluppa da sé stesso la responsabilità della formazione: questa, infatti, si configura essenzialmente come ‘autoformazione’. La convinzione, inoltre, che ognuno di noi è il termine e insieme il principio della formazione: più veniamo formati e più sentiamo l’esigenza di proseguire e approfondire tale formazione, più veniamo formati e più ci rendiamo capaci di formare gli altri” [15] .

LA FORMAZIONE UMANA

6. Per ciò che riguarda l’aspetto umano, la formazione tende a fortificare le virtù e contribuisce a definire il carattere: il Signore ci vuole molto umani e molto divini, con gli occhi rivolti a Lui, che è “perfetto Dio e perfetto uomo” [16] .

L’edificio della santità poggia su basi umane: la grazia presuppone la natura. Per questo il Concilio Vaticano II raccomanda ai fedeli laici di fare gran conto “di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, cioè la probità, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza d’animo, senza le quali non ci può essere neanche vera vita cristiana” [17] .

Una solida personalità si costruisce nella famiglia, nella scuola, nel posto di lavoro, nei rapporti di amicizia, nelle più svariate situazioni dell’esistenza. Si ha bisogno, inoltre, di imparare a comportarsi con nobiltà e onestà. In questo modo, si migliora il carattere come base per fortificare la fede nei confronti delle difficoltà interne o esterne. Non mancano uomini e donne che forse “non hanno avuto l’occasione di ascoltare la parola divina o che l’hanno dimenticata. Ma sovente le loro disposizioni sono umanamente sincere, leali, compassionevoli, oneste. Oso affermare che chi riunisce in sé tali condizioni non è lontano dall’essere generoso con Dio, perché le virtù umane sono il fondamento delle virtù soprannaturali” [18] .

Oggi più che mai appare necessario riscoprire il valore e la necessità delle virtù umane, perché alcuni le considerano contrarie alla libertà, alla spontaneità, a ciò che, sbagliando, pensano sia “autentico” nell’uomo. Dimenticano, forse, che queste abituali perfezioni dell’intelletto e della volontà aiutano a comportarsi bene, con rettitudine, e fanno sì che la convivenza sociale sia giusta, pacifica, amabile.

Anche se il clima che si respira in certi ambienti rende difficile cogliere questi valori, non per questo le virtù umane hanno perduto attrattiva. Dopo i molti allettamenti che non riescono a riempire il cuore, la persona umana finisce per cercare qualcosa che davvero valga la pena. Perciò a noi cristiani si presenta il grande impegno di mostrare, prima di tutto col proprio esempio, la bellezza di una vita virtuosa, vale a dire, pienamente umana, una vita felice.
Attualmente ci appaiono particolarmente importanti la temperanza e la fortezza.

La temperanza

7. “La temperanza è padronanza di sé”. Una padronanza che si ottiene quando ci si rende conto che “non tutto ciò che sperimentiamo nel corpo e nell’anima va lasciato senza freno. Non tutto ciò che si può fare si deve fare. È molto agevole lasciarsi trasportare dagli impulsi che vengono chiamati naturali; ma al termine della loro corsa non si trova altro che la tristezza, l’isolamento nella propria miseria” [19] .

Questa virtù introduce ordine e misura nel desiderio, un fermo e moderato dominio della ragione sulle passioni. Il suo esercizio non si riduce a una pura negazione, caricatura di questa virtù, ma tende a fare in modo che il bene piacevole e l’attrazione che esso suscita si inseriscano armonicamente nella maturità globale della persona, nella salute dell’anima. “La temperanza non è limitazione, ma grandezza. C’è molta più limitazione nell’intemperanza, dove il cuore abdica a sé stesso, per porsi al servizio del primo che offre il misero richiamo di un sonaglio di latta” [20] .

L’esperienza rivela che l’intemperanza rende difficile il giudizio per stabilire che cosa è veramente buono. Come fanno pena quelli che adottano il piacere quale criterio delle loro decisioni! La persona disarmonica si lascia guidare dalle molteplici sensazioni che l’ambiente esterno suscita. Mettendo da parte la verità delle cose e cercando la felicità nelle esperienze fugaci – che, essendo passeggere e sensibili, non soddisfano mai del tutto, ma producono inquietudine e destabilizzano –, fanno entrare la creatura in una spirale auto-distruttiva. Viceversa, la temperanza conferisce serenità e calma; non mette a tacere né nega i buoni desideri e le nobili passioni, ma restituisce all’uomo la padronanza di sé.
In questo campo assumono una particolare responsabilità i Soprannumerari, con il loro impegno a creare focolari cristiani. San Josemaría diceva che i genitori debbono insegnare ai figli “a vivere con sobrietà [...]. È difficile, ma bisogna essere coraggiosi: abbiate il coraggio di educare all’austerità” [21] . Il modo più efficace di trasmettere questo aspetto, soprattutto ai bambini piccoli, è l’esempio, perché capiranno la bellezza della virtù soltanto quando noteranno che voi rinunciate a un capriccio per amore verso di loro, oppure sacrificate il vostro riposo personale per ascoltarli, per stare con loro, per adempiere alla vostra missione di genitori. Aiutateli ad amministrare quello che usano: farete loro un gran bene. Ripeto: se curate la temperanza nelle vostre famiglie, il Signore premierà la vostra abnegazione e i vostri sacrifici di madri e padri; e nasceranno vocazioni di dedizione a Dio dentro la vostra stessa casa.

La fortezza

8. Certe volte avvertiamo dentro di noi una certa resistenza all’impegno, a ciò che richiede lavoro, sacrificio, abnegazione. La fortezza “assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni” [22] .

Lottiamo per acquisire abiti di vittoria nei piccoli dettagli: osservare un orario, curare l’ordine materiale, non cedere ai capricci, dominare la rabbia, completare un lavoro... Così potremo rispondere con più prontezza alle esigenze della nostra vocazione cristiana. Inoltre, la fortezza ci condurrà alla buona pazienza, a soffrire senza farlo pesare agli altri, a superare le contrarietà dovute alle nostre limitazioni e ai difetti personali, alla stanchezza, al carattere altrui, alle ingiustizie, alla mancanza di mezzi. “È forte chi persevera fino al compimento di ciò che giudica di dover fare, secondo coscienza; chi non stima il valore di un compito solo per i benefici che ne ottiene, ma per il servizio che presta agli altri. Chi è forte soffre, talvolta, ma resiste; piange, forse, ma inghiottisce le lacrime. Quando infieriscono le difficoltà non si piega” [23] .

È vero, per intraprendere ogni giorno il compito della propria santificazione e dell’apostolato in mezzo al mondo si richiede fermezza. Sorgeranno, forse, alcuni ostacoli, ma la persona mossa dalla forza di Dio – “quoniam tu es fortitudo mea” (Sal 30 [31],5), perché tu sei, Signore, la mia fortezza – non teme di operare, di proclamare e difendere la propria fede, anche quando questo richiede di andare controcorrente. Volgiamo di nuovo gli occhi ai primi cristiani: essi andarono incontro a numerose difficoltà, perché la dottrina di Cristo appariva – allora come ora – un “segno di contraddizione” (Lc 2,34). Il mondo di oggi ha bisogno di donne e uomini che con la loro condotta quotidiana diano “la testimonianza silenziosa ed eroica di tanti cristiani che vivono il Vangelo senza compromessi, compiendo il loro dovere” [24] .

Il tono umano

9. Il desiderio di coltivare le virtù umane contribuirà a far sì che si respiri il “bonus odor Christi” (cfr. 2 Cor 2,15), il profumo di Cristo. In tale contesto si dimostra particolarmente importante il “tono umano”, il comportamento cordiale e rispettoso nei rapporti con gli altri. Incentiviamolo in seno alla famiglia, nei luoghi di lavoro, nei momenti dedicati al divertimento, allo sport, al riposo, anche se non poche volte anche in questo è necessario andare controcorrente. Non dobbiamo temere se certe volte la nostra semplice naturalezza cristiana “si scontra” con l’ambiente circostante, perché – come ci ha insegnato San Josemaría – questa è appunto la naturalezza che il Signore ci chiede [25] .

Oggi diviene imperiosa la necessità di curare il tono umano e di promuoverlo intorno a noi. Spesso nella famiglia e nella società vengono trascurate queste manifestazioni di delicatezza nella condotta, con la scusa di una falsa naturalezza. Su questo terreno esistono molti modi di contribuire alla formazione. Il primo, come sempre, è l’esempio, anche se sarà bene insistere mediante colloqui personali e conversazioni con gruppi di persone. Il rispetto nel rapporto reciproco si dimostra nel modo di vestire conveniente e onesto, negli argomenti della conversazione e delle riunioni familiari, nella promozione di uno spirito di servizio gioioso, in casa, a scuola, nei luoghi di divertimento o di riposo; nella cura materiale delle case e nella cura delle piccole cose.

Riveste una particolare importanza l’interesse nell’acquisire e stimolare un serio livello culturale, adeguato alla situazione di ciascuno, in funzione degli studi compiuti, dell’ambiente sociale, dei gusti e delle inclinazioni personali. Mi limiterò a ricordarvi che in questo assumono un ruolo importante le letture e il buon uso del tempo opportunamente dedicato al riposo.

10. Nei Centri dell’Opus Dei e nelle attività apostoliche avviate dai fedeli della Prelatura, si fa in modo che i giovani si abituino a pensare agli altri, con generosità, con aneliti di servizio. Incoraggiamoli positivamente a forgiarsi un ideale di vita che non li costringa dentro limiti rachitici, comodi o egoisti. Ricordiamo come San Josemaría insisteva nell’incoraggiare le ragazze e i ragazzi ad avere nobili ambizioni e a soprannaturalizzarle.

Se coltivano nobili ambizioni, con spirito di generosità e di sacrificio, apparirà più facile e semplice la considerazione della importanza di questi sforzi e il loro rilievo soprannaturale; e sarà più agevole aiutarli a fare passi avanti nella vita interiore e diventare strumenti idonei nelle mani di Cristo, a servizio della Chiesa e della società.

Molte ragazze e molti ragazzi – diceva una volta il Beato Giovanni Paolo II – “sono esigenti in ciò che riguarda il significato e il modello della loro vita e desiderano liberarsi dalla confusione religiosa e morale. Aiutateli in questa impresa. Infatti, le nuove generazioni sono aperte e sono sensibili ai valori religiosi, anche se a volte in modo inconsapevole. Intuiscono che il relativismo religioso e morale non dà la felicità e che la libertà senza la verità è vana e illusoria” [26] . La creatura che si adatta a certi orizzonti ridotti molto difficilmente arriverà ad acquisire un’autentica formazione umana e cristiana. Non desistiamo nell’incoraggiare i giovani a sapersi misurare con i problemi di questo mondo.

Il tono umano dei ministri sacri

11. Anche per i sacerdoti si rivela imprescindibile l’esercizio delle virtù umane per la natura stessa del ministero pastorale. I presbiteri svolgono il loro lavoro in mezzo al mondo, in contatto diretto con ogni tipo di persone, le quali – ha precisato don Álvaro – “sono assai spesso giudici severissimi del sacerdote, e badano in primo luogo al suo modo di comportarsi in quanto uomo” [27] .
Un sacerdote affabile, educato, pronto a dedicare il proprio tempo libero agli altri, si sa presentare bene e sa rendere gradevole la lotta del cristiano.

Nessuna circostanza allontanò San Josemaría dall’alto concetto che aveva del sacerdote. Per un verso, egli deve farsi tutto a tutti per arrivare a tutti (cfr. 1 Cor 9,19) e, per l’altro, non deve dimenticare di rappresentare Cristo tra gli uomini. È logico, quindi, che deve sforzarsi, pur con i suoi limiti personali, in modo tale che gli altri fedeli scoprano il volto del Signore attraverso il suo comportamento personale. Conservano tutta la loro attualità le raccomandazioni che il nostro Fondatore rivolgeva ai chierici, esortandoli a curare la correttezza nel modo di vestire, affinché la gente sia nelle condizioni di riconoscerli come ministri di Cristo, come amministratori dei misteri di Dio (cfr. 1 Cor 4,1).

Il sacerdozio coinvolge tutta l’esistenza del presbitero. Proprio per questo, perché deve apparire realmente e continuamente disponibile, dev’essere riconosciuto facilmente, e l’abito sacerdotale – la veste talare o il clergyman – lo distingue chiaramente. Nella società di oggi, molto legata alla cultura dell’immagine e, nello stesso tempo, forse lontana da Dio, la veste sacerdotale non passa inosservata. Per questo i sacerdoti della Prelatura che esercitano il loro ministero pastorale in una chiesa portano abitualmente la veste talare, e così anche nei nostri Centri. “Dei Paesi dove hanno adottato altre consuetudini – diceva nostro Padre – non dico niente. Faremo sempre quello che indicherà la Chiesa. Tuttavia, in casa porteremo la veste talare: coloro che parlano di libertà devono almeno rispettare la nostra libertà di vestire come vogliamo in casa” [28] .

LA FORMAZIONE
SPIRITUALE

12. Questo aspetto deve occupare “un posto privilegiato nella vita di ciascuno, chiamato a crescere senza sosta nell’intimità con Gesù Cristo, nella conformità alla volontà del Padre, nella dedizione ai fratelli nella carità e nella giustizia” [29] .

Il Papa Benedetto XVI ha ricordato che “nella tradizione più antica della Chiesa il cammino formativo del cristiano, pur senza trascurare l’intelligenza sistematica dei contenuti della fede, assumeva sempre un carattere esperienziale in cui determinante era l’incontro vivo e persuasivo con Cristo annunciato da autentici testimoni” [30] . La vita di unione con Cristo, la ricerca della santità, si nutre di aiuti spirituali: conoscenza della dottrina cattolica, vita liturgica e sacramentale, assistenza spirituale.

Identificarsi con Cristo

13. Grazie all’azione dello Spirito Santo, i modi di seguire Gesù Cristo nella Chiesa sono innumerevoli. Nostro Padre ne prendeva atto quando scriveva: “Dovete essere diversi come diversi sono i santi nel cielo, ognuno dei quali ha le sue proprie note personali e specialissime. E, anche, dovete assomigliare gli uni agli altri come i santi, che non sarebbero santi se ognuno di loro non si fosse identificato con Cristo” [31] .

L’Opus Dei, oltre alle pratiche di pietà, tutte tradizionali nella Chiesa, che raccomanda ai suoi fedeli o a coloro che si avvicinano alle attività apostoliche, trasmette uno spirito per affrontare e dare un senso alla propria vita, fondandola sulla filiazione divina in Cristo. L’asse – il cardine –, sul quale ruota tutto il lavoro di santificazione proprio e altrui, è il lavoro professionale compiuto nel modo migliore possibile, in unione con Cristo e con il desiderio di servire gli altri.

Questo aiuto spirituale favorisce l’unità di vita, perché i fedeli della Prelatura e i soci della Società Sacerdotale della Santa Croce imparano a prendere spunto dalle situazioni in cui si trovano, per trasformarle in occasione e mezzo di santità e di apostolato, operando sempre con la massima libertà personale nelle questioni professionali, familiari, sociali, politiche, ecc. che la Chiesa lascia alla decisione personale dei cattolici.

In questo senso, San Josemaría spiegava che “è impossibile stabilire una differenza tra lavoro e contemplazione: non si può dire fino a che punto si prega e fino a che punto si lavora. Si continua sempre a pregare e a contemplare, stando alla presenza di Dio. Pur essendo apparentemente uomini di azione, riusciremo a giungere là dove giunsero i mistici più elevati: ‘Volai sì alto, sì alto/ che raggiunsi il mio desir’, fino al cuore di Dio” [32] . È facile scoprire un’eco di questi insegnamenti nelle parole di Papa Giovanni Paolo II rivolte a Castelgandolfo a fedeli dell’Opus Dei: «Vivere uniti a Dio, nel mondo, in qualunque situazione, cercando di migliorare sé stessi con l’aiuto della grazia, e facendo conoscere Gesù Cristo con la testimonianza della vita. E che cosa c’è di più bello e di più entusiasmante di questo ideale? Voi, inseriti e amalgamati in questa umanità gioiosa e dolorosa, volete amarla, illuminarla, salvarla» [33] .

I mezzi

14. L’unione del lavoro con la lotta ascetica, la contemplazione e l’esercizio della missione apostolica richiede una profonda preparazione: per questo l’Opus Dei ci offre un ampio ventaglio di risorse personali e collettive per la formazione. Fra quelle personali, ce n’è una di particolare importanza: è il colloquio fraterno, che chiamiamo anche Confidenza proprio per il suo carattere interpersonale pieno di fiducia.

Si tratta di un colloquio di direzione spirituale, che si colloca nel contesto del servizio fraterno, per vivere sino in fondo, con libertà e responsabilità, l’incontro quotidiano con Cristo in mezzo al mondo. Già nelle pagine del Nuovo Testamento troviamo che il Signore volle servirsi della mediazione di uomini e donne per indirizzare le anime verso la meta della santità. Quando chiama San Paolo sulla via di Damasco, gli chiede di recarsi da un altro uomo, Anania, che gli comunicherà ciò che deve sapere intorno al nuovo cammino che sta per intraprendere (cfr. At 9,6-18; 22,10-15). Poi andrà a Gerusalemme “videre Petrum” , per vedere Pietro e imparare da lui molti aspetti della dottrina e della vita cristiana (cfr. Gal 1,18). Di fatto, la direzione spirituale è una tradizione, il cui spirito rimonta ai primi passi della Chiesa.

Nell’Opus Dei questo aiuto spirituale tende a far sì che le persone assimilino più facilmente e più fedelmente lo spirito che il nostro Fondatore ha ricevuto da Dio e ci ha trasmesso, e che è stato proposto dalla Chiesa come un cammino di santità [34] .

15. San Josemaría spiegava che, nell’Opera, la direzione spirituale personale si realizza in actu, vale a dire, nel momento in cui avviene il colloquio. Essa va intesa nell’ambito del consiglio utile ad aiutare a progredire nella vita cristiana. Certe volte nostro Padre paragonava la direzione spirituale all’impegno di un fratello che si preoccupa dell’andamento dei fratelli più giovani, o di un amico o di un’amica leali, mossi dal desiderio di invitare altri a essere cristiani migliori [35] . In sostanza, la Confidenza è un colloquio tra fratelli, e non quello di un sottoposto con il suo superiore. Coloro che ascoltano le confidenze fraterne agiscono con straordinaria delicatezza, frutto dell’esclusiva preoccupazione per la vita interiore e l’azione apostolica dei loro fratelli, senza mai pretendere di interferire negli aspetti temporali di carattere professionale, sociale, culturale, politico, che li riguardano.

Nell’Opera la separazione tra l’esercizio della giurisdizione e la direzione spirituale è assicurata in pratica, fra l’altro, dal fatto che proprio coloro che ricevono colloqui di direzione spirituale – i Direttori locali e alcuni altri fedeli particolarmente preparati, oltre ai sacerdoti quando amministrano il sacramento della Penitenza – non hanno alcuna potestà di governo sulle persone che dirigono. Il Regime locale, in ciò che concerne la capacità di governo, non si riferisce alle persone, ma soltanto all’organizzazione dei Centri e delle attività apostoliche; la funzione dei Direttori locali, in ciò che si riferisce ai loro fratelli, è di consiglio fraterno. In uno stesso soggetto non coincidono mai le funzioni di giurisdizione e di aiuto spirituale. Nella Prelatura l’unica base dell’autorità di governo sulle persone è la giurisdizione, che risiede soltanto nel Prelato e nei suoi Vicari.

Che cosa offre, dunque, l’Opus Dei? Soprattutto, la direzione spirituale ai suoi fedeli e alle altre persone che la chiedono. Noi fedeli della Prelatura, proprio perché desideriamo la nostra santificazione personale e vogliamo realizzare la missione dell’Opus Dei nella Chiesa, non abbiamo nulla in contrario, di solito, a parlare con chi ci viene indicato dai Direttori, anche se più giovane di noi; sempre con piena libertà e con fede nella grazia divina, che si serve di strumenti umani. Il colloquio fraterno non è un resoconto di coscienza. Se nella direzione spirituale ci viene chiesto qualcosa – e qualche volta l’eventualità che ci facciano domande può essere un bene e perfino una necessità –, sarà fatto con molta delicatezza, perché nessuno è obbligato a dire nel colloquio ciò che è materia di confessione.

Tutto ciò che vi sto dicendo, figlie e figli miei, vi sembrerà ovvio; ma ho voluto riprenderlo nel contesto attuale della società, che dimostra una particolare sensibilità al rispetto dell’intimità delle persone, anche se in certi ambienti abbondano la mancanza di pudore e di rispetto per la vita privata degli altri. A tutti noi è stato spiegato, subito dopo aver conosciuto l’Opera, che non ci passava per la mente di chiamare “il mio direttore spirituale” chi ci ascolta, semplicemente perché, ripeto, nell’Opera non esiste questo personalismo, né mai c’è stato. Colui che riceve la Confidenza trasmette lo spirito dell’Opus Dei senza aggiunte: chi ha l’incarico di dare questo aiuto scompare per mettere le anime di fronte al Signore, secondo le caratteristiche del nostro cammino. Un cammino – diceva nostro Padre riferendosi all’Opera –, che “è molto ampio. Si può andare a destra o a sinistra, a cavallo o in bicicletta, in ginocchio, a quattro zampe come quando eravate bambini, e anche per la cunetta laterale, purché non si esca dal cammino” [36] .

Il Sacramento della Riconciliazione

16. Oltre al colloquio fraterno, solitamente ogni settimana andiamo da un sacerdote per ricevere l’aiuto spirituale legato alla Confessione sacramentale. Come è ben comprensibile, ci aiutano i confessori designati per i diversi Centri, che sono stati ordinati per servire in primo luogo le loro sorelle e i loro fratelli, con una disponibilità assoluta. Essi, poiché conoscono e vivono lo stesso spirito, hanno una specifica preparazione per orientarci, mai per imporre. In modo analogo si comporta chi suole andare dal medico di famiglia, quando c’è, invece di andare da uno sconosciuto.

Nello stesso tempo, come ha chiarito sempre San Josemaría, i fedeli della Prelatura, come tutti i cattolici, godono di piena libertà per confessarsi o parlare con qualsiasi sacerdote dotato delle facoltà ministeriali: vi sorprenderà che vi ricordi questa verità così chiara, però mi interessa menzionarla, perché forse potrebbe essere meno conosciuta da coloro che non sanno nulla dell’Opus Dei o dello spirito di libertà proprio dei seguaci di Cristo. Inoltre nostro Padre ha stabilito che abitualmente siano persone diverse coloro che ci assistono nel colloquio fraterno e nella Confessione.

Lo spirito d’iniziativa e la docilità

17. La direzione spirituale richiede, nelle persone che la ricevono, il desiderio di progredire nella sequela di Cristo. Sono proprio loro in primo luogo interessate a cercare tale aiuto con la frequenza opportuna, aprendo il cuore con sincerità, in modo che si possano suggerire loro alcune mete, indicare eventuali deviazioni, incoraggiare nei momenti di difficoltà, dare consolazione e comprensione. Per questo si muovono con spirito di iniziativa e di responsabilità. “Il consiglio di un altro cristiano e in particolare, nei problemi di morale o di fede, il consiglio del sacerdote, sono un valido aiuto per riconoscere quello che Dio ci chiede in una determinata circostanza; ma il consiglio non elimina la responsabilità personale: siamo noi, singolarmente, a dover decidere, e dovremo rendere personalmente conto a Dio delle nostre decisioni” [37] .

Quando ricorriamo alla direzione spirituale, per assecondare l’azione dello Spirito Santo, crescere spiritualmente e identificarci con Cristo, dobbiamo coltivare le virtù della sincerità e della docilità, che riassumono l’atteggiamento dell’anima credente davanti al Paraclito. Così San Josemaría descriveva questa raccomandazione, rivolgendosi a tutti i fedeli, dell’Opera o meno. “Conoscete a menadito gli obblighi del vostro cammino di cristiani, che vi condurranno senza sosta e con calma alla santità; siete anche premuniti contro le difficoltà, contro tutte le difficoltà, che si intuiscono fin dai primi passi della strada. Adesso insisto sull’esigenza di farvi aiutare, guidare, da un direttore di coscienza al quale confidare tutte le vostre sante aspirazioni e i problemi quotidiani che riguardano la vostra vita interiore, le sconfitte che potete incontrare e le vittorie.

“Nella direzione spirituale siate sempre molto sinceri: non permettetevi di tacere qualcosa, aprite completamente la vostra anima, senza paura e senza vergogna. Guardate che, in caso contrario, questo cammino tanto agevole e accessibile si aggroviglia, e ciò che all’inizio non era niente, finisce per diventare un nodo soffocante” [38] .

Poi, facendo eco agli insegnamenti dei Padri della Chiesa e degli autori spirituali, sostenuto dall’esperienza di molti anni di pratica pastorale, insisteva: “Se il demonio muto entra in un’anima, manda tutto in rovina; invece, se lo si getta fuori immediatamente, tutto riesce bene, la vita procede rettamente. Cerchiamo allora di essere sempre ‘brutalmente’ sinceri, senza essere imprudenti o maleducati” [39] .

Il Signore concede in abbondanza la grazia dell’umiltà a coloro che ricevono con visione soprannaturale i consigli della direzione spirituale, e che vedono in questo aiuto la voce dello Spirito Santo. Soltanto una effettiva docilità di cuore e di mente rende possibile il progresso nel cammino della santità, perché il Paraclito, con le sue ispirazioni e attraverso i consigli di chi ci assiste, “dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere. È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l’immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre. ‘Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio’ (Rm 8,14)” [40] .

L’umiltà e la prudenza nell’impartire la direzione spirituale

18. Ora mi soffermerò sulle disposizioni di chi assiste altri nella direzione spirituale. Appare evidente, in primo luogo, che bisogna amare gli altri come essi sono, cercando esclusivamente il loro bene. Pertanto il suo atteggiamento sarà sempre positivo, ottimista e stimolante. Inoltre dovrà anche stimolare in sé stesso la virtù dell’umiltà, per non perdere di vista di essere soltanto uno strumento (cfr. At 9,15), del quale il Signore vuole servirsi per la santificazione delle anime.

Si impegnerà a prepararsi nel modo migliore possibile per esercitare il suo compito, per conoscere i principi fondamentali della vita spirituale che di solito alimentano le anime, e per dubitare prudentemente – ossia, non fidarsi esclusivamente del proprio criterio – se si presentano situazioni particolari. In questi casi, oltre che pregare di più, chiederà più luci allo Spirito Santo per studiare e mettere a fuoco il problema. Se è necessario, in accordo con gli insegnamenti della Morale, si potrà chiedere un parere a persone più dotte, presentandolo come un caso ipotetico e modificando le circostanze, in modo che, per osservare rigorosamente il segreto d’ufficio e sempre con la dovuta prudenza, sia completamente salvata l’identità della persona di cui si tratta.

Nell’Opera, da sempre, sappiamo e abbiamo accettato esplicitamente che la persona con cui si parla fraternamente, per aiutare meglio l’interessato, possa consultare il Direttore competente, quando lo ritiene opportuno. Affinché sia ancora più chiaro lo spirito di libertà e di confidenza in queste situazioni, che non saranno abituali né frequenti, la persona che riceve il colloquio fraterno domanda all’interessato se desidera chiedere consiglio egli stesso a un Direttore o se preferisce che a farlo sia colui che ascolta la Confidenza. È un modo di fare che rafforza le misure di delicatezza e di prudenza vissute fin dal principio.

Peraltro, tutti hanno la possibilità di ricorrere liberamente e direttamente al Padre o a un Direttore Regionale o della Delegazione per parlare della propria vita interiore. Tutto ciò dà la garanzia, a chi nell’Opus Dei pratica la direzione spirituale, di ricevere ciò di cui ha bisogno e che desidera: lo spirito che ci ha trasmesso San Josemaría, senza aggiunte né modifiche. Nello stesso tempo, neppure lontanamente si lede il dovere di conservare il segreto naturale, che va custodito con la massima cura e severità: una persona che non fosse esemplare su questo punto mancherebbe di una caratteristica fondamentale per impartire la direzione spirituale.

Coloro che assistono altri cercano di stimolare sempre la libertà interiore di queste anime, affinché rispondano volontariamente alle esigenze dell’amore di Dio. La direzione spirituale, pertanto, si dà senza uniformare i fedeli dell’Opus Dei; ciò sarebbe illogico e una mancanza di naturalezza. L’Opera “ci vuole liberissimi e diversi. Però ci vuole cittadini cattolici responsabili e coerenti, in modo che il cervello e il cuore di ognuno di noi non procedano separatamente, ognuno per conto proprio, ma concordi e sicuri, per fare in ogni momento ciò che si vede con chiarezza che si deve fare, senza lasciarsi trascinare – per mancanza di personalità e di lealtà verso la coscienza – da tendenze o mode passeggere” [41] . Logicamente devono parlare con la fortezza necessaria per stimolarli a percorrere la via che Dio ha tracciato per loro; però anche qui con estrema delicatezza, perché non sono né si sentono padroni, ma servitori delle anime: “fortiter in re, suaviter in modo” . Infatti, “la prudenza vuole che, quando la situazione lo richiede, si adoperi la medicina, totalmente e senza palliativi, dopo aver messo allo scoperto la piaga [...]. Innanzitutto dobbiamo fare così con noi stessi e con coloro che, per motivi di giustizia o di carità, siamo obbligati ad aiutare” [42] .

In questo incarico non deve bloccarci il pensiero che anche noi stessi dobbiamo migliorare proprio su quel medesimo punto. “Quando un medico è malato, smette forse di curare, anche se è afflitto da una malattia cronica? La sua malattia gli impedirà forse di prescrivere ad altri malati la medicina opportuna? Certamente no: per curare, gli basta possedere la scienza adeguata e metterla in pratica, con lo stesso interesse con cui combatte la propria infermità” [43] .
La formazione liturgica

19. All’interno della formazione spirituale, molto unita alla formazione dottrinale-religiosa, si pone l’amore per la santa liturgia della Chiesa, nella quale – in modo eminente nella Santa Messa – si compie l’opera della nostra Redenzione [44] . “La Santa Messa ci pone [...] di fronte ai misteri principali della fede, in quanto è il dono che la Trinità fa di sé stessa alla Chiesa. Si comprende allora come la Messa sia il centro e la radice della vita spirituale del cristiano” [45] .

Il messaggio cristiano è performativo; vale a dire, il Vangelo, e la liturgia che lo porta alla nostra esistenza, non è soltanto una comunicazione di realtà che si possono conoscere, ma una comunicazione che comporta fatti e cambia la vita [46] .
Nessuno che abbia buon senso e senso soprannaturale può pensare che la liturgia sia “una cosa da preti”; o che i preti “celebrano” e il popolo si limita ad “assistere”. Ben lontano da una simile concezione, San Josemaría richiedeva la partecipazione di tutti: dalla comprensione dell’intimo legame tra liturgia della Parola e liturgia eucaristica, o della dimensione essenziale dell’adorazione nella celebrazione, fino ad alcuni dettagli precisi come l’uso del messale dei fedeli per rendere più facile la loro partecipazione: prima con il cuore e poi con le parole e i gesti previsti. Ricordo di aver sentito dire che, già negli anni Trenta del secolo scorso, per dare maggior vigore a questo insegnamento, egli volle che la Messa fosse dialogata, con risposte a voce alta alle preghiere pronunciate dal sacerdote. Allora non era abituale: mancavano trent’anni al Concilio Vaticano II.

La liturgia della Parola

20. Tutta la storia della salvezza, e la liturgia che la celebra e la fa presente, è caratterizzata dalla iniziativa di Dio che ci convoca e aspetta da ognuno di noi una risposta immediata con un amore che poi modelli tutta la giornata, con l’intenzione che il Sacrificio dell’altare si prolunghi nelle successive ventiquattro ore.
La celebrazione della Parola nella Santa Messa è un autentico dialogo che richiede una risposta delicata: è Dio che parla al suo popolo, il quale fa sua la parola divina mediante il silenzio, il canto, ecc.; si aderisce a questo annuncio professando la propria fede nel Credo, e pieno di fiducia ognuno si rivolge al Signore con le proprie richieste [47] . Nelle letture il Paraclito “parla con voci umane affinché la nostra intelligenza comprenda e contempli, affinché la volontà si irrobustisca e l’azione si compia” [48] . La possibilità che esse divengano realtà nella nostra vita dipende dalla grazia divina, ma anche dalla preparazione e dal fervore di chi le legge e le medita, di chi le ascolta. “Attraverso le Sante Scritture, infatti, siamo indotti a compiere azioni virtuose e alla pura contemplazione” [49] .

Qui si presenta a noi un punto molto concreto di esame e di crescita personale. Quale frutto ricaviamo da queste letture ogni giorno nella Santa Messa? Assaporiamo gli istanti di silenzio previsti dopo il Vangelo, per applicare a noi la predicazione del Signore? Ho ricordato che “siamo stati in molti testimoni del modo in cui San Josemaría si impegnava a fondo nelle letture della Messa; lo si percepiva persino dal tono della sua voce. Si ripeteva, con ripetuta frequenza, un fatto: dopo il Santo Sacrificio appuntava le frasi che lo avevano colpito più profondamente, per considerarle nella sua preghiera personale. In questo modo la sua anima e la sua predicazione si arricchivano costantemente. Cerchiamo anche noi di imitare un maestro così esemplare. Dio si è rivelato a noi affinché lo conosciamo di più e meglio, e affinché lo facciamo conoscere con naturalezza, senza rispetti umani” [50] .

La liturgia eucaristica

21. In questa parte della Santa Messa il sacerdote non si rivolge principalmente ai fedeli riuniti. In realtà, l’orientamento spirituale e interiore di tutti, del sacerdote e dei fedeli, è “versus Deum per Iesum Christum” , verso Dio per mezzo di Gesù Cristo. Nella liturgia eucaristica, “sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Pertanto durante l’orazione guardano nella stessa direzione, verso un’immagine di Cristo nell’abside, o verso una croce o semplicemente verso il cielo, come fece il Signore nella preghiera sacerdotale la notte prima della sua Passione” [51] . Quanto ci aiuta a vivere questa adorazione comune, l’uscire incontro al Signore che viene, e fissare i nostri occhi sulla croce dell’altare!

22. Nel Sacrificio dell’altare sono necessarie l’obbedienza e la pietà, intimamente unite: sono anche requisiti fondamentali perché la liturgia sia sorgente e culmine della vita della Chiesa e di ogni cristiano. L’obbedienza, prima di tutto, perché “le parole e i riti della liturgia sono espressione fedele, maturata nei secoli, dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come Lui (cfr. Fil 2,5); conformando a quelle parole la nostra mente, eleviamo al Signore i nostri cuori” [52] . Ecco il profondo fondamento del perché dobbiamo obbedire, amare, ogni parola, ogni gesto, ogni rubrica: perché fanno arrivare il dono di Dio, ci aiutano a essere alter Christus, ipse Christus.

Il Concilio Vaticano II ha ricordato che la piena efficacia della liturgia dipende anche dal fatto che ciascuno, sacerdote o fedele, metta l’anima in consonanza con la voce [53] . E Benedetto XVI spiegava che nelle cerimonie “la vox, le parole precedono la nostra mente. Di solito non è così: prima si deve pensare e poi il pensiero diventa parola. Ma qui, la parola viene prima. La Sacra Liturgia ci dà le parole; noi dobbiamo entrare in queste parole, trovare la concordia con questa realtà che ci precede [...]. Questa è la prima condizione: noi stessi dobbiamo interiorizzare la struttura, le parole della Liturgia, la parola di Dio. Così il nostro celebrare diventa realmente un celebrare ‘con’ la Chiesa: il nostro cuore è allargato e noi non facciamo un qualcosa, ma stiamo ‘con’ la Chiesa in colloquio con Dio” [54] .

Nella vita di San Josemaría si fondono in modo mirabile pietà e obbedienza, che costituiscono un esempio di qualcosa di molto reale: “In nessun altro modo potremo esprimere meglio il nostro massimo interesse e amore per il Santo Sacrificio, se non rispettando accuratamente anche la più piccola delle cerimonie prescritte dalla sapienza della Chiesa.

“E, oltre all’Amore, deve sollecitarci la ‘necessità’ di somigliare a Gesù Cristo, non solo interiormente, ma anche esternamente, nel muoverci – negli ampi spazi dell’altare cristiano – con il ritmo e l’armonia della santità obbediente, che si identifica con la Volontà della Sposa di Cristo, e cioè con la Volontà di Cristo stesso” [55] .

Mi piacerebbe che queste brevissime considerazioni intorno alla struttura della Santa Messa aiutassero tutti noi a stimolare l’interesse per la liturgia, alimento e parte indispensabile della vita spirituale. Ricordiamoci che il nostro Fondatore, già nel lontano 1930, scrisse che tutti nell’Opera “devono avere un particolare impegno nel seguire, con totale interesse, tutte e ognuna delle disposizioni liturgiche, anche quelle che possano sembrare poco o per nulla importanti. ‘Chi ama non perde un dettaglio’. L’ho visto: queste minuzie sono una cosa molto grande: amore. E obbedire al Papa, fin nelle cose minime, significa amarlo. E amare il Santo Padre significa amare Cristo e sua Madre, Maria, nostra Madre Santissima. E noi aspiriamo solo a questo: perché li amiamo, vogliamo che ‘omnes, cum Petro, ad Jesum per Mariam’ [56] ”.

LA FORMAZIONE NELLA
DOTTRINA CATTOLICA

23. Chi ama sinceramente Dio si sente spinto a conoscerlo sempre più e meglio; non si accontenta di una relazione superficiale e cerca di comprendere tutto ciò che a Lui si riferisce nel modo più profondo possibile. “Il desiderio di acquistare la scienza teologica – la buona e sicura dottrina cristiana – è mosso, in primo luogo, dal bisogno di conoscere e amare Dio. Nello stesso tempo, è anche conseguenza della preoccupazione di un’anima fedele di scoprire il significato profondo di questo mondo, opera del Creatore” [57] . Per questo la formazione che l’Opus Dei offre ai propri fedeli – considerata dalla prospettiva dottrinale-religiosa – si propone di fare in modo che acquistiamo la dottrina della Chiesa e ne approfondiamo la conoscenza.

Con il medesimo obiettivo – mirando a Dio e al mondo –, il Beato Giovanni Paolo II ha indicato l’attuale necessità della formazione nella dottrina cattolica. “Sempre più urgente si rivela oggi la formazione dottrinale dei fedeli laici, non solo per il naturale dinamismo di approfondimento della loro fede, ma anche per l’esigenza di ‘rendere ragione della speranza’ che è in loro di fronte al mondo e ai suoi gravi e complessi problemi. Si rendono così assolutamente necessarie una sistematica azione di catechesi, da graduarsi in rapporto all’età e alle diverse situazioni di vita, e una più decisa promozione cristiana della cultura, come risposta agli eterni interrogativi che agitano l’uomo e la società d’oggi” [58] .
Fin dagli inizi dell’Opus Dei, e ancor prima, San Josemaría dimostrò un particolare interesse che le persone che egli assisteva spiritualmente approfondissero la loro formazione dottrinale-religiosa, perché “ognuno deve impegnarsi, nella misura delle sue possibilità, nello studio serio e scientifico della fede” [59] .
24. Scriveva San Gregorio Magno: “Quanto mai inutile è la pietà se manca la discrezione della scienza” [60] , e “vana è la scienza se non è utile alla pietà” [61] . Il nostro Fondatore insistette perché lo studio della dottrina fosse accompagnato da una sincera vita spirituale, attraverso l’intima relazione con Cristo nell’orazione e nei sacramenti, attraverso una devozione filiale per la Santissima Vergine. Insegnava che “la verità è sempre, in un certo senso, cosa sacra: dono di Dio, luce divina che ci indirizza verso Colui che è la Luce per essenza. E questo succede soprattutto quando si considera la verità nell’ordine soprannaturale: bisogna, dunque, trattarla con rispetto, con amore [...]. E ancora: siamo persuasi che la verità divina che portiamo ci trascende: che le nostre parole sono insufficienti a esprimerne tutta la ricchezza, ed è anche possibile che non la comprendiamo pienamente e che svolgiamo il ruolo di chi trasmette un messaggio che egli personalmente non comprende del tutto” [62] .

È molto importante l’impegno della Prelatura per assicurare a tutti i suoi fedeli e a molte altre persone una seria preparazione dottrinale; ancor più in momenti come quelli attuali, nei quali tale necessità si nota in modo più perentorio. Appare una gioiosa realtà l’affermazione di molti anni fa del nostro Fondatore: “L’Opera intera è simile a una grande catechesi, fatta in modo vivo, semplice e diretto all’interno della società civile” [63] .

La fedeltà al Magistero e la libertà in ciò che è opinabile

25. La formazione dottrinale abbraccia tutti i campi: dalla filosofia alla teologia e al diritto canonico, ecc. Mediante questa preparazione – che nel caso dei Numerari e delle Numerarie, e di molti Aggregati e Aggregate, è equivalente ai programmi che si studiano nelle università pontificie – si ottiene che in tutti gli strati della società vi siano persone decise a dare una testimonianza viva del Vangelo con la parola e con le opere: “pronti sempre – come scrive San Pietro – a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15).

In accordo con le ripetute direttive del Magistero, nella spiegazione delle varie materie filosofiche e teologiche ha una speciale importanza la dottrina del Dottore comune della Chiesa. Si adempie così la raccomandazione del Concilio Vaticano II e di tanti Romani Pontefici: “Approfondire i misteri della salvezza e vederne il nesso [...], avendo San Tommaso per maestro” [64] .
San Josemaría si attenne a questa linea, che ricordò sempre ai professori e alle professoresse degli Studi generali della Prelatura. Nello stesso tempo, con una mentalità aperta al progresso della scienza teologica, spiegava che in base a tale raccomandazione “non si può concludere che dobbiamo limitarci ad assimilare e ripetere tutti e soltanto gli insegnamenti di San Tommaso.
“È cosa ben diversa: dobbiamo certamente coltivare la dottrina del Dottore Angelico, ma nello stesso modo in cui egli la coltiverebbe se fosse ancora vivo. Per questo alcune volte si dovrà portare a termine ciò che egli stesso poté soltanto cominciare; e proprio per questo, facciamo nostre tutte le scoperte che rispondano a verità di altri autori” [65] .

Vi ricordo ancora una volta, con parole di nostro Padre, una caratteristica essenziale dello spirito dell’Opus Dei: “Corporativamente non abbiamo altra dottrina che quella che insegna il Magistero della Santa Sede. Accettiamo tutto ciò che questo Magistero accetta, e respingiamo tutto ciò che respinge. Crediamo fermamente tutto quanto propone come verità di fede, e facciamo anche nostro tutto ciò che è di dottrina cattolica” [66] . E “all’interno di questa vasta dottrina, ognuno di noi forma il proprio criterio personale” [67] . Gli Statuti della Prelatura stabiliscono la proibizione che l’Opus Dei – lo disse il nostro Fondatore – crei o adotti una particolare scuola filosofica o teologica [68] . Oltre che amore per la libertà, ciò è l’espressione di un fatto ecclesiologico fondamentale: che i membri della Prelatura sono comuni fedeli cristiani oppure, nel loro caso, comuni sacerdoti secolari, con identici ambiti di libertà di opinione degli altri cattolici.

LA FORMAZIONE
ALL’APOSTOLATO

26. La profonda conoscenza delle verità religiose fondamentali, oltre che degli aspetti etici e morali legati più da vicino all’esercizio del proprio lavoro, è importante anche per svolgere un’ampia attività apostolica nell’ambiente professionale in cui ognuno opera. “La luce di coloro che seguono Gesù Cristo non deve essere collocata nel fondo della valle, ma in vetta alla montagna, perché ‘vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5,16)” [69] .

Sicuramente abbondano le persone di gran cuore, capaci di innamorarsi di Dio, alle quali manca la luce della dottrina che orienti la loro vita e le dia un senso. Ai cristiani spetta il dovere e il piacere di dargliela. Un passo del Nuovo Testamento lo spiega con chiarezza. Adempiendo a un comando dello Spirito Santo, il diacono Filippo si diresse sulla strada che conduceva a Gaza. Da lì passava una carrozza sulla quale un alto funzionario, ministro della regina d’Etiopia, ritornava al suo paese dopo aver adorato Dio a Gerusalemme. “Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: ‘Capisci quello che stai leggendo?’. Quegli rispose: ‘E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?’. E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui” (At 8,30-31).

È compito dei cattolici, con pace e perseveranza, annunciare la buona novella di Gesù, rimediare all’ignoranza religiosa mediante la diffusione della dottrina rivelata. “L’apostolato cristiano – mi riferisco in concreto a quello di un comune cristiano, di un uomo o di una donna che vivono come uno dei tanti tra i loro simili – è una grande catechesi in cui, mediante il rapporto personale, l’amicizia leale e autentica, si risveglia negli altri la sete di Dio e li si aiuta a scoprire orizzonti nuovi: con naturalezza, con semplicità – vi dicevo –, con l’esempio di una fede ben vissuta, con la parola amabile, ma piena della forza della verità divina” [70] .

Dobbiamo propagare con ardore la Verità di Cristo, far sì che altri partecipino del tesoro che abbiamo ricevuto, in modo che si rendano conto che “non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui” [71] .

27. Nel Decreto sull’apostolato dei laici, il Concilio Vaticano II insegna che “l’apostolato può raggiungere piena efficacia soltanto mediante una multiforme e integrale formazione; la quale è richiesta non soltanto dal continuo progresso spirituale e dottrinale del laico, ma anche dalle varie circostanze di cose, di persone, di compiti a cui la sua attività deve adattarsi [...]. Oltre la formazione comune a tutti i cristiani, a causa della varietà delle persone e delle circostanze, non poche forme di apostolato esigono una formazione specifica e particolare” [72] .

Negli ultimi anni questo anelito di anime ha richiesto maggior vigore per contrastare il secolarismo che è avanzato a grandi passi, fino ad acquisire cittadinanza in Paesi tradizionalmente cristiani. Impregnare nuovamente con lo spirito di Cristo le radici di queste Nazioni è proprio l’obiettivo della nuova evangelizzazione [73] . Nella Prelatura questo lavoro si riassume nell’orientare e stimolare ogni persona affinché compia la missione evangelizzatrice ricevuta nel Battesimo, con lo spirito e i mezzi specifici dell’Opus Dei, attraverso “l’apostolato di amicizia e di confidenza”.
Giovanni Paolo II insisteva sul fatto che il mondo “reclama evangelizzatori credibili, nella cui vita in comunione con la croce e la risurrezione di Cristo risplenda la bellezza del Vangelo [...]. Ogni battezzato, in quanto testimone di Cristo, deve acquisire la formazione adeguata alla sua condizione non solo per evitare che la fede si inaridisca per mancanza di cura in un ambiente ostile come quello mondano, ma anche per dare sostegno e impulso alla testimonianza evangelizzatrice” [74] .

L’apostolato personale di amicizia e di confidenza

28. Nostro Signore è venuto su questa terra affinché tutte le anime raggiungano la vita eterna, e vuole contare anche sui suoi discepoli: ut eatis, perché andiate – ripete a noi cristiani come agli Apostoli – e portiate frutto e il vostro frutto rimanga (cfr. Gv 15,16). Pertanto, figlie e figli miei, dobbiamo portare la sua dottrina nei più diversi ambienti, perché a noi interessano tutte le anime per il Signore. Però appare logico cominciare da coloro che Dio ci ha posto accanto.

Nella Prelatura dell’Opus Dei, come vi dicevo, diamo la priorità a ciò che San Josemaría chiamava “apostolato di amicizia e di confidenza”: un rapporto personale nel quale un cuore versa in un altro cuore la propria conoscenza e il proprio amore di Cristo, facendo in modo che costui si apra più facilmente ai delicati impulsi della grazia.

L’amicizia richiede, e nello stesso tempo crea, comunione di sentimenti e di aneliti; ma “dove avviene soprattutto questa comunicazione è nella convivenza [...]; ed ecco perché il convivere è la caratteristica dell’amicizia” [75] . Con questo rapporto inizia il primo passo del cammino di amicizia. Ci procura gioia, quindi, approfittare delle occasioni che il lavoro professionale e sociale ci offre per conoscere nuovi amici, con il desiderio di aiutarli e, anche, di imparare da loro: l’amicizia è essenzialmente reciproca. Nostro Padre ci incoraggiava a comportarci come Cristo che passa accanto alle persone lungo il sentiero della vita quotidiana. “Il Signore vuole servirsi di noi – del nostro rapporto con gli uomini, della nostra capacità, che ci ha dato Lui, di amare e di farci amare – per continuare a farsi amici sulla terra” [76] .

Tra le caratteristiche di questo modo di servire, si mette in evidenza la necessità di sapersi adattare alla capacità e alla mentalità di ciascuno, perché capiscano quello che ascoltano. San Josemaría chiamava “dono delle lingue” questo sforzo di farsi capire, che appare come frutto della grazia, della preghiera e della preparazione personale, affinché la dottrina della Chiesa risuoni con tonalità nuove negli orecchi delle persone. “Occorre ripetere le stesse cose, ma in modi diversi. È la forma che dev’essere sempre nuova, diversa; non la dottrina” [77].

Si tratta di imitare Gesù, che esponeva gli insegnamenti più elevati per mezzo di parabole e di paragoni, che tutti, ognuno al proprio livello, erano in condizioni di comprendere. Stimoliamo il desiderio di esporre le verità cristiane in modo attraente: “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno” (Col 4,6). Non si tratta di una formalità, o di mostrarci eruditi, ma di parlare con contenuti, cercando la gloria di Dio e il bene delle anime.

29. In un tale contesto, la profonda conoscenza della Sacra Scrittura – dell’Antico e del Nuovo Testamento –, frutto di una lettura assidua e di una meditazione attenta, acquista un’importanza fondamentale. Lo ha ricordato recentemente Papa Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica Verbum Domini sulla Parola di Dio nella missione della Chiesa. Lì, fra altri grandi Santi ai quali il Signore ha concesso luci speciali per approfondire il significato spirituale della Bibbia, il Papa afferma che uno di questi raggi di luce si manifesta in “San Josemaría Escrivá nella sua predicazione sulla chiamata universale alla santità” [78].

Il Romano Pontefice scrive che “un momento importante dell’animazione pastorale della Chiesa in cui poter sapientemente riscoprire la centralità della Parola di Dio è la catechesi, che nelle sue diverse forme e fasi deve sempre accompagnare il Popolo di Dio” [79] . E fa vedere come “l’incontro dei discepoli di Emmaus con Gesù, descritto dall’evangelista Luca (cfr. Lc 24,13-35), rappresenta, in un certo senso, il modello di una catechesi al cui centro sta la ‘spiegazione delle Scritture’, che solo Cristo è in grado di dare (cfr. Lc 24,27-28), mostrando in sé stesso il loro compimento. In tal modo rinasce la speranza più forte di ogni sconfitta, che fa di quei discepoli testimoni convinti e credibili del Risorto” [80] . Queste parole non vi fanno venire in mente l’affermazione gioiosa di nostro Padre quando predicava che, ora, “Emmaus è il mondo intero, perché il Signore ha aperto i cammini divini della terra” [81]?

Ricordate come ci ha trasmesso gli insegnamenti di questo passo di San Luca. Diceva che “tutta la vita di Cristo è un modello divino che dobbiamo imitare, ma quello che ci racconta l’evangelista della scena di Emmaus ci appartiene in modo molto particolare” [82] . Di questa scena evangelica si servì anche per parlarci dell’apostolato personale di amicizia e di confidenza. Metteva l’accento su una caratteristica importante: è necessario prendere l’iniziativa, andare incontro alle persone per offrire loro la nostra amicizia e aiutarle nella ricerca di Dio, rispettando e difendendo l’intimità e la libertà di tutti.

Sulla via di Emmaus il Risorto va in cerca di due discepoli che ritornavano alle loro case, scoraggiati dalle vicende dolorose alle quali avevano assistito: la Passione e la Morte del loro Signore. Questo gesto di Gesù ci insegna che l’amicizia induce a partecipare alle gioie e alle pene dei nostri amici, con i quali siamo solidali e ai quali dedichiamo tempo. “Gesù cammina insieme ai due uomini che hanno perso quasi ogni speranza, tanto che la vita comincia a sembrar loro priva di significato. Ne comprende il dolore, entra nel loro cuore, comunica loro qualcosa della vita che palpita in Lui” [83] . Nello stesso modo noi dobbiamo condividere le preoccupazioni, gli entusiasmi, le difficoltà di coloro che frequentiamo, colleghi di ufficio o di professione, senza che da loro ci separi nessuna barriera: una splendida caratteristica dello spirito dell’Opera, che non toglie nessuno dal suo posto e che ci invita a stare nel mondo senza essere mondani.

Così dobbiamo comportarci nell’ambiente in cui ci muoviamo, senza perdere di vista che, se siamo fedeli, Cristo opera in noi e vuole servirsi del nostro esempio e della nostra parola per arrivare ad altre persone, che nel frattempo ci arricchiscono con la loro amicizia. Niente di più logico che i veri amici si comunichino a vicenda le loro gioie e le loro pene, la loro attività e, naturalmente, il più grande tesoro che possiede un cristiano: proprio la vita di Cristo. Parleremo loro di Dio, della gioia di averlo nella nostra anima in grazia, dell’immenso valore che soltanto Egli può conferire all’esistenza umana.

Se agiscono così, i cristiani cooperano efficacemente alla missione evangelizzatrice della Chiesa, mettendo Cristo nel cuore e nell’anima dei loro amici, contribuendo in tal modo a innalzare la Croce in cima a tutte le attività umane.

L’apostolato della famiglia e con la gioventù

30. Sono molte le attività che contribuiscono ad accrescere l’estensione del regno di Dio. Tuttavia, alcune di esse hanno obiettivamente un’importanza maggiore, a seconda delle necessità di ogni epoca e di ogni luogo. La famiglia, la formazione della gioventù, il mondo della cultura, propongono, in gran parte, la sfida della nuova evangelizzazione alla quale spinge il Santo Padre.
La famiglia ha bisogno urgentemente che si rinnovi il suo humus originario, voluto da Dio alla creazione, che purtroppo le consuetudini e le leggi civili di molti Paesi sono impegnati a pervertire. È un compito d’importanza capitale, nel quale noi cattolici concordiamo con persone di altre credenze, o anche senza alcuna religione, consapevoli che il sostenere la famiglia – comunione d’amore tra un uomo e una donna, indissolubile e aperta alla vita – costituisce un pilastro insostituibile per un retto ordine della società e un fondamento importante perché gli uomini raggiungano la maturità e la felicità. A parte il contributo che possiamo offrire collaborando con altri, personalmente possiamo dare un aiuto, per esempio, facendo in modo che i coniugi si perdonino a vicenda e comprendano meglio che la loro vita è una donazione all’altro; se poi si tratta di coniugi cristiani, li aiuteremo a capire che partecipano a un mistero: all’unione di Cristo con la sua Chiesa. La fedeltà di entrambi, con il passare del tempo manifestazione del vero amore, serve a tracciare anche il percorso per arrivare in Cielo.

Il lavoro apostolico con la gioventù sarà sempre una sfida vitale per il mondo e per la Chiesa, perché negli anni della gioventù si forgiano coloro che indicheranno la rotta della società e la faranno avanzare lungo i sentieri tracciati dal Creatore e Redentore.
In questo ambito acquista un particolare rilievo l’apostolato dello svago e del buon uso del tempo libero. Mi limito a ricordarvi quello che vi ho scritto nel 2002: che è necessario riempire di contenuto cristiano “i costumi, le leggi, la moda, i mezzi di comunicazione, le espressioni artistiche. Tutti aspetti decisivi nella lotta per la nuova evangelizzazione della società, alla quale il Santo Padre chiama senza tregua i cristiani” [84] .

L’apostolato e la cultura

31. Il vasto mondo del pensiero e della cultura, delle scienze, delle lettere e della tecnica, continua a essere un’area privilegiata che è necessario illuminare con le luci del Vangelo. “I cristiani sono, quindi, chiamati ad avere una fede che consenta loro di confrontarsi criticamente con l’attuale cultura resistendo alle sue seduzioni; d’incidere efficacemente sugli ambiti culturali, economici, sociali e politici; di testimoniare che la comunione tra i membri della Chiesa cattolica e con gli altri cristiani è più forte di ogni legame etnico; di trasmettere con gioia la fede alle nuove generazioni; di costruire una cultura cristiana capace di evangelizzare la cultura più ampia in cui viviamo” [85] .

Gli apostolati dell’Opera sono un “mare senza sponde”. Come Cristo sulla Croce, vogliamo spalancare le braccia a ogni persona. A questo desiderio si deve il nostro impegno di arrivare a coloro che sono più lontani da Dio, come ci ha insegnato San Josemaría, che amava – lo ripeteva sempre – l’apostolato ad fidem. Nostro Padre ci stimolava a “mettere un particolare impegno nell’apostolato ad gentes, con i gentili [...]. Prima di tutto – lo ripeterò ancora una volta – con un’amicizia sincera, leale, umanamente buona” [86] . Approfittando delle molteplici relazioni che si originano nell’esercizio dell’attività professionale, in un mondo caratterizzato dalla globalità, sarà facile dialogare con persone di altre confessioni o credenze, o con gente senza alcuna religione, con l’intento di suscitare in loro il desiderio di conoscere meglio Dio. Aiuteremo anche quelli che mostrano una disposizione negativa verso la Chiesa cattolica, se li tratteremo con mansuetudine, pazienza, comprensione e affetto.

“Considero importante soprattutto – diceva Benedetto XVI in un discorso alla Curia Romana – il fatto che anche le persone che si ritengono agnostiche o atee devono stare a cuore a noi come credenti. Quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non vogliono vedere sé stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà. Ma la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure per loro, anche se non possono credere al carattere concreto della sua attenzione per noi” [87] .

Anche se alle iniziative di questo tipo partecipano in particolare soltanto alcuni, sentiamo il dovere di sostenerle con la nostra preghiera. Infatti ciascuno di noi, figli di Dio nella Santa Chiesa, vuol vivere solamente per portare il nome del Signore a tutti i popoli e a tutte le culture, fino agli estremi confini della terra (cfr. At 9,15).

LA FORMAZIONE
PROFESSIONALE

32. Visto che il lavoro ordinario, secondo lo spirito dell’Opus Dei, costituisce il cardine della santificazione personale e l’ambito abituale dell’attività apostolica dei suoi fedeli, si comprende perché nella Prelatura si stimoli una buona preparazione professionale. “Lo studio, la formazione professionale quale che sia, è obbligo grave fra noi” [88] .

In tempi recenti il Magistero della Chiesa ha affrontato il tema del lavoro – e tutti noi leggiamo questo insegnamento pensando alla predicazione di San Josemaría, dal 1928 – come ambito per la ricerca della santità da parte dei fedeli laici. Il Magistero ha insistito “nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo e ad approfondire nella loro vita l’amicizia con Cristo” [89] .

Il lavoro e l’unità di vita

33. Nell’omelia “Amare il mondo appassionatamente” San Josemaría ha ribadito l’importanza per un cristiano dell’unità di vita, che armonizza la pietà, il lavoro e l’apostolato. “Ho insegnato incessantemente, con parole della Sacra Scrittura, che il mondo non è cattivo: perché è uscito dalle mani di Dio, perché è creatura sua, perché Jahvè lo guardò e vide che era buono (cfr. Gn 1,7 e ss.). Siamo noi uomini a renderlo cattivo e brutto, con i nostri peccati e le nostre infedeltà. Siatene pur certi, figli miei: qualsiasi specie di evasione dalle realtà oneste di tutti i giorni significa, per voi uomini e donne del mondo, il contrario della volontà di Dio.

“Dovete invece comprendere adesso – con una luce tutta nuova – che Dio vi chiama per servirlo nei compiti e attraverso i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire [...].

“Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo” [90] .

La formazione che dà la Prelatura tende a stimolare il necessario spirito soprannaturale, affinché ciascuno s’impegni a compiere il lavoro con la maggiore perfezione umana possibile e con anelito di servizio, trasformandolo in uno strumento di santità e di apostolato. Perciò dobbiamo sforzarci di raggiungere il necessario prestigio professionale tra i nostri colleghi, e questo si acquista con l’impegno e la dedizione nel corso degli anni. Ognuno riceve questa formazione specifica come gli altri cittadini: nelle università, nelle scuole tecniche, nelle officine, ecc., dove compie gli studi o impara un mestiere. Lo spirito dell’Opera ci spinge a conservare e migliorare continuamente tale preparazione. Tutti noi sappiamo di essere liberissimi, sia nel momento di scegliere la professione che di esercitarla. L’Opera insegna soltanto il modo di santificarsi in queste attività, senza immischiarsi nelle scelte di lavoro di ognuno.
Non importa il tipo di attività che si svolge, purché sia onesta: “Che cos’è più importante: essere professore alla Sorbona o fare i lavori di casa? Ti dirò che se tu sei santa, perché ti stai santificando nel lavoro, è il tuo il più importante” [91]. In un altro momento aggiungeva: “Quando, riferendomi alle donne delle pulizie che lavorano all’Università di Navarra, affermo che non so se il loro lavoro è altrettanto o più importante di quello del Senato accademico, non faccio una battuta: ripeto semplicemente ciò che ho sempre pensato. Il lavoro di una di queste donne che assolve i suoi compiti con gioia e fa tutto per amore può essere eroico, mai comune, e sicuramente più efficace di quello di un grande ricercatore che pensa soltanto a pubblicare i suoi studi. Ripeto: quale vale di più? Dipende dall’amore e dal sacrificio con cui si compie il proprio lavoro, ma che sia un sacrificio gioioso, allegro, volontario; in caso contrario, è meglio non farlo” [92] .

A tutti i cattolici compete il dovere di fare tutto ciò che è in loro potere perché Cristo regni effettivamente nella società, e questi santi desideri si manifestano anche cercando di acquisire il necessario prestigio professionale, come un lucerniere che deve far risplendere la luce di Cristo (cfr. Mc 4,21).
Gli studenti, da parte loro, devono sentire il dovere di ottenere buoni voti. Non dimenticate la considerazione che San Josemaría scrisse in Cammino, che è servita da guida a tante generazioni di giovani nel mondo intero: “Un’ora di studio, per un apostolo moderno, è un’ora d’orazione” [93] .

La rettitudine d’intenzione

34. Mentre curiamo la preparazione professionale, ricordiamoci responsabilmente che l’attività lavorativa – qualunque essa sia – costituisce sempre per noi un mezzo per raggiungere la santità e per fare apostolato. In questi momenti è quanto mai necessario non perdere di vista tale obiettivo, perché nella società di oggi, altamente competitiva, è facile mettere la professione al primo posto dei propri obiettivi, al di sopra degli altri doveri verso Dio, verso la propria famiglia e le altre persone. Ripeto, con nostro Padre: “Lavorate alla presenza di Dio, senza ambire glorie umane. Alcuni considerano il lavoro un mezzo per conquistare onori, per acquisire potere o ricchezza che soddisfi la loro ambizione personale o per sentire l’orgoglio della propria capacità di operare.

“Noi figli di Dio nel suo Opus Dei non vediamo mai nel nostro lavoro professionale qualcosa in rapporto con l’egoismo, con la vanità e con la superbia: vediamo soltanto una possibilità di servire tutti gli uomini per amore di Dio” [94] . Perciò aggiungeva: “Un buon indice della rettitudine d’intenzione, con la quale dovete compiere il vostro lavoro professionale, è proprio il modo in cui utilizzate le relazioni sociali o di amicizia che nascono durante l’attività professionale, per avvicinare le anime a Dio: arrivando, se è il caso e qualora se ne intravedano le opportunità, a proporre loro la vocazione” [95] .

Nell’ambito della preparazione professionale, dobbiamo cercare necessariamente di conoscere bene gli argomenti della dottrina cattolica più legati alla propria professione o che godano di particolare attualità nel Paese; forse diversi da un luogo all’altro, ma alcuni validi da tutte le parti. Per esempio, quelli legati al matrimonio e alla famiglia, all’educazione, al “Vangelo della vita”, alla bioetica, alla giustizia e alla carità nei rapporti di lavoro... Per questo, l’esempio di rettitudine nell’adempiere ai doveri professionali, familiari e sociali costituisce una testimonianza incontrovertibile che tutti dobbiamo dare. “Come conseguenza della vostra rettitudine umana e cristiana – vi ho scritto –, negli ambienti nei quali vi muovete nasceranno, inoltre, molte iniziative volte a risolvere concreti problemi sociali, in nobile e fraterna collaborazione con altri uomini e donne di buona volontà. Levo in questi momenti il mio cuore in azione di grazie a Nostro Signore, perché intorno alla Prelatura, con l’aiuto di tanti Cooperatori, cattolici e non cattolici, fioriscono numerose realtà di solidarietà, che contribuiscono a instaurare la giustizia e la pace sulla terra, portando a decine di migliaia di persone – come diceva nostro Padre – ‘il balsamo forte e pacifico dell’amore’ (È Gesù che passa, n. 183)” [96] .

La spontaneità apostolica

35. Figlie e figli miei, ho voluto sottoporre di nuovo ai vostri occhi la verità che “l’unica ambizione, l’unico desiderio dell’Opus Dei e di ognuno dei suoi figli è quello di servire la Chiesa, come la Chiesa vuole essere servita, nella specifica vocazione che il Signore ci ha dato” [97] . Assai spesso San Josemaría si riferiva all’Opus Dei dicendo che è una “disorganizzazione organizzata”, perché il modo caratteristico, voluto da Dio, di collaborare alla missione della Chiesa consiste nel dare formazione alle persone, nei diversi aspetti. Si può affermare che la Prelatura dell’Opus Dei spende tutte le sue energie in questo compito, in questa catechesi. Poi voi, donne e uomini, singolarmente, con il bagaglio della preparazione ricevuta e assimilata, con libertà e responsabilità personali, fate in modo di infondere la linfa dello spirito cristiano nel torrente circolatorio della società.

Rispondendo alla domanda di un giornalista su questo aspetto così caratteristico dell’Opera, nostro Padre spiegava che “noi attribuiamo un’importanza primaria e fondamentale alla ‘spontaneità apostolica della persona’, alla sua libera e responsabile iniziativa, sotto la guida dello Spirito; e non alle strutture organizzative, agli ordini, alle tattiche, e ai programmi imposti dall’alto in sede di governo” [98] .

Prima di concludere, ritorno all’aspetto fondamentale: impegniamoci giorno dopo giorno nella nostra dedizione cristiana a Dio e agli altri. Sforziamoci di essere donne e uomini fedelissimi al Romano Pontefice, pregando con continuità per la sua persona e per le sue intenzioni; pratichiamo una affettiva ed effettiva unione con i Vescovi e con tutti i fedeli cattolici. Riempiamoci di ottimismo e di gratitudine verso il Signore, partecipando alla nuova evangelizzazione. Ricorriamo all’intercessione della Santissima Vergine, Regina del mondo e Madre della Chiesa, affinché ci ottenga dal Cielo le grazie necessarie.

Com’è logico, poniamo come speciale intercessore di tutta la nostra attività formativa San Josemaría, che con la sua vita e i suoi insegnamenti ha lasciato ben plasmato lo spirito ricevuto da Dio il 2 ottobre 1928, perché le sue figlie e i suoi figli, e molte altre persone, possano percorrere tutti i sentieri della terra, facendoli diventare divini con la grazia dello Spirito Santo.

Con tutto l’affetto, vi benedice


vostro Padre
+ Javier

Roma, 2 ottobre 2011

[1] 1. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Spe Salvi, 30-XI-2007, n. 2.

[2] 2. Cfr. BENEDETTO XVI, Lett. ap. Ubicumque et semper, 21-IX-2010.

[3] 3. BENEDETTO XVI, Omelia nella Messa conclusiva della Giornata Mondiale della Gioventù, 21-VIII-2011.

[4] 4. SAN JOSEMARÍA, Colloqui, n. 24.

[5] 5. SAN JOSEMARÍA, Lettera 6-V-1945, n. 19.

[6] 6. SAN JOSEMARÍA, Lettera 24-III-1931, n. 9.

[7] 7. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 372.

[8] 8. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 18-VI-1972.

[9] 9. SANT’AGOSTINO, Sermone 169, 13 (PL 38, 923).

[10] 10. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 1963.

[11] 11. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 24.

[12] 12. Ibid., n. 26.

[13] 13. Ibid.

[14] 14. SAN JOSEMARÍA, Lettera 9-I-1932, n. 28.

[15] 15. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Christifideles laici, 30-XII-1988, n. 63.

[16] 16. Simbolo Atanasiano.

[17] 17. CONCILIO VATICANO II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 4.

[18] 18. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 74.

[19] 19. Ibid., n. 84.

[20] 20. Ibid.

[21] 21. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 28-XI-1972.

[22] 22. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1808.

[23] 23. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 77.

[24] 24. BENEDETTO XVI, Allocuzione all’Angelus, 28-X-2007.

[25] 25. Cfr. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 380.

[26] 26. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Discorso a un gruppo di Vescovi in visita “ad limina”, 18-XI-1999.

[27] 27. DON ÁLVARO DEL PORTILLO, Consacrazione e missione del sacerdote, Ares, Milano 1990, p. 13.

[28] 28. SAN JOSEMARÍA, Lettera 8-VIII-1956, n. 47.

[29] 29. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Christifideles laici, 30-XII-1988, n. 60.

[30] 30. BENEDETTO XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 22-II-2007, n. 64.

[31] 31. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 947.

[32] 32. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 30-X-1964.

[33] 33. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Omelia, 19-VIII-1979.

[34] 34. Cfr. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Ut sit, 28-XI-1982.

[35] 35. Cfr. SAN JOSEMARÍA, La Abadesa de las Huelgas. Studio teológico jurídico, Rialp, Madrid 1974, 3ª ed., p. 153. Recentemente la CONGREGAZIONE PER IL CLERO ha pubblicato il documento Il sacerdote, confessore e direttore spirituale, ministro della misericordia divina, 9-III-2011, dove si dice esplicitamente che anche “fedeli laici ben formati [...] compiono questo servizio di consiglio nel cammino della santità” (n. 65).

[36] 36. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una meditazione, 31-XII-1970.

[37] 37. SAN JOSEMARÍA, Colloqui, n. 93.

[38] 38. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 15.

[39] 39. Ibid., n. 188.

[40] 40. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 135.

[41] 41. SAN JOSEMARÍA, Lettera 6-V-1945, n. 35.

[42] 42. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 157.

[43] 43. Ibid., n. 161.

[44] 44. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 2.

[45] 45. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 87.

[46] 46. Cfr. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Spe salvi, 30-XI-2007, n. 2.

[47] 47. Cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 55.

[48] 48. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 89.

[49] 49. SAN GIOVANNI DAMASCENO, Esposizione sulla fede ortodossa, IV, 17 (PG 94, 1175).

[50] 50. MONS. JAVIER ECHEVARRÍA, Vivere la Santa Messa, Ares, Milano 2010, p. 56.

[51] 51. JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI, Opera omnia, vol. XI, Prefazione.

[52] 52. CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istr. Redemptionis sacramentum, 25-III-2004, n. 5.

[53] 53. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 11.

[54] 54. BENEDETTO XVI, Incontro con sacerdoti della Diocesi di Albano, 31-VIII-2006.

[55] 55. SAN JOSEMARÍA, Forgia, n. 833.

[56] 56. SAN JOSEMARÍA, Appunti intimi, n. 110 (17-XI-1930). Cit. da DON ÁLVARO DEL PORTILLO, Lettera, 15-X-1991.

[57] 57. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 10.

[58] 58. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Christifideles laici, 30-XII-1988, n. 60.

[59] 59. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 10.

[60] 60. SAN GREGORIO MAGNO, Moralia, I, 32, 45 (PL 75, 517).

[61] 61. Ibid.

[62] 62. SAN JOSEMARÍA, Lettera 24-X-1965, nn. 24-25.

[63] 63. SAN JOSEMARÍA, Lettera 11-III-1940, n. 47.

[64] 64. CONCILIO VATICANO II, Decr. Optatam totius, n. 16; cfr. PIO XII, Discorso, 24-VI-1939; PAOLO VI, Discorso, 12-III-1964; BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Fides et Ratio, 14-IX-1998, nn. 43 ss.

[65] 65. SAN JOSEMARÍA, Lettera 9-I-1951, n. 22.

[66] 66. SAN JOSEMARÍA, Lettera 14-II-1964, n. 1.

[67] 67. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 30-IV-1961.

[68] 68. Cfr. Codex Iuris particularis seu Statuta Prælaturæ Sanctæ Crucis et Operis Dei, n. 109.

[69] 69. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 10.

[70] 70. Ibid, n. 149.

[71] 71. BENEDETTO XVI, Omelia durante la Messa di inizio del ministero petrino, 24-IV-2005.

[72] 72. CONCILIO VATICANO II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 28.

[73] 73. Cfr. BENEDETTO XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 29-VI-2009, n. 29; Discorsi del 19-X-2006, 11-VI-2007, 12-III-2010, 24-IX-2011, e altri.

[74] 74. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Ecclesia in Europa, 28-VI-2003, n. 49.

[75] 75. SAN TOMMASO D’AQUINO, Esposizione dell’Etica a Nicomaco, IX, 14.

[76] 76. SAN JOSEMARÍA, Lettera 9-I-1932, n. 75.

[77] 77. SAN JOSEMARÍA, Lettera 30-IV-1946, n. 71.

[78] 78. BENEDETTO XVI, Esort. ap. Verbum Domini, 30-IX-2010, n. 48.

[79] 79. Ibid., n. 74.

[80] 80. Ibid.

[81] 81. SAN JOSEMARÍA, Amici di Dio, n. 314.

[82] 82. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, aprile 1951.

[83] 83. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 105.

[84] 84. MONS. JAVIER ECHEVARRÍA, Lettera 28-XI-2002, n. 11.

[85] 85. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Ecclesia in Europa, 28-VI-2003, n. 50.

[86] 86. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 15-IV-1973.

[87] 87. BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia Romana, 21-XII-2009.

[88] 88. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 334.

[89] 89. BEATO GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Laborem exercens, 14-IX-1981, n. 24.

[90] 90. SAN JOSEMARÍA, Omelia “Amare il mondo appassionatamente”, 8-X-1967 (in Colloqui, n. 114).

[91] 91. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 30-VIII-1961.

[92] 92. SAN JOSEMARÍA, Appunti di una riunione familiare, 10-IV-1969.

[93] 93. SAN JOSEMARÍA, Cammino, n. 335.

[94] 94. SAN JOSEMARÍA, Lettera 15-X-1948, n. 18.

[95] 95. Ibid., n. 31.

[96] 96. MONS. JAVIER ECHEVARRÍA, Lettera 1-VI-1999.

[97] 97. SAN JOSEMARÍA, Lettera 31-V-1943, n. 1.

[98] 98. SAN JOSEMARÍA, Colloqui, n. 19.

Romana, Nº 53, Luglio-Dicembre 2011, pag. 245-274.