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Roma 7-VIII-2008 In chiusura della fase istruttoria della causa di beatificazione di Mons. Álvaro del Portillo, Pontificia Università della Santa Croce

Immediatamente dopo la morte di Mons. Álvaro del Portillo si rese evidente l’esistenza di una solida fama di santità: da tutto il mondo ci pervennero centinaia di relazioni firmate di favori spirituali e materiali ottenuti grazie alla sua intercessione. Tante persone dei cinque continenti, anche al di fuori dell’ambito della Prelatura, erano insomma convinte che don Álvaro fosse in Cielo e presentavano a Dio i suoi meriti per essere esaudite nelle necessità personali.
La dimostrazione della fama di santità: questa è la prima condizione per iniziare una causa di canonizzazione. In piena coscienza decisi, quindi, l’apertura della Causa. Assicurata questa base, la Chiesa deve poi verificare se tale fama di santità è fondata sulla realtà – dimostrata attraverso prove giuridicamente certe – di una vita contrassegnata da un esercizio eroico delle virtù cristiane. E avvia gli opportuni procedimenti di indagine giuridica, storico critica e teologica.

Come è noto, chiesi al carissimo Card. Ruini di nominare un Tribunale presso il Vicariato di Roma per ascoltare la mia deposizione e quella di altri testi particolarmente vicini al Servo di Dio. Il Tribunale della Prelatura avrebbe svolto parallelamente la propria inchiesta, interrogando altri testi. Il Tribunale del Vicariato aprì i lavori il 5 marzo 2004; quello della Prelatura lo fece il successivo 20 marzo.
Inoltre, per ascoltare testi residenti lontano da Roma, il Tribunale della Prelatura ha rivolto ad altri Tribunali diocesani la richiesta di istruire altrettanti processi rogatoriali. Ciò è avvenuto nel corso di questi anni con i Tribunali delle diocesi di Madrid, Fatima Leiria, Montréal, Pamplona, Quito, Sydney, Varsavia e Washington, che si uniscono oggi a quelli del presente processo.

Dopo quattro anni di lavoro, il Tribunale del Vicariato ha chiuso le proprie sessioni lo scorso 26 di giugno. Oggi, 7 agosto 2008, chiudiamo definitivamente le sessioni dell’intera inchiesta sulla vita e le virtù del Servo di Dio Álvaro del Portillo.

Gli atti saranno subito inviati alla Congregazione per le Cause dei Santi. E qui, dopo averne studiato la regolarità, ne consegneranno copia al Postulatore, affinché proceda all’elaborazione della Positio super vita et virtutibus, che a suo tempo verrà sottoposta allo studio dei Consultori Teologi del Dicastero suddetto, e dopo al giudizio dei Cardinali e Vescovi membri della Congregazione. Quindi, se l’esito del loro esame sarà positivo, si avrà la proclamazione dell’eroicità delle virtù di Mons. del Portillo.
E, se si concluderà felicemente anche l’indagine canonica relativa a un asserito miracolo, scelto tra quelli avvenuti per sua intercessione, si perverrà alla beatificazione dopo l’approvazione del Romano Pontefice.
Per tutto questo percorso chiedo la vostra preghiera.

Una cosa vorrei dire in questa sede: un impegno, doveroso, che oggi intendo assumere coram Deo. Non posso dimenticare lo sforzo profuso da don Álvaro nelle varie fasi della causa di canonizzazione di San Josemaría. In particolare, volle che la Positio rispecchiasse non solo la vita eroica del nostro Fondatore, ma anche la profondità, l’armonia interna, la ricchezza e la novità dello spirito dell’Opus Dei. Si trattava di fornire alla Chiesa un ritratto completo, adeguato, della figura di questo santo sacerdote. Mons. del Portillo era sospinto dal proprio amore filiale verso San Josemaría a dare il meglio che poteva in questo lavoro.

Vogliamo che il nostro affetto per don Álvaro non sia inferiore. Ma, oltre a questo, c’è anche un altro motivo per cui sentiamo il dovere di assicurare che la sua causa di canonizzazione proceda in modo massimamente rigoroso: la considerazione, cioè, del ruolo che ha svolto nella storia dell’Opus Dei. Come primo successore di San Josemaría, egli ha fornito, a tutti coloro che lo seguiranno nel corso dei secoli, un esempio impareggiabile di fedeltà. Ha saputo custodire in tutta la sua integrità, senza sfumature, lo spirito affidato dal Signore a San Josemaría.

Proprio qui sta la caratteristica essenziale della sua figura: don Álvaro fu anzitutto “un uomo fedele”. Uomo fedele, cioè uomo di fede: fede in Dio, fede nella Chiesa, fede nell’origine soprannaturale dell’Opus Dei e, quindi, fede nel carattere divino dell’impresa a cui era stato chiamato dal Signore stesso a collaborare. Di qui la sua indiscussa lealtà al Fondatore, di cui fu per quarant’anni il più stretto collaboratore e, in seguito, il suo primo successore alla guida dell’Opus Dei.

Potete quindi comprendere con quanta gioia io mi trovi qui oggi a presiedere alla sessione di chiusura dell’inchiesta canonica sulla vita e le virtù del carissimo don Álvaro. Sento un immenso debito nei suoi confronti, perché con la sua condotta ha indicato a tutti i fedeli della Prelatura – sacerdoti e laici, donne e uomini – che la loro strada di fedeltà al Signore e alla Chiesa passa attraverso la fedeltà allo spirito dell’Opus Dei che San Josemaría trasmise ai suoi figli.

Vorrei fare un breve inciso sulla data odierna. Oggi è l’anniversario di un giorno molto significativo nella storia dell’Opera. Infatti, il 7 agosto 1931, mentre celebrava la Santa Messa, al momento dell’elevazione dell’Ostia Santissima, San Josemaría sentì risuonare nella propria anima, “con una forza e una chiarezza straordinarie”, come egli stesso ricordava, la voce di Dio che gli parlava con un versetto della Scrittura: “Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum” (Gv 12,32). E capì con profondità nuova il nucleo essenziale della vocazione all’Opus Dei – la santificazione del lavoro – e la portata del fenomeno pastorale che ne sarebbe derivato. Seguiamo il suo racconto: “E compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio a innalzare la Croce con le dottrine di Cristo sul pinnacolo di ogni attività umana... E vidi trionfare il Signore e attrarre a Sé tutte le cose” (Apuntes íntimos, 7-VIII-1931, n. 217).

Don Álvaro incarnò alla perfezione questo spirito: prima come studente, poi come ingegnere, quindi da sacerdote – per tanti anni – e poi quale Prelato, innalzò sempre al Signore il proprio lavoro. Quando fu consacrato Vescovo, scelse per il proprio stemma il motto: Regnare Christum volumus! È una sintesi del suo cammino: lavorò tanto; lavorò molto bene e sempre cercando la gloria di Dio. È così, con la qualità umana e soprannaturale delle proprie attività nel mondo, che i fedeli della Prelatura contribuiscono alla missione della Chiesa: santificare il mondo attraverso il proprio lavoro professionale, innalzarlo fino a Dio, salvare le anime.
In questo compito, nostra guida sono i santi. Come lo è stato – e lo è – San Josemaría, così lo è stato – e lo è – don Álvaro, il suo figlio più fedele. Senza voler anticipare il giudizio della Chiesa, noi nutriamo la convinzione che egli sia in Cielo e ci affidiamo di tutto cuore alla sua intercessione.

La Chiesa cresce nell’Eucaristia e grazie all’Eucaristia. L’Opus Dei, “una particella della Chiesa” – come diceva San Josemaría – è inserita in questa dinamica di grazia. Abbiamo parlato della santificazione del lavoro, ma è anzitutto la grazia divina, e quindi in modo speciale l’Eucaristia, che presiede alla sua crescita. Anche qui, don Álvaro, seguendo l’esempio del nostro Fondatore, ci ha insegnato a vivere da innamorati, facendo dell’Eucaristia “il centro e la radice della nostra vita interiore”.

Che don Álvaro, con il suo indimenticabile sorriso e la sua inalterabile pace interiore, con la sua fermezza nel compiere il bene e con la sua umiltà, ci aiuti a irradiare nel mondo la luce di Cristo, in un apostolato incessante che comunichi alle anime la gioia dell’incontro con Cristo. Ricordate il suo insegnamento e il suo esempio: “rendere amabile la verità”, egli ci raccomandava.

Maria, presente nell’esaltazione di Cristo sulla Croce, starà al nostro fianco, se ci impegneremo davvero – con i nostri limiti – a servire Cristo secondo lo spirito lasciatoci dal nostro Fondatore e così fedelmente incarnato da don Álvaro.

Romana, Nº 47, Luglio-Dicembre 2008, p. 285-288.