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Roma 14-III-2008 Nell’inaugurazione dei nuovi edifici del Campus Biomedico.

1. “Gesù Cristo è venuto per servire e dare la vita per la salvezza di molti”. La Chiesa pone sulle nostre labbra queste parole del Vangelo di San Marco (10,45); un riassunto degli eventi che commemoreremo nella Settimana Santa. Gesù dichiara di essere venuto nel mondo non per essere servito ma per servire. Servire è per Gesù, il Figlio, il vero modo di governare, il suo modo di essere Signore.
Quando i discepoli discutevano su chi di loro fosse da considerare il più grande, Egli disse: “I re delle nazioni governano e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve (...). Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,25-27). Dopo venti secoli, queste parole continuano ad essere di grande attualità. Gesù, tuttavia, quando ha parlato di servizio, ha fatto precedere e seguire il suo insegnamento dalle opere. Lo abbiamo ascoltato poco fa: “Credete almeno alle mie opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10,38).

2. E quali sono queste opere di Gesù? La sua vita intera possiede un’eloquenza straordinaria. Egli passa in mezzo agli uomini facendo del bene a tutti, conversando familiarmente con chiunque lo avvicina, uomini e donne, ebrei e pagani, sani e malati, poveri e ricchi; sa apprezzare gesti e parole pieni di fede, come ad esempio quello della donna malata, che osa toccare soltanto di nascosto l’orlo del suo mantello e viene guarita; o quello del ragazzo che offre i cinque pani e i due pesci con cui Gesù sfama la folla che lo segue da tre giorni.

Innumerevoli sono i modi di servire che la vita quotidiana offre anche a noi, se vogliamo imitare il Figlio di Dio fatto servo di tutti. Ve ne ricordo alcuni, ma ognuno saprà scoprirne molti altri, nelle circostanze concrete della propria vita: incoraggiare e valorizzare le qualità, molte o poche, degli altri; svolgere con cura, ordine e puntualità il proprio lavoro dal quale dipende sempre in qualche modo il lavoro degli altri; venire in aiuto di chi non riesce a completare il suo lavoro; ascoltare con attenzione chi si rivolge a noi; perdonare chi ci ha potuto offendere; incoraggiare chi sta per soccombere alla stanchezza o alle preoccupazioni familiari; trattare tutti, senza discriminazioni, con affetto; saper comandare con delicatezza rispettando l’intelligenza e la volontà di chi ubbidisce (cfr. Forgia, n. 727); mettere le proprie qualità e talenti, senza compiacenza alcuna, al servizio del prossimo (cfr. Solco, n. 422). E poi sorridere quando il lavoro si fa più duro, fedeli all’esortazione dello Spirito Santo: servite il Signore nella gioia (Sal 99,1). Mettendo in pratica queste forme di spirito di servizio — concretamente, in questo Campus Universitario —, si contribuisce a creare intorno a sé un ambiente sereno, che fa scomparire tante tensioni, che potrebbero essere per tutti fonte continua di dispiaceri e di malumore (cfr. Solco, n. 712).

Soffermiamoci a meditare ciò che San Giovanni ci racconta degli ultimi momenti trascorsi da Gesù in mezzo a noi, poco prima della Passione, durante l’ultima Cena: “Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto” (Gv 13,1s). Come ebbe modo di ricordare l’allora cardinale Ratzinger, «l’atto della lavanda dei piedi diviene per Giovanni la rappresentazione di ciò che è tutta la vita di Gesù: l’alzarsi da tavola, il deporre l’indumento di gloria, il chinarsi verso di noi nel mistero del perdono, il servizio della vita e della morte umana (...). In questa visione sono riuniti non soltanto la vita e la morte di Gesù, ma anche i sacramenti del battesimo e della penitenza, che ci immergono nel bagno dell’amore di Gesù» (Il cammino pasquale, p. 97).

Gesù Cristo è venuto a redimerci e a darci esempio di vita. Ma noi siamo chiamati ad accogliere la sua grazia, facendo nostra la Sua Vita. È stato molto chiaro al riguardo: vuole essere imitato e vuole che i suoi discepoli facciano della loro vita un autentico servizio. Per renderci capaci di servire, Egli per prima cosa ci lava, ci purifica mediante i sacramenti che danno la remissione dei peccati: il battesimo e la penitenza. Amate il sacramento della confessione, e sperimenterete la gioia di essere amati personalmente dal Signore che si china a lavare le nostre colpe, e ci purifica.
Il gesto della lavanda dei piedi rimane per tutti emblematico dello stile di vita cristiano riassunto nella parola servire. San Josemaría arrivò in qualche occasione a riassumere il valore di una vita cristiana con l’espressione: per servire, servire. Sì! Se volete essere utili ed efficaci nel vostro lavoro, imitate Gesù, che “spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7).

3. Vediamo oggi realizzato, grazie al sacrificio e al lavoro di tante persone, questo magnifico Policlinico e il Polo di ricerca avanzata. Esiste tuttavia un rischio, contro il quale vorrei prevenirvi, e cioè quello di far eccessivo affidamento, nel lavoro, sulle sofisticate attrezzature e sulle tante innovazioni tecnologiche: dell’assistenza, della diagnostica, della terapia, dei servizi di base, della logistica amministrativa e della didattica.

Certamente, tutta questa raffinata tecnologia richiederà ad ognuno di voi una sempre più aggiornata competenza professionale; anche le macchine che avete ora a disposizione esigono attenzione e rispetto. Sarebbe però fuorviante diventare servi delle macchine. Dovete invece mantenervi fedeli al vostro motto, «La scienza per l’uomo», e rafforzare semmai l’obiettivo che vi ha guidato nella vostra ancora breve ma significativa storia: essere una istituzione al servizio di tutti, in particolare delle persone malate e degli studenti, della società intera, e pure tra di voi.

Il vostro vanto, quindi, non sarà tanto quello di lavorare in una Università e in un Policlinico dotati di tecnologie avanzate, quanto piuttosto il costituire un insieme di persone che con la loro professionalità e i loro valori umani e cristiani, con tutta la loro vita, vogliono essere utili, imitando Gesù Cristo in un servizio nascosto e silenzioso, quotidiano e reale. La scienza e la tecnica, infatti, possono contribuire molto al progresso dell’umanità, ma possono anche rendere meno umanizzante la vita umana, e perfino distruggere l’uomo.

In un discorso tenuto nell’Università di Navarra, l’allora Gran Cancelliere di quella Università — alla quale so bene che siete riconoscenti per la collaborazione che vi ha prestato fin dall’inizio —, San Josemaría Escrivá, ebbe a dire qualcosa che mi sembra particolarmente adatto ricordare oggi: «Salveranno questo mondo non certo coloro che pretendono di narcotizzare la vita dello spirito, riducendo tutto a questioni economiche o di benessere materiale, bensì coloro che hanno fede in Dio e nel destino eterno dell’uomo, e sanno accogliere la verità di Cristo come luce orientatrice per l’azione e la condotta» (Discorso, 9-V-1974).

La vostra Università si arricchisce oggi di un dono di grande valore artistico, simbolico ed affettivo: il bassorilievo della Madonna davanti alla quale il Papa ha recitato il Santo Rosario lo scorso 1 marzo, celebrando la VI Giornata Europea degli Universitari. Questa immagine sacra è preziosa perché benedetta dal Santo Padre e perché è frutto della generosità di uno dei tanti amici del Campus.

Per questo e per i molti altri atti di generosità che hanno reso possibile il Campus Biomedico, io vi ringrazio di cuore. Vi affido questa immagine della Madonna e affido ognuno di voi a questa Madonna del Campus. Nelle sue mani potete lasciare quanto vi sta a cuore, tutto il vostro essere. Affidate alle sue cure materne il proposito di vivere lo spirito di servizio nell’immediato ambito di vita di ciascuno, restando in mezzo agli altri come colui che serve: nella famiglia, nel reparto assistenziale, o settore amministrativo o dei servizi di base; nella sala operatoria, nella corsia, nell’ambulatorio, nel laboratorio, nell’aula, nelle riunioni di governo, nelle pause di riposo, a mensa.

Se ognuno, con l’aiuto di Santa Maria, si impegnerà per mettere in pratica questo proposito, l’Università Campus Biomedico sarà in grado di trasformare i piccoli sforzi quotidiani di ognuno di voi anche in cultura da irradiare all’esterno. Non restringete il vostro orizzonte. Come ha scritto Benedetto XVI nell’Enciclica Spe salvi (n. 26), «non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore», e lo spirito di servizio non si spiega se non nasce dall’amore.

Non ridimensionate la grandezza del meraviglioso compito umano e cristiano che avete tra le mani. Che il Signore benedica i vostri sforzi affinché questi edifici, con tutte le loro attrezzature, siano l’ambito in cui affondi le sue radici quell’amore e quello spirito di servizio di cui ha bisogno il nostro tempo; lo spirito di una vera famiglia universitaria, dove tutti — dal Rettore fino alle persone che si occupano dei mestieri apparentemente di minor rilievo — sono ugualmente importanti, proprio perché parte della stessa famiglia.

Romana, Nº 46, Gennaio-Giugno 2008, p. 63-65.