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Intervista a Mons. Fernando Ocáriz, Vicario Generale della Prelatura, su “Zenit” (19-III-2008)

(Realizzata da Miriam Díez i Bosch)
«Le porte dell’Opus Dei sono aperte a tutti»

Monsignor Fernando Ocáriz (Parigi, 1944) è fisico e teologo. Autore di numerose pubblicazioni filosofiche e teologiche, specialmente nell’ambito della filosofia della storia e della cristologia, dal 1986 è consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede. È membro della Pontificia Accademia Teologica; il 23 aprile 1994 è stato nominato Vicario Generale dell’Opus Dei.

– L’Opus Dei è nata per aiutare i laici nella loro vita normale. I laici fanno parte della Prelatura dell’Opus Dei, oppure la Prelatura è solo per la parte – minima – dei sacerdoti dell’Opus Dei?

L’Opus Dei è nata proprio per diffondere e ricordare a tutti – sacerdoti e laici – la chiamata universale alla santità. Come ha insegnato San Josemaría sin dal 1928, la conseguenza di questa universalità, vale a dire il fatto che Dio chiama ogni persona, è che tutte le circostanze umane oneste – il lavoro professionale, le relazioni familiari e sociali – possono e devono essere una realtà santificata e santificante.
Come ha detto il Cardinale Joseph Ratzinger in occasione della canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei, il messaggio di San Josemaría Escrivá ha aiutato a correggere una concezione erronea della santità, come se fosse una cosa riservata ad alcuni “grandi”. La santità consiste nel diventare amico di Dio, nel lasciare operare l’Altro, l’Unico che può far sì che questo mondo sia buono e felice.
I laici dell’Opus Dei, donne e uomini, sposati e celibi, fanno parte integrante della Prelatura, esattamente come i sacerdoti che ne costituiscono il presbiterio. La relazione fra i ministri sacri e i fedeli laici è quella propria della Chiesa.
Allo stesso tempo, ogni laico appartiene anche alla Diocesi in cui ha il domicilio, come qualunque altro cattolico. Giovanni Paolo II lo ha ricordato in diverse occasioni, riferendosi concretamente all’Opus Dei: il sacerdozio ministeriale dei chierici e il sacerdozio comune dei fedeli laici si uniscono e s’intrecciano in unità di vocazione e di governo per compiere la missione evangelizzatrice della Prelatura, sotto la guida di un Prelato.

– L’Opus Dei è l’unica prelatura personale oggi esistente. Ricevete richieste di chiarimenti da parte di istituzioni ecclesiali che vorrebbero diventare una prelatura personale?

Sì, per ora è l’unica prelatura personale. Tuttavia nella Chiesa, per le più diverse necessità pastorali, vi sono altre circoscrizioni ecclesiastiche delimitate da un criterio personale.
Per esempio, gli ordinariati che esistono in alcuni Paesi per accudire i fedeli di rito orientale, gli ordinariati militari e una amministrazione apostolica personale eretta alcuni anni fa in Brasile.
La costituzione di una prelatura personale compete esclusivamente alla Santa Sede; inoltre il Diritto Canonico prevede che per erigerla occorre consultare le Conferenze episcopali interessate.
Si tratta di una decisione pastorale volta a favorire la missione della Chiesa in un mondo caratterizzato dalla mobilità delle persone. Per esempio, nelle Esortazioni apostoliche post-sinodali Ecclesia in America ed Ecclesia in Europa, Giovanni Paolo II menziona le prelature personali come una possibile soluzione per persone che hanno bisogno di una particolare cura pastorale, in particolare per gruppi di emigranti.
È anche possibile, come è accaduto nel caso dell’Opus Dei, che l’azione dello Spirito Santo, che spinge a compiere determinate attività apostoliche, dia origine ad alcune necessità pastorali tali da dover richiedere una strutturazione in prelatura personale.
Non mi consta che l’Opus Dei abbia ricevuto richieste di chiarimenti da parte di istituzioni che hanno pensato alla possibilità di diventare una prelatura personale. Accade invece con una certa frequenza che alcune persone dell’Opus Dei siano invitate – in congressi, giornate di studio, riunioni pastorali, ecc. – per parlare dell’esperienza accumulata dalla Prelatura in questi anni.

– Che cosa c’è di vero nella supposta indipendenza – o autonomia, se preferisce – dell’Opus Dei per il fatto di essere sul piano giuridico una prelatura personale?

La realtà è esattamente opposta. Erigere una prelatura comporta proprio una “dipendenza”: mettere una parte del popolo cristiano alla dipendenza pastorale di un membro della Gerarchia ecclesiastica.
Non ha senso parlare di indipendenza o di autonomia perché, al contrario, l’Opus Dei dipende da un Prelato nominato dal Romano Pontefice.
Il Prelato e i suoi vicari esercitano la potestà ecclesiastica in comunione con gli altri pastori, sotto la suprema autorità del Papa, d’accordo con le norme universali della Chiesa e le norme particolari contenute negli Statuti che la Santa Sede ha stabilito per la Prelatura.
Penso che l’esperienza della presenza dell’Opus Dei in numerosissime diocesi dei cinque continenti possa contribuire a far comprendere, anche da un punto di vista pratico, che la novità delle prelature personali, introdotta dal Concilio Vaticano II, non danneggia l’unità nelle Chiese particolari, ma al contrario comporta un servizio ad esse nella più generale missione evangelizzatrice della Chiesa.
Come ha scritto Benedetto XVI all’attuale Prelato, monsignor Echevarría, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, «quando stimoli il desiderio di santità personale e lo zelo apostolico dei tuoi sacerdoti e laici, non solo vedi crescere il gregge che ti è stato affidato, ma offri alla Chiesa un efficace aiuto nell’urgente evangelizzazione della società di oggi».

– È corretto dire che vi sono «Vescovi dell’Opus Dei»?

Dipende da quello che s’intende dire con questa frase. Quando un sacerdote del presbiterio della Prelatura è chiamato dal Santo Padre all’episcopato, come è accaduto alcune volte, succede la stessa cosa che a qualunque sacerdote diocesano: non è più incardinato nella circoscrizione ecclesiastica dalla quale proviene, pur continuando a ricevere l’assistenza spirituale della Prelatura. Ha la stessa condizione canonica di qualunque altro Vescovo.
Ovviamente, il Prelato dell’Opus Dei non ha alcuna potestà sulla missione episcopale di questi Vescovi.

– Suppongo che penserà che nell’Opus Dei non esiste un prima e un dopo legati al fenomeno del “Codice da Vinci”.

Evidentemente no. Pensare che quel romanzo possa avere una influenza storica tale da determinare un prima e un poi nell’Opus Dei non ha senso.
Cosa diversa è la ripercussione che ha potuto avere su alcune persone. Senza ignorare il disorientamento che questo tipo di letteratura può provocare in alcuni lettori, mi consta che molte persone hanno deciso di mettersi in contatto con la Prelatura e con le sue attività di formazione cristiana, proprio come conseguenza delle informazioni sull’Opera che sono state date per far fronte serenamente alle menzogne di quel libro.
Sono state numerosissime anche le dimostrazioni di solidarietà verso l’Opus Dei da parte di giornalisti, scrittori e altre persone che hanno seguito più da vicino le informazioni su questo argomento. Si è notata, sempre in questa occasione, una splendida solidarietà ecclesiale: sono momenti nei quali si tocca con mano che la Chiesa è famiglia.

– A volte si sente parlare del «potere» dell’Opus Dei. Perché crede che sia nata una immagine del genere?

Malgrado le limitazioni personali – non siamo né ci consideriamo “i primi della classe” –, Dio ha benedetto con abbondanti frutti apostolici il lavoro d’anime dell’Opus Dei.
Da una prospettiva umana, forse questo potrà sembrare ad alcuni come un’espressione di “potenza” o di “potere”.
In realtà, l’Opera è una piccola parte della Chiesa e il suo “potere” consiste in ciò che gli proviene dal Vangelo, che – come scrive San Paolo – è «forza di Dio per la salvezza di tutti quelli che credono». È lo Spirito Santo, nella Chiesa e mediante la Chiesa, che suscita i frutti del lavoro dei fedeli dell’Opus Dei.
A chi si avvicina a un’attività apostolica promossa dalla Prelatura – le sue porte sono sempre aperte a tutti – si offre una prospettiva di vita cristiana.
Chi si avvicinasse all’Opera cercando un tornaconto umano, o altri beni diversi da quelli spirituali, non potrebbe resistere a lungo: sentirebbe parlare di amore a Gesù Cristo e alla Chiesa, di impegno cristiano, di vita spirituale e di servizio generoso agli altri.

Romana, Nº 46, Gennaio-Giugno 2008, p. 128-130.

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