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Roma 29-III-2007 Conferenza quaresimale “L’Eucaristia, mistero di luce”, Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma.

Non appena cominciamo a meditare l’istituzione dell’Eucaristia, quinto mistero di luce, sorge in noi la domanda: come contemplarla nella giusta prospettiva? Gli evangelisti Luca e Giovanni ci danno la risposta svelando il segreto del cuore di Gesù quando istituì questo grande Mistero.

Luca riporta parole di Gesù stesso: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). Il Signore è arrivato a quel momento con un desiderio, nel cui oggetto i dodici apostoli occupano un posto importante. Ciò che desiderava fervidamente era celebrare la cena pasquale proprio con loro. Quanto stava per accadere in quella cena — Egli lo sapeva — avrebbe toccato la loro vita in modo decisivo, specialmente l’istituzione dell’Eucaristia. Essa è legata alla sua passione, che rientra nell’ardente desiderio di Gesù, come egli fa intendere nel menzionarla.

Giovanni, dal canto suo, introducendo il racconto dell’Ultima Cena spiega la qualità e la misura del desiderio di Cristo: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Solo l’amore fino all’estremo della morte in croce spiega quello che accadde nel triduo pasquale, che allora iniziava e che, passando per la passione e morte, culminò nella risurrezione.

L’irradiazione d’amore che parte dal cuore di Cristo è la vera luce che consente di cogliere nei suoi precisi contorni il senso dell’istituzione dell’Eucaristia. San Giovanni, quando racconta l’uscita di Giuda dal Cenacolo deciso a tradire Gesù, annota un particolare: «Era notte» (Gv 13,30); un particolare il cui significato oltrepassa la semplice cronologia dell’evento. Sant’Agostino commenta che Giuda stesso era la notte, cioè portava le tenebre entro il cuore[1]. Fuori c’era l’oscurità, ma nel Cenacolo c’era la luce. C’era soprattutto la luce dell’amore di Cristo. Esso risplende nel dono eucaristico, dono di ricchezza inesauribile per la nostra meditazione.

L’amatissimo Papa Giovanni Paolo II ha proposto l’istituzione di questo inestimabile dono a tutti noi figli della Chiesa come oggetto di sosta meditativa nel Rosario: «Mistero di luce — scriveva — è, infine, l’istituzione dell’Eucaristia, nella quale Cristo si fa nutrimento con il suo Corpo e il suo Sangue sotto i segni del pane e del vino, testimoniando “sino alla fine” il suo amore per l’umanità (Gv 13,1), per la cui salvezza si offrirà in sacrificio»[2]. Tre aspetti dunque nei quali si possono racchiudere tutti gli altri: il dono del Corpo e del Sangue del Signore come nutrimento; il suo amore sino alla fine; il suo sacrificio. Cominciamo dall’amore.

L’amore eucaristico

«L’istituzione dell’Eucaristia anticipava sacramentalmente gli eventi che di lì a poco si sarebbero realizzati, a partire dall’agonia del Getsemani»[3]. Consideriamo che cosa fece e disse Gesù nell’istituire l’Eucaristia: «Preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”» (Lc 22,19-20). Così lo racconta san Luca.

Gesù dice che il suo corpo è dato. Donare è prova di amore, e quanto più intimo alla persona è il dono, maggiore è l’amore. Gesù dà il suo corpo, il suo sangue, cioè la sua vita, se stesso. È un dono innanzitutto al Padre suo. Dono prezioso, perché scaturisce dal suo amore ubbidiente fino all’estremo della vita: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14,31). «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo» (Gv 10,17). L’amore ubbidiente di Gesù abbatte l’ingente mole di egoismo e di disubbidienza a Dio accumulata da miliardi di uomini lungo la storia dell’umanità. Diventa in questo modo anche dono di amore a noi uomini, dono suo e del Padre. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Gesù, col suo corpo e il suo sangue, è dato a noi non soltanto nelle ore della sua passione e morte, ma anche nell’Eucaristia. Quando Egli promise questo dono nella sinagoga a Cafarnao, la maggior parte degli ascoltatori rimasero sconcertati ed increduli: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv 6,52). Non credevano al suo potere divino, potere creatore intriso d’infinito amore. Quel dono mette a prova la ragione umana, che resta abbagliata da un simile fulgore. Per camminare in questa luce occorre la fede che viene da Dio, come Gesù spiegava loro esortandoli alla docilità: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato [...]. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (Gv 6,44-45). Ma il dono eucaristico mette anche a prova il cuore umano, come una sfida all’egoismo, perché se Gesù si mette a nostra disposizione fino a tale estremo, come dobbiamo ricambiare il suo amore generoso? Amore chiede amore. L’atteggiamento trascurante e indifferente sarebbe il segno di un cuore meschino.

Il dono di Cristo riguarda personalmente ciascuno di noi.

Sbaglieremmo se lo considerassimo come dono a una gran massa anonima che costituirebbe il genere umano. Dobbiamo ragionare in un altro modo, con la logica che ci insegna san Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Perciò quando meditiamo il mistero dell’istituzione dell’Eucaristia, possiamo ascoltare le parole di Gesù come realmente rivolte a noi, presenti agli eventi decisivi dei tre giorni della sua passione, morte e risurrezione. E non è una finzione immaginativa. Infatti, come scrisse Giovanni Paolo II nella sua ultima Enciclica, «in questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa “contemporaneità” tra quel Triduum e lo scorrere di tutti i secoli»[4].

Istituendo l’Eucaristia prima ancora della sua passione Gesù ha voluto rassicurarci, per così dire, che ci avrebbe avuto ben presenti in quei momenti del suo sacrificio redentore, per coinvolgerci nel grande dramma del suo amore senza limiti. Come scrive il Santo Padre nella sua recente Esortazione apostolica, «l’istituzione dell’Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell’umanità dal male»[5]. Con tale istituzione Gesù ha voluto farci respirare l’atmosfera pura del suo amore, perché esso sia l’energia del nostro vivere; ha voluto donarci l’amore autentico e insegnarci a tradurlo nella vita come unione, dono e disponibilità.

Tutto ciò spiega anche perché Gesù ha voluto accompagnare l’istituzione dell’Eucaristia con un lungo colloquio con i discepoli, nel quale il tema ricorrente è l’amore: l’amore sino alla fine, perché, egli dice, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13); l’amore che sgorga dall’intimità della vita divina: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9).

Il sacrificio di Cristo

Il mistero eucaristico che Gesù istituisce è la stupefacente soluzione all’impossibilità umana di poter assistere al suo sacrificio redentore, superando la distanza di chilometri e di secoli che ci separano dal dramma del Golgota. Egli, assieme al Padre e allo Spirito Santo, ha dispiegato la sua infinita sapienza e il suo illimitato potere affinché il sacrificio del Calvario diventasse la perenne sorgente di vita divina comunicata ai fedeli nella Chiesa. «Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente»[6].

Nel dire agli Apostoli, e in essi ai loro successori nel sacerdozio, «fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), egli faceva risuonare nelle Messe di tutti i tempi le sue parole che in quel momento transustanziavano il pane nel suo corpo «dato per voi», e il vino nel suo sangue «che viene versato per voi». Parole efficaci che non avrebbero mai perso il loro potere consacratore lungo i secoli. Egli anticipava sacramentalmente ciò che sarebbe avvenuto nelle ore seguenti fino al suo ultimo respiro sulla croce: corpo dato e sangue versato. Era il suo sacrificio che si sarebbe perpetuato ogni volta che i sacerdoti celebrando l’Eucaristia avrebbero eseguito il suo mandato: «Fate questo in memoria di me».

Partecipare al sacrificio del Golgota «come se vi fossimo stati presenti». Questa è una realtà consolante, direi anche entusiasmante, ma che nello stesso tempo ci chiama a un impegno personale ineludibile. Infatti, secondo i racconti evangelici, le persone presenti sul Golgota erano molte. C’era santa Maria, la Madre di Gesù, e con lei Giovanni, il discepolo amato, e le pie donne; c’erano i due ladroni, anche loro crocifissi, il centurione e i soldati, i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani, quelli che passavano di là, e non erano pochi, «perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città» (Gv 19,20). Svariati furono gli atteggiamenti di queste persone: dalla piena unione con Gesù di santa Maria e dalla fede del ladrone pentito agli scherni di molti e alla brutalità dei soldati, fino all’indifferenza di alcuni dei passanti.

«Come se vi fossimo stati presenti». In che modo? Il ladrone pentito riconosce i suoi peccati, l’altro ladrone no. Santa Maria Vergine è pienamente unita con mente e cuore a Gesù, altri si limitano ad osservare. Gli schernitori sembrano mossi dal diavolo. Il «fate questo in memoria di me» di Gesù agli Apostoli, istituendo l’Eucaristia, impegna non soltanto i loro successori nel sacerdozio, ma ogni cristiano, che deve domandarsi: nella mia partecipazione alla Messa, memoriale del sacrificio di Cristo, con quali persone presenti sul Golgota vorrei identificarmi e con quali di fatto mi identifico?

Le parole di Gesù ci toccano personalmente. Tuttavia Egli si rivolge agli Apostoli tutti insieme, parla loro al plurale. A Lui interessa la salvezza di ogni uomo, ma ci vede tutti come parti di se stesso, della Chiesa suo corpo, la quale proprio nell’Eucaristia trova uno dei più decisivi momenti della sua formazione, perché il sacrificio che nell’Eucaristia si dovrà perpetuare lungo i secoli è il sacrificio della nuova alleanza. Tutti e quattro i racconti dell’istituzione dell’Eucaristia riportano le parole del Signore in proposito: «Questo è il mio sangue dell’alleanza» (Mt 26,28; cfr. Mc 14,24); «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (Lc 22,20; 1 Cor 11,25).

Come spiega Giovanni Paolo II, «i gesti e le parole di Gesù nell’Ultima Cena gettavano le fondamenta della nuova comunità messianica, il Popolo della nuova Alleanza»[7]. La meditazione dell’istituzione dell’Eucaristia deve accrescere in noi il senso di appartenenza alla Chiesa, di comunione con tutti gli altri figli di Dio nella Chiesa. Deve accrescere in noi la passione per l’unità.

L’essere coinvolti mediante l’Eucaristia nel sacrificio redentore di Cristo non implica soltanto accogliere le grazie che da esso provengono e commuoversi davanti alle sue sofferenze e al suo immenso amore. Istituendo il Mistero eucaristico Gesù ha voluto qualcos’altro ancora da noi. Ce lo insegna il Santo Padre nella sua prima Enciclica: «L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione»[8]. Come un padre che, volendo insegnare al figlioletto ad essere compassionevole e generoso verso i poveri, gli mette in mano alcune monete perché le dia a un mendicante che chiede l’elemosina, in modo simile Gesù con l’Eucaristia mette nelle nostre mani il suo amore fino all’estremo della sua donazione sulla croce perché possiamo avere qualcosa da offrire a Dio Padre nostro. Non è questa una pia esagerazione; al contrario, è la limpida dottrina della Chiesa, come insegna il Concilio Vaticano II riferendosi a tutti i fedeli: «Partecipando al Sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la Vittima divina e se stessi con essa»[9]. Gesù offre se stesso e ci dà la possibilità di offrirlo anche noi.

All’origine del suo sacrificio c’è il suo sconfinato amore, sia quello divino, sia quello umano. Quest’ultimo proviene dalla pienezza dello Spirito Santo che santifica la sua santa umanità e lo costituisce come il Cristo, colui che possiede appieno l’unzione dello Spirito. Perciò la Lettera agli Ebrei afferma che Gesù «con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14). Giovanni Paolo II ne spiega il senso: «Lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell’uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo»[10]. Ed è mediante il dono del medesimo Spirito che l’amore divino è effuso in noi, secondo quanto dice san Paolo: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Perciò non dobbiamo stupirci che Gesù metta il suo amore oblativo nelle nostre mani perché lo offriamo anche noi al Padre. Egli venendo a noi ci dona il suo Spirito, il quale è l’Amore che in seno alla Trinità procede dall’unione d’amore del Padre e del Figlio. Lo Spirito ci insegna ad amare.

C’è ancora dell’altro. Siamo attirati nell’atto oblativo di Gesù perché nell’offrire la Vittima divina offriamo noi stessi con essa. Anche questo è dono di Gesù e del suo Spirito, come chiede la Chiesa nella Preghiera eucaristica: «Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito»[11]. Sacrificio dell’intera persona e quindi delle sue opere, come spiega il Concilio riferendosi ai laici, ma con una dottrina che si applica a tutti i fedeli: «Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo; e queste cose nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerte al Padre insieme all’oblazione del corpo del Signore»[12]. In questo modo non soltanto eseguiamo il comandamento eucaristico «fate questo in memoria di me», ma anche altri due comandamenti dell’Ultima Cena: quello del servizio («Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri»: Gv 13,14) e quello dell’amore («Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato»: Gv 13,34).

Il comandamento del servizio ci indica la forma esteriore del nostro sacrificio spirituale; quello dell’amore, la forma interiore; quello eucaristico ci comunica la forza per realizzarlo. Eucaristia, amore, servizio. Tre realtà che hanno caratterizzato l’Ultima Cena, che segnano pure la vita della Chiesa e che devono distinguere la vita di ogni cristiano.

Il dono del Corpo e del Sangue del Signore

Nell’istituire l’Eucaristia Gesù diede il suo corpo come Cibo sotto l’apparenza del pane («Prendete e mangiate: questo è il mio corpo»: Mt 26,26) e il suo sangue come Bevanda sotto l’apparenza del vino («Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati»: Mt 26,27-28). Si avverava la promessa del pane di vita: «Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Il dono eucaristico è la splendida manifestazione della condiscendenza divina nei nostri riguardi, come amavano sottolineare i Padri della Chiesa. Ascoltiamo san Giovanni Crisostomo: «Se tu fossi incorporeo, ti avrebbe elargito i doni puramente incorporei, ma poiché l’anima è unita al corpo, ti affida i beni spirituali in realtà sensibili. Quanti dicono ora: “Vorrei vedere il suo aspetto, la sua figura, le sue vesti, i suoi calzari!". Ecco lo vedi, lo tocchi, lo mangi. Tu desideri vedere le sue vesti e lui ti dà se stesso non solo perché lo veda, ma anche perché lo tocchi, lo mangi e lo riceva interiormente»[13].

La partecipazione eucaristica al sacrificio redentore di Cristo diventa unione intima con lui. Essa è manifestata col segno dell’alimento, e non esiste segno più espressivo. Massimamente espressivo nell’Eucaristia, perché oltrepassa incommensurabilmente la pura significazione: riceviamo infatti il corpo di Cristo, in tutta la sua realtà sostanziale, non soltanto per una sua efficacia operativa su di noi. L’unione con Cristo giunge a vette stupefacenti, ma che osiamo affermare confidando unicamente nelle sue esplicite parole: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,56-57).

Questo parallelismo tra la comunione eucaristica con Cristo e l’intimità dell’unione trinitaria tra il Padre e il Figlio ci conduce a considerare che il mangiare il corpo di Cristo è il modo adatto di vivere in profondità la nostra condizione di figli di Dio nel Figlio, che è Gesù. La Sequenza «Lauda, Sion» del Messale Romano chiama l’Eucaristia «pane dei figli», quello cioè che li alimenta in quanto sono figli, perfezionando la loro partecipazione alla divina filiazione di Gesù. Noi lo riceviamo come alimento, ma è Lui ad assimilarci a se stesso. Il protagonista della Comunione eucaristica è Lui; tuttavia essa non perde la condizione di dono da accogliere che ci impegna a riceverlo con le adeguate disposizioni interiori. Gesù dice: «Prendete e mangiate». Ci chiama quindi a un ruolo attivo nella sua azione trasformativa, cioè ad assecondare la sua azione in noi, senza resistenze.

Tale azione trasformativa acquista una particolare efficacia in ogni Comunione, ma Gesù rimane anche dopo la Messa nel tabernacolo, perché sa che abbiamo continuo bisogno di Lui e vuole restare sempre accessibile a noi. San Josemaría Escrivá, grande innamorato dell’Eucaristia, ci invitava a fare esperienza dell’intimità con Gesù nel tabernacolo: «Vi dirò che per me il tabernacolo è come Betania: il luogo tranquillo di pace dove c’è Cristo, dove possiamo raccontargli le nostre preoccupazioni e le nostre pene, le nostre aspirazioni e le nostre gioie, con la stessa semplicità, la stessa spontaneità con cui gli parlavano i suoi amici Marta, Maria e Lazzaro»[14].

Chi frequenta Gesù nella Comunione e poi nel tabernacolo, chi sa contemplarlo ed ascoltare la sua parola, che risuona nei Vangeli, a poco a poco si identifica con Lui, acquista, per così dire, il suo modo di pensare e di agire, e impara a guardare gli altri, con gli occhi di Gesù, come fratelli e sorelle; impara, insomma, ad assimilare i comandamenti dell’amore e del servizio.

Un particolare dobbiamo considerare ancora nelle parole di Gesù istitutive dell’Eucaristia: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati» (Mt 26,28). In questi “molti” siamo tutti invitati a rientrare. Gesù non esclude nessuno, ma ognuno può escludere se stesso, perché il sangue è versato per la remissione dei peccati ed essa non si realizza se la persona non si distacca dal peccato. Perciò l’Eucaristia costituisce una continua chiamata alla conversione. «Giustamente, i Padri sinodali hanno affermato che l’amore all’Eucaristia porta ad apprezzare sempre più anche il sacramento della Riconciliazione»[15]. Esso è il sacramento della conversione, della penitenza, della confessione, del perdono, della riconciliazione. Con questi nomi lo chiama il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1423-1424). Esso spiana la via verso la piena partecipazione al Sacrificio eucaristico, alla Comunione con Gesù. Se il cristiano gravato dal peccato rifiuta di percorrere la via istituita da Cristo stesso per riconciliarci con Lui, come potrà accostarsi a riceverlo nella Comunione? Sarebbe una irriverente finzione: avvicinarsi esternamente come amico, permanendo come offensore che non vuole fare pace con Lui.

Nel proporci l’istituzione dell’Eucaristia come mistero di luce del Rosario Giovanni Paolo II ha offerto a tutti i figli della Chiesa la grande opportunità di poterlo meditare spesso, persino quotidianamente. Ci piacerebbe trovarvi la Madonna, Madre nostra, ma gli Evangelisti non la menzionano nei loro racconti dell’Ultima Cena. Lo stesso Papa ci ha mostrato il modo di trovarla invitandoci ad ascoltare di nuovo le parole dell’istituzione: «“Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). Nel “memoriale” del Calvario è presente tutto ciò che Cristo ha compiuto nella sua passione e nella sua morte. Pertanto non manca ciò che Cristo ha compiuto anche verso la Madre a nostro favore. A lei infatti consegna il discepolo prediletto e, in lui, consegna ciascuno di noi: “Ecco tuo figlio!”. Ugualmente dice anche a ciascuno di noi: “Ecco tua madre!”»[16]. Queste parole sono, certo, oggetto di meditazione nel quinto mistero di dolore, ma anche nel contemplare l’istituzione dell’Eucaristia. Essa, infatti, è il memoriale attualizzante di ciò che accadde sul Golgota e contiene il corpo e il sangue di Gesù che si sono formati nel grembo di Maria Vergine, primo vero tabernacolo di tutti i tempi.

[1] «Et ipse qui exivit, erat nox», In Iohannis Ev. tr., 62, 6.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Rosarium Virginis Mariæ, 16 ottobre 2002, n. 21, 2.

[3] GIOVANNI PAOLO II, Enc. Ecclesia de Eucharistia, 17 aprile 2003, n. 3.

[4] Ecclesia de Eucharistia, 5, 2.

[5] BENEDETTO XVI, Esort. ap. Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n. 10.

[6] Ecclesia de Eucharistia, 11, 3.

[7] Ecclesia de Eucharistia, 21, 2.

[8] BENEDETTO XVI, Enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 13.

[9] Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 11, 1.

[10] GIOVANNI PAOLO II, Enc. Dominum et vivificantem, 18 maggio 1986, n. 4, 4.

[11] Messale Romano, Preghiera eucaristica III.

[12] Lumen gentium, n. 34, 2.

[13] SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo, 82, 1: S. Zincone (ed.), Roma 2003, pp. 291-292.

[14] SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, È Gesù che passa. Omelie, Milano 1988, n. 154.

[15] Sacramentum Caritatis, n. 20.

[16] Ecclesia de Eucharistia, n. 57, 1.

Romana, n. 44, Gennaio-Giugno 2007, p. 127-134.

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