envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Lettera del Prelato in occasione della Quaresima (1-III-2006).

Inizia la Quaresima, “tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua” [1] . Con l’insistente invito a prepararci alle feste pasquali, la liturgia dei prossimi giorni ci invita a pregare con più intensità e costanza, a essere più generosi nell’offerta di mortificazioni e nel compimento di opere di misericordia. È proprio quest’ultimo l’aspetto che Benedetto XVI ha voluto sottolineare nel suo Messaggio, scegliendo come lemma la frase del Vangelo: Vedendo le folle ne sentì compassione (Mt 9,36). Possiamo e dobbiamo applicare queste parole di san Matteo alle nostre giornate, caratterizzate dal continuo rapporto con altre persone, in ambiti molto diversi: la famiglia, il lavoro, il riposo, le relazioni sociali…

In tutti questi momenti – ci ricorda il Santo Padre – dobbiamo sforzarci di guardare gli altri come li guardava Nostro Signore, e cercare di aiutarli: vedere, in chi ci sta accanto, nessuno escluso, anime redente dal Sangue prezioso di Cristo (cfr. 1 Cor 6,20). Come venti secoli fa, “lo sguardo commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo sé stesso in sacrificio di espiazione [2] . Negli anni in cui dimorava fisicamente tra gli uomini suoi fratelli, il Verbo incarnato rivolgeva direttamente lo sguardo su chi lo seguiva; ora, dal Tabernacolo e dal Cielo, si serve dei suoi discepoli, di te e di me, per dirigere il suo sguardo misericordioso su ogni uomo e su ogni donna.

Bisogna sempre pensare agli altri, cercare di portarli a Dio. Però, nelle prossime settimane, oltre a prepararci all’ormai vicina solennità di S. Giuseppe, dobbiamo aumentare ancora di più il nostro anelito apostolico. Basta pensare a ciò che vediamo tutti i giorni, negli ambienti a noi più vicini e nel mondo intero, per scoprire la pressante e universale necessità della carità di Cristo. Dinanzi agli episodi di violenza che avvengono in tante nazioni, noi cristiani non possiamo rivalerci con altre offese, né maltrattare nessuno. Per far fronte ai problemi grandi e piccoli della convivenza umana la soluzione consiste nell’amare di più, nell’amare meglio, secondo l’esortazione di S. Paolo: Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. (…). Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male (Rm 12,17-21).

San Josemaría, sin dagli inizi, sintetizzò questo insegnamento dell’Apostolo con una frase incisiva: “Bisogna annegare il male nella sovrabbondanza di bene” [3] . E concretava: “Non si tratta di far campagne negative, né di essere antiqualcosa. Al contrario: vivere di affermazioni, pieni di ottimismo, con gioventù, allegria e pace; guardare tutti con comprensione: quelli che seguono Cristo e quelli che lo abbandonano o non lo conoscono” [4] .
Questo atteggiamento non ha niente a che fare con la passività o il disfattismo: Comprensione non significa astensionismo, né indifferenza, bensì azione [5] . In quanto membri della società civile, noi cristiani dobbiamo difendere i nostri diritti di cittadini – che sono anche diritti degli altri – con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione, senza aggressività, ma senza cedimenti o concessioni in ciò che si riferisce al bene comune degli individui e delle nazioni. Ora, mentre in molti luoghi si fa sfoggio di un laicismo militante, è ancor più importante che quanti riconoscono la legge morale naturale si uniscano nella difesa e promozione di questi valori, indipendentemente dal credo religioso di ciascuno.
Grazie a Dio, in diversi luoghi si vanno risvegliando forze che erano assopite, e molte persone stanno uscendo dal loro individualismo per prendere parte attiva alle grandi battaglie culturali e sociali del nostro tempo. Come ti comporti, tu, nell’uso della tua libertà personale? Partecipi a queste nobili iniziative, secondo le tue possibilità? Cerchi di mobilitare gli altri, avvisandoli che non possono permettersi di restarsene chiusi nella loro inerzia, ma devono decidersi a dare la faccia per difendere i diritti di Dio e gli inalienabili diritti della persona umana?

Questa mobilitazione è una strategia permanente. Al tempo stesso, trattandosi di favorire mutazioni incisive e durature, l’impegno personale riveste una vitale importanza. È il cuore di ogni essere umano il luogo ove si svolgono le battaglie decisive per il miglioramento della società, come insegna il Vangelo: Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie (Mt 15,19). S. Paolo propone un programma pratico, in piena sintonia con lo spirito della Quaresima: La carità non abbia finzioni – scrive –: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità (Rm 12,9-13).

Si tratta, in definitiva, di portare a compimento una grande semina di carità nei cuori umani e nelle strutture sociali. Come Benedetto XVI ha sottolineato nella sua prima enciclica, “l’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo” [6] . Tutti dobbiamo avvertire questa preoccupazione concreta per le persone che ci vivono accanto, segno chiaro del vero amore di Dio; perché chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (Gv 4,20).

San Josemaría ci insegnò che, perché questa preoccupazione si manifesti con rettitudine ed efficacia, è necessario svuotarsi del proprio io, accogliere sinceramente e come proprie le preoccupazioni, le gioie e le pene dei nostri simili, soprattutto di chi ci sta più vicino per motivi di vocazione comune, di parentela, di lavoro, ecc. Forse, verrà alle tue labbra l’esclamazione raccolta in Solco: “È molto difficile!” . Ricorda la risposta di san Josemaría e impegnati a metterla in pratica: “Senti, se lotti, con la grazia di Dio è sufficiente: prescinderai dagli interessi personali, servirai gli altri per il Signore, e aiuterai la Chiesa nei campi in cui oggi si svolge la battaglia: nella strada, nella fabbrica, nell’officina, nell’università, nell’ufficio, nel tuo ambiente, in mezzo ai tuoi” [7] .

Benedetto XVI sottolinea che, in un primo momento, le motivazioni dell’amore in genere comprendono obiettivi quali il proprio compiacimento, l’autorealizzazione, o anche il profitto personale. Dunque, vanno purificate e si “richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” [8] . Solo così, l’imperfetto amore iniziale potrà giungere a fondersi con l’amore di autentica donazione, che si dimentica di sé stesso perché è un riflesso dell’amore che Cristo riversa sull’umanità. “Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare.

Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro sé stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale” [9] . San Josemaría ci insegnò a rivolgere il nostro sguardo devoto al Crocifisso, perché “Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall’amore per gli uomini, è una risposta eloquente – le parole sono superflue – alla domanda sul valore delle cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli, elevarli” [10] .
Avvicinandoci alla solennità di S. Giuseppe, dopo aver meditato i suoi dolori e le sue gioie, concentriamoci sulla piena lealtà che dobbiamo vivere nelle cose che facciamo. Supplicate san Josemaría perché faccia presa nell’anima di ciascuna e di ciascuno il “pregiudizio psicologico” di pensare sempre a Dio e agli altri, perché non saremo mai soli. Impariamo dal Santo Patriarca a servire con gioia, amando la Volontà del Signore ed esercitando la carità verso tutte le anime.

Con grande affetto, vi benedice


Vostro Padre
Javier

Roma, 1 marzo 2006

[1] 1. BENEDETTO XVI, Messaggio per la Quaresima 2006, 29-IX-2005.

[2] 2. Ibid.

[3] 3. SAN JOSEMARÍA, Solco, n. 864.

[4] 4. Ibid.

[5] 5. Ibid.

[6] 6. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25-XII-2005, n. 28.

[7] 7. SAN JOSEMARÍA, Solco, n. 14.

[8] 8. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25-XII-2005, n. 5.

[9] 9. Ibid., n. 12.

[10] 10. SAN JOSEMARÍA, È Gesù che passa, n. 165.

Romana, Nº 42, Gennaio-Giugno 2006, pag. 106-109.