envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Il Sole-24 Ore (Milano) 30-IV-2006 Intervista concessa a “Il Sole-24 Ore”, Milano.

Al centro del messaggio dell’Opus Dei c’è la santificazione del lavoro.

Il lavoro va visto come una realtà positiva, buona, e il Fondatore diceva che riconosciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell’esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo.

Da qui la ricerca dell’eccellenza, che è un po’ il tratto caratteristico delle persone dell’Opus Dei.

Se il lavoro diventa il luogo di incontro con Dio, proprio per questo deve essere svolto nel miglior modo possibile, con professionalità. Ma non importa la scala del prestigio sociale, la santità non è determinata dallo stipendio o lo status.

E chi il lavoro non ce l’ha, chi è disoccupato?

È una priorità quella di aiutare le persone, specie i giovani, a costruirsi una professionalità, per metterla al servizio della società. A Roma l’Opera ha da 40 anni il Centro Elis nel quartiere Tiburtino dove si formano giovani, e sono oltre 10 mila quelli che hanno trovato lavoro.

Ma chi lavora in finanza, quindi in mezzo alla speculazione, come può trovare la via della santità?

A volte si trova ancora il vecchio pregiudizio di ritenere la finanza, il giusto profitto e l’insieme di attività che hanno a che fare con il mercato dei capitali come qualcosa di necessariamente negativo o pericoloso per un cristiano. Ma anche questa realtà, se orientata al servizio degli altri e vissuta con onestà, può diventare occasione per dare gloria al Signore. Insomma, Dio si può trovare anche a Wall Street.

Quindi anche la speculazione è una via verso Dio?

La speculazione non deve essere sulle persone, di fondo ci deve essere una forte etica. Ma anche i finanzieri devono mettere a frutto i loro talenti, lo ha detto Gesù Cristo.

La maggior parte dei finanzieri difficilmente immagina di far fruttare i “talenti” quando compra e vende...

Talvolta agire con rettitudine nel mondo della finanza può richiedere eroismo, perché ci si scontra con pratiche consolidate che una persona perbene non può in coscienza accettare. Infatti santità è eroismo. Tutti siamo chiamati alla santità: e tutti, di conseguenza, siamo capaci, con l’aiuto di Dio, di prendere decisioni “eroiche” quando le circostanze lo richiedono.

I membri dell’Opera hanno un indirizzo specifico in questi campi?

Nessun indirizzo sullo svolgimento della professione. Dall’Opus Dei ricevono formazione cristiana, approfondimento delle esigenze morali. Formazione vuol anche dire stimolare le competenze per essere in grado di crescere, di migliorare. In altre parole, per aiutare a vivere le virtù e cercare la santità, cioè a essere onesti, leali, laboriosi, comprensivi, a dialogare, a imparare dai propri sbagli, imparando anche a chiedere scusa.

Ma allora perché in molti dicono che l’Opera è potente, specie in economia e finanza?

Sono solo luoghi comuni, voluti da chi vuole ostacolare il nostro lavoro. Tra i nostri membri ci sono persone influenti, ma soprattutto persone normali, semplici, di tutte le professioni. Ma queste ultime non fanno “notizia”...

Ma allora non ci sono “cordate” o “patti di sindacato” dell’Opus Dei in campo finanziario?

Se ci fosse qualcosa del genere, i primi a rivoltarsi contro questo “pensiero unico” sarebbero proprio i fedeli dell’Opus Dei. San Josemaría ripeteva spesso che desiderava lasciare come eredità ai figli spirituali l’amore per la libertà e il buonumore. Posso dire che è così.

Insomma, i membri sul lavoro vanno ognuno per contro proprio, non c’è un network?

Certo. D’altra parte, più volte si è visto come persone dell’Opus Dei hanno perseguito interessi contrastanti, cercando ciascuno il bene della società per cui si trovava a lavorare. Non sono riconducibili all’Opera le azioni dei suoi singoli membri: ognuno è personalmente responsabile di ciò che fa in campo professionale, sia quando le cose hanno un esito positivo sia quando invece vanno storte.

Per santificare il lavoro l’etica è un tema centrale?

Infatti, sarebbe limitativo pensare che il lavoro abbia soltanto una dimensione tecnica, cioè solo un modo specifico e pratico in cui vada realizzato. In quanto azione umana esso ha necessariamente ripercussioni sulla personalità del soggetto, rendendolo umanamente migliore o peggiore, ha un valore trascendente e quindi una dimensione etica, oltre a quella tecnica.

Etica come valore individuale o collettivo?

Quando dico che l’etica rende più perfetto il singolo non intendo fare un discorso individualista. Siamo tutti d’accordo che standard alti di etica professionale tornano utili anche al bene comune. Colui che non froda i clienti, che paga le tasse, che rispetta gli accordi, indirettamente sta sollecitando la fiducia degli altri, e in questo modo sta contribuendo al buon funzionamento della società.

Di disoccupati abbiamo già detto. Ma come si può santificare il lavoro là dove si muore di fame?

Ogni cristiano è chiamato a reagire, che significa incanalare i moti di sconcerto e scandalo di fronte alla miseria verso azioni concrete, per cercare e trovare soluzioni. Nessuno può chiamarsi fuori da queste responsabilità. È un tema centrale dell’insegnamento di San Josemaría.

Infine il tasto dolente del «Codice da Vinci»...

Non l’ho letto.

Il film, che uscirà il 19 maggio, è stato oggetto di una vostra garbata ma sicuramente molto intensa iniziativa riguardo all’immagine che ne potrebbe uscire dell’Opus Dei?

Membri dell’Opera hanno ripetutamente offerto ai realizzatori del film (la Sony, ndr) informazioni, ma mi pare che non vi sia stata alcuna reazione in questo senso. Quello che mi duole è il danno prodotto nei confronti della fede cattolica, della Chiesa, e solo in secondo luogo dell’Opus Dei.

Romana, Nº 42, Gennaio-Giugno 2006, p. 93-95.