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San Josemaría Escrivá, lettore della Sacra Scrittura


Francisco Varo
Università di Navarra

La Sacra Scrittura è la parola di Dio sempre attuale. Perciò gli studi biblici non possono limitarsi alla ricerca di questioni che riguardano la storia passata, ma sono chiamati anche a cercare le tracce del dialogo di Dio che viene incontro agli uomini ed entra in conversazione con loro [1]. È innegabile che questa conversazione avviene soprattutto nella vita dei santi – nel suo significato biblico, vale a dire, non solo quelli che sono stati ufficialmente canonizzati dalla Chiesa, ma tutti quelli che mediante la grazia si trovano nella cerchia di Dio, sostenuti dalla fede e dalla carità -, in quanto essi si trovano nelle condizioni di ascoltare e di dare le risposte più adeguate affinché si instauri quella sintonia vitale e affettiva con Dio che permette di rinvenire la Parola di Dio nelle parole scritte che configurano il testo della Bibbia [2]. Perciò uno studio teologico della Sacra Scrittura richiede che si presti attenzione ai modi in cui la lettura della Sacra Bibbia ha fecondato la vita dei santi.

Nella biografia di San Josemaría Escrivá, ancor prima degli inizi della sua attività sacerdotale, vi sono testimonianze di una lettura della Scrittura che vivifica la sua anima e rende viva nelle sue opere la parola di Dio [3].

Una ricerca esauriente intorno alla ricchezza dei contenuti che viene alla luce quando San Josemaría legge e invita a leggere il Vangelo o qualunque passo biblico è un compito immane, perché i testi e le frasi della Sacra Scrittura costituiscono abitualmente la falsariga della sua predicazione, della sua catechesi, e assai spesso anche della sua normale conversazione, nella quale con garbo umano e soprannaturale distribuiva con generosità il tesoro della Parola di Dio.

Questo studio si limita, dunque, a un primo accostamento teologico alla sua attività di lettore della Sacra Scrittura da tre prospettive fra loro complementari. La prima, di carattere biografico, si riferisce a momenti precisi della sua vita nei quali, in un modo o nell’altro, «sente» la voce di Dio con parole della Scrittura. La seconda indaga i passi della Scrittura, meditati continuamente, che hanno lasciato nei suoi scritti una traccia più profonda. La terza riguarda il suo personalissimo stile di proporre il Vangelo nella predicazione. In nessun caso si pensa di esaurire i testi commentati né i significati che da essi porta alla luce; si tratta solo di proporre alcuni esempi significativi.

Il dialogo con Dio attraverso la Sacra Scrittura

Prima di tutto, alcune considerazioni intorno al profilo di San Josemaría Escrivá in quanto lettore della Bibbia.
I suoi biografi hanno affermato che era un buon lettore della letteratura classica spagnola e di quella spirituale [4]. Aveva letto e conosceva bene anche gli scritti dei Padri della Chiesa [5]. Ma nelle sue mani la Sacra Bibbia, e in modo speciale i Vangeli, non fu solo un buon libro di lettura in cui trovare un’abbondante e utile istruzione, ma un luogo di incontro con Cristo.
Nel Seminario aveva studiato a fondo le materie bibliche, nelle quali ottenne voti eccellenti [6], e da allora si accosta sempre ai libri sacri dall’esperienza vitale della fede della Chiesa. Ordinariamente i suoi commenti si muovono nell’ambito della predicazione.

Una caratteristica del profilo di San Josemaría, con diverse manifestazioni nella sua fisionomia spirituale e nel suo modo di agire, è il valore che attribuisce alle cose piccole come dimostrazione del suo amore per Dio. Ciò si riflette nella sua attività di lettore della Scrittura: quando ha davanti un testo, egli presta grande attenzione a ogni dettaglio, a ogni frase, a ogni gesto e a ogni reazione dei personaggi, a ogni parola.

La Sacra Scrittura, letta, riletta e profondamente meditata, a poco a poco lasciò in lui un sedimento di «testi brevi», di frasi incisive, spesso molto corte – talvolta una o due parole soltanto – che prolungavano il suo dialogo divino, la sua orazione, oltre il momento della lettura, impregnando tutte le sue attività quotidiane: le ripeteva mentalmente per la strada o mentre lavorava, e scopriva che tali parole non gli parlavano di un passato glorioso ma remoto, quanto piuttosto di un presente che si spalancava davanti [7].

A conferma di quanto stiamo dicendo ecco il modo in cui egli utilizza l’espressione ut videam! , pronunciata dal cieco di Gerico quando Gesù gli domanda: «Che vuoi che io ti faccia?»; egli risponde: «Rabbunì, che io riabbia la vista!» (Mc 10,51). San Josemaría aveva letto con attenzione questo passo quando era giovane ed era rimasto impressionato dall’audacia di Bartimeo, che getta via persino il mantello che lo riparava dal freddo per avvicinarsi a Gesù, e dalla semplicità con la quale dice ciò di cui ha bisogno, nonché dalla rapida risposta del Maestro, che si commuove per lo scatto di audacia e di semplicità, e gli concede immediatamente la vista (cfr. Mc 10,46-52). Ebbene, quando in gioventù sentiva che il Signore gli chiedeva qualcosa, che ancora non riusciva a comprendere, si metteva completamente nelle mani di Dio e gli chiedeva luci ripetendo con insistenza: ut videam! [8]. Lo ricordava egli stesso, nel 1947 [9]:

«Non posso fare a meno di ricordare che, meditando molti anni fa questo passo, e presagendo che Gesù si attendeva da me qualche cosa – ma non sapevo quale – composi delle giaculatorie: Signore, che cosa vuoi? Che mi chiedi? Presentivo che mi cercava per qualcosa di nuovo, e la frase: «Rabboni, ut videam» - Maestro, che io veda – mi mosse a supplicare Cristo in continua orazione: Signore, si compia ciò che Tu mi chiedi».
Altre volte, la parola di Dio, seminata nel suo cuore da un’attenta lettura, scaturiva spontaneamente al momento opportuno con una forza tale da far pensare a un’esperienza mistica. Un fatto del genere sta dietro l’annotazione che affidò ai suoi Appunti nell’ottobre del 1931 [10]:

«Sentii l’azione del Signore che faceva affiorare nel mio cuore e sulle mie labbra, con la forza imperiosa di una necessità assoluta, questa tenera invocazione: Abba! Pater! (Gal 4,6). Mi trovavo per strada, in tram [...]. Probabilmente lo invocai ad alta voce.

E vagai per le strade di Madrid, forse un’ora, forse due, non posso dirlo: il tempo passò senza che me ne accorgessi. Dovettero prendermi per pazzo. Stavo contemplando con luci che non erano mie questa stupefacente verità, che restò accesa come una brace nella mia anima per non spegnersi mai più».

Anche altre esperienze di questo tipo gli aprirono prospettive nuove e sorprendenti in alcuni passi biblici. È successo, per esempio, con le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32), che l’evangelista commenta così: «Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire» (Gv 12,33). Ebbene, qualche giorno prima del testo citato, il 7 agosto 1931, aveva annotato [11]:

«Giunse il momento della Consacrazione: nell’alzare la Sacra Ostia, senza perdere il dovuto raccoglimento, senza distrarmi – avevo appena fatto mentalmente l’offerta all’Amore misericordioso -, si presentò al mio pensiero, con forza e chiarezza straordinarie, quel passo della Scrittura: “et si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum” (Gv 12,32). In genere, di fronte al soprannaturale, ho paura. Poi viene il “ne timeas! , sono Io”. E compresi che saranno gli uomini e le donne di Dio ad innalzare la Croce con la dottrina di Cristo sul pinnacolo di tutte le attività umane... E vidi il Signore trionfare e attrarre a sé tutte le cose” [12].

Nelle brevi pennellate biografiche di cui abbiamo appena accennato c’è un dettaglio che potrebbe sembrare irrilevante, quasi una conseguenza del momento storico o delle consuetudini dell’epoca, ma che invece è significativo. Ci riferiamo al fatto che le parole che lo colpiscono, anche se in modo diverso, e che egli ripete continuamente – ut videam!; Abba, Pater!; et si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum; ne timeas! – sono sempre in latino. La ragione è chiara: egli legge la Sacra Scrittura nella Vulgata latina, come era abituale in quegli anni. Ma questo dettaglio apparentemente aneddotico mette in evidenza che egli «ascolta» la parola di Dio nell’oggi, in ogni momento, così come l’ha appena letta. Questo impulso vitale della locuzione è mosso dallo Spirito Santo con parole della Scrittura, che sono espressione della parola di Dio. San Josemaría è un lettore assiduo e attento della parola di Dio; ma non è solo un lettore: ascolta. E questo gli permette di udire la voce di Dio e intendere il senso che il Signore gli comunica con le parole della Scrittura.

Frasi brevi e incisive, come quelle menzionate, sono frequenti nella sua predicazione e nei suoi scritti [13]. Benché le parole della Scrittura siano sempre l’ordito che sostiene il suo discorso [14], nelle sue opere non è solito soffermarsi su questioni accademiche, come la presentazione generica di un passaggio, l’analisi della sua struttura o la spiegazione dei suoi contenuti. A volte cita letteralmente alcuni versetti del testo biblico, ma in genere tende a cogliere e a esporre in pochi ed energici tratti il loro contenuto fondamentale, per poi sottolinearne l’impatto con alcuni frammenti minimi. Il ricordo di poche parole condensa in senso metonimico tutta una scena ricca di evocazioni. Questo avviene, per esempio, in una considerazione contenuta in Solco [15]:

«Vuoi vivere la santa audacia, per ottenere che Dio agisca per tuo mezzo? – Ricorri a Maria, ed Ella ti accompagnerà per il cammino dell’umiltà, in modo che, dinanzi a ciò che è impossibile per la mente umana, tu sappia rispondere con un «fiat!» - si faccia!, che unisca la terra al Cielo».

In questo caso, la sola menzione della parola fiat è sufficiente per ricordare il versetto completo - «Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga (fiat) di me quello che hai detto. E l’angelo partì da lei» (Lc 1,38) – che evoca l’intero brano dell’Annunciazione e fa rivivere nel lettore il ricordo dell’azione divina che chiama alla vocazione soprannaturale, dell’accettazione senza condizioni dei piani di Dio e delle conseguenze che ne seguirono: l’Incarnazione del Figlio di Dio. Un universo di riferimenti che non è contemplato come realtà ideale o lontana, ma come parte del mondo nel quale il lettore è invitato a inserirsi.
Tenendo conto del tipo di rapporto con la Bibbia che si deduce dagli scritti di San Josemaría in questa prima approssimazione, sembra conveniente indagare quali siano le brevi frasi di provenienza biblica che menziona più spesso e cercare il senso in cui le utilizza. A questo compito dedicheremo il successivo paragrafo della nostra esposizione.

Solo in seguito sarà possibile un’ulteriore riflessione intorno alla capacità ermeneutica che hanno i commenti di San Josemaría, cercando nelle sue opere dichiarazioni esplicite – anche se il più delle volte inserite di passaggio, quasi un commento lasciato cadere spontaneamente sul filo della meditazione – intorno al modo in cui legge e insegna a leggere la Sacra Scrittura.

Le parole più citate della Sacra Scrittura

Un semplice computo numerico circa l’impiego della Bibbia negli scritti di qualsiasi autore è cosa molto limitata e in sé poco significativa. Però offre sempre alcuni dati oggettivi e verificabili, sui quali è possibile basare alcune conclusioni e cominciare a lavorare.

Qui non ci proponiamo di presentare semplicemente dei riferimenti numerici né uno studio sulle frequenze statistiche, ma vogliamo prestare attenzione alle parole o alle frasi che riappaiono con più frequenza nei suoi scritti, anche se di genere e stile diversi.
Per tale verifica ci siamo limitati alle opere di San Josemaría fino a oggi pubblicate. Da una parte abbiamo preso in considerazione i testi, scritti in anni molto diversi, di Cammino, Santo Rosario, Colloqui con Mons. Escrivá e il volume di omelie È Gesù che passa, vale a dire i libri pubblicati durante la sua vita (a parte La abadesa de Las Huelgas, uno studio storico-giuridico che non rientra negli ambiti di cui ci occupiamo). A questi abbiamo aggiunto i volumi di Amici di Dio, Solco, Forgia, La Chiesa nostra Madre e Via Crucis, che San Josemaría aveva revisionato in vista della pubblicazione, ma che furono stampati dopo la sua morte. Non sono stati presi in considerazione altri scritti inediti. Pertanto siamo coscienti che questo lavoro costituisce solo un primo tentativo di avvicinamento al tema proposto.
Arrivati a questo punto si impone una breve riflessione metodologica: ha senso per la questione che stiamo studiando fermarsi a un semplice inventario numerico?
Io penso di sì, perché, per fare una descrizione empirica, per quanto possibile, dell’incontro di Dio con gli uomini nella Scrittura, bisogna tener conto anche dei progetti umani e dei dati sperimentali.

La Scrittura si predica, si ascolta e si legge; ma, in base a una considerazione fenomenologica, il primo atto è la lettura: ciò che non si legge non si può proclamare né ascoltare. Un testo che non si legge è lettera morta [16]. Dunque, il domandarsi attraverso i testi di cui si ha notizia quali sono state le parole o le frasi più usate nelle sue opere vuol dire interessarsi dei testi letti e ascoltati che hanno mostrato una forte vitalità nella lettura fatta da San Josemaría.

Infatti il solo elenco dei testi della Sacra Scrittura esplicitamente più citati [17] è di per sé illuminante. Eccoli qui di seguito:

I due testi che appaiono più volte – quattordici – sono il versetto di Lc 1,38, in particolare le parole: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» [18] e la prima parte dell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (Fil 2,6-8), in particolare l’espressione: «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» [19].

Il terzo posto per frequenza di citazione – dodici volte – spetta alle parole di Mt 11,29-30: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» [20]. Sia questo che i due precedenti, il trio dei testi più citati, sono esempi notevoli della dimensione performativa – impulso che muove all’azione – della parola. In questo caso richiedono un’accettazione senza riserve dei piani di Dio e una donazione personale senza condizioni e senza timori, seguendo i passi di Gesù.

Poi, con dieci menzioni, viene l’annotazione che fa il Vangelo di Giovanni di coloro che erano presenti sul Calvario: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala» (Gv 19,25) [21]. È un testo di carattere informativo, ma è allo stesso tempo fortemente eloquente sull’idea di fedeltà.

Due testi, di provenienza e contesto molto diversi, ma di contenuto assai simile, occupano le posizioni successive, con lo stesso numero di menzioni esplicite: nove. Il primo riporta le parole che il quarto Vangelo mette in bocca a Gesù nell’Ultima Cena: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5) [22]. Il secondo è un’esclamazione di S. Paolo: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13) [23]. In entrambi, e specialmente nel secondo, la dimensione espressiva ha una forte componente didattica nell’indicare il fondamento dell’energia interiore di cui il lettore sa di aver bisogno per rispondere alla chiamata che gli hanno rivolto i testi ora citati.

Poi la Scrittura riappare nella sua dimensione appellativa: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24), ripetuta e commentata otto volte nelle opere di San Josemaría prima menzionate [24].
Tra le parole ricorrenti nella sua predicazione e nella scrittura figura un forte appello di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35) [25], e una confessione esplicita di amore per Gesù fatta da S. Pietro per rispondere alla domanda diretta: «Mi vuoi bene?»: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17) [26]. Questi testi sono citati in sette occasioni.

Infine, sono tre i testi menzionati in sei occasioni. Il primo è un grido fortemente espressivo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49) [27]. Il secondo, un appello fiducioso, inseparabilmente unito a una confessione delle più intime disposizioni di Gesù: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42) [28]. Il terzo ha un carattere informativo, per spiegare che queste disposizioni non sono una cosa straordinaria, perché tutti i cristiani sono chiamati alla santità: «In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4) [29].

Questi dati sottolineano l’atteggiamento e l’interesse con cui San Josemaría si accosta alla meditazione della Bibbia, se si tiene presente che nella sua opera edita vi sono migliaia di riferimenti biblici, molto diversi tra loro. In essa si toccano tutti i grandi temi della catechesi e della spiritualità cristiana, con un continuo ricorso alla Sacra Scrittura, per cui la ricchezza dei testi biblici utilizzati e commentati è immensa. Tuttavia i testi che appaiono in modo ricorrente non sono molti. L’elenco appena presentato riunisce tutti i testi citati più di cinque volte e non è eccessivamente esteso. Perciò il loro contenuto offre una sufficiente informazione implicita sul modo in cui egli legge la Scrittura.

Si può osservare, prima di tutto, che non si tratta di passi interi. Fra questi testi più frequentemente citati non c’è nessuna pericope completa. Nello stesso tempo vi si individua un’alta densità di contenuto, che influisce soprattutto su due aspetti. Il primo è il presentare Gesù, negli atti e nelle parole, come modello per il cristiano. Il secondo è l’incoraggiamento all’uomo perché risponda a Dio, e in quest’ambito è paradigmatica la figura di Maria con il suo sì ai piani divini manifestati nell’annunciazione, un sì che, ai piedi della Croce, rimane immutabilmente fedele [30].
Esaminare attentamente uno qualunque dei suoi commenti a questi testi aiuta a percepire il vigore che ha in sé la parola di Dio, chiamata a manifestare la sua efficacia oggi e adesso. Facciamo attenzione, per esempio, alle parole di San Josemaría che predica sull’obbedienza [31]:

«Il Signore non ci nasconde che l’obbediente sottomissione alla volontà di Dio richiede spirito di rinuncia e di dedizione, perché l’amore non reclama diritti: vuole soltanto servire. E a Lui, che per primo ha percorso questo cammino, noi domandiamo: Gesù, come hai vissuto l’obbedienza? Usque ad mortem, mortem autem crucis [32], fino alla morte, e morte di croce. Bisogna uscire dal proprio guscio, complicarsi la vita, perderla per amore di Dio e delle anime. Ecco, tu volevi vivere, non volevi che ti accadesse alcunché: ma Dio ha voluto diversamente. Vi sono due volontà: ma la tua volontà si pieghi alla volontà di Dio, e non la volontà di Dio si torca alla tua [33]. Ho visto con gioia molte anime mettere in gioco la propria vita – come hai fatto tu, Signore, usque ad mortem – per compiere tutto quello che la volontà di Dio chiedeva; hanno impegnato tutte le loro aspirazioni e il loro lavoro professionale al servizio della Chiesa, per il bene di tutti gli uomini.

Dobbiamo imparare a obbedire, dobbiamo imparare a servire. Non c’è nobiltà più grande che decidere di darsi volontariamente in aiuto agli altri. Quando sentiamo che l’orgoglio ribolle dentro di noi, la superbia ci fa credere di essere dei superuomini, allora è il momento di dire di no, di dire che il nostro unico trionfo deve essere quello dell’umiltà. In tal modo ci identificheremo con Cristo crocifisso; e non nostro malgrado, insicuri e a malincuore, ma lietamente, perché la gioia nel momento dell’abnegazione è la dimostrazione più bella dell’amore».

Nell’evocare la testimonianza di Gesù, l’utilizzazione intertestuale della Sacra Scrittura è il mezzo del quale l’autore si serve per penetrare nell’anima del lettore e sconvolgere i suoi sentimenti con uno stile incisivo e diretto [34]. Le parole della scrittura (Fil 2,8) appaiono come risposta a una domanda rivolta a Gesù - «come hai vissuto l’obbedienza?» -. Ci troviamo, dunque, davanti a una lettura all’interno di un processo comunicativo in senso stretto, che avviene attraverso l’orazione. Mentre contempla l’esempio di Gesù, egli non si ferma a una semplice ammirazione riconoscente per ciò che ha fatto, ma fa emergere dal testo il vigore necessario per interpellare l’ascoltatore di oggi e condurlo all’identificazione vitale con Cristo. Si dà una testimonianza personale di quanto quella parola sia stata efficace - «Ho visto con gioia molte anime mettere in gioco la propria vita – come hai fatto tu, Signore, usque ad mortem – per compiere tutto quello che la volontà di Dio chiedeva...» - e si aiuta a dare una risposta precisa di generosa donazione.

Il commento di San Josemaría non tende direttamente a offrire una esposizione accademica, né una riflessione teologica – sulla kénosis di Cristo -, né a comporre un trattato o a esporre i presupposti biblici di una virtù, in questo caso l’obbedienza. Ciò che gl’interessa, qui e nella maggior parte dei casi, è la vita del cristiano di oggi, il discepolo di Cristo che deve imitare il Maestro fino a identificarsi con lui e renderlo presente in mezzo al mondo [35].

Il testo di Filippesi evoca il contrasto tra Cristo e Adamo: quest’ultimo, pur essendo uomo, ambì essere come Dio (cfr. Gn 3,5), mentre Cristo, pur essendo Dio, «spogliò se stesso» (Fil 2,7). L’obbedienza di Cristo fino alla croce (Fil 2,8) riparò la disobbedienza del primo uomo. San Josemaría legge il testo e, mentre contempla l’esempio di Gesù, ha davanti agli occhi il cristiano dei nostri tempi. Per evitare la tentazione di costituirsi in «superuomo», di «essere come Dio» e di disobbedire, gli presenta il modo di essere veramente uomo e «signore», a immagine di Dio: imitare Cristo, scoprendo quanto sia signorile servire.

Un altro esempio, che illustra lo stesso atteggiamento ermeneutico in un contesto molto diverso. Durante una intervista [36] gli avevano domandato: Potrebbe dirci, per terminare, come pensa che si debba promuovere il ruolo della donna nella vita della Chiesa? Così si conclude la sua lunga risposta [37]:

«Cristianizzare dal di dentro il mondo intero, dimostrando che Gesù ha redento tutta l’umanità: ecco la missione del cristiano. E la donna vi parteciperà nel modo che le è proprio, sia nella casa che nelle varie occupazioni ove realizza le sue capacità peculiari.
La cosa essenziale è dunque che si viva, come Maria Santissima – donna, Vergine e Madre -, al cospetto di Dio, pronunciando quel fiat mihi secundum verbum tuum (Lc 1,38) da cui dipende la fedeltà alla vocazione personale, sempre unica e intrasferibile, e che ci rende cooperatori dell’opera di salvezza che Dio realizza in noi e nel mondo intero».

Le parole evangeliche della risposta di Maria all’annuncio dell’angelo vengono pronunciate all’orecchio di una donna moderna affinché, sia in casa che in qualsiasi altra occupazione professionale, esprima la sua adesione incondizionata alla chiamata che Dio le rivolge là dove si trova, affinché da lì cooperi in modo diretto all’«opera di salvezza che Dio realizza in noi e nel mondo intero».

Ben oltre che un ovvio commento al senso del testo biblico, così come le parole sul testo di Filippesi di cui sopra, anche qui affiora l’antropologia cristiana dell’«uomo nuovo» – più precisamente, in questo caso, della «donna nuova» – chiamato a rendere attuale il Vangelo non solo nel momento della lettura, bensì nella vita reale di ogni giorno.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Abbiamo scelto un unico commento di San Josemaría ai due testi biblici più citati nelle sue opere; ma possono bastare per l’obiettivo che ci siamo proposti per questa fase del nostro studio: addentrarci, attraverso i dati numerici facilmente verificabili da chiunque, in ciò che questi testi più ripetutamente utilizzati riflettono implicitamente intorno al suo atteggiamento ermeneutico.

È giunto ora il momento di cercare nei suoi scritti espressioni che rivelino in modo più esplicito la sua capacità di leggere la Bibbia.

«Come un personaggio fra gli altri»

Leggere, lo ha sottolineato l’estetica della ricezione, non consiste in una semplice decodificazione lineare dei segni scritti. Nell’atto della lettura si attivano alcune risorse che colgono le potenzialità del testo. Man mano che ci si inoltra nella lettura ci si ricorda di cose lette alcune pagine prima, si schiudono nuove aspettative che attendono risposta, e il lettore si impegna a coprire le lacune del testo, aspetti o dettagli che il testo passa sotto silenzio [38]. In definitiva, attraverso i segni si costruisce un mondo di correlazioni, si configura ciò che è stato definito il «mondo del testo» [39], ciò di cui parla il testo.

Quando si legge la Sacra Scrittura, è il testo biblico a richiedere al lettore di appropriarsi della Parola di Dio che esso ha in sé. Nella Chiesa questa operazione la si fa seguendo la guida offerta non solo dal testo, ma anche dallo Spirito Santo, che configurano il «mondo del testo» del lettore cristiano, il quale mentre legge tiene presenti i contenuti e l’unità di tutta la Scrittura, la Tradizione viva di tutta la Chiesa e l’analogia della fede [40].
Il testo è un universo di verità, aperto a tutte le domande che gli vengono rivolte. Per esempio, il Vangelo di S. Marco non dice soltanto ciò che l’evangelista volle trasmettere ai suoi lettori nello scriverlo, ma molto di più. Non c’è dubbio che l’evangelista vuole indicare la necessità di scoprire chi sia Gesù, di confessarlo e di fare in modo che il Vangelo arrivi sino ai confini della terra; però, attraverso il mondo del testo che costruisce, è anche possibile conoscere molte altre cose: il modo di comportarsi di Gesù, di Pietro e di altri personaggi che vi appaiono. Dà anche informazioni intorno al valore che si attribuiva alle tradizioni degli avi e molti altri aspetti precisi degli usi e costumi del tempo.

Se il testo è un universo di verità aperto alle domande che gli si fanno, a nessuno sfugge che la profondità delle risposte offerte al lettore dipende dalla consistenza delle domande che il lettore stesso è in grado di rivolgere. In questa parte della nostra esposizione indagheremo dunque sul modo in cui San Josemaría interroga il testo.

Un consiglio breve e incisivo contenuto in Forgia, nella sua laconicità, permette di osservare un lettore che si accosta alla Scrittura interrogandosi su ciò che Dio gli dice durante la sua lettura personale [41]:

«Vuoi imparare da Cristo e prendere esempio dalla sua vita? Apri il Santo Vangelo, e ascolta il dialogo di Dio con gli uomini..., con te».

Il Vangelo è un libro che permette di affacciarsi ad alcuni fatti del passato che sono ancora attivi oggi, e nei quali il lettore è chiamato a farsi coinvolgere, ascoltando con attenzione le parole che sono rivolte a lui. Questo consiglio è l’espressione di una esperienza ermeneutica lungamente vissuta, che affiora con naturalezza nella sua predicazione [42]:

«Ancora una volta apriamo il Nuovo Testamento, per soffermarci sul capitolo undicesimo di S. Matteo: Imparate da me. che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Vedi? Dobbiamo imparare da lui, da Gesù, nostro unico modello. Se vuoi andare avanti al riparo da inciampi e da smarrimenti, non devi far altro che passare dove Egli è passato, posare i tuoi piedi sulle sue orme, addentrarti nel suo Cuore umile e paziente, bere alla fonte dei suoi comandamenti e dei suoi sentimenti; in una parola, devi identificarti con Gesù Cristo, devi cercare di diventare davvero un altro Cristo in mezzo agli uomini, tuoi fratelli».

L’autore coinvolge il lettore nel suo modo di accostarsi al testo biblico. Mostra al lettore la sua esperienza personale e lo invita a scoprire da sé come imparare da Cristo. «Si può andare anche più lontano: l’intenzione del Beato Josemaría – scriveva qualche anno fa un critico letterario – è che il lettore prenda l’iniziativa e riesca a essere creatore, coautore, autore principale del discorso» [43]. Perciò San Josemaría invita a leggere la Sacra Scrittura dal suo interno [44]:

«Per giungere vicino al Signore attraverso le pagine del santo Vangelo, raccomando sempre di sforzarvi di ‘entrare’ nella scena in modo da parteciparvi come un personaggio fra gli altri. In tal modo – molte anime semplici e normali, di mia conoscenza, lo fanno con naturalezza – vi immedesimerete con Maria, che pende dalle parole di Gesù, oppure, come Marta, avrete il coraggio di esporgli con sincerità le vostre inquietudini, anche le più minute».
Egli però, e qui sta la chiave per capire il suo pensiero e il suo modo di leggere la Bibbia, non invita il lettore a viaggiare con l’immaginazione nel tempo per ricreare un racconto ambientato in un passato lontano, ma lo invita a contemplare il mondo di oggi che ognuno ha davanti, e accostarsi al testo sacro come punto di riferimento per valutare nelle sue giuste dimensioni soprannaturali la propria esperienza [45]:

«Mettetevi con frequenza tra i personaggi del Nuovo Testamento. Assaporate le scene commoventi in cui il Maestro opera con gesti divini e umani, o riferisce con espressioni divine e umane la storia sublime del perdono, il suo Amore ininterrotto per i suoi figli. Questa replica del Cielo si rinnova anche ora, nella perenne attualità del Vangelo: si avverte, si nota, si tocca con le mani la protezione divina. Ed è una difesa che cresce in vigore quando andiamo avanti nonostante gli inciampi, quando cominciamo e ricominciamo, perché tale è la vita interiore, quando la si vive con la speranza in Dio».

Ma non è una farsa, un semplice esercizio di immaginazione, ricreare nel presente alcune scene del passato? San Josemaría è ben cosciente di questa possibile difficoltà, e la sua risposta penetra a fondo nella concezione teologica di ciò che un cristiano è [46]:
«Vivi assieme a Cristo! Devi essere, nel Vangelo, come uno dei personaggi, che vive con Pietro, con Giovanni, con Andrea..., perché Cristo vive anche adesso: “Iesus Christus, heri et hodie, ipse et in saecula!” . Gesù Cristo vive!, oggi come ieri: Egli è lo stesso, nei secoli dei secoli».

Dunque, Gesù non è una figura ammirevole che solo una immaginazione creativa può ricostruire tra gli avanzi archeologici di oltre duemila anni fa, ma Cristo risuscitato vive anche ora, e anche ai nostri giorni va in cerca di discepoli che vivano insieme a Lui e lavorino accanto a Lui; anzi, di donne e uomini che, identificati con Cristo, lo facciano presente nel mondo [47].
Si potrebbe dire che, su questa base teologica, è possibile trovare nei suoi scritti una guida per leggere la Bibbia come Sacra Scrittura, in modo che il lettore ascolti la Parola di Dio che gli viene rivolta personalmente. In una delle sue omelie raccomanda [48] :

«Ti consiglio, nella tua orazione, di intervenire negli episodi del Vangelo come un personaggio fra gli altri. Cerca anzitutto di raffigurarti la scena o il mistero che ti deve servire per raccoglierti e meditare. Poi applica ad essa la mente, prendendo in considerazione uno o l’altro dei lineamenti della vita del Maestro: la tenerezza del suo Cuore, la sua umiltà, la sua purezza, il suo modo di compiere la volontà del Padre. Quindi raccontagli tutto quello che in queste cose ti suole capitare, quello che senti, i fatti della tua vita. E presta attenzione. perché forse Egli vorrà indicarti qualche cosa: è il momento delle mozioni interiori, di renderti conto, di lasciarti convincere».

Si tratta di non restare inattivo nella contemplazione delle scene, ma di viverle personalmente «come un personaggio fra gli altri» [49]. San Josemaría «svolge il suo ministero della Parola insegnando ad ascoltare la voce di Dio, che chiama ciascuno a santificarsi nella propria situazione, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato» [50]. In Forgia ha condensato in poche parole la guida fondamentale per leggere e vivere il Vangelo:

«Nell’aprire il Santo Vangelo, pensa che ciò che vi si narra - opere e detti di Cristo – non devi soltanto saperlo, ma devi anche viverlo. Tutto, ogni passo riportato, è stato raccolto, particolare per particolare, perché tu lo incarni nelle circostanze concrete della tua esistenza. Il Signore ha chiamato noi cattolici a seguirlo da vicino e, in questo Testo Santo, trovi la vita di Gesù; ma, inoltre, vi devi trovare la tua stessa vita. Anche tu imparerai a domandare, pieno d’amore, come l’Apostolo: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?...». La volontà di Dio!, sentirai nella tua anima in modo perentorio. Prendi, dunque, il Vangelo ogni giorno, e leggilo e vivilo come guida concreta. I santi hanno fatto così» [51].
San Josemaría coinvolge il lettore nelle scene narrate nei Vangeli: «“Entra” e “fa entrare” nel Vangelo, che acquista così la sua necessaria e convincente dimensione formativa, nello stesso tempo in cui introduce alla conoscenza del mistero di Cristo e alla comunione con Lui» [52]. Lo fa con una forza singolare quando legge la Passione [53]:

«Vuoi accompagnare da vicino, molto da vicino, Gesù?... Apri il Santo Vangelo e leggi la Passione del Signore. Leggere soltanto? No: vivere. La differenza è grande. Leggere è ricordare una cosa passata; vivere è trovarsi presente in un avvenimento che sta accadendo proprio adesso, essere con gli altri in quelle scene. Allora, lascia che il tuo cuore si sfoghi, che si metta accanto al Signore. E quando avverti che il cuore fugge – sei codardo, come gli altri -, chiedi perdono per le tue viltà e per le mie».
Il discorso di San Josemaría si muove nell’ambito del logos pragmatikós, della parola che si adopera per condurre il lettore all’incontro con Dio. Come si è fatto notare a ragione intorno alla sua opera letteraria, «l’autore, attraverso il discorso, compie diversi atti: il primo di essi, contemplare; l’ultimo, far sì che il lettore contempli [...]. La finalità non è solo estetica. C’è il deliberato proposito di scuotere il lettore e immergerlo nella contemplazione» [54].

In questo modo è possibile constatare la perenne attualità del Vangelo. «Rispettosa del testo e del suo insegnamento, l’esegesi del fondatore dell’Opus Dei può definirsi “di totale coinvolgimento”, che lascia l’anima sazia» [55].

Dialogare con la Parola di Dio

Dopo aver provato ad avvicinarci al modo di leggere il testo biblico che si nota negli scritti di San Josemaría, è arrivato il momento di tentare una sintesi.

Osserviamo, dunque, prima di tutto, che il suo amore per le «cose piccole» che abbiamo menzionato è inseparabile da una percezione straordinariamente acuta dei dettagli, specialmente quando si tratta di parole lette nel Vangelo. Questi contenuti hanno lasciato in lui tali impronte che quando scrive dà l’impressione di non avere niente di personale da apportare, ma solo l’argomento suggerito da alcune parole o frasi della Scrittura sperimentate nella sua vita. Gli scritti di San Josemaría rispecchiano l’idea di concepire la vita cristiana come strutturata e vitalizzata dalle parole della Scrittura.

San Josemaría porta i suoi lettori dal particolare e concreto al generale; fa diventare significativo ciò che sembra irrilevante, mediante uno stile particolare che mette in risalto le qualità specifiche del testo della Sacra Scrittura.
Se si esaminano con attenzione i suoi scritti si nota chiaramente che persino la menzione del più piccolo frammento del testo sacro dimostra un’attenta lettura e le tracce che essa ha lasciato, vale a dire, l’efficacia del testo letto.

«La Bibbia, per San Josemaría, è sempre stata il principale linguaggio di riferimento» [56]. Ogni sua pagina è impregnata di parole e contenuti della Sacra Scrittura che, continuamente meditati, gli hanno permesso di stabilire un dialogo con la Parola di Dio, imprescindibile nel processo comunicativo che costituisce il canale vitale e mostra l’efficacia del testo biblico [57]. San Josemaría intercala nella sua narrazione questi brevi frammenti o frasi di risonanza biblica, accompagnati da commenti anche brevi – a volte senza alcun commento -, lasciando che la citazione condensata attivi il lavorio interiore nell’atto della lettura.

Non è, dunque, un teorizzatore dell’esegesi né dell’ermeneutica, ma un lettore della Sacra Scrittura in quanto tale e un’eccellente guida per una lettura autentica, che non si fa distrarre dalla forma, ma riesce a stabilire una comunicazione personale con la Parola di Dio che gli parla nel testo biblico. San Josemaría non ignora le erudite analisi globali dell’intelaiatura testuale dei passi biblici, ma preferisce mostrare alcuni brani isolati, come se il testo biblico reclamasse di essere liberato da certi legami metodologici che lo tengono prigioniero e che possono renderlo sterile, distraendo l’attenzione del lettore da ciò che è essenziale nel processo di comunicazione.

San Josemaría non entra nella Bibbia come uno che fa ricerche di antiquariato. La sua lettura dei testi non ha nulla di una ricostruzione archeologica di periodi passati della storia. Al contrario, legge i testi facendoli diventare vita che s’inserisce a pieno titolo nel dibattito culturale e religioso. Benché San Josemaría conosca le grandi correnti esegetiche del suo tempo, marcate dall’uso abituale della metodologia storico-critica, strutturale, sociologica e anche psicoanalitica nella lettura dei testi biblici, i suoi commenti si collocano su un altro livello. E ogni attento lettore della sua opera intuisce rapidamente che il suo metodo offre una risposta valida, veramente sensibile ai roventi problemi del mondo di oggi. Una risposta che non si lascia prendere nella rete dei convenzionalismi, ma libera la lettura della Bibbia da certi legami che, pur essendo in parte necessari, potrebbero soffocare la sua attualità e la sua efficacia.

La caratteristica più importante degli scritti biblici, ciò che segna la differenza essenziale dalle grandi epopee letterarie del mondo antico e dai grandi libri religiosi, prodotti dall’ingegno umano in tempi e culture diversi, è che i suoi testi non parlano solo del passato, né si limitano a offrire i paradigmi esistenziali dei grandi temi che interessano l’essere umano. Vi è qualcosa che trascende il lettore, e che in qualche modo gli svela la sua ragion d’essere e il significato della propria vita. Un messaggio che l’uomo non ha immaginato e che può essere il fondamento della vita umana proprio perché la precede e la sostiene, qualcosa che supera di molto il nostro stesso intelletto. È dunque possibile ascoltarvi la Parola di Dio e, mediante una lettura pronta a lasciarsi interpellare, a entrare in dialogo con essa.

Abbiamo detto che il testo è un universo di verità disponibile alle domande che gli si fanno e che, di conseguenza, la profondità delle risposte dipende dalla consistenza della domanda che il lettore gli fa. Ebbene, il lettore della Bibbia nella Chiesa può scoprire che la lettura di San Josemaría è straordinariamente rilevante, perché le domande con le quali accede alla lettura sono le più pertinenti quando si cerca di conoscere Dio e i disegni della sua volontà, per ogni tempo e luogo, attraverso le parole della Scrittura. Non perde tempo nel mostrare nei dettagli tanti aspetti letterari o storici che configurano il «mondo del testo» nella Bibbia, e anch’essi meritevoli di interesse, ma punta direttamente a ciò che è decisivo: l’incontro personale con la Parola di Dio.

Perciò apre alla sapienza della Chiesa nuove strade perché siano messe in pratica le raccomandazioni del Concilio Vaticano II: l’esortazione a far sì che tutta la predicazione della Chiesa si alimenti della Sacra Scrittura e da essa sia guidata, perché, in base alla Costituzione dogmatica Dei Verbum [58]:
«Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale».

Proprio a questo punto centrale tende la lettura che propone e fa San Josemaría. E, se la teologia è chiamata a studiare l’efficacia della Sacra Scrittura, la vita di San Josemaría e le opere sorte per suo impulso sono una dimostrazione più che eloquente del vigore trasformatore che ha la parola biblica nella storia umana dei nostri giorni.

[1] 1. Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Dei Verbum, n. 21.

[2] 2. La storia della vita cristiana dimostra che non raramente la lettura o l’ascolto di un brano biblico hanno provocato decisioni mosse dallo Spirito, come se queste parole fossero state ricevute come un invito personale a seguire Cristo incondizionatamente. Si ricordi, per esempio, come Sant’Antonio Abate si decise a disfarsi dei suoi beni e a dedicarsi all’orazione nel deserto dopo aver ascoltato l’episodio del giovane ricco (Mt 19,16-22) (cfr. S. ATANASIO, Vita di S. Antonio, capp. 2-4, PG 26, 842-846) o come S. Francesco d’Assisi, che il 24 febbraio 1209, durante la lettura del Vangelo della Messa (Mt 10,1-24) sentì la chiamata a una vita apostolica in assoluta povertà (cfr. TOMMASO DA CELANO, Vita B. Francisci, I, cap. 9).

[3] 3. Come primo riferimento per lo studio dell’uso della Sacra Scrittura da parte di San Josemaría Escrivá si possono consultare gli studi di G. ARANDA, «Gen 1-3 en las homilías del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer», Scripta Theologica, 24 (1992, 3), pp. 895-919; S. AUSÍN OLMOS, «La lectura de la Biblia en las “Homilias” del beato Josemaría Escrivá de Balaguer», Scripta Theologica, 25 (1993, 1), pp. 191-220; S. GAROFALO, «Il valore perenne del Vangelo», in C. FABRO – S. GAROFALO – M. A. RASCHINI (ed.), Santi nel mondo: studi sugli scritti del beato Josemaría Escrivá, Ares, Milano 1992, pp. 156-193; J.M. CASCIARO RAMÍREZ, «La “lectura” de la Biblia en los escritos y en la predicación del beato Josemaría Escrivá de Balaguer», Scripta Theologica 34 (2002, 1), pp. 133-167; S. HAHN, «Amare la Bibbia appassionatamente. L’uso delle Scritture negli scritti di san Josemaría», Romana, 35 (2002, 2), pp. 380-389; G. MORUJÃO, «”Lectio divina” delle Sacre Scritture negli scritti del Beato Josemaría Escrivá», in M. FAZIO (dir.), San Josemaría Escrivá. Contesto storico, Personalità, Scritti, Edizioni Università della Santa Croce, Roma 2003, pp. 301-315. Intorno all’inserimento dell’opera di San Josemaría Escrivá nella corrente interpretativa della Tradizione si può vedere C. FABRO, «La tempra di un Padre della Chiesa», in C. FABRO – S. GAROFALO – M. A. RASCHINI (ed.), Santi nel mondo…, o. c., pp. 22-155.

[4] 4. Cfr. A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore dell’Opus Dei, I, Leonardo International, Milano 1999, pp. 86-89, dove si allude alle sue letture giovanili di Gonzalo de Berceo, Alfonso X il Saggio o il Poema del Cid, e (p. 169) all’ampiezza dei suoi interessi letterari manifestata già negli anni del seminario di Saragozza. Intorno alla sua attività di lettore, si veda M. Thereza Oliva Pires de Mello, «A importäncia da leitura na obra do beato Josemaría Escrivá: cultura e comunicação», in Un mensaje siempre actual: Actas del Congreso Universitario del Cono Sur «Hacia el Centenario del nacimiento del Beato Josemaría Escrivá», Universidad Austral, Buenos Aires 2002, pp. 267-282.

[5] 5. Cfr. D. RAMOS-LISSÓN, «El uso de los “loci” patrísticos en las “Homilías” del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer», Anuario de Historia de la Iglesia 2 (1993), pp. 17-28. A tale questione si riferisce anche J.M. CASCIARO RAMÍREZ, «La “lectura” de la Biblia…», o. c., pp. 160-161.

[6] 6. In A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore dell’Opus Dei, I, o. c., pp. 661-662, è riportato il suo curriculum accademico. Alcune brevi annotazioni sugli studi di Sacra Scrittura nel Seminario di Saragozza, nel contesto degli studi biblici nei seminari spagnoli dell’epoca, si trovano in J. M. Casciaro Ramírez, «La “lectura” de la Biblia …», o.c., pp. 166-167.

[7] 7. Il miglior conoscitore delle opere di San Josemaría, Álvaro del Portillo, fa notare “come l’Autore commenta il Vangelo. Non si tratta mai di erudizione né di citazioni adoperate come luoghi comuni. Ogni versetto è stato meditato molte volte e la contemplazione vi ha scoperto luci nuove, sfaccettature che per secoli interi erano rimaste velate” (ÁLVARO DEL PORTILLO, Presentazione, in JOSEMARÍA ESCRIVÁ, È Gesù che passa, p. 12).

[8] 8. Cfr. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Appunti intimi, n. 289, citato in A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore…, o. c., I, p. 123.

[9] 9. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amici di Dio, n. 197.

[10] 10. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Appunti intimi, n. 60, citato in A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore…, o. c., I, pp. 409-410.

[11] 11. A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore…, o. c., I, , p. 402.

[12] 12. Intorno all’uso di questo testo, si vedano gli studi di P. RODRÍGUEZ, «“Omnia traham ad meipsum”. El sentido de Jn 12,32 en la experiencia espiritual de Mons. Escrivá de Balaguer», Romana 13 (1991, 2), pp. 331-352 e «La “exaltación” de Cristo en la Cruz. Juan 12,32 en la esperiencia espiritual del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, in G. ARANDA – C. BASEVI – J. CHAPA (dir.), Biblia, Exégesis y Cultura. Estudios en honor del prof. D. José María Casciaro, Eunsa, Pamplona 1994, pp. 573-601. Si veda anche L. F. MATEO SECO, «Sapientia Crucis. El misterio de la Cruz en los escritos de Josemaría Escrivá de Balaguer» in Scripta Theologica 24 (1992), pp. 419-438.

[13] 13. Alcune di esse – Abba, Pater! (Rm 8,15 e Gal 4,6), fortes in fide (1 Pt 5,9), omnia in bonum (Rm 8,28) – sono state studiate con attenzione da S. AUSÍN OLMOS, «La lectura de la Biblia… », o. c., pp. 209-213.

[14] 14. Vi sono alcuni studi sui fondamenti biblici dei modi di esprimersi che usa spesso nella sua predicazione e nei suoi scritti. Un modello rappresentativo di questo tipo è lo studio di J. M. CASCIARO, «Fundamentos biblicos del lema “ocultarme y desaparecer” di San Josemaría Escrivá», in J. CHAPA, Signum et testimonium. Estudios ofrecidos al Profesor Antonio García Moreno en su 70 cumpleaños, Eunsa, Pamplona 2003, pp. 273-295.

[15] 15. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Solco, n. 124.

[16] 16. W. ONG, Oralidad y escritura. Tecnologías de la palabra, FCE, México 1987.

[17] 17. In questo paragrafo sono presi in considerazione solo i testi di cui San Josemaría cita letteralmente alcune parole. Tuttavia bisogna avvertire che la ricchezza biblica dei suoi scritti non si riduce a questi passaggi – anche se sono molto abbondanti e molte sono le voci menzionate -, perché la Sacra Scrittura costituisce l’humus dove tutte le sue parole mettono radici.

[18] 18. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, nn. 403, 510, 512, 763, 912; Solco, nn. 33, 124; È Gesù che passa nn. 172-173; Amici di Dio, nn. 25, 109; Colloqui con Mons. Escrivá, n. 112; Santo Rosario, primo mistero gaudioso.

[19] 19. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Forgia, n. 1021; È Gesù che passa, nn. 19, 21, 31, 62, 113, 144, 162; Amici di Dio, nn. 97, 111, 201, 236; Via Crucis, IV stazione – 2° punto di meditazione, XII stazione – 1° punto di meditazione.

[20] 20. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, nn. 607, 758; Solco, nn. 198, 261; È Gesù che passa, n. 176; Amici di Dio, nn. 28, 31, 97, 128, 224, 247; Via Crucis II stazione – 4° punto di meditazione.

[21] 21. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Santo Rosario, 5° mistero doloroso; Cammino, nn. 507, 508, 982; Solco, nn. 248, 977; Forgia, n. 758; È Gesù che passa, nn. 140, 171; Amici di Dio, n. 287.

[22] 22. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, nn. 416, 781; Solco, n. 697; Forgia, nn. 425, 437; È Gesù che passa, nn. 16, 153; Amici di Dio, nn. 254, 305.

[23] 23. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, n. 717; Forgia, nn. 337, 656; È Gesù che passa, n. 120; Amici di Dio, nn. 123, 213, 271, 305.

[24] 24. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Solco, nn. 8, 249; È Gesù che passa, n. 176; Amici di Dio, nn. 114, 128, 216, 250; Via Crucis II stazione.

[25] 25. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, n. 385; Forgia, nn. 454, 889; È Gesù che passa, n. 21; Amici di Dio, nn. 43, 222, 224.

[26] 26. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Solco, nn. 326, 964; Forgia, nn. 176, 497; È Gesù che passa, n. 119; Amici di Dio, nn. 17, 267.

[27] 27. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, n. 801; Solco, n. 211; Forgia, nn. 31, 52, 947; È Gesù che passa, nn. 120, 170.

[28] 28. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Solco, nn. 352, 793; Forgia, nn. 236, 771; È Gesù che passa, n. 168; Amici di Dio, n. 240.

[29] 29. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Forgia, nn. 10, 18, 280; È Gesù che passa, nn. 1, 160; Amici di Dio, n. 2.

[30] 30. Lucas F. Mateo Seco avverte che alla duplice prospettiva “del seguire Cristo e della pietà verso l’umanità del Signore” occorre far risalire ciò che dice San Josemaría intorno a molte questioni, e in particolare, visto l’argomento del suo studio, intorno al mistero della Croce (L. F. MATEO SECO, «Sapientia Crucis... o. c., p. 422).

[31] 31. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, È Gesù che passa, n. 19.

[32] 32. Fil 2,8.

[33] 33. SANT’AGOSTINO, Enarrationes in psalmos, 31, 2, 26 (PL 36, 274).

[34] 34. Riguardo a questo accorgimento nella predicazione di San Josemaría, si veda M. JOSÉ ALONSO SEOANE, «Homilias y escritos breves. Algunos aspectos de retórica literaria», in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria de Josemaría Escrivá, Eunsa, Pamplona 2002, p. 157.

[35] 35. Su questo aspetto caratteristico di San Josemaría si veda S. AUSÍN OLMOS, «La lectura de la Biblia…», o. c., p. 220.

[36] 36. L’intervista fu raccolta il 1° febbraio 1968.

[37] 37. Colloqui con Monsignor Escrivá, n. 112.

[38] 38. Cfr. W. ISER, El acto de leer. Teoría del efecto estético, Taurus, Madrid 1987.

[39] 39. Intorno alla categoria «mondo del testo», si veda V. BALAGUER, La interpretación de la narración: la teoría de Paul Ricoeur, Eunsa, Pamplona 2002.

[40] 40. Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Dei Verbum, n. 13.

[41] 41. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Forgia, n. 322.

[42] 42. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amici di Dio, n. 128.

[43] 43. A. VILARNOVO, «Santo Rosario: escena y contemplación en el discurso», in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria..., o.c., p. 90.

[44] 44. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amici di Dio, n. 222.

[45] 45. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amici di Dio, n. 216.

[46] 46. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Forgia, n. 8.

[47] 47. Cfr. A. ARANDA, «El cristiano “alter Christus ipse Christus” en el pensamiento del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer», Scripta Theologica 26 (1994), pp. 513-570. Sulla identificazione del cristiano con Cristo, che costituisce il nocciolo del suo pensiero e spiega molte sue espressioni, si veda C. CARDONA, «La clave de Forja» in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria…, o.c., pp. 139-150.

[48] 48. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Amici di Dio, n. 253.

[49] 49. Gli studiosi della sua opera letteraria hanno osservato che «se nella “lettura” biblica del Fondatore dell’Opera volessimo trovare un “metodo”, questo consisterebbe in ciò che egli stesso condensa nella frase “come un personaggio fra gli altri”» (J. M. CASCIARO RAMÍREZ, «La “lectura” de la Biblia…», o. c., p. 140).

[50] 50. A. LIVI, «Es Cristo que pasa: la santificación del tiempo» in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria..., o. c., p. 195. Su questo aspetto si veda M. A. TÁBET, «La santificazione nella propria condizione di vita (Commento esegetico di 1 Cor 7,17-24)», Romana 6 (1988, 1), pp. 169-176.

[51] 51. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Forgia, n. 754.

[52] 52. S. GAROFALO, «Il valore perenne…», o. c., in C. FABRO – S. GAROFALO – M. A. RASCHINI, Santi nel mondo…., o. c., p. 167.

[53] 53. SAN JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Via Crucis, IX stazione - 3° punto di meditazione. Intorno alle implicazioni teologiche della lettura della Passione in quest’opera, si veda C. FABRO, «Via Crucis: la “contemporaneidad” del cristiano con Cristo», in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria…, o.c., pp. 175-187.

[54] 54. A. VILARNOVO, «Santo Rosario: escena…», o. c., in M. A. GARRIDO GALLARDO, La obra literaria…, o. c., pp. 88-89.

[55] 55. S. GAROFALO, «Il valore perenne…», o. c., in C. FABRO – S. GAROFALO – M. A. RASCHINI, Santi nel mondo..., o. c., p. 169.

[56] 56. S. HAHN, «Amare la Bibbia appassionatamente... », o. c., p. 380.

[57] 57. «Non cita i passi biblici come semplici riferimenti a sostegno di ciò che dice, come “argomento della Scrittura”. Al contrario, i testi sacri sono il punto di partenza della sua riflessione. Li cita solo dopo averli meditati ripetute volte, quando ormai li ha incorporati nella sua vita» (J. M. CASCIARO RAMÍREZ, «La “lectura” de la Biblia…», o. c., p. 134).

[58] 58. CONCILIO VATICANO II, Cost. Dogm. Dei Verbum, n. 21.

Romana, Nº 40, Gennaio-Giugno 2005, pag. 176-191.