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El Correo, Spagna 23-II-2003

Testo completo dell’intervista concessa a Montserrat Lluís

La religione ha perduto posizioni nella scala dei valori di molti cittadini...

Oggi i cattolici sono più numerosi che mai. Ma più che il numero è importante la realtà di una Chiesa viva che, come venti secoli fa, stupisce e attrae. È innegabile che in molti Paesi o ambienti i praticanti sono diminuiti. Le ragioni saranno molteplici, ma sono riconducibili all’invasione di una cultura che emargina Cristo, producendo un terreno adatto allo scatenarsi delle passioni.

Si può dimostrare all’uomo che il sacrificio e la carità danno più gioia del piacere e del denaro?
Tutti ci rendiamo conto della distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere; ma quando si scopre la grandezza cristiana, si constata quanto essa sia superiore al piacere e al denaro, che sono passeggeri. Per questo il Signore ci invita a lottare per non restare prigionieri di comodità e tendenze che invecchiano e avviliscono l’anima. Non esiste nulla di più meraviglioso che donare la propria vita per amore, in unione con Cristo.

L’Opus Dei invita a meritare la santità attraverso il lavoro. Secondo lei, sono in molti oggi a lavorare con altre prospettive oltre a quella dello stipendio?

Non si può concepire il lavoro semplicemente come un valore economico. Nei piani di Dio il lavoro perfeziona e matura l’uomo. Per questa ragione, porre inventiva e interesse per fare le cose perfettamente bene – e non solo per riscuotere lo stipendio – e servire con lealtà Dio e gli altri nobilita la persona. Nella nostra società “supereconomicista”, scoprire il valore cristiano del lavoro può essere una liberazione e una semina di fraternità.

Voi respingete il controllo delle nascite. Ma è responsabile mettere al mondo una mezza dozzina di bambini avendo uno stipendio di 600 euro?

L’insufficienza dei salari per mantenere i figli, la mancanza di case decenti, gli ostacoli per armonizzare il lavoro con la vita in famiglia..., sono aspetti le cui soluzioni debbono essere cercate dai cittadini e i loro rappresentanti. Non è una questione puramente economica: molte persone che praticano il controllo della natalità guadagnano più di 600 euro. Ciò che la Chiesa non accetta è una visione della vita che antepone il benessere materiale ai valori umani e cristiani del matrimonio.

Davanti al moltiplicarsi di casi di preti omosessuali, la Chiesa si sente ugualmente legittimata a chiedere ancora la castità prima del matrimonio?

La continenza si inquadra nella morale cristiana, cioè nel comportamento adeguato alla dignità della persona e alla sua felicità autentica. La dottrina sul matrimonio non cambierà mai. Se un fedele cattolico – sacerdote o laico – fosse scoperto a rubare, non sarebbe un motivo sufficiente perché la Chiesa cambiasse la dottrina sul furto.

Lei approva che i dirigenti ecclesiastici esprimano la propria opinione su questioni politiche?

Ogni laico può, come qualsiasi cittadino, impegnarsi in politica secondo le proprie opinioni. L’unica cosa che gli si chiede è che si comporti in modo coerente con la propria fede, e questo non impone nessuna scelta politica, ma richiede onestà, giocare pulito e l’intenzione sincera di servire la comunità.

È tollerabile che la religione sia causa di conflitti bellici, come quello in atto fra Palestina e Israele?

È motivo di grande tristezza che gli uomini si uccidano, qualunque sia il motivo; ma non credo che il conflitto in Terra Santa s’ispiri a motivi religiosi. Si combatte per una terra. Tra i palestinesi e gli israeliani ci sono uomini e donne capaci di convivere fraternamente. La pace è una benedizione del cielo che ha bisogno sulla terra di uomini di buona volontà.

In che modo porterebbe la pace nei Paesi baschi?

La pace non si riduce solo all’assenza di guerra. In questo caso sarebbe sufficiente una vittoria militare o un armistizio. La pace autentica, inseparabile dalla giustizia, scaturisce da una cordiale comprensione tra le persone, e questo richiede la disposizione a comprendere e perdonare, oltre che l’impegno a conoscersi e a risolvere i malintesi. E molta grazia di Dio. San Josemaría non si stancava di ripetere che solo dalla pace nelle coscienze può nascere la pace nei popoli e tra i popoli. Aggiungeva anche che la violenza non serve mai né a vincere né a convincere e chi la usa ne esce sempre sconfitto.

L’Opus Dei ha molti motivi di gratitudine verso Giovanni Paolo II?

Tutta la Chiesa deve essere grata, e molto, a Giovanni Paolo II per la sua costante donazione. Sarebbe molto lungo menzionarne i motivi, però basta osservare come, alla sua età e nelle sue condizioni fisiche, egli non risparmi nessuno sforzo nel servire la Chiesa e il mondo.

Potrà fermare la guerra in Irak?

Giovanni Paolo II è l’esempio più luminoso di amore per la vera pace. Approfitto per chiedere a quelli che leggeranno queste parole di unirsi e pregare per quello che il Papa ha sempre fatto e sta facendo oggi a favore della pace.

Anche il Prelato dell’Opus Dei ha crisi di fede?

Nessuna crisi, ma certamente prove; infatti la fede conosce necessariamente momenti duri davanti all’apparente – o reale, ma non duraturo – trionfo del male. La morte inaspettata di persone amate, il dolore fisico, le contrarietà della vita sono incontri personali con la Croce che possono turbare. Il Signore ci fa maturare così, come persone e come cristiani.

Quanto tempo ogni giorno dedica alla preghiera?

Dedico alcuni periodi di tempo a meditare davanti alla Santa Eucaristia, e molte ore al lavoro, che è preghiera, perché tutte le attività possono diventare orazione. Ma il centro della mia vita, come di quella di ogni cristiano, è la santa Messa.

Che cosa distingue un membro dell’Opera da un cristiano comune?

Un membro dell’Opus Dei è un cristiano comune che ha ascoltato la chiamata di Dio a identificarsi con Cristo e a farlo conoscere agli altri dal posto che egli occupa nel mondo: la famiglia, la professione, l’ambiente sociale in cui vive.

La fede è una corazza sufficiente contro la depressione?

La depressione può cogliere chiunque. La fede aiuta a sopportarla bene, perché dà un senso alla sofferenza e alle difficoltà della vita. Aiuta ad avere pazienza e a fidarsi di più di Dio. Come qualunque altra malattia, può diventare un’occasione privilegiata di santificazione.

In occasione della canonizzazione di Escrivá, l’Opus Dei ha dato il via a una «ambiziosa missione» educativa in Africa. Quali altre azioni compie a favore dei meno abbienti?

L’Opus Dei lavora nel continente africano da più di cinquant’anni. Mi vengono in mente, tra gli altri, il Centro Medico Monkole a Kinshasa, Kianda School e Strathmore College – che sono stati i primi centri educativi interrazziali del Kenia –, o anche Iroto Rural Development Centre in Nigeria.

Lei ha la speranza che le chiese prima o poi tornino a riempirsi? Che cosa si può fare per ottenerlo?

Non mancano luoghi in cui le chiese si riempiono ogni giorno. Lo vedo nei miei viaggi. Il cristianesimo conserva la sua perenne giovinezza dopo duemila anni, anche se la sua vitalità convive, come sempre, con fenomeni di decadenza o di indifferenza. Ciò che bisogna rivedere non è la dottrina, che deve rimanere sempre fedele al Vangelo, ma la vita di ciascuno, per capire quale conversione ci sta chiedendo il Signore.

Qual è stato il suo apporto all’Opus Dei?

Non me lo sono chiesto. Cerco di essere fedele all’eredità che ho ricevuto e di lasciarla altrettanto viva di come l’ho avuta a chi mi succederà. Ho l’abitudine di ripetere al Signore una preghiera che ho imparato da san Josemaría: “Signore, lascia ch’io veda Te attraverso la mia miseria”.

Romana, Nº 36, Gennaio-Giugno 2003, p. 121-124.