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8 e 9 ottobre. Messe di ringraziamento

L’8 e il 9 ottobre in diverse basiliche e chiese di Roma si sono succedute ventisette Messe di ringraziamento in diciotto lingue: tedesco, arabo, ceco, cinese, spagnolo, finlandese, francese, ungherese, indonesiano, inglese, italiano, giapponese, latino, lituano, olandese, polacco, portoghese e svedese. In molti casi sono state celebrate da cardinali e vescovi. Nelle omelie i celebranti hanno espresso la propria gioia per l’elevazione agli altari di san Josemaría Escrivá e ne hanno messo in evidenza l’universalità del messaggio.

La chiesa di Trinità dei Monti ha fatto da scenario a una Messa di ringraziamento in rito maronita, concelebrata dall’Arcivescovo di Beirut, mons. Paul Youssef Matar, e quello di Byblos, mons. Bechara Rai. Al termine della Messa, il Cardinale Ignace Moussa I Daoud, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, si è avvicinato al presbiterio per rivolgere ai fedeli alcune parole. Si è riferito a un particolare della biografia di san Josemaría, che aveva appreso con gioia e che considerava motivo di onore: «Sono rimasto sorpreso nel sapere che il primo domicilio romano di Josemaría è stato l’ultimo piano di un edificio di piazza della Città Leonina, proprio l’appartamento dove io vivo attualmente. Una felice coincidenza che è per me una responsabilità». Poi ha esposto a grandi tratti il processo di sviluppo del lavoro della Prelatura dell’Opus Dei nel Libano. «Sia l’Opus Dei un elemento di speranza nel Libano!», ha esclamato.

Circa duecento fedeli, venuti a Roma da Hong Kong, Macao e Taiwan, hanno partecipato alla Messa celebrata da mons. Joseph Ti-Kang, Arcivescovo di Taipei, nella chiesa di S. Gerolamo della Carità. Mons. Ti-Kang ha tracciato un breve profilo della vita del nuovo santo. Ha sottolineato che «l’Estremo Oriente è stato nel suo cuore fin dalla sua gioventù» e ha affermato anche che «nello spirito di san Josemaría vi sono due aspetti che si possono mettere in stretta relazione con la cultura cinese: la santificazione della vita familiare e la santificazione del lavoro».

Nella stessa chiesa ha avuto luogo la celebrazione eucaristica di ringraziamento per i fedeli di lingua giapponese, presieduta da mons. Takaaki Hirayama, Vescovo di Oita, il quale ha affermato nell’omelia che il messaggio di santificazione della vita ordinaria predicato da san Josemaría può aiutare i giapponesi a dare un senso a una cosa tanto importante nella loro scala di valori qual è il lavoro. «San Josemaría, che in tanti chiamano Padre – ha affermato tra l’altro mons. Hirayama –, diceva, applicandolo a se stesso e ai padri e madri di famiglia, che la loro funzione comincia prima che nascano i figli, si prolunga per tutta la loro vita e continua anche dal Cielo. Chiediamo a san Josemaría che, da buon padre, interceda per noi».

Una Messa di ringraziamento in lingua olandese ha avuto luogo nella basilica di Sant’Apollinare. È stata celebrata da mons. Willem Schnell, Vicario Regionale dell’Opus Dei in Olanda, alla presenza del nunzio di Sua Santità, Mons. François Bacqué, che all’inizio della cerimonia ha pronunciato brevi frasi di esortazione.

Più di novemila persone hanno partecipato alla concelebrazione che il Cardinale Rouco, Arcivescovo di Madrid, ha presieduto nella basilica di S. Paolo fuori le Mura. Era stata organizzata per le persone che erano venute alla canonizzazione dalla Spagna. Hanno concelebrato vari arcivescovi e vescovi (tra i quali l’arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna, Cardinale Francisco Álvarez Martínez) e quasi cento sacerdoti. Nell’omelia il Cardinale Rouco ha messo in evidenza che san Josemaría è stato un santo spagnolo con animo universale.

Nella basilica di Santa Maria Maggiore il giorno 9 ha avuto luogo un’altra Messa in lingua spagnola per i fedeli provenienti da Argentina, Paraguay, Uruguay e Bolivia. Con il Cardinale Jorge María Mejía hanno concelebrato più di sessanta vescovi e sacerdoti. Nell’omelia il Cardinale Mejía ha sottolineato l’amore di san Josemaría per la Chiesa, oltre al lavoro di evangelizzazione della cultura che cercano di portare avanti le iniziative apostoliche promosse dai fedeli della Prelatura dell’Opus Dei.
Il gruppo venuto dal Venezuela ha partecipato alla Messa di ringraziamento nella parrocchia di san Josemaría. L’Arcivescovo di Mérida, mons. Baltazar Enrique Porras Cardoso, ha esortato i presenti a prendere decisamente parte attiva alla missione della Chiesa, ognuno con responsabilità personale, dal posto che occupa nel mondo: «Le celebrazioni della canonizzazione di domenica e di ieri, lunedì, in Piazza S. Pietro, con migliaia e migliaia di pellegrini di tutte le lingue e di tutti gli angoli del mondo, sono state esperienze di fede molto particolari. Le potremmo considerare come un Tabor collettivo e personale, perché sono una iniezione di cattolicità, di entusiasmo, di consapevolezza spirituale e di speranza, che ci spinge con maggiore incisività alla vocazione di essere seminatori del Vangelo in mezzo al mondo».

Il giorno 8 circa duemila e cinquecento statunitensi si sono riuniti nella basilica di Santa Maria Maggiore per partecipare alla Messa presieduta da mons. John Myers, Arcivescovo di Newark. Nell’omelia mons. Myers ha incoraggiato i presenti a non vivere un cattolicesimo minimalista e ha dimostrato che la santità è un invito che Dio rivolge a tutti i cristiani. Mons. Myers ha aggiunto anche che l’Opus Dei «non è destinato a una élite di cattolici, ma è per tutti i comuni cattolici. L’unica cosa che si richiede è disponibilità e spirito di servizio».

Lo stesso giorno 8, alle 10 del mattino, nella chiesa di Sant’Andrea della Valle, il Cardinale Saraiva Martins ha celebrato una Messa di ringraziamento in portoghese. Questo è il testo dell’omelia:
Le letture di questa solenne concelebrazione eucaristica, che abbiamo ora ascoltato, sono tre testi della Sacra Scrittura che danno un profondo fondamento biblico alla vocazione e alla missione di san Josemaría Escrivá, perché sintetizzano la grande originalità del carisma che lo Spirito Santo ha suscitato in lui per il bene di tutta la Chiesa.

La prima lettura è dal libro della Genesi, e propone una riflessione ispirata sulle origini del mondo e dell’umanità. L’autore sacro ci dice che Dio, dopo aver creato il cielo e la terra, e dopo aver creato anche l’uomo a coronamento della sua opera, piantò un giardino e l’affidò all’uomo perché lo coltivasse e lo custodisse. È un riferimento al lavoro umano, che è collaborazione con il Creatore: coltivare, far progredire il mondo creato; custodirlo, cioè, operare nel rispetto dei fini per i quali fu creato. È l’opus hominis che è, al tempo stesso, opus Dei. San Josemaría Escrivá, condotto da Dio, è venuto a ricordarci, in questo secolo che presta tanta attenzione al lavoro e all’ambiente, la dignità del primo e del secondo: degno è il lavoro umano e degno è anche l’ambiente, perché il primo è collaborazione col Creatore e il secondo è opera del medesimo Creatore.

La seconda lettura, dalla Lettera di S. Paolo ai Romani, ci ricorda un’altra esigenza dell’operare umano: esso deve farsi con spirito di figli adottivi di Dio e non di schiavi; noi siamo figli e non schiavi. L’uomo vive e opera in questo mondo in intima unione con Dio. Operando, si fa erede dei beni di Dio, erede con Cristo. In questa intimità spirituale, perfino gli stessi limiti umani, causa di sofferenza, si rendono fecondi di felicità e di gloria futura. L’opera dell’uomo si fa, in questo modo, vera opera di Dio. L’azione si trasforma in contemplazione, in quella integrità e sintesi vitale di entrambe che hanno caratterizzato la vita e l’opera di san Josemaría Escrivá.

Infine, il Vangelo ci descrive la vocazione degli apostoli e la loro subitanea risposta alla chiamata. Il testo ci dice che chi lavora in questo mondo con la prospettiva di cui poc’anzi si diceva, chi comprende il proprio agire come collaborazione all’opera di Dio e come difesa dell’uomo e lo fa in spirito di fede e in unione con Dio, non soltanto santifica sé stesso, ma dà pure una testimonianza feconda; vale a dire, fratelli, diviene un apostolo, già col suo operare: vero sale della terra, lievito nella massa, luce del mondo.

San Josemaría non si accontentò di santificare sé stesso; ha fondato un’Opera eminentemente apostolica, così necessaria e così voluta da Dio da aver avuto lo straordinario sviluppo che tutti sappiamo. È stato apostolo e promotore di apostoli.

Carissimi fratelli e sorelle: voi siete venuti a Roma con grande entusiasmo e forza, per la canonizzazione di san Josemaría Escrivá; domenica avete partecipato al rito solenne in Piazza S. Pietro e oggi siamo qui riuniti per lodare Dio, per ringraziarlo per le meraviglie che Egli ha operato nel nuovo santo, che è, senza dubbio, una delle figure più straordinarie dell’agiografia contemporanea.

La Chiesa canonizza i suoi figli non tanto per accrescere la loro gloria e celebrità, quanto per farne i nostri intercessori davanti a Dio e soprattutto i nostri modelli di vita. È l’ispirazione del messaggio specifico del santo che più importa alla Chiesa quando essa eleva alla gloria degli altari coloro che sono stati eletti dallo Spirito per ricordare agli uomini e per rafforzare questo o quel valore evangelico, vale a dire questo o quel carisma. I santi canonizzati sono della Chiesa e per la Chiesa; non sono lanterne da nascondere sotto il moggio, bensì fari che la Chiesa solleva ben alti affinché illuminino tutti.

La Chiesa, per bocca di colui che ne è capo e guida visibile, il Santo Padre Giovanni Paolo II, ha presentato non soltanto a tutti i propri membri, bensì a tutto il mondo la figura e il carisma di uno dei suoi insigni figli, affinché i fedeli e l’umanità trovino in lui ispirazione di vita, aiuto nella realizzazione della propria vocazione e della propria missione.

Mi limiterò agli aspetti sottolineati nella Liturgia della Parola, e che ho riportato prima. Essi ci offrono un quadro suggestivo del santo, della sua vita e dell’opera che ci ha lasciato in eredità.

1) Secondo lo spirito dell’Opus Dei, il lavoro, l’attività professionale che ciascuno ha nel mondo, può e deve essere santificato e in ciò trasformarsi in via di santificazione. Per questa ragione san Josemaría Escrivá si rivolgeva a tutti gli ambiti della società e da tutti era ascoltato e seguito; per questa ragione l’Opus Dei si è diffusa ed è cresciuta in maniera così stupefacente, annoverando persone dei più svariati settori dell’attività umana.

San Josemaría Escrivá e la sua Opera ricordano che qualsiasi lavoro onesto, indipendentemente dal fatto che sia più o meno rilevante per gli uomini, è sempre occasione per dare gloria a Dio e per servire gli altri.

La dignità e la santificazione del lavoro, ecco la prima intuizione, l’idea madre che mi piacerebbe sottolineare in questa riflessione. Lavorare in una prospettiva di fede, comprendere e realizzare le attività di ciascuno – quelle importanti o quelle più semplici e feriali – come collaborazione col Creatore e servizio dei fratelli. Chi lavora guardando a Dio si apre necessariamente ai fratelli e fa tutte le cose in spirito di servizio, per il loro bene.

Le occupazioni e preoccupazioni della nostra vita quotidiana, cari fratelli e sorelle, non devono essere, pertanto, contemplate come altrettante ragioni di separazione fra ciascuno e Dio e fra di noi, una specie di dispensa dalla perfezione cristiana, bensì, al contrario, come la stessa materia e la più adeguata alla nostra santificazione, se tutto, ovviamente, è animato dalla carità, dallo spirito di servizio e dal carattere sacerdotale comune a tutti i battezzati.

L’umanità non può essere suddivisa in due categorie, quella dei perfetti e quella degli imperfetti, quella dei convocati alla santità e quella di coloro che sono chiamati soltanto alla non-dannazione... Come se il Signore non si fosse rivolto a tutti noi quando ha detto: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).

2) Il secondo aspetto che mi piace sottolineare è il rapporto con Dio: in altre parole, la necessità di una vita di orazione e di contemplazione che completi e fecondi il nostro lavoro quotidiano. San Josemaría Escrivá fu un uomo di Dio e fu tale perché Dio era parte della sua vita, una parte consapevole e coinvolgente. È stato indubbiamente un appassionato di Dio e certo ha riempito la sua vita non soltanto di azione bensì anche di orazione. Se così non fosse stato, tutti i suoi progetti sarebbero svaniti come sogni.

I santi sono soprattutto uomini e donne di intensa vita interiore; essi, come ci ricorda S. Paolo, si sentono figli adottivi di Dio; fanno di Dio il loro tutto, la loro forza e il loro pegno. Si tratta, peraltro, del messaggio della seconda lettura.

San Josemaría Escrivá diede alla sua opera il suggestivo nome di Opus Dei; un’opera, opus, un’impresa; e in questa parola era inserito il concetto di lavoro, di impegno; ma era opera di Dio e orientata a Dio: per essere tale, egli doveva realizzarla con lo sguardo e il cuore fissi in Dio: orazione, adorazione, contemplazione.

I santi fondatori sono stati coloro che meglio hanno unito la vita attiva e la vita contemplativa, coloro che meglio hanno integrato i modelli di Marta e di Maria.

Uno dei segreti della grande espansione dell’Opera di Escrivá è senza dubbio la spiritualità che egli si è prodigato a comunicare ai suoi membri. Sono noti il posto e il valore che la Prelatura attribuisce alla vita sacramentale e all’ascesi, nei suoi centri e nei suoi fedeli. La vita spirituale, la vita interiore, la vita di orazione, nell’Opus Dei sono un’esigenza avvertita e vissuta molto sul serio.

3) Infine, e sempre in riferimento alla Liturgia della Parola della Messa, vorrei rivolgervi un appello all’apostolato. Nell’Eden Dio chiese la collaborazione dell’uomo; Egli, che ha fatto tutto dal nulla, ha voluto l’azione dell’uomo; sarebbe stato questi, l’uomo, a dare continuità alla creazione e a difenderla. È un grande mistero: Dio Onnipotente ha voluto aver bisogno degli uomini, ha voluto aver bisogno di me, di te, di lui, di lei come collaboratori. Nel testo del Vangelo che abbiamo sentito proclamare poco fa vediamo Gesù che evangelizza la folla; al termine della predicazione chiede la collaborazione di alcuni pescatori lì presenti: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Farà di loro pescatori di uomini, altri evangelizzatori. Più ancora: nel disegno, nel suo disegno, sarebbero stati loro a raccogliere i frutti della Buona novella da Lui annunciata. Le grandi conversioni iniziarono nel giorno di Pentecoste, per opera di quei pescatori che, oltre che rozzi pescatori, erano anche peccatori. «Allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5, 8), confessa Pietro nel suo primo incontro con Gesù. E sappiamo quale sia stata la risposta di Gesù: da peccatore a pescatore. Ha fatto di lui un suo apostolo, e che apostolo!

Dio ha bisogno di noi nella sua opera di salvezza. Per questo la Chiesa è sacramento di salvezza; per questo la vocazione universale alla santità, che è vocazione e al tempo stesso missione: santità non soltanto personale e particolare, ma da irradiare per santificare gli altri.

Qualsiasi battezzato, cari fratelli e sorelle, ha il diritto e il dovere di essere apostolo. Questa è la sua dignità più profonda, questa è la sua vocazione, questa è la sua missione nella vita e in questo mondo.

San Josemaría Escrivá ha lavorato per santificare i suoi fratelli, indipendentemente dalla loro posizione sociale, affinché essi, santificandosi, si trasformassero a loro volta in santificatori; affinché essi, con la santità del loro lavoro, si trasformassero per tutti, come abbiamo detto prima, in sale, lievito e luce.

La canonizzazione di Josemaría Escrivá è un’occasione privilegiata per ricordare e per rinnovare questo suo carisma, così importante e così straordinariamente attuale.

Ci aiuti il nuovo santo, che tanto amiamo e sentiamo vicino, a santificare le nostre vite e i lavori di ogni giorno, facendo di noi testimoni e ispiratori di santità per i nostri fratelli, per la Chiesa e per il mondo. Così sia.

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Lo stesso giorno mons. Edward Nowak, Segretario della Congregazione per le Cause dei Santi officiava una Messa nella chiesa di san Josemaría Escrivá per i fedeli di lingua polacca. I fedeli di lingua tedesca si sono riuniti nella basilica dei Dodici Apostoli con mons. Fernand Franck, Arcivescovo di Lussemburgo.

Nella basilica di Santa Maria in Trastevere il Cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha ricordato ai fedeli di lingua francese che la chiamata universale alla santità predicata da san Josemaría invita ad armonizzare la vita interiore e la vita esteriore, vale a dire la vita di orazione e le attività proprie della vita ordinaria. A questa Messa, che ha avuto luogo il giorno 8, hanno assistito circa duemila persone. Due cori africani – della Costa d’Avorio e del Camerun – si sono esibiti con canti liturgici. Il giorno seguente il Cardinale Bernard Agré, Arcivescovo di Abidjan, ha celebrato nello stesso tempio un’altra Messa di ringraziamento in francese.

Due sono state le concelebrazioni in lingua italiana: una il giorno 8 nella basilica dei Dodici Apostoli, presieduta dal Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione dei Vescovi. Ecco il testo dell’omelia:

Dopo la stupenda celebrazione in Piazza San Pietro di domenica e dopo l’udienza di ieri col Santo Padre, siamo qui per ringraziare il Signore per aver donato alla Chiesa e all’umanità san Josemaría Escrivá. Egli è stato un grande maestro che ha insegnato come vivere la dimensione alta della vita cristiana nella società di oggi, società segnata da un crescente progresso e benessere e da tante possibilità di bene, ma anche da tanto secolarismo, permissivismo e materialismo, e ha indicato con la parola e con tutta la sua vita come non smarrire, tra le vicissitudini del quotidiano, la giusta rotta indicata dalla stella polare della fede.

In pari tempo, egli è stato un grande testimone perché ha vissuto con piena coerenza quanto ha insegnato, divenendo un esempio della verità e della validità dei suoi messaggi. Ha cercato e ha servito i fratelli con lo slancio della santità evangelica.

Un aspetto caratteristico suo è che egli ha inculcato una spiritualità accessibile a ogni cristiano, qualunque sia la sua professione o condizione, senza sottrarlo ai quotidiani impegni terreni di qualsiasi genere. Egli aveva capito che il Vangelo non è solo un libro da leggere e da meditare ma da vivere nella situazioni concrete della vita.

Per questo Josemaría Escrivá ha lasciato un solco importante nella Chiesa e nella società. Nella Chiesa un solco luminoso di santità e nella società un solco ardente di dedizione e di fedeltà ai propri doveri e all’amore del prossimo.

Nella Novo millennio ineunte il Papa insiste con forza nel sottolineare che all’inizio del terzo millennio la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità (n. 30).

Su questo tema della santità la canonizzazione di Escrivá ha molto da dire al mondo, perché il grande anelito che ha ispirato e sostenuto tutta la sua vita fu di operare perché la chiamata universale alla santità diventasse convincimento operativo nella vita di ogni cristiano. E in questo anelito e impegno ebbe una propria genialità e originalità, sottolineando che ognuno deve santificarsi nel proprio lavoro svolgendo il proprio compito con impegno e competenza e per dare onore a Dio.

Egli è stato la luce nel cammino della Chiesa del nostro tempo; soleva dire: “La tua vocazione di cristiano ti chiede di stare in Dio e al tempo stesso di occuparti delle cose della terra adoperandole così come sono per restituirle a Lui”. Quanti hanno conosciuto da vicino san Josemaría Escrivá sanno quanto fermo fosse il suo convincimento che ogni uomo e ogni donna, amati da Dio al punto da mandare per loro il Figlio Unigenito, possono e devono vivere nella fede di questo amore, coltivando ogni giorno con priorità la vita interiore e un rapporto rinnovato con gli altri, attraverso il lavoro professionale e l’adempimento dei doveri familiari e sociali. È la vita dei figli di Dio. San Paolo ci ha detto: “Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per aver paura ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo «Abbà Padre»” (Rm 8, 15). Proprio questa esigenza del “gridare” quando lo spirito procura l’esperienza della filiazione divina, Dio l’ha rivelata in modo speciale al giovane don Josemaría nell’anno 1931. Da quel giorno ha cercato di vivere tutto da figlio di Dio, ponendo la filiazione divina a fondamento di ciò che voleva trasmettere agli altri e vedendo gli altri sempre come figli di Dio.

L’immagine che suscitava nel passato la santità era piuttosto orientata all’eccezionalità di prestazioni e di coraggio che riguardavano quella singola persona. Se è vero che la santità è sempre originale in ciascuno, con l’originalità dell’amore, è pur vero che Josemaría Escrivá ha scosso i cristiani con il convincimento vissuto che la santità non è qualcosa di insolito; essa si identifica con la vita cristiana vissuta in pieno qualunque sia il luogo in cui ci si trova. Ciò che rende la sua fede e il suo cammino particolarmente attuali è l’aver creduto che i laici, impegnati in molti modi nelle responsabilità familiari, professionali e sociali, possono avere una profonda vita interiore di unione a Dio. E lo ha predicato in modo credibile ed efficace per tutta la sua vita.

Molti santi del passato hanno indicato la santità come unico scopo dell’esistenza, ma non era sottolineato l’annuncio evangelizzatore nel mezzo del lavoro e della vita quotidiana. Tutta la vita e l’operato di san Josemaría fin dal 2 ottobre 1928, data della fondazione dell’Opus Dei, sono stati mossi da questa missione per la salvezza del mondo. Ciò che in definitiva ha sostanziato il suo carisma è stato il credere che Dio ha mandato il Figlio a ogni uomo, là dove l’uomo si trova, vivendo fino in fondo la sua incarnazione. “Dio – diceva – invia il Figlio anche a te e a me”, là dove siamo, dove lavoriamo, dove ci rapportiamo con i nostri fratelli. Naturalmente occorre mantenere sempre il contatto con la fonte della grazia, nei sacramenti e nella liturgia. L’incontro personale con Cristo, infatti, si realizza massimamente nell'Eucaristia e nella Santa Messa. San Josemaría Escrivá ha cercato con tutte le sue forze questa centralità eucaristica indicando, con il suo esempio e la sua incessante predicazione, la possibilità per tutti di incorporarsi a Cristo con l’orazione e con l'Eucaristia. Pane e parola, amava ripetere.

Per lui Gesù non era un esempio da imitare in lontananza, un’astrazione, un cammino morale, bensì il suo Gesù, persona con cui vivere continuamente. Si può indicare come grande tesoro per tutti i cristiani il suo modo di vivere e di insegnare la presenza di Dio nella giornata con il realismo di una vita vissuta, offrendo ogni lavoro, recitando una giaculatoria nell’usare un oggetto, unendosi subito alle sofferenze di Cristo nelle contrarietà della giornata, ringraziando per ogni cosa. Ogni novità gli permetteva di trovare uno spunto spirituale, ogni dolore gli suscitava compassione, ogni peccato contrizione e misericordia.

“Bisogna convincersi – così scriveva in Cammino (n. 267) – che Dio ci sta vicino continuamente. Viviamo come se il Signore fosse lassù lontano, dove brillano le stelle, e non pensiamo invece che è sempre anche al nostro fianco”.

E questo convincimento lo esemplificava per tutti. “Non prendere – diceva ancora – una decisione senza soffermarti a considerare la questione davanti a Dio” (n. 266); “Adopera quei santi «accorgimenti umani» che ti ho consigliato per non perdere la presenza di Dio, giaculatorie, atti d’Amore e di riparazione, comunioni spirituali, «sguardi» all’immagine di Cristo e della Madonna...” (n. 272). “Abituati – dice ancora in Cammino – a innalzare il cuore a Dio in rendimento di grazie più volte al giorno. – Perché ti dà questo e quest’altro. – Perché ti hanno disprezzato. – Perché non hai ciò di cui hai bisogno oppure perché ce l’hai». Contemplare il Signore dietro ogni avvenimento, ogni circostanza ... (cfr. Forgia, 96)

A ben vedere è proprio questa fede vissuta nella presenza del Cristo risorto con noi in ogni momento che costituisce il cuore di quell’Opus Dei che Dio gli ha affidato: mettere amore nel proprio lavoro. Solo così il cristiano, che vive nel mondo sollecitato in mille modi da fuochi fatui ma anche da mille vere responsabilità che fagocitano il cuore in apprensioni, potrà ridare alla propria vita unità e pienezza nonostante gli affanni che non mancano mai.
Diceva san Josemaría Escrivá che occorre stare in cielo e sulla terra, contemporaneamente; cioè un cristiano deve tenere i piedi ben fissi su questa terra per collaborare alla costruzione della città terrena, ma lo sguardo deve essere levato in alto, guardare in alto non per sfuggire dalla realtà, ma per attingere dall’alto luce e forza per affrontare i problemi di ogni giorno.

Dio ha affidato a san Josemaría Escrivá un’Opera che il Romano Pontefice ha eretto in Prelatura riconoscendo l’importanza di rendere sempre più efficaci, nella vita di fedeli impegnati nei problemi del mondo, i doni che Gesù ha affidato alla sua Chiesa. In concreto, la cura di una formazione che aiuti tutti ad approfondire sempre più l’intimità della vita interiore e a estendere la presenza di Dio a tutti i momenti della giornata con frutti di carità nel rapporto con gli altri.

La presenza di tante personalità, di tanti Cardinali e Vescovi nel giorno della canonizzazione, testimonia come la Prelatura dell’Opus Dei intreccia la sua azione formativa con la pastorale delle chiese locali animata da una leale collaborazione.

San Josemaría Escrivá tante volte ha esortato a tendere alla santità nella vita di famiglia santificando se stessi insieme con i propri familiari. Egli ha sempre visto nella famiglia di Nazareth il passaggio necessario per arrivare alla contemplazione della Trinità: la chiamava «la Trinità della terra».

L’esempio di Maria e di Giuseppe impegnati in una vita assolutamente normale agli occhi di tutti realizza pienamente la ricchezza divina della vita quotidiana; vivevano sempre alla presenza di Gesù, lavoravano per lui, si amavano umanamente e soprannaturalmente. Ricorriamo anche noi a Maria e a Giuseppe perché ci aiutino a esprimere il nostro ringraziamento al Signore per questa canonizzazione e a formulare propositi di bene per il cammino della nostra vita personale. Amen.

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L’altra celebrazione ha avuto luogo il giorno 9 nella basilica di S. Giovanni in Laterano ed è stata presieduta dal Vicario del Papa per la città di Roma, Cardinale Camillo Ruini. Nell’omelia il Cardinale Ruini ha descritto san Josemaría come “un contemplativo del volto di Cristo”: è la sua profonda unione a Cristo, ha affermato il Cardinale, ciò che «spiega il travolgente dinamismo apostolico che ha caratterizzato la sua esistenza». Al termine ha affidato «all’intercessione di san Josemaría, che tanto ha amato questa terra italiana e le sue radici cristiane», le speranze dei vescovi e di tutti i cattolici italiani affinché il duc in altum! del Papa non finisca nel dimenticatoio.

Romana, Nº 35, Luglio-Dicembre 2002, p. 220-228.