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Intervista di Luigi Accattoli pubblicata sul “Corriere della Sera” la vigilia della canonizzazione del Fondatore dell’Opus Dei, Italia 5-X-2002


La Chiesa propone a tutti la santità del vostro fondatore. Insieme agli ovvi vantaggi, non correte il rischio di un eccesso di autostima che già – mi pare – non vi faceva difetto?

Non penso che ci sia un tale rischio, perché – come è ovvio – la canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei non significa la canonizzazione dei fedeli dell’Opus Dei. Anzi, il contrasto tra la santità di Josemaría Escrivá e la realtà della vita personale di ciascuno di noi diventa adesso ancora più evidente, e uno sprone per continuare a sforzarci per superare i nostri difetti. Io sono nell’Opus Dei dal 1948, e ho sentito continuamente questo invito: la vita del cristiano è conversione.

Che significato può avere oggi, fuori dall’Opus Dei, la figura di Escrivá?

Poco tempo fa, un cardinale tedesco ha affermato che la canonizzazione significa la “deprivatizzazione” di Josemaría Escrivá, che d’ora in poi appartiene a tutta la Chiesa. Gli insegnamenti di questo sacerdote sulla santificazione del lavoro e della vita ordinaria si sono già diffusi molto aldilà dei confini della Prelatura. Appartengono, anch’essi, a tutta la Chiesa, come disse nel 1976 Papa Paolo VI, di venerata memoria, al mio predecessore nel riceverlo per la prima volta. E hanno significato per molte persone la riscoperta della gioia di essere cristiani in mezzo al mondo.

E fuori della Chiesa? Voglio dire, per il mondo?

Di fronte ad alcune visioni del mondo come realtà estranea e talvolta contrapposta alla religione, allo spirito, il beato Josemaría Escrivá ripeteva che “il mondo è buono, perché è uscito dalle mani di Dio!”. Anzi, incoraggiava a diventare “contemplativi in mezzo al mondo”. Amava il mondo con passione, senza ingenuità né mondanità. Voleva valorizzare tutte le cose di questo nostro mondo, con le sue luci e le sue ombre. Così, il cristiano – per usare un’espressione sportiva – gioca sempre in casa: nel mondo non può mai sentirsi in trasferta, quasi costretto a difendersi. E così anche il cristiano che ama il mondo trova innumerevoli punti di contatto con tutte le persone di buona volontà che, pur non avendo ricevuto il dono della fede, condividono tanti valori umani e sociali. La Croce di Cristo, diceva Escrivá, è il “segno più”, nel mondo. Unisce, non separa.

La causa per fare santo Padre Pio è durata 19 anni, quella del vostro fondatore appena due anni in più. Sono le canonizzazioni più rapide degli ultimi tempi. Ma Padre Pio era santo a voce di popolo, si direbbe da sempre. Come si è manifestata, invece, la “fama di santità” del vostro Escrivá?

Con un grande senso di normalità. Come espressione della fede e della preghiera di gente comune, che fa ricorso a Josemaría Escrivá, magari senza far rumore, per chiedere a Dio una conversione spirituale, la guarigione di una malattia, o un lavoro per sostenere la famiglia.

Alla Postulazione è giunta in questi anni la documentazione medica relativa a 48 guarigioni inspiegabili. Ma più significative, secondo me, sono le relazioni, che abbiamo ricevuto, di più di 100.000 favori di carattere “ordinario”, ma ugualmente reali. Non a caso, Josemaría Escrivá ha predicato instancabilmente il valore della vita ordinaria. Comunque sono convinto che molti che si rivolgono a Josemaría Escrivá lo fanno pure al santo frate di Pietrelcina, e viceversa.

L’Opus Dei insiste sulla modernità del suo fondatore. Che però in “Cammino” ha questa massima: “Quando un laico si erige a maestro di morale spesso sbaglia: i laici possono essere soltanto discepoli”. Lei come la interpreta?

Non so se lei conosce l’edizione critico-storica di Cammino, recentemente pubblicata. Lì si spiega che questo punto fu scritto da Josemaría Escrivá nel 1931, quando aveva 29 anni, seguendo un’idea del suo direttore spirituale. Certamente, in quell’epoca, la teologia morale era strettamente collegata alla confessione sacramentale, e quindi ai confessori, ed è in questo senso che va interpretata la frase. Del resto, l’autore di Cammino è lo stesso che lungo tutta la sua vita rese possibile che migliaia di laici, uomini e donne, studiassero la Teologia dogmatica, morale e spirituale, a livello scientifico.

Se potesse salvare una sola tra le massime di Escrivá, quale sceglierebbe?

Mi mette davvero in difficoltà, c’è l’imbarazzo della scelta! Non mi sono posto mai questa domanda, né me la pongo adesso, perché le considero tutte opportune e valide. Dico la prima che mi viene in mente: “Diceva un’anima d’orazione: nelle intenzioni, Gesù sia il nostro fine; negli affetti, il nostro Amore; nella parola, il nostro argomento; nelle azioni, il nostro modello”.

In questo momento l’Opera esulta. Ma c’è un tempo per esultare e uno per fare penitenza. Quando il Papa invitava i “figli” della Chiesa a riconoscere pubblicamente i loro peccati, ci fu qualche materia in cui si esercitò l’autocritica dei figli di Escrivá?

Certamente, per i fedeli della Prelatura, questo è un momento di esultanza; ma non di esaltazione. Come dicevo prima, la canonizzazione accende in noi il desiderio di conversione, di cercare di essere più generosi con Dio e con gli altri.

I fedeli dell’Opus Dei hanno accolto nel profondo del cuore, come del resto penso che abbiano fatto tutti i cristiani, l’invito di Giovanni Paolo II a chiedere perdono. D’accordo poi con i consigli ricevuti dal beato Escrivá, cerchiamo di intendere la richiesta di perdono non come qualcosa di straordinario o di eccezionale, come non sono eccezionali purtroppo i nostri errori. L’autocritica non è questione soltanto di qualche momento speciale. Così, e mi sembra opportuno parlare adesso in prima persona, io cerco di chiedere perdono tutti i giorni, per i miei torti, a Dio e agli altri, soprattutto a quanti mi stanno accanto. E la capacità di riconoscere i propri errori va unita alla capacità di perdonare, sulla quale il Papa continua a incoraggiare tutti i cristiani. Forma parte essenziale della vita della Chiesa il Sacramento della Confessione, sul quale si insiste nello spirito dell’Opus Dei, e non c’è possibilità di accostarsi a questo perdono senza un sincero pentimento. Più autocritica di questa!

A mio avviso, oltre a chiedere perdono per i peccati altrui, possiamo fare un gran bene alla Chiesa chiedendo tutti i giorni perdono per le nostre colpe personali e perdonando gli altri sempre che sia il caso, anche per far sì che nessuno nel futuro debba chiedere perdono a causa della nostra cecità o della nostra durezza di cuore.

Romana, Nº 35, Luglio-Dicembre 2002, p. 325-327.

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