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Anima sacerdotale e mentalià laicale

La rilevanza ecclesiologica di un’espressione del Beato Josemaría Escrivá

Arturo Cattaneo
Facoltà di Teologia
Pontificia Università della Santa Croce

1. Chiamata alla santità e spiritualità pienamente secolare

Il messaggio diffuso dal Beato Josemaría a partire dal 1928 ha contribuito non poco alla piena riscoperta della chiamata universale alla santità, in modo particolare, fra coloro che si trovano immersi nelle realtà secolari. Nel 1930 egli manifestava così la consapevolezza della missione ricevuta: “Siamo venuti a dire con l’umiltà di chi si sa peccatore e poca cosa – ‘homo peccator sum’ (Lc 5,8) diciamo con Pietro –, ma con la fede di chi si lascia guidare per mano da Dio, che la santità non è cosa per privilegiati, che il Signore chiama tutti, che da tutti attende Amore: da tutti, dovunque si trovino; da tutti, qualunque sia il loro stato, la loro professione o il loro mestiere. Perché la vita comune, ordinaria, non appariscente, può essere mezzo di santità” [1]. Come Giovanni Paolo II ha avuto occasione di osservare, il fondatore dell’Opus Dei ha effettivamente “anticipato fin dagli inizi quella teologia del Laicato, che caratterizzò poi la Chiesa del Concilio e del post-Concilio” [2].

A poco a poco quel messaggio si fece strada per poi trovare una chiara conferma nel Vaticano II e, più precisamente, nel capitolo V della Lumen gentium [3]. Al riguardo Gérard Philips [4], uno dei più competenti commentatori del Concilio, ha scritto: “La novità della dichiarazione non sfuggirà a nessuno. Si può anzi predire senza timore di ingannarsi che l’insistenza del Concilio nel proclamare l’universalità della vocazione alla santità stupirà di più man mano che gli anni passeranno” [5]. Sono trascorsi quasi quarant’anni e si può ben dire che quell’insegnamento non ha perso affatto di attualità. Non a caso nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nel ricordare alcune priorità pastorali, il Papa pone al primo posto la vocazione universale alla santità e, riferendosi esplicitamente ai laici, afferma: “È ora di riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria” (n. 30).

Negli anni successivi al Concilio si è parlato molto dei laici, ma il discorso è stato spesso dominato più dall’idea di aprire loro nuovi spazi di collaborazione negli organismi ecclesiastici, che dall’aiutarli a comprendere e a vivere a fondo la loro vocazione e missione specifica [6].

Ben diverso è quanto il Beato Josemaría ha insegnato fin dalla fondazione dell’Opera, come mostra per esempio il seguente testo: “Nel 1932, commentando ai miei figli dell’Opus Dei alcuni degli aspetti e delle conseguenze della peculiare dignità e della responsabilità che il battesimo conferisce alle persone, scrivevo loro in un documento: ‘Va respinto il pregiudizio secondo cui i comuni fedeli non possono far altro che prestare il proprio aiuto al clero, in attività ecclesiastiche. Non si comprende perché l’apostolato dei laici debba sempre limitarsi a una semplice partecipazione all’apostolato gerarchico. Essi stessi hanno il dovere di esercitare l’apostolato. E non perché ricevano una missione canonica, ma perché sono parte della Chiesa; la loro missione [...] la assolvono attraverso la professione, il mestiere, la famiglia, fra i colleghi, gli amici’” [7].

Il fenomeno pastorale, a cui “per ispirazione divina” [8] diede vita con l’Opus Dei, risultava – come a volte lo stesso Fondatore osservava – “nuovo, eppure vecchio come il Vangelo” [9]. Per apprezzare meglio tale novità giova osservare che nell’universalità della vocazione alla santità e all’apostolato [10] egli ha saputo mettere in luce non solo la dimensione soggettiva (tutti i fedeli, di qualsiasi stato e condizione, vi sono chiamati), ma anche quella oggettiva (tutte le professioni, tutte le condizioni di vita familiare, sociale ecc., possono e devono diventare cammino di santità e di apostolato [11]).

Di conseguenza affermava senza esitazione che i laici sono chiamati alla pienezza della santità e all’apostolato non malgrado il loro trovarsi immersi nelle realtà temporali, ma proprio prendendo occasione e per mezzo di esse: una considerazione che costituisce il nucleo di quella spiritualità pienamente secolare che nei decenni precedenti il Vaticano II appariva per molti versi rivoluzionaria.

G. Philips ha infatti osservato che “presso molti cristiani è stato radicato a lungo il pregiudizio che la santità non potrebbe fiorire se non al riparo di un muro di convento” [12]. Benché “non si possa ragionevolmente accusare i religiosi di tale presunzione” [13], va osservato che il loro cammino di santificazione – e in modo particolare quello dei monaci – implica un particolare distacco dalle realtà temporali; un distacco che appartiene alla loro missione ecclesiale, nel senso di ricordare con esso la fugacità delle realtà terrene e di preannunciare la gloria celeste. Quando però questo distacco (questa fuga mundi, per dirlo con i termini della teologia medievale) venne erroneamente posto quale mezzo praticamente necessario per chiunque aspirasse alla santità – come a volte, in modo più o meno consapevole, è successo [14] –, il risultato fu logicamente quello di pensare che normalmente i laici non sono chiamati alla pienezza della vita cristiana, o almeno a una santità eccelsa, e che dovranno cercare di vivere le esigenze del Vangelo malgrado il fatto di trovarsi immersi nelle realtà temporali.

Si comprende così il motivo per cui, attraverso molti secoli, si è diffusa l’idea che la santità richiedesse quel distacco dagli impegni temporali che è proprio dello stato religioso, definito appunto come lo “stato di perfezione” per antonomasia [15], e quindi la convinzione – almeno inconscia – che i laici sono chiamati ad una santità “minore” [16].

2. Pericoli e tentazioni da superare

Le straordinarie doti di pastore e di guida spirituale che possedeva il Beato Josemaría lo portarono non solo a diffondere con grande vigore la chiamata alla santità, ma gli permisero inoltre di indicare con notevole maestria la rotta da seguire e il modo con cui superare gli ostacoli per avanzare verso quella meta.

Egli era infatti ben consapevole dei pericoli e delle tentazioni che devono superare coloro che, immersi nelle realtà secolari, desiderano avanzare sul cammino della santità. Nella memorabile [17] omelia Amare il mondo appassionatamente, pronunciata durante la Messa celebrata nel campus dell’Università di Navarra il 8 ottobre 1967 [18], egli si è riferito a tali pericoli e in particolare allo “spiritualismo disincarnato”, al “materialismo chiuso allo spirito” ed al “clericalismo”.

In questa omelia, e in numerosi altri suoi scritti, non si è limitato ad analizzare i pericoli, ma si è soffermato ad illustrare il modo con cui essi vanno superati. Per il superamento dei primi due pericoli, va riconosciuta un’importanza decisiva a quella che lui denomina “anima sacerdotale”; il clericalismo è invece evitato grazie alla “mentalità laicale”, che costituisce un’altra sua espressione originale.

Prima di esaminare il significato di tali espressioni, converrà precisare meglio in che cosa consistono i menzionati pericoli e tentazioni.

Per comprenderne il significato ecclesiologico si deve tener presente che la Chiesa “cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena, ed è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio” (GS 40). Ciò ha per i laici una rilevanza particolare, che il Concilio ha descritto ricordando che “essi vivono nel secolo, cioè implicati nei diversi impieghi e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e col fulgore della fede, della speranza e della carità” (LG 31).

La vocazione-missione dei laici è quindi fondamentalmente determinata dal loro pieno inserimento sia nella società civile, sia nella Chiesa. Essi sono “cittadini dell’una e dell’altra città” (GS 43) e, di conseguenza, costituiscono il punto nevralgico nell’intima connessione fra entrambe. Essi sono “mandati nel mondo”, ma “non sono del mondo” (Gv 17,18); Gesù si è rivolto al Padre dicendo: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno” (Gv 17,15). In questa prospettiva si comprende anche perché il Concilio ha osservato che “tale compenetrazione di città terrena e città celeste non può certo essere percepita se non con la fede; resta, anzi, il mistero della storia umana, che è turbata dal peccato fino alla piena manifestazione dello splendore dei figli di Dio” (GS 40).

Questo mistero della storia umana, turbata nel suo progredire dal peccato, si manifesta particolarmente nelle tentazioni a cui è sottoposta la missione – e quindi la spiritualità – dei laici. Infatti, l’intima connessione fra realtà terrene e realtà soprannaturali, che essi sono chiamati ad attuare nella loro vita quotidiana, si trova esposta ad un duplice pericolo: quello di separare i due ambiti e quello di confonderli. La separazione può avvenire a causa di due accentuazioni unilaterali: lo spiritualismo disincarnato e il materialismo chiuso allo spirito [19]. La confusione è invece una delle manifestazioni del clericalismo.

Con brevi ma incisivi tratti il Beato Josemaría ha illustrato lo spiritualismo disincarnato quale tendenza a “presentare la vita cristiana come qualcosa di esclusivamente ‘spirituale’ – spiritualista, voglio dire –, riservato a gente ‘pura’, eccezionale, che non si mescola alle cose spregevoli di questo mondo, o tutt’al più le tollera come una cosa a cui lo spirito è necessariamente giustapposto, finché viviamo sulla terra. Quando si ha questa visione delle cose, il tempio diventa il luogo per antonomasia della vita cristiana; essere cristiano vuol dire allora andare nel tempio, partecipare alle cerimonie sacre, abbarbicarsi a una sociologia ecclesiastica, in una specie di ‘mondo’ a parte, che si spaccia per l’anticamera del Cielo, mentre il mondo comune va per la sua strada. La dottrina del cristianesimo, la vita della grazia, passerebbero, dunque, appena sfiorando l’agitato procedere della storia umana, senza entrare in contatto con esso” [20].

L’esposizione dei diversi aspetti che compongono l’autentica visione cristiana della secolarità, e che – come si vedrà – gli permettono di superare tale spiritualismo, è introdotta nella menzionata omelia con parole vigorose: “In questa mattina di ottobre, nel momento in cui ci disponiamo a addentrarci nel memoriale della Pasqua del Signore, rispondiamo con un semplice ‘no’ a questa visione distorta del cristianesimo” [21].

Oltre al succitato pericolo dello spiritualismo, il Beato Josemaría prende in considerazione un altro errore che, pur essendo sotto certi aspetti simile ad esso, è meno estremo e, proprio per questo, può risultare più insidioso. Chi pensa che il distacco dalle realtà temporali costituisca una condizione necessaria per chiunque cerchi seriamente la santità, potrebbe essere indotto a quella doppia vita, che il Fondatore dell’Opus Dei descrive con la seguente testimonianza: “A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni Trenta, io solevo dire che dovevano saper materializzare la vita spirituale. Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione – così frequente allora, e anche oggi – di condurre una specie di doppia vita: da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall’altra, come una cosa diversa e separata, la vita familiare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene” [22]. Egli, con altrettanto vigore di quanto visto poc’anzi, introduce i successivi spunti tesi a superare una simile tentazione: “No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere – nell’anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali”. E, in modo lapidario, conclude: “Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai” [23].

Nell’omelia Amare il mondo appassionatamente, Josemaría Escrivá fa riferimento inoltre “ai materialismi chiusi allo spirito” [24]. Si tratta, per così dire, dell’errore opposto allo spiritualismo disincarnato, ossia l’errore di “coloro che pensano di potersi immergere talmente negli affari della terra, come se questi fossero estranei del tutto alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali” (GS 43). Ciò porta al secolarismo, un fenomeno che si esprime con diverse sfumature, che non è ora possibile analizzare. Basti ricordare che l’esortazione apostolica Christifideles laici (1988) ne ha sottolineato l’incidenza, osservando che oggi spesso “l’uomo taglia le radici religiose che sono nel suo cuore: dimentica Dio, lo ritiene senza significato per la propria esistenza, lo rifiuta ponendosi in adorazione dei più diversi ‘idoli’. È veramente grave il fenomeno attuale del secolarismo: non riguarda solo i singoli, ma in qualche modo intere comunità” (n. 4).

Una diffusa manifestazione del secolarismo la si osserva in quel laicismo, nel quale i valori religiosi sono esplicitamente rifiutati ovvero vengono relegati nel chiuso recinto delle coscienze e nella penombra dei templi, senza alcun diritto a penetrare ed influenzare la vita sociale dell’uomo.

Oltre a queste manifestazioni, per così dire, estreme del secolarismo, va ricordato anche il diffondersi, nella vita di molti cristiani, di un secolarismo pratico, che offusca gli ideali di santità e sospinge verso l’indifferentismo religioso. Il fatto di trovarsi immersi nelle realtà secolari può facilmente portare a lasciarsi coinvolgere da ambizioni puramente umane, occultando il senso soprannaturale dell’esistenza. Tale fenomeno è causato dalle tentazioni che provengono dal mondo stesso, dato che – come il Signore ci avvertì – “la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22); di conseguenza Paolo esorta: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (Rm 12,2). Ma oltre alle tentazioni che provengono dal mondo, va anche considerato, che “un motivo, il più profondo, è in noi stessi: non siamo convertiti e non siamo perciò liberi di fronte alle cose; esse conservano per noi il carattere ambiguo dovuto alla cupidigia e al disordine con cui ci accostiamo ad esse in seguito al peccato. Per questo, hanno il potere di distrarci e di irretirci e noi ci smarriamo così facilmente in esse” [25].

Riguardo al termine clericalismo, va osservato che indica innanzitutto quel fenomeno caratterizzato dalle intromissioni dei chierici nell’ambito civile [26]. Esso manifesta una confusione fra i due ambiti, che provoca indebite intromissioni di un ambito nell’altro a causa di un insufficiente riconoscimento della legittima autonomia delle realtà temporali. Clericalismo è quindi ogni uso della potestà sacra per fini temporali o il voler servirsi della Chiesa per trarne vantaggi nell’ambito civile.

Il Beato Josemaría fa un uso analogico del termine. Esso viene riferito ai laici, nei quali può manifestarsi un fenomeno del tutto simile a quanto descritto nei confronti dei chierici, nel senso che si tratterebbe comunque di servirsi della Chiesa a fini temporali, non rispettando la legittima autonomia dell’ambito secolare.

Descritti i pericoli a cui deve far fronte una spiritualità pienamente secolare, è giunto il momento di analizzare il valore e l’importanza di quanto il Beato Josemaría chiama “anima sacerdotale” e “mentalità laicale”.

3. Per evitare spiritualismo e materialismo: il valore delle realtà secolari e l’anima sacerdotale

Per non cadere in uno spiritualismo disincarnato egli esorta a “materializzare la vita spirituale” [27] e ricorda che “il senso cristiano autentico – che professa la risurrezione della carne – si è sempre opposto, come è logico, alla disincarnazione, senza tema di essere tacciato di materialismo. È consentito, pertanto, parlare di un materialismo cristiano, che si oppone audacemente ai materialismi chiusi allo spirito” [28].

Ciò implica l’apprezzamento del valore cristiano delle realtà secolari. La bontà originaria e l’apertura alla trascendenza della “materia e delle situazioni che sembrano più comuni” [29] sono riscoperte grazie alla luce che promana dall’opera creatrice, redentrice e ricapitolante di Cristo, contemplate con la coscienza viva della loro intima unità nel disegno divino.

È questa una delle caratteristiche che contraddistinguono la fede cristiana da tanti altri atteggiamenti religiosi nei quali affiora, in un modo o nell’altro, una specie di diffidenza, se non addirittura di rifiuto, di tutto ciò che è materiale: nello stoicismo, nei platonismi e gnosticismi, ma anche nel buddismo e nell’induismo sembra cadere un’ombra sulla vita temporale. Proprio qui emerge la novità assoluta del cristianesimo: Dio si fa uomo e assume tutto ciò che è umano, storico, materiale, trasformandolo in mezzo di espressione dell’amore di Dio, in cammino di santità e di redenzione.

Alla luce della fede, il Beato Josemaría ha così approfondito la portata teologica di quella “indole secolare” (LG 31) che il Vaticano II riconoscerà quale caratteristica propria e peculiare dei laici. Con grande insistenza ricordava Josemaría Escrivá ai suoi ascoltatori “che è la vita ordinaria il vero luogo della vostra esistenza cristiana” e che, quindi, “è in mezzo alle cose più materiali della terra che ci dobbiamo santificare” [30]. “Sappiatelo bene – aggiungeva –: c’è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire” [31].

Queste ultime parole mostrano come il “materialismo cristiano” proposto dal Beato Josemaría non si contrappone solo allo spiritualismo disincarnato, ma anche al materialismo chiuso allo spirito. Egli comprese infatti che l’indole secolare – o secolarità – propria dei laici non costituisce semplicemente un dato esteriore e ambientale, ma possiede una dimensione teologica e vocazionale. Ciò è ribadito dalla Christifideles laici quando afferma che nella situazione intramondana in cui si trovano i laici, “Dio manifesta il suo disegno e comunica la particolare vocazione di ‘cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio’ (LG 31)” (n. 15).

L’apertura allo Spirito che, in virtù della grazia, trasforma ed eleva le realtà secolari, implica quindi una chiamata rivolta ai laici, affinché scoprano quel “qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni” [32]. Traspare qui la realtà del sacerdozio comune, sacerdozio che viene attuato da ogni fedele secondo le peculiarità della propria vocazione. Per i laici – caratterizzati dalla loro propria indole secolare – ciò significa che essi sono chiamati a esercitarlo “nei diversi impieghi e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale [...]. A loro particolarmente spetta quindi di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore” (LG 31).

Il fondatore dell’Opus Dei, coniando l’espressione anima sacerdotale [33], ha sottolineato l’aspetto operativo e spirituale della realtà ontologico-sacramentale del sacerdozio comune nella vita dei fedeli. Dal punto di vista linguistico, ne viene così evidenziato il principio vitale interno che tende ad informare ogni azione del cristiano [34]. Ecco una delle sue esortazioni in cui ciò è reso palese: “Se agisci – vivi e lavori – al cospetto di Dio, per ragioni d’amore e di servizio, con anima sacerdotale, anche se non sei sacerdote, tutto il tuo agire acquista un genuino senso soprannaturale, che mantiene tutta la tua vita unita alla fonte di tutte le grazie” [35]. Infatti, egli ha anche osservato che “ci è stato dato un principio nuovo di energia, una radice potente innestata al Signore” [36]. “Si comprende allora come la Messa sia il centro e la radice della vita spirituale del cristiano” [37].

In tal senso, egli ricordava che tutti “i compiti civili, materiali, temporali della vita umana”, “lo sconfinato panorama del lavoro”, “le situazioni più comuni” [38], “pure ciò che sembra più prosaico” [39], tutto ciò va incluso nel “moto ascensionale che lo Spirito Santo, diffuso nei nostri cuori, vuole provocare nel mondo: dalla terra, fino alla gloria del Signore” [40]; moto ascensionale che tende a “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1,10). In virtù dell’anima sacerdotale il cristiano è quindi chiamato a santificare il lavoro, a santificarsi nel lavoro e a santificare gli altri con il lavoro. Tutta la sua esistenza si trasforma così in orazione e in apostolato [41].

Ciò evidentemente sarà possibile – è stato spesso ricordato da Josemaría Escrivá – solo se si ha una profonda vita contemplativa, un rapporto intimo e continuo con Dio, che sviluppa “l’istinto soprannaturale di purificare tutte le azioni, di elevarle all’ordine della grazia e di farle diventare strumenti d’apostolato” [42].

In diverse occasioni il Beato Josemaría ha inoltre sottolineato che la fede e la vocazione battesimale coinvolgono tutta la vita. Così, per esempio, egli ha ricordato che “noi tutti, con il battesimo, siamo stati costituiti sacerdoti della nostra stessa esistenza, ‘per offrire vittime spirituali’, ben accette a Dio, ‘per mezzo di Cristo’ (1 Pt 2,5), per compiere ciascuna delle nostre azioni in spirito di obbedienza alla volontà di Dio, perpetuando così la missione dell’Uomo-Dio” [43].

In questa prospettiva, egli affermava con frase suggestiva che “la vocazione cristiana consiste nel trasformare in endecasillabi la prosa quotidiana. Il cielo e la terra, figli miei, sembra che si uniscano laggiù, sulla linea dell’orizzonte. E invece no, è nei vostri cuori che si fondono davvero, quando vivete santamente la vita ordinaria...” [44].

In un’intervista concessa nel 1968, egli ha accennato ad una delle principali esperienze soprannaturali con cui il Signore precisò ulteriormente l’illuminazione fondante del 2 ottobre 1928: “Da tanti anni a questa parte, fin dalla stessa fondazione dell’Opus Dei, io ho meditato e fatto meditare alcune parole di Cristo riportate da san Giovanni: Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. Cristo, morendo sulla Croce, attrae a sé l’intera creazione, e, nel suo nome, i cristiani, lavorando in mezzo al mondo, devono riconciliare tutte le cose con Dio” [45]. A più riprese egli commentò questa intuizione nella quale traspare una profonda consapevolezza della dimensione sacerdotale che caratterizza la vita dei fedeli, “il significato salvifico della secolarità cristiana e, di conseguenza, il cammino per santificarla” [46].

Mons. Álvaro del Portillo, primo suo successore alla guida dell’Opus Dei, ha sintetizzato questo insegnamento del Fondatore, affermando che “anima sacerdotale – anima desiderosa di far fruttare in opere il sacerdozio spirituale ricevuto – vuol dire spirito apostolico, ansia di servizio, impegno nel trasformare le azioni più normali di ogni giorno, le relazioni familiari e sociali, il lavoro professionale ordinario, in occasioni efficaci di incontro filiale e continuo con Dio” [47].

Il Beato Josemaría si sentiva particolarmente attratto da quanto ha insegnato e vissuto san Paolo, apprezzandone soprattutto l’impegno nell’imitare il Signore, nell’avere “gli stessi sentimenti che furono in Cristo” (Fil 2,5). Egli scorgeva nell’Apostolo un luminoso esempio di anima sacerdotale e apostolica, che emerge ad esempio quando scrive ai Corinzi: “Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1 Cor 9,22); o quando afferma: “Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime” (2 Cor 12,15).

In questa luce, il Beato Josemaría ha spesso ricordato che l’avere un’anima sacerdotale implica amore alla Croce, anelito di diffondere ovunque quel fuoco d’amore che Gesù è venuto a portare sulla terra (cfr. Lc 12,49), sapendosi chiamati a essere, in un certo senso, corredentori con Lui. “Qui trova fondamento la responsabilità apostolica dell’anima sacerdotale, che sente l’urgenza divina, battesimale, di corredimere con Cristo” [48]. Nella misura in cui l’uomo si unisce a Cristo partecipa della sua universale missione salvifica. Ogni attività del cristiano acquista allora una dimensione apostolica, dato che – come insegna il Vaticano II – “rende partecipi tutti gli uomini della redenzione salvifica e, per mezzo di essi, ordina effettivamente il mondo intero a Cristo” [49].

Il Beato Josemaría ha così indicato la rotta per evitare lo spiritualismo disincarnato e il secolarismo chiuso allo spirito, due scogli che, come i mitici Scilla e Cariddi, minacciano di farci naufragare attirandoci verso di loro. La sintesi fra i diversi aspetti finora considerati è contenuta nel seguente testo: “Unire il lavoro professionale con la lotta ascetica e con la contemplazione – cosa che può sembrare impossibile ma che invece è necessaria per contribuire a riconciliare il mondo con Dio – e trasformare il lavoro ordinario in mezzo di santificazione personale e di apostolato: non è forse questo un ideale nobile e grande per il quale vale la pena spendere la vita?” [50]. Traspare in queste parole quella “unità di vita”, di cui parlò il Beato Josemaría a partire almeno dal 1931, e con la quale sintetizzò l’esperienza spirituale propria dell’Opus Dei [51].

4. Il pericolo del clericalismo e il suo antidoto: la mentalità laicale

L’intima connessione che i laici sono chiamati ad attuare nella vita quotidiana fra le realtà terrene e la fede è insidiata, oltre che dallo spiritualismo e dal secolarismo, anche dal clericalismo. Se la minaccia delle prime due è quella di separare i due ambiti, il clericalismo tende invece a confonderli, a provocare indebite intromissioni a causa di un insufficiente riconoscimento della legittima autonomia delle realtà temporali. In una Lettera del 1954, il Beato Josemaría ha messo fra l’altro in rilievo l’autonomia dei due ambiti auspicando che non ci siano “sacerdoti che invadano il campo di competenza dei laici né laici che si intromettano negli affari riservati ai sacerdoti” [52].

Tale autonomia è stata poi chiaramente affermata dal Vaticano II, riconoscendo la libertà e la responsabilità che spettano a ciascuno nel risolvere i problemi dell’ambiente in cui opera. Una libertà che non significa assenza di riferimento al Creatore, dato che implica sempre il desiderio di cogliere la Volontà di Dio in ogni circostanza della vita.

Ciò viene affermato soprattutto dalla Gaudium et spes quando insegna che “se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte” (GS 36) [53].

Da questi principi dottrinali derivano conseguenze pratiche per l’atteggiamento dei laici e per quello dei pastori. Riguardo ai primi, il Concilio li esorta a non pensare che i loro pastori “possano avere pronta una soluzione concreta ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, ciò che succede abbastanza spesso e legittimamente. E se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa” (GS 43).

Riguardo ai pastori, va ricordato che la Lumen gentium li esorta “a riconoscere e a promuovere la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa”, e aggiunge: “Con rispetto poi i pastori riconosceranno quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre” (LG 37).

L’errore del clericalismo è stato messo in luce da Josemaría Escrivá come quello di colui che dice di scendere “dal tempio al mondo per rappresentare la Chiesa, e che le sue scelte sono le soluzioni cattoliche di quei problemi” [54]. Con la sua consueta energia aggiunse: “Questo non va, figli miei! Un atteggiamento del genere sarebbe clericalismo, cattolicesimo ufficiale o come volete chiamarlo. In ogni caso, vuol dire violentare la natura delle cose” [55].

In contrapposizione al clericalismo egli auspica una mentalità laicale [56] con cui intende esprimere la forma mentis, il modo di vedere le realtà secolari alla luce della fede, riconoscendo e rispettando il loro valore. Alcune caratteristiche di questa mentalità laicale si trovano sintetizzate nel seguente testo: “Dovete diffondere dappertutto una vera mentalità laicale, che deve condurre a tre conclusioni: a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità; a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono – nelle materie opinabili – soluzioni diverse da quelle che sostiene ciascuno di noi; e a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane” [57].

Lo spirito di libertà [58] e di responsabilità che caratterizza la mentalità laicale è qui contemplato sotto tre punti di vista:

– quello individuale (“addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità”) [59];
– quello intersoggettivo (rispetto del legittimo pluralismo “dei fratelli nella fede”) [60];
– quello nei confronti della Chiesa (non immischiare la Chiesa “in partigianerie umane”) [61].

L’importanza che il fondatore dell’Opus Dei riconosce alla libertà e responsabilità personale si manifesta nelle frasi che vengono subito dopo le tre succitate considerazioni: “È evidente che, in questo terreno, come in tutti, voi non potreste realizzare questo programma di vivere santamente la vita ordinaria, se non fruiste di tutta la libertà che vi viene riconosciuta sia dalla Chiesa che dalla vostra dignità di uomini e di donne creati a immagine di Dio. La libertà personale è essenziale nella vita cristiana. Ma non dimenticate, figli miei, che io parlo sempre di una libertà responsabile.

“Interpretate quindi le mie parole per quello che sono: un appello all’esercizio – tutti i giorni! e non solo nelle situazioni di emergenza – dei vostri diritti; e all’esemplare compimento dei vostri doveri di cittadini – nella vita politica, nella vita economica, nella vita universitaria, nella vita professionale – addossandovi coraggiosamente tutte le conseguenze delle vostre libere decisioni, assumendo la responsabilità dell’indipendenza personale che vi spetta. E questa cristiana mentalità laicale vi consentirà di evitare ogni intolleranza e ogni fanatismo [62], ossia – per dirlo in modo positivo – vi farà convivere in pace con tutti i vostri concittadini e favorire anche la convivenza nei diversi ordini della vita sociale” [63].

Ricordando che nell’omelia da cui sono tratte queste citazioni il Beato Josemaría si rivolge ai laici, si comprende perché egli non si soffermi a considerare che il clericalismo costituisce un pericolo anche per i sacerdoti. Vale comunque la pena ricordare che in altre occasioni egli ha avvertito energicamente anche l’esistenza di tale pericolo o tentazione [64]. In un’intervista concessa nell’ottobre del 1967 egli faceva notare che, malgrado i solenni insegnamenti del Vaticano II, persiste l’idea dell’apostolato dei laici come di una attività pastorale “organizzata dall’alto” e ricordava che il laicato non può essere considerato quale “longa manus Ecclesie [65].

Per superare questa erronea visione del ruolo dei ministri sacri, egli ha sottolineato in diverse occasioni che il sacerdozio ministeriale è essenzialmente un servizio al sacerdozio comune dei fedeli che sono, nella stragrande maggioranza, fedeli laici. Nella prospettiva di tale servizio, egli ha auspicato che anche i sacerdoti abbiano mentalità laicale. Così, in occasione di un’ordinazione di presbiteri dell’Opus Dei, osservava: “Diventano sacerdoti per servire. Non per comandare, non per brillare, ma per donarsi – in un silenzio incessante e divino – al servizio di tutte le anime. Una volta ordinati sacerdoti, non si lasceranno trascinare dalla tentazione di imitare le occupazioni e il lavoro dei laici, ancorché tali compiti siano loro ben noti per averli svolti fino a ora e per avere consolidato in essi una mentalità laicale che non perderanno mai più.

“La loro competenza nei vari settori del sapere umano – storia, scienze naturali, psicologia, diritto, sociologia – benché sia una componente necessaria alla loro mentalità laicale, non li indurrà a presentarsi con la patente di sacerdoti-psicologi, di sacerdoti-biologi, di sacerdoti-sociologi...; ricevono il Sacramento dell’Ordine per essere – né più né meno – sacerdoti-sacerdoti, sacerdoti al cento per cento” [66].

Il Beato Josemaría auspicava che i sacerdoti avessero mentalità laicale, affinché sappiano, anzitutto, rispettare il compito proprio dei fedeli laici, senza intromettersi indebitamente e senza considerarli una longa manus della Gerarchia; la mentalità laicale, inoltre, permette ai presbiteri di valorizzare, di comprendere a fondo – si potrebbe dire “per connaturalità” – la bellezza, ma anche le difficoltà del compito specifico dei fedeli che si trovano pienamente inseriti nelle realtà secolari.

La mentalità laicale contribuisce a far scoprire il valore cristiano delle realtà secolari e quindi del lavoro, occasione e mezzo di santificazione. Riguardo ai sacerdoti, il Beato Josemaría ha ricordato che anche loro sono chiamati a santificarsi nel proprio lavoro quotidiano, quel lavoro pastorale che ha caratteristiche specifiche, ma che anch’esso ovviamente può e deve venir considerato occasione e mezzo di santificazione.

Al riguardo, risulta significativa la seguente testimonianza di Mons. A. del Portillo: “Vorrei solo riferire qui – come uno fra tanti altri vivi ricordi – la grande gioia con cui il fondatore dell’Opus Dei, instancabile predicatore della necessità di essere ‘contemplativi in mezzo al mondo’, lesse questo paragrafo della costituzione Lumen gentium, scritto in risposta all’obiezione che le occupazioni del ministero potrebbero essere di impedimento alla ricerca della santità: ‘[I sacerdoti] anziché essere ostacolati alla santità dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo di esse a una maggiore santità, nutrendo e dando slancio con l’abbondanza della contemplazione alla propria attività, per il conforto di tutta la Chiesa di Dio’ (LG 41)” [67].

Perciò il Beato Josemaría a ragione additava la santificazione del lavoro “il cardine della vera spiritualità per tutti noi che – immersi nelle realtà terrene – siamo decisi a coltivare un intimo rapporto con Dio” [68].

5. L’intima connessione fra anima sacerdotale e mentalità laicale

Il Beato Josemaría ha non solo saputo sintetizzare con le espressioni “anima sacerdotale” e “mentalità laicale” due aspetti di grande rilievo per la vita del cristiano, ma ha anche messo in evidenza la loro intima connessione e complementarità. Egli le menziona spesso insieme e in diverse occasioni ha fatto notare che la vocazione all’Opus Dei porta ad avere “anima veramente sacerdotale e mentalità pienamente laicale [69].

Il significato della complementarità di anima sacerdotale e mentalità laicale può spiegarsi ricordando che il cristiano inserito nelle realtà temporali è chiamato a realizzare una sintesi vitale. Si tratta di ricondurre tutto a Dio (anima sacerdotale), ma al contempo va rispettata la natura propria di ogni cosa e la libertà di ogni persona (mentalità laicale).

La complementarità fra entrambe si può evidenziare osservando la loro reciproca implicazione. Una mentalità laicale che non fosse informata dall’anima sacerdotale porterebbe al laicismo o al materialismo chiuso allo spirito, viceversa un’anima sacerdotale che non si esprimesse secondo la mentalità laicale porterebbe al clericalismo [70].

L’anima sacerdotale tende a stabilire l’unità fra realtà terrene e soprannaturali [71], superando la scissione che può derivare dallo spiritualismo disincarnato o dal materialismo chiuso allo spirito; la mentalità laicale garantisce invece che l’unità fra realtà terrene e soprannaturali non porti a delle confusioni fra i due ambiti, evitando quelle indebite intromissioni che si osservano nel clericalismo.

In definitiva, si può dire che proprio in virtù dell’anima sacerdotale e della mentalità laicale il fedele è in grado di cogliere e di attuare il valore cristiano delle realtà secolari nel piano di Dio. In tal senso si è espresso Mons. Álvaro del Portillo, osservando che la dimensione cristiana della secolarità “può anche essere considerata come l’unione armonica di anima sacerdotale e mentalità laicale” [72].

La connessione fra anima sacerdotale e mentalità laicale farà sì che l’agire apostolico del laico sia caratterizzato da uno stile pienamente laicale. In diversi modi il Beato Josemaría ha esposto queste idee; in un’omelia, ad esempio, diceva: “L’apostolato cristiano – mi riferisco in concreto a quello di un comune cristiano, di un uomo o di una donna che vivono come uno dei tanti tra i loro simili – è una grande catechesi in cui, mediante il rapporto personale, l’amicizia leale e autentica, si risveglia negli altri la sete di Dio e li si aiuta a scoprire orizzonti nuovi: con naturalezza, con semplicità – vi dicevo – con l’esempio di una fede ben vissuta, con la parola amabile, ma piena della forza della verità divina” [73].

Anche nelle esigenze che descriveva il Beato Josemaría affinché il lavoro possa essere santificato, si può osservare l’intima connessione fra anima sacerdotale e mentalità laicale. Egli ha ripetutamente ricordato che, la santificazione del lavoro richiede due presupposti: che esso sia umanamente ben fatto (conformemente alla mentalità laicale [74]), e che sia inoltre fatto con e per amore di Dio e agli uomini (conformemente all’anima sacerdotale). Così si è espresso in un’intervista concessa nel 1967: “Quel che ho sempre insegnato – da quarant’anni a questa parte – è che ogni lavoro umano onesto, sia intellettuale che manuale, deve essere realizzato dal cristiano con la massima perfezione possibile: vale a dire con perfezione umana (competenza professionale) e con perfezione cristiana (per amore della volontà di Dio e al servizio degli uomini). Infatti, svolto in questo modo, quel lavoro umano, anche quando può sembrare umile e insignificante, contribuisce a ordinare in senso cristiano le realtà temporali – manifestando la loro dimensione divina – e viene assunto e incorporato all’opera mirabile della Creazione e della Redenzione del mondo. In tal modo il lavoro viene elevato all’ordine della grazia e si santifica: diventa opera di Dio, operatio Dei, opus Dei [75].

Il valore che il fondatore dell’Opera riconosceva all’unione fra anima sacerdotale e mentalità laicale si può facilmente apprezzare da quanto scrisse in occasione della prima ordinazione sacerdotale di membri dell’Opera, avvenuta il 25 giugno 1944. Egli commentava quell’evento, iniziando così una Lettera indirizzata ai membri dell’Opus Dei: “Dopo l’ordinazione di sacerdoti nella nostra Opera, voglio che penetri in profondità nella mente e nel cuore di tutti i miei figli, sacerdoti e laici, qualcosa che non può assolutamente considerarsi come accidentale, dato che costituisce il perno e il fondamento della nostra vocazione divina.

“In tutto e sempre dobbiamo avere – tanto noi sacerdoti quanto i laici – anima veramente sacerdotale e mentalità pienamente laicale, in modo da poter apprezzare e attuare nella nostra vita personale tutta la libertà che ci spetta nell’àmbito della Chiesa e in quello delle realtà temporali, considerandoci allo stesso tempo cittadini della città di Dio e cittadini della città degli uomini” [76].

In queste considerazioni si avverte un altro aspetto di notevole rilevanza ecclesiologica. Quando il Beato Josemaría parla della necessità di avere anima sacerdotale e mentalità laicale non si riferisce solo ai fedeli laici, ma anche ai ministri sacri. Ciò favorisce infatti il servizio che i presbiteri sono chiamati ad offrire al sacerdozio comune dei fedeli laici, riconoscendo la specifica vocazione-missione di costoro [77], e contribuisce altresì a quella organica cooperazione che deve esserci tra ministri sacri e fedeli laici [78].

Una simile riflessione si avverte, ad esempio, in altre sue parole: “Se il lavoro dell’Opera è eminentemente laicale e, allo stesso tempo, il sacerdozio informa tutto con il suo spirito; se il lavoro dei laici e quello dei sacerdoti si completano e diventano reciprocamente più efficaci, è un’esigenza della nostra vocazione che in tutti i soci dell’Opera si manifesti quest’intima unione tra i due elementi, cosicché ciascuno di noi abbia anima veramente sacerdotale e mentalità pienamente laicale [79].

Termino ricordando brevemente gli spunti di maggior rilevanza ecclesiologica che si trovano coinvolti nelle due espressioni del Beato Josemaría qui esaminate. L’unità tra la fede e la vita quotidiana è promossa anzitutto grazie alla considerazione del valore cristiano delle realtà secolari e alla piena valorizzazione dell’anima sacerdotale, in virtù della quale i fedeli partecipano alla ricapitolazione di ogni realtà terrena in Cristo e alla missione apostolica. Al contempo, per evitare che l’unità fra le realtà secolari e l’ambito soprannaturale porti ad una loro confusione con indebite intromissioni di un ambito nell’altro, egli ha ricordato l’importanza di una mentalità laicale, che garantisce la legittima autonomia delle realtà secolari, promuovendo inoltre un autentico spirito di libertà, di responsabilità, di rispetto per ogni legittimo pluralismo e di servizio disinteressato alla Chiesa.

Il Santo Padre ha ricordato la necessità di porre la santità “a fondamento della programmazione pastorale che ci vede impegnati all’inizio del nuovo millennio” [80]. In tale prospettiva, risultano di grande attualità e valore gli spunti offerti dal fondatore dell’Opus Dei per sviluppare un’autentica spiritualità secolare – nella quale la fede informa l’intelligenza ed il cuore – che incide in profondità su ogni aspetto della vita quotidiana e promuove quella inculturazione della fede di primaria importanza per la nuova evangelizzazione a cui tutti devono sentirsi chiamati e coinvolti.

[1] BEATO J. ESCRIVÁ, Lettera 24-III-1930, n. 2, citata da A. De Fuenmayor, V. Gómez Iglesias, J.L. Illanes, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei. Storia e difesa di un carisma, ed. Giuffrè, Milano 1991, p. 75. Con forza egli riprendeva questa idea in Cammino, ed. Ares, Milano 2000, n. 291: “Anche tu hai l’obbligo di santificarti: sì, anche tu. Chi pensa che la santità sia un dovere esclusivo di sacerdoti e di religiosi? A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: ‘Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio che è nei cieli’”. Va notato che Cammino è stato pubblicato per la prima volta nel 1939.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Gesù vivo e presente nel nostro quotidiano cammino, Omelia della Messa celebrata il 19.VIII.1979, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II/2, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1979, p. 142.

[3] Ecco due affermazioni conciliari in cui ciò è particolarmente manifesto: “È chiaro dunque a tutti, che tutti i fedeli di qualsiasi stato o condizione sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG 40). “Tutti i fedeli quindi si santificheranno ogni giorno di più nelle loro condizioni di vita, nei loro doveri e circostanze” (LG 41).

[4] Egli, quale segretario aggiunto della Commissione Teologica del Vaticano II, fu uno degli esperti che maggiormente contribuirono alla redazione della Lumen gentium.

[5] G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero. Storia, testo e commento della Lumen Gentium, ed. Jaca Book, Milano 1986 (originale francese 1968), p. 419.

[6] GIOVANNI PAOLO II, nell’esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (1988), ha osservato che nel periodo postconciliare i laici sono stati sottoposti alla “tentazione di riservare un interesse così forte ai servizi e ai compiti ecclesiali, da giungere spesso a un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico” (n. 2). Nello stesso testo il Papa è ritornato sull’argomento rilevando in senso critico una “tendenza alla ‘clericalizzazione’ dei fedeli laici” (n. 23).

[7] BEATO J. ESCRIVÁ, Colloqui con Monsignor Escrivá, ed. Ares, Milano 1987 5, n. 21.

[8] GIOVANNI PAOLO II, Costituzione apostolica Ut sit, in AAS 75 (1983), p. 423.

[9] BEATO J. ESCRIVÁ, La vocazione cristiana, Omelia pronunciata il 2 dicembre 1951, in Idem, È Gesù che passa, ed. Ares, Milano 1988, n. 1.

[10] Ricordo una delle sue numerose affermazioni in cui evidenzia questo aspetto: “L’appello di Cristo è rivolto a tutti e singoli i cristiani. Nessuno è dispensato: né per ragioni di età, né di salute, né di attività. Non ci sono scuse. O diamo frutti di apostolato, o la nostra fede è sterile”: Amici di Dio, ed. Ares, Milano 1999, n. 272.

[11] Una delle caratteristiche dell’insegnamento del Beato Josemaría Escrivá è l’aver sottolineato che santità e apostolato costituiscono due aspetti inscindibili della vocazione cristiana. Così lo ha spiegato, ad esempio, in una Omelia: “Per il cristiano, l’apostolato è un fatto connaturale alla sua condizione; non è qualcosa di aggiunto, di sovrapposto, di estrinseco alla sua attività quotidiana, al suo lavoro professionale. L’ho ripetuto incessantemente, da quando il Signore volle che nascesse l’Opus Dei: bisogna santificare il lavoro ordinario, santificarsi in esso e santificare gli altri attraverso l’esercizio della propria professione, vivendo ciascuno nel proprio stato”: È Gesù che passa, op. cit., n. 122. Sul tema cfr. I. de Celaya, Unidad de vida y plenitud cristiana, in AA.VV., Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer y el Opus Dei. En el 50 aniversario de su fundación, Ediciones Universidad de Navarra, Pamplona 1985, p. 334.

[12] G. PHILIPS, La Chiesa e il suo mistero, op. cit., p. 395.

[13] Ibidem.

[14] Sul tema cfr. F. VANDENBROUCKE, La spiritualità del Medioevo, ed. Borla, Bologna 1991, p. 453.

[15] Va notato che tale espressione non è mai usata dal Vaticano II.

[16] In epoche passate si tendeva infatti a deputare “alla ‘vita di santità’ monaci, religiosi e diverse categorie di persone pie, mentre i fedeli in genere sembravano troppo esposti ai compromessi col mondo per aspirare a qualcosa di meglio che ‘restare in regola’ con le esigenze di una pratica molto fiacca, di un minimum indispensabile”: M. LABOURDETTE, Universale vocazione alla santità nella Chiesa, in AA.VV., La Chiesa del Vaticano II, a cura di G. BARAÚNA, ed. Vallecchi, Firenze 1965, p. 1045. Sul tema cfr. anche G. TORELLÓ, La santità dei laici, in AA.VV., Chi sono i laici. Una teologia della secolarità, ed. Ares, Milano 1987, soprattutto pp. 90-97.

[17] Memorabile non solo per le circostanze esterne _ vi parteciparono circa trentamila persone e per molte di esse era il primo incontro con il fondatore dell’Opus Dei _, ma soprattutto perché in questa occasione egli tratteggiò _ con grande vigore e talento pedagogico _ quella teologia della secolarità che costituisce un tema centrale nel messaggio da lui instancabilmente diffuso fin dal 1928.

[18] BEATO J. ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente, omelia pubblicata in Colloqui, op. cit., nn. 113-123. Le citazioni dell’omelia seguiranno la numerazione dei paragrafi di questo libro. Circa la struttura e il contenuto teologico centrale dell’omelia cfr. P. RODRÍGUEZ, Santità nella vita quotidiana. “Amare il mondo appassionatamente”: 25º Anniversario, in “Studi Cattolici” 381 (1992) 717-729; versione spagnola: Vivir santamente la vida ordinaria. Consideraciones sobre la homilía pronunciada por el Beato Josemaría Escrivá de Balaguer en el campus de la Universidad de Navarra (8.X.67), in AA.VV., Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, ed. Universidad de Navarra, Pamplona 1993, pp. 225-258. Una riflessione teologica su questa omelia è offerta anche da A. ARANDA, “El bullir de la sangre de Cristo”. Estudio sobre el cristocentrismo del Beato Josemaría Escrivá, ed. Rialp, Madrid 2000, pp. 263-277.

[19] Il duplice pericolo che porta alla menzionata separazione è stato chiaramente additato dal Vaticano II quando ha fatto notare: “Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno. Al contrario, però, non sono meno in errore coloro che pensano di potersi immergere talmente negli affari della terra, come se questi fossero estranei del tutto alla vita religiosa, la quale consisterebbe, secondo loro, esclusivamente in atti di culto e in alcuni doveri morali. La separazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo” (GS 43).

[20] BEATO J. ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 113.

[21] Ibidem.

[22] Ibidem, n. 114.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem, n. 115.

[25] R. CANTALAMESSA, La Parola e la vita: riflessioni sulla Parola di Dio delle Domeniche e delle Feste dell’anno. Anno A, ed. Città Nuova, Roma 1992 7, p. 114.

[26] Sul fenomeno del clericalismo cfr. H. JEDIN, Origini medievali del clericalismo, in Idem, Chiesa della fede. Chiesa della storia. Saggi scelti, Brescia 1972, pp. 91-110.

[27] BEATO J. ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 114.

[28] Ibidem, n. 115.

[29] Ibidem, n. 114.

[30] Ibidem, n. 113.

[31] Ibidem, n. 114.

[32] Ibidem.

[33] Sul tema cfr. M.M. OTERO, El “alma sacerdotal” del cristiano, in AA.VV., Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer y el Opus Dei, op. cit., pp. 277-302.

[34] Ciò è stato ben rilevato da J.L. ILLANES, El cristiano “alter Christus _ ipse Christus”. Sacerdocio común y sacerdocio ministerial en la enseñanza del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, in Aa.Vv., Biblia exégesis y cultura. Estudios en honor del prof. José María Casciaro, a cura di G. ARANDA, C. BASEVI e J. CHAPA, ed. Eunsa, Pamplona 1994, pp. 615-616.

[35] BEATO J. ESCRIVÁ, Forgia, ed. Ares, Milano 2000, n. 369.

[36] Idem, È Gesù che passa, op. cit., n. 155.

[37] Affermazione che il Beato ricordava con frequenza; così, ad esempio, in È Gesù che passa, op. cit., n. 87.

[38] Idem, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 114.

[39] Ibidem, n. 115.

[40] Ibidem.

[41] Fra l’altro egli ha scritto: “Un’ora di studio, per un apostolo moderno, è un’ora d’orazione”: Cammino, ed. Ares, Milano 2000, n. 335. Considerazione ripresa e sviluppata in molte occasioni, come nella seguente: “Non c’è lavoro umano che non sia santificabile, che non sia occasione di santificazione personale e mezzo per collaborare con Dio alla santificazione di coloro che ci circondano. Il lavoro così fatto è orazione. Lo studio così fatto è orazione. La ricerca scientifica così fatta è orazione. Tutto converge verso una sola realtà: tutto è orazione, tutto può e deve portarci a Dio, alimentando un rapporto continuo con Lui, dalla mattina alla sera. Ogni onesto lavoro può essere orazione; e ogni lavoro che è orazione, è apostolato. In tal modo l’anima si irrobustisce in un’unita di vita semplice e forte”: È Gesù che passa, op. cit., n. 10.

[42] BEATO J. ESCRIVÁ, Lettera del 2-II-1945, n. 11, citata da J.L. ILLANES, in P. RODRÍGUEZ, F. OCÁRIZ, J.L. ILLANES, L’Opus Dei nella Chiesa, op. cit., p. 247.

[43] Idem, È Gesù che passa, op. cit., n. 96. Fra la numerosa bibliografia esistente sul tema cfr. A. VANHOYE, Liturgia e vita nel sacerdozio dei laici, in AA.VV., Sacerdozio e mediazioni, a cura di R. CECOLIN, ed. Messaggero, Padova 1991, pp. 21-40.

[44] BEATO J. ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 116.

[45] Idem, Colloqui, op. cit., n. 59. Su quest’esperienza del Beato Josemaría cfr. P. RODRÍGUEZ, Omnia traham ad meipsum. Il significato di Giovanni 12,32 nell’esperienza spirituale di Mons. Escrivá de Balaguer, in “Annales theologici” 6 (1992) 5-34.

[46] Ibidem, p. 27. Altri testi in cui il Beato Josemaría commenta questa intuizione si trovano ad esempio in È Gesù che passa, op. cit., nn. 105 e 183.

[47] A. DEL PORTILLO, Josemaría Escrivá testimone dell’amore alla Chiesa, in J. ESCRIVÁ, La Chiesa nostra madre, ed. Ares, Milano 1993, p. 17.

[48] Idem, Josemaría Escrivá testimone di amore alla Chiesa, op. cit., p. 15.

[49] Decreto Apostolicam actuositatem, n. 2.

[50] BEATO J. ESCRIVÁ, Istruzione del 19-III-1934, n. 33, citata da J.L. ILLANES, in P. RODRÍGUEZ, F. OCÁRIZ, J.L. ILLANES, L’Opus Dei nella Chiesa, ed. Piemme, Casale Monferrato 1993, p. 247. Di una “pericoresi fra lavoro, orazione e apostolato” nell’insegnamento del Beato Josemaría ha parlato K. Koch, Kontemplativ mitten in der Welt. Die Wiederentdeckung des Taufpriestertums beim seligen Josemaría Escrivá, in AA.VV., Josemaría Escrivá. Profile einer Gründergestalt, a cura di C. ORTIZ, ed. Adamas, Köln 2002, p. 317.

[51] Cfr. A. DE FUENMAYOR, V. GÓMEZ IGLESIAS, J.L. ILLANES, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, op. cit., pp. 40-41. Riguardo alla “Incarnazione come fondamento dell’unità di vita, in Mons. Escrivá” cfr. R. LANZETTI, L’unità di vita e la missione dei fedeli laici nell’Esortazione Apostolica “Christifideles laici”, in “Romana” 9 (1989), pp. 303-304.

[52] BEATO J. ESCRIVÁ, Lettera 19-III-1954, n. 21, citata da F. OCÁRIZ, La vocazione all’Opus Dei come vocazione nella Chiesa, in P. RODRÍGUEZ, F. OCÁRIZ, J.L. ILLANES, L’Opus Dei nella Chiesa, op. cit., p. 202.

[53] Altri testi conciliari che trattano il tema sono: GS 41; 56 e 76; LG 36 e AA 4; 7 e 31. Fra di essi, particolarmente interessante è il seguente: “Bisogna che i laici assumano la instaurazione dell’ordine temporale come compito proprio [...]; che come cittadini cooperino con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità [...]. L’ordine temporale deve essere instaurato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, sia reso ulteriormente conforme ai principi della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli” (AA 7). Sulla dottrina conciliare e commentando anche altri testi del Beato Josemaría, cfr. E. REINHARDT, La legittima autonomia delle realtà temporali, in “Romana” 15 (1992) 323-335.

[54] BEATO J. ESCRIVÁ, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 117.

[55] Ibidem.

[56] Va qui notato che l’espressione mentalità laicale è originale del Beato Josemaría.

[57] Idem, Amare il mondo appassionatamente, op. cit., n. 117.

[58] Sul tema cfr. C. FABRO, Un maestro di libertà cristiana. Josemaría Escrivá de Balaguer, ne “L’Osservatore Romano” 2.VII.1977; Idem, La tempra di un padre della Chiesa, in C. FABRO, S. GAROFALO, M.A. RASCHINI, Santi nel mondo. Studi sugli scritti del Beato Josemaría Escrivá, ed. Ares, Milano 1992, soprattutto pp. 70-73; A. LLANO, La libertad radical, in AA.VV., Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, op. cit., 259-276.

[59] Per il fondatore dell’Opus Dei il tema della libertà unita alla corrispondente responsabilità personale ha costituito una costante del suo insegnamento, come lui stesso ha fatto notare: “Se la mia testimonianza personale può avere qualche interesse, posso dire che ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le caratteristiche proprie della coscienza cristiana. Questo spirito e questo modo di agire si basano sul rispetto per la trascendenza della verità rivelata e sull’amore per la libertà della creatura umana. Potrei aggiungere che si basano anche sulla certezza della indeterminazione della storia, aperta a molteplici possibilità che Dio non ha voluto precludere”: J. ESCRIVÁ, È Gesù che passa, op. cit., n. 99. Fra i numerosissimi altri testi che si potrebbero qui citare c’è il seguente punto di Forgia: “Hai bisogno di formazione, perché devi avere un profondo senso di responsabilità, che promuova e incoraggi l’azione dei cattolici nella vita pubblica, nel rispetto dovuto alla libertà di ciascuno e ricordando a tutti che devono essere coerenti con la propria fede” (n. 712).

[60] Al riguardo, egli ha anche osservato: “Impoverisce la fede chi la riduce a un’ideologia terrena, inalberando una bandiera politico-religiosa per condannare, in virtù di non si sa quale investitura divina, tutti quelli che non la pensano come lui su problemi che, per la loro stessa natura, ammettono le soluzioni più diverse”: È Gesù che passa, op. cit., n. 99. Sulla questione Mons. A. del Portillo ha fatto notare: “La linea conciliare in questa materia risulta ora molto chiara, però non lo era tanto, tutt’altro, in alcuni ambienti della vita civile e anche ecclesiastica quando, nel 1932, monsignor Escrivá scriveva ai primi membri dell’Opus Dei: ‘Evitate quest’abuso esasperato ai nostri giorni _ è evidente e continua a manifestarsi di fatto in tutto il mondo _ che rivela il desiderio, contrario alla lecita libertà degli uomini, di voler obbligare tutti a formare un solo gruppo in ciò che è opinabile, a creare come dei dogmi delle dottrine temporali’ (J. ESCRIVÁ, Lettera 9-I-1932, n. 1)”: A. DEL PORTILLO, Josemaría Escrivá testimone dell’amore alla Chiesa, in J. ESCRIVÁ, La Chiesa nostra madre, ed. Ares, Milano 1993, p. 21. Sulla rilevanza di questo aspetto della libertà personale è interessante ricordare la seguente osservazione: “Precisamente la presencia radical de la libertad en el origen personal de todos estos empeños solidarios es la que impide, de entrada, toda confusión de este ideal con el programa tradicionalista de una Cristiandad dominante por vía de imposición. Su esencial pluralismo y su intrínseco respeto a la libertad de las conciencias lo separan de cualquier fundamentalismo”: A. LLANO, La libertad radical, op. cit., p. 274.

[61] In un’altra omelia, pronunciata nel 1963, egli ha detto: “Soffro molto al pensiero di cattolici [...] che sfacciatamente e scandalosamente, utilizzano l’etichetta di cristiani per raggiungere i primi posti”: È Gesù che passa, op. cit., n. 13.

[62] Su questo aspetto cfr. J.J. SANGUINETI, La libertad en el centro del mensaje de Josemaría Escrivá, Atti del Congresso Internazionale “La grandezza della vita quotidiana”, svoltosi a Roma dal 17 al 12 gennaio 2002, pro manuscripto pp. 15-16

[63] Colloqui..., n. 117. Altri aspetti della responsabilità che hanno i cristiani in quanto cittadini sono illustrati dal Beato Josemaría in molti altri testi fra i quali si può ricordare il capitolo Cittadinanza di Solco, op. cit., nn. 290-322.

[64] Ricordo ad esempio quanto ha affermato in un’intervista praticamente contemporanea all’omelia: “Questo necessario àmbito di autonomia, di cui il laico cattolico ha bisogno per non soffrire di una diminutio capitis nei confronti degli altri laici e per poter svolgere con efficacia la sua specifica attività apostolica in mezzo alle realtà temporali, va sempre accuratamente rispettato da tutti coloro che nella Chiesa esercitano il ministero sacerdotale. Se ciò non avvenisse, se cioè si volesse ‘strumentalizzare’ il laico per fini che oltrepassano quelli del proprio ministero gerarchico, allora si cadrebbe in un ‘clericalismo’ sorpassato e deplorevole. Si verrebbe a limitare enormemente il campo di attività del laicato e lo si condannerebbe a una perpetua immaturità; ma soprattutto si metterebbe in pericolo (oggi come non mai) il concetto stesso di autorità e di unità nella Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che l’esistenza di un legittimo pluralismo di criteri e di opinioni, anche fra i cattolici, nell’àmbito di ciò che il Signore ha lasciato alla libera discussione degli uomini, non solo non è di ostacolo all’ordinamento gerarchico e alla necessaria unità del Popolo di Dio, ma anzi rafforza questi valori e li protegge da eventuali inquinamenti”: Spontaneità e pluralismo nel Popolo di Dio, Intervista pubblicata in “Palabra” ottobre 1967 e raccolta in Colloqui, op. cit., n. 12.

[65] Colloqui, op. cit., n. 21.

[66] BEATO J. ESCRIVÁ, Sacerdote per l’eternità, in Idem, La Chiesa nostra madre, ed. Ares, Milano 1993, n. 35.

[67] A. DEL PORTILLO, Josemaría Escrivá testimone dell’amore alla Chiesa, in J. ESCRIVÁ, La Chiesa nostra madre, op. cit., p. 27.

[68] Amici di Dio, op. cit., n. 61. Fra l’ampia bibliografia esistente sul tema cfr. J.L. ILLANES, La santificazione del lavoro, Ed. Ares, Milano 1981.

[69] Lettera, 28-3-1955, n. 3, citata da A. DE FUENMAYOR, V. GÓMEZ IGLESIAS, J.L. ILLANES, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, op. cit., p. 396.

[70] Cfr. J.L. ILLANES, El cristiano “alter Christus-ipse Christus”, op. cit, pp. 617-618.

[71] Ciò è ben espresso nel seguente testo del Beato Josemaría: “Se il Figlio di Dio si fece uomo e morì su una croce, fu perché tutti gli uomini fossero una sola cosa con Lui e con il Padre (cfr. Gv 17,22). Tutti, pertanto, siamo chiamati a far parte di questa divina unità. Con anima sacerdotale, facendo della santa Messa il centro della nostra vita interiore, cerchiamo di stare con Gesù, fra Dio e gli uomini”: Lettera, 11-III-1940, citata da A. DEL PORTILLO, Josemaría Escrivá testimone di amore alla Chiesa, in J. ESCRIVÁ, La Chiesa nostra madre, op. cit., p. 15.

[72] A. DEL PORTILLO, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, a cura di C. CAVALLERI, ed. Ares, Milano 1992, p. 21.

[73] BEATO J. ESCRIVÁ, È Gesù che passa, op. cit., n. 149.

[74] Comprendendo cioè che “le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare”. E che “è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte” (GS 36).

[75] Idem, Colloqui, op. cit., n. 10.

[76] Idem, Lettera 2-II-1945, n. 1, citata da J.L. ILLANES, Nella Chiesa e nel mondo: la secolarità dei membri dell’Opus Dei, in P. RODRÍGUEZ, F. OCÁRIZ, J.L. ILLANES, L’Opus Dei nella Chiesa, op. cit., p. 278.

[77] In tal senso si è espresso a più riprese Giovanni Paolo II nell’esortazione ap. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992): “I presbiteri, infine, poiché la loro figura e il loro compito nella Chiesa non sostituiscono, bensì promuovono il sacerdozio battesimale di tutto il popolo di Dio, conducendolo alla sua piena attuazione ecclesiale, si trovano in relazione positiva e promuovente con i laici. Della loro fede, speranza e carità sono al servizio. Ne riconoscono e sostengono, come fratelli ed amici, la dignità di figli di Dio e li aiutano ad esercitare in pienezza il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa” (n. 17). “Soprattutto è necessario insegnare e sostenere i laici e la loro vocazione a permeare e a trasformare il mondo con la luce del Vangelo, riconoscendo il loro compito e rispettandolo” (n. 59).

[78] Il Vaticano II ha messo in evidenza che la Chiesa è una “comunità sacerdotale strutturata organicamente” (LG 11) e che tale struttura è caratterizzata fondamentalmente dalla correlazione (relazione reciproca) fra il sacerdozio comune e quello ministeriale (cfr LG 10 e 32).

[79] Lettera, 28-3-1955, n. 3, citata da A. DE FUENMAYOR, V. GÓMEZ IGLESIAS, J.L. ILLANES, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, op. cit., p. 396. L’espressione “tutti i soci dell’Opera” si spiega per il fatto che in quell’epoca l’Opus Dei non aveva ancora potuto ottenere una configurazione giuridica pienamente adeguata al fenomeno pastorale e apostolico che la caratterizza. L’attuale figura di prelatura personale offre invece un contesto confacente al rapporto di cooperazione organica fra laici e sacerdoti.

[80] GIOVANNI PAOLO II, Lettera. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), n. 31.

Romana, Nº 34, Gennaio-Giugno 2002, pag. 164-180.