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Conferenza inaugurale del Congresso 'La grandezza della vita ordinaria', con il titolo 'Maestro, sacerdote, Padre. Profilo umano e soprannaturale del Beato Josemaría Escrivá'. Roma, 8-I-2002

Secondo la visione cristiana del mondo, la Provvidenza divina governa gli avvenimenti della natura e degli uomini senza ledere la legittima autonomia delle realtà terrene. Questa certezza vale in modo speciale e misterioso per la persona: l’intervento divino, definito tradizionalmente come «forte e soave» [1], fa sì che l’Onnipotenza di Dio agisca nel più delicato rispetto per la libertà dell’uomo. In altre parole, l’essere umano non è dominato da un destino cieco, bensì dalla sollecita premura di un Padre che ci orienta – consapevoli o meno – verso il meglio, per la Sua Gloria e per il bene di ciascuno di noi.

Di più: è propria della visione cristiana della vita la convinzione che l’esistenza personale risponda a un disegno amoroso di Dio, che «ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità» [2]. Questo invito universale alla santità assume per ogni individuo la forma di una chiamata unica e irripetibile, che ciascuno va scoprendo progressivamente nel corso degli anni, e che si manifesta quando la creatura cerca davvero di compiere la Volontà di Dio, deponendo ogni egoismo.

Tale condizione vocazionale della vita umana implica che Dio, nella Sua paterna bontà, conceda gratuitamente a ognuno di noi i doni naturali e soprannaturali che ci permettano di realizzare perfettamente i Suoi disegni, ovvero il compimento di una missione nel mondo. Pertanto, la vocazione – con le sue esigenze e le grazie necessarie per portarle a compimento – non va attribuita esclusivamente a pochi eletti o privilegiati, ma si estende a tutte le persone create da Dio a Sua immagine e somiglianza. Allo stesso tempo, il progetto divino non toglie che la struttura vocazionale dell’esistenza sia particolarmente visibile in alcune persone che hanno ricevuto da Dio un incarico esplicito che le associa in modo singolare alla missione redentrice del suo Figlio, rendendole strumenti scelti per diffondere in modo efficace il regno di Cristo nelle anime. Questo è ciò che si avverte con molta chiarezza nella vita dei santi.

Sullo sfondo della dottrina evangelica della chiamata universale alla santità e all’apostolato – ora meglio conosciuta dai fedeli della Chiesa cattolica, in seguito agli insegnamenti del Concilio Vaticano II –, si staglia la personalità unica del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer.

Da una parte perché questo sacerdote santo è uno dei più rilevanti portavoce contemporanei nella diffusione di questo messaggio, soprattutto per quanto riguarda i laici. Josemaría Escrivá è stato infatti un pioniere nel proclamare – fin dal 1928, con la fondazione dell’Opus Dei – che la volontà di Dio per tutte le anime è la santificazione personale [3], ovvero la pienezza della vita cristiana; compito di ciascuno, da adempiere nelle circostanze ordinarie nelle quali la Provvidenza divina lo ha posto, nel proprio lavoro professionale che diventa così mezzo e strumento di santità e di apostolato.

D’altra parte, perché la biografia stessa del Beato Josemaría costituisce un chiaro esempio di come Dio elargisca le grazie necessarie per compiere la missione ricevuta. Così come la chiamata alla quale questo sacerdote ha risposto fedelmente contiene un significato straordinario nella storia del mondo e della Chiesa, non deve apparire strano che nella sua esistenza traspaiano alcuni doni eccezionali, umani e soprannaturali, che egli, nella sua umiltà, cercava di nascondere, nel desiderio di passare inavvertito.

Il primo Prelato dell’Opus Dei, mons. Álvaro del Portillo, ha usato queste parole nell’omelia della Santa Messa di ringraziamento alla Trinità Beatissima, celebrata in Piazza San Pietro il giorno successivo alla beatificazione di Josemaría Escrivá: «La santità raggiunta dal Beato Josemaría non rappresenta un ideale impossibile; è un esempio che non si rivolge soltanto a poche anime elette, bensì a innumerevoli cristiani, chiamati da Dio a santificarsi nel mondo: nell’àmbito del lavoro professionale, della vita familiare e sociale. È un esempio illuminante di come le occupazioni quotidiane non siano un disturbo per lo sviluppo della vita spirituale, ma possono e debbono trasformarsi in orazione: egli stesso costatava per iscritto nei suoi appunti personali, con una certa sorpresa, che vibrava d’Amore per Dio proprio per la strada, tra il rumore delle automobili, dei mezzi pubblici, della gente, persino leggendo il giornale! (J. Escrivá de Balaguer, 26-1-1932, in Appunti intimi, n. 673). È un esempio particolarmente vicino, poiché il Beato Josemaría è vissuto fra di noi: siete in molti, qui presenti, ad averlo conosciuto di persona. Egli ha partecipato intensamente alle ansie della nostra epoca, e proprio nelle attività di ogni giorno, mediante il compimento fedele dei doveri quotidiani nello Spirito di Cristo [4], ha raggiunto la santità» [5].

1. Virtù umane

Alla fine di agosto del 2000 si è compiuto il centenario della morte di Friedrich Nietzsche. A motivo della ricorrenza, sono stati pubblicati molti libri e molti articoli, a dimostrazione del fatto che, nonostante i suoi squilibri umani e le sue lacune filosofiche, il pensatore tedesco ha lasciato una profonda traccia nella mentalità dell’ultimo secolo. Una delle sue tesi più note è la denuncia che i cristiani, dando un valore esclusivo – che egli giudica ipocrita e opportunista – ai beni celesti, disprezzerebbero ciò che è umano, diventando i «nemici della vita».

L’accusa di Nietzsche è chiaramente ingiusta e, come tante altre sue posizioni, risulta infondata ed eccessiva. Per duemila anni i cristiani hanno stimato più che mai la dignità della persona, hanno promosso in larga parte lo sviluppo delle scienze positive e ispirato culture e civiltà che hanno dato i natali a grandi ingegni delle arti e del pensiero, personalità di straordinario vigore e prestigio. Tutto ciò è stato possibile perché la Chiesa si è mantenuta fedele alla verità centrale dell’Incarnazione del Verbo: Gesù Cristo, che restaura tutte le cose nella Verità, è stato, è, e sarà sempre vero Dio e vero uomo [6].

Dalla vita e dagli insegnamenti del Beato Josemaría emerge con chiarezza la rilevanza delle virtù umane, fondamento di quelle soprannaturali; è un aspetto che non sempre veniva ribadito dalle opere ascetiche tradizionali, alle quali egli attingeva durante la sua prima formazione cristiana e sacerdotale. Un’omelia pronunciata nel 1941 toglie ogni sorta di dubbio; diceva infatti: «Se accettiamo la responsabilità di essere suoi figli, vedremo che Dio ci vuole molto umani. La testa deve arrivare al cielo, ma i piedi devono poggiare saldamente per terra. Il prezzo per vivere da cristiani non è la rinuncia a essere uomini o la rinuncia allo sforzo per acquisire quelle virtù che alcuni posseggono, anche senza conoscere Cristo. Il prezzo di ogni cristiano è il Sangue redentore di Gesù nostro Signore che ci vuole – ripeto – molto umani e molto divini, costanti nell’impegno quotidiano di imitare Lui, perfectus Deus, perfectus homo» [7].

Per riferirsi all’armonia che procede dalle virtù, il Fondatore dell’Opus Dei usava a volte un’espressione energica; parlava infatti della formazione dei giovani come di «formazione di una personalità tutta d’un pezzo». I primi a riceverla direttamente da lui – e i molti che seguirono poi questo cammino – non la percepirono come una teoria morale o uno stile pedagogico. La toccarono con mano nell’agire quotidiano di questo sacerdote che li orientava nella vita cristiana. Le testimonianze del lavoro pastorale, dagli inizi del suo ministero fino alla sua morte avvenuta nel 1975, confermano che Josemaría Escrivá era una persona in cui dottrina e vita formavano un’unità indissolubile. Non era un maestro freddo, un teorico dell’etica naturale e della morale cristiana; né un leader entusiasta che trascinava con espedienti emotivi. Era invece un sacerdote innamorato di Cristo, dedicato per amore al servizio degli altri e aveva una personalità forte e armoniosa, il cui comportamento – nel quale l’umano e il soprannaturale si potenziavano a vicenda – era vivace e attraeva per la sua indubbia autenticità, per l’impegno leale, per la coerenza che non cedeva a compromessi.

Il Signore lo aveva dotato di qualità singolari che – coltivate dall’esempio e dall’insegnamento dei suoi genitori – gli spalancarono l’immenso panorama del cammino cristiano. Fin da bambino ebbe una grande capacità di accogliere e di fare suo tutto ciò che riceveva dall’ambiente umano e spirituale circostante. In tutta normalità apprese il valore delle virtù cristiane, nelle quali avrebbe affondato le radici la sua vita interiore, di bambino, ragazzo, adolescente, universitario. Colpisce la sua capacità di osservazione e di intuizione. Non vede nel mondo intorno a lui niente che gli si imponga, né soltanto aiuti o vantaggi; contempla come si fanno le cose in famiglia, all’asilo, a scuola, e ne trae le conseguenze.

Non dimenticherà il sorriso amabile di suo padre, che non perdeva mai la pace e si interessava delle persone che aveva accanto come di chi fa parte integrante della propria vita. Ho sentito direttamente da lui molti aneddoti che rivelano l’amicizia e la lealtà di don José Escrivá, vissute addirittura con maggior vigore nell’ambiente familiare, con la moglie e i figli. Josemaría scoprì in suo padre il significato umano e divino dell’amicizia e della giustizia. Da quando inizia a rendersi conto di ciò che lo circonda, il ragazzo osserva la puntualità e la responsabilità nel lavoro dei suoi genitori, che compiono il proprio dovere con generosità, allegria, senza perdite di tempo. Cercano sempre di svolgerlo fino in fondo, volendo servire tanto i superiori quanto chi dipende da loro.

Tanta sollecitudine deriva da un profondo senso della libertà. Proprio grazie al clima di fiducia sperimentato nel proprio focolare – clima che in seguito trasmetterà a tutti gli ambienti in cui si muoverà –, egli si assume la responsabilità dei propri doveri e sa chiedere aiuto, quando ne ha bisogno, a chi lo può consigliare. Nella sua famiglia si rende anche conto del valore dell’autentica sincerità, e impara a non farsi portare dalla critica o dalla mormorazione, né dal risentimento o dal rancore. Con il crescere della consapevolezza della propria libertà la sa riconoscere agli altri, senza ombra di sospetti.

L’atmosfera di casa sua è di educazione, pudore e buone maniere. Nel convivere impara ad ascoltare, aspettare, apprendere, aiutare. Osserva la comprensione nei confronti degli anziani, dei malati e dei poveri; fa tesoro di questo comportamento, sapendo che nessuno può essergli indifferente. Sente che il personale di servizio che collabora in casa fa parte della famiglia e s’impegna perciò a ringraziare sempre e a mostrare il suo rispetto senza lasciarsi servire quando non è necessario. Molti hanno poi potuto sperimentare che il Beato Josemaría li tratta da fratelli, con la più sincera amicizia, e grazie a questo rapporto sono usciti dal tunnel della tristezza o della solitudine. Molti altri riconoscono che, pur non avendo nulla da offrire a questo sacerdote, uscivano dagli incontri con lui paghi della carità con cui li trattava; si sentivano trattati con una tale naturalezza soprannaturale che pareva loro il comportamento più normale. Non esagero se dico che con la sua amicizia e la sua paternità sacerdotale ha colmato di ricchezza spirituale e di speranza molti bisognosi, innumerevoli malati, persone che altri tendevano a emarginare, lavoratori impiegati in mansioni umili e quanti non avevano sperimentato la protezione di una famiglia.

Non mi è possibile descrivere la grandezza della sua rettitudine nel prendere sul serio – da cristiano, da sacerdote e da uomo – la propria vita e quella degli altri. Per questo motivo, infatti, fino alla fine del suo percorso sulla terra si è distinto per la voglia di imparare da tutti, dai luoghi in cui si trovava e dai sani interessi di chi gli stava accanto.

Prestava attenzione al bene che facevano gli altri e per questo era molto grato, persuaso che tutti lo arricchivano. Mostrava inoltre una spiccata capacità di intuire la bontà, la bellezza, la nobiltà, i grandi ideali e anche le esigenze del prossimo. Fin da bambino alimentò il desiderio di sapere, di conoscere meglio la dottrina, di arricchire la sua preparazione umana, culturale e professionale.

La ricchezza della personalità traspariva dalla sua naturalezza, nobile, elegante, semplice. Non faceva mai scena, non recitava; ciò nonostante si muoveva in pubblico o davanti alle telecamere, istintivamente, come un vero artista. Non recitava, ma era dotato di un’ottima comunicativa. Attraevano il suo sorriso costante, il suo sguardo intelligente, penetrante, comprensivo. Il gesto composto delle mani non sovrastava mai la parola. Uomo di intelligenza vivace e pronta, pose tutte le sue doti al servizio della missione che Dio gli aveva affidato. Non si lasciò condizionare dalle preferenze. Ingrandì costantemente il suo cuore fino ad avere un’attitudine di accoglienza sempre affabile, capace di mettere sempre in risalto gli aspetti positivi di ogni anima.

Chi l’ha conosciuto nell’infanzia afferma che la sua allegra simpatia era coinvolgente. Mise anche questo aspetto del suo modo di essere a servizio della missione ricevuta da Dio e fu sin dagli inizi un apostolo allegro, che contagiava il ricorso a una fede operativa, a una speranza sicura e al tesoro di saper amare Dio e tutto per Dio. Fino alla fine ha saputo avvicinarsi al cuore della gente con la stessa energia, facendo scoprire la ricchezza dell’amicizia di Dio a persone di tutti i Paesi.

2. Ottimismo e speranza

Non si può attribuire a un unico tratto del carattere del Beato Josemaría Escrivá la sua capacità di coinvolgimento perché le virtù eroiche, che la Chiesa ha riconosciuto nella sua vita, si intrecciano e si fondono con la sua natura fino a configurare una personalità unitaria e armonica.

Ciò nonostante, tra le note distintive del suo carattere, ci furono sempre lo spirito costruttivo, un’allegria contagiosa e un atteggiamento ottimista e di incrollabile speranza, con manifestazioni di gioia e profonde radici teologali. Sono toni brillanti e luminosi che risaltano vivacemente su uno sfondo culturale tante volte dominato dal pessimismo o dalla buia visione rinchiusa in orizzonti immanenti. Egli si accorgeva che un ottimismo non basato sul riconoscimento dell’origine trascendente dell’uomo può solo essere un sentimento banale, privo di fondamento. Per questo, occorre dire che l’ottimismo del Fondatore dell’Opus Dei si trova agli antipodi di un certo sentimentalismo crepuscolare o del progressismo decadente che non rinuncia al «progetto moderno» in versione antropocentrica e secolarista. La visione pienamente positiva di Josemaría Escrivá sull’essere umano – «l’unica creatura sulla terra che Dio ha amato per sé stessa» [8]- possiede un inconfondibile carattere paolino, poiché l’uomo e la donna sono chiamati a identificarsi con Cristo [9]: a essere alter Christus, ipse Christus, come gli piaceva riassumere [10].

Una profonda comprensione dei misteri della creazione e dell’incarnazione stanno alla radice di questo atteggiamento decisamente positivo che configura la personalità del Beato Josemaría; ne è una bellissima manifestazione il suo richiamo ad «amare il mondo appassionatamente». Così intitolò l’omelia pronunciata nel Campus dell’Università di Navarra l’8 ottobre 1967, nella quale rivolse parole vibranti alle migliaia di persone che partecipavano alla santa Messa celebrata all’aperto: «Dio vi chiama a servirlo nei compiti e attraverso i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, nella cattedra universitaria, nella fabbrica, nell’officina, nei campi, nel focolare familiare e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno [...]. Sappiatelo bene: c’è qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, che tocca a ognuno di voi scoprire [...]. Non vi è altra strada figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo [11].

Con un’affermazione ardita, che colpì molto gli astanti, Josemaría Escrivá de Balaguer fece riferimento a «un materialismo cristiano che si oppone audacemente ai materialismi chiusi allo spirito» [12]. La sicurezza che gli derivava dalla sua passione per l’umano, e la profonda fede nella presenza salvifica di Cristo tra i fedeli, lo portavano a condurre la sua predicazione sullo stesso terreno in cui il cattolicesimo era più attaccato in quel tempo. Se il materialismo riduzionista, nelle sue più svariate versioni, pretende di sradicare la dimensione spirituale dalla realtà, il Beato Josemaría ridefinisce il giusto significato del concetto stesso di materia, per affermare fermamente che l’idea di una materia chiusa in sé stessa e refrattaria a qualsiasi apertura verso il trascendente, è un’astrazione ideologica che non ha niente a che vedere con la multiforme e complessa realtà nella quale si svolgono ogni giorno le attività umane: per questo motivo essa impoverisce l’immagine dell’uomo, fino al punto di rinchiuderlo nella mera fatuità, nel meccanicismo, con il pericolo di condurlo a una disperata tristezza, a un’abulia esistenziale.

Al contrario, se la cultura si apre alla ragione sapienziale, il panorama si allarga e l’uomo si libera. Chi si avvicina alla dottrina del Fondatore dell’Opus Dei nutre un’impressione, quasi fisica, di liberazione e di apertura, di ampliamento di orizzonti; avverte un’esperienza di arricchimento gioioso, di dilatazione delle possibilità esistenziali, perché può scoprire il mistero inesauribile della realtà santificabile e gli infiniti panorami di santificazione – di autentica realizzazione – che la fede cristiana offre alle donne e agli uomini di tutti i tempi.

Questa stessa sensazione emergeva anche nel rapporto personale – assiduo o sporadico – con il Beato Josemaría, per quella sua unità di vita e di dottrina a cui facevo cenno prima. Migliaia di persone, anche non cristiane o lontane dalla pratica della fede, scoprirono – dopo un incontro con questo sacerdote santo e brillante, simpatico e semplice – un ottimismo e un’allegria che li spingeva a cambiare il corso della loro esistenza. Vi posso assicurare che continua a succedere a coloro che vengono in contatto con la sua vita attraverso i suoi insegnamenti e le numerose testimonianze sulla sua persona.

Il suo modo di aiutare a materializzare la vita spirituale [13] attraverso delle immagini particolarmente espressive; la sua maniera di rettificare con spontaneità questioni che provocano inquietudine e sconcerto; la facilità nel dare esempi che illuminano ciò che è più abituale, o nel dare consigli realisti ed esigenti; la sua capacità di elevare l’animo degli ascoltatori e dei lettori, riflettono un’esperienza di autentica speranza, la cui origine – lo si può ben dire – deriva senza dubbio da una profonda unione con Cristo. Per questo il suo messaggio ha in sé, allora come adesso, il segno inconfondibile di una novità, che non scaturisce tanto da qualcosa di originale quanto dall’originario, proprio di chi è vicino alla fonte di acqua viva: al Dio che rende nuove tutte le cose [14].

In effetti così si mostra la forza trasformatrice della speranza. Come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, «...la virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al Regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità» [15]. Fedele seguace dello spirito che il Signore gli diede per configurare l’Opus Dei, cammino di santità in mezzo al mondo, il Beato Josemaría riusciva, in modo quasi connaturale, a fare sì che le speranze umane si appoggiassero con perseveranza sulla speranza soprannaturale e a indirizzarle, corrette e purificate, verso l’orizzonte escatologico nel quale la felicità ultima è giungere alla visione diretta del volto di Dio. Quando, specialmente durante i suoi ultimi anni in terra, pregava di continuo con le parole del Salmo «Vultum tuum, Domine, requiram» [16] – il tuo volto io cerco, Signore –, non celava in questo anelito nessuna propensione a fuggire dai dispiaceri dell’esistenza terrena, ma esprimeva il desiderio incontenibile di incontrare la piena felicità in cielo, la stessa che il Signore gli anticipava in terra e che egli contribuì a diffondere intorno a sé, nonostante le difficoltà e dolori provati nella carne e nello spirito.

La quiete contemplativa che Dio gli concedeva, premio del suo distacco e della rettitudine di intenzione, non aveva niente a che vedere con lo stoicismo. La pace profonda dei figli di Dio, che si alimenta dell’intima certezza che non può succedere realmente nulla di male – perché «tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio» [17]- si trova infatti agli antipodi dello stoicismo. La serenità che accompagna la santità di vita è molto lontana dall’indifferenza individualista e dall’attivismo pragmatico. Quando correvano i tempi nei quali l’utopia marxista e la sua ingannevole visione di liberazione erano penetrate nella mentalità degli intellettuali, anche cristiani, il Fondatore dell’Opus Dei promuoveva la giustizia sociale attraverso l’agire professionale dei laici, mentre incoraggiava numerose iniziative apostoliche di promozione umana tra gli emarginati e ricordava che la vera liberazione – quella che Cristo ha guadagnato per noi con il proprio sangue – non è se non la liberazione dal peccato, specialmente attraverso il sacramento della penitenza.

L’immanenza e la trascendenza si armonizzano nel vissuto della speranza cristiana, la quale è lontana tanto dal riduzionismo secolarista come dalla disincarnazione solo apparentemente spirituale. La profonda unità della sua esperienza induceva il Beato Josemaría a dare grande valore alle realtà terrene, riferendole al loro Creatore e Redentore e facendole diventare occasione di apostolato. In un’omelia affermava: «Il Signore non ci ha creato per darci quaggiù una Città definitiva (cfr Eb 13, 14), perché questo mondo è la via all’altro, alla dimora senza dolore (Jorge Manrique, Coplas, V). Senza dubbio, noi figli di Dio non dobbiamo disinteressarci delle attività terrene, nelle quali Dio ci colloca perché le santifichiamo, perché le impregniamo della nostra fede benedetta, l’unica che porta vera pace, autentica allegria alle anime e a tutti gli ambienti. Questa è stata la mia costante predicazione fin dal 1928: urge cristianizzare la società, portare a tutti i livelli della nostra umanità il senso soprannaturale, e poi impegnarci insieme a elevare all’ordine della grazia il dovere quotidiano, la propria professione, il proprio mestiere. Così tutte le occupazioni umane saranno illuminate da una speranza nuova, che trascende il tempo e la caducità mondana» [18]. Questa unione dinamica, non dialettica, tra attese e speranze dimostra che Josemaría Escrivá aveva penetrato con profondità le intime contraddizioni di questa nostra epoca di tensioni e cambiamenti, per arrivare, con una specie di istinto soprannaturale, a una sintesi superiore che, in fondo, proveniva dal suo spirito di filiazione divina.

3. Unità di vita

Se la filiazione divina – sentirsi figli di Dio e sapere che realmente lo siamo [19]-, è il fondamento della vita spirituale del Fondatore dell’Opus Dei, lo si nota specialmente nell’unità di vita; essa consiste nella compenetrazione degli aspetti culturali, professionali e sociali della persona con quelli spirituali e apostolici, nella relazione dell’anima con il Creatore, al quale tutto importa della sua creatura. È un’unità che non deve essere intesa come mescolanza o confusione; non si tratta, infatti, di una specie di «emulsione» o di additivo che la lotta ascetica e l’impegno apostolico affiancano al lavoro e all’impegno quotidiano. Consiste invece in una profonda unità, nella quale la persona compie le proprie azioni su livelli diversi ma non separati, né tantomeno contrapposti, che si intrecciano e concorrono uniti al conseguimento di quella pienezza mai totalmente raggiungibile su questa terra: la santità.

Così si esprimeva il Beato Josemaría: «Vi è una sola vita fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere – nell’anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile, lo troviamo nelle cose più visibili e materiali» [20].

Nel corso di incontri informali, persone di qualsiasi provenienza e condizione gli chiedevano con insistenza come rendere compatibili le esigenze professionali, sempre più pressanti, con gli obblighi familiari, i doveri civili e il desiderio di coltivare un rapporto quotidiano con Dio. In un modo o nell’altro, le sue risposte riconducevano sempre all’unità di vita, quale soluzione operativa di fronte allo sconcerto e all’angustia che la complessità della società genera in uomini e donne sovraccarichi di occupazioni apparentemente inconciliabili.

Anche in questo si rivela l’attitudine ottimista quale tratto marcato del suo profilo intellettuale e umano. Egli non accetta mai la mera rassegnazione. Non consiglia di sopportare passivamente le difficoltà. A uno studente universitario che, per esempio, si lamenta – soprattutto in periodo di esami – che non può rendere compatibili lo studio intenso con l’orazione, oltre a dare il consiglio di non abbandonare il tempo dedicato a frequentare il Signore – risponderà prontamente: «Un’ora di studio, per un apostolo moderno, è un’ora di orazione» [21]. Un operaio o un imprenditore che hanno orari molto pesanti, troveranno luce in questo consiglio pratico e accessibile: «Da’ una motivazione soprannaturale al tuo lavoro professionale, e avrai santificato il lavoro» [22]. Più complessa e articolata dev’essere la risposta a un problema molto attuale: come possono le donne conciliare la loro crescente presenza nelle attività professionali fuori dal focolare domestico, con l’imprescindibile lavoro che svolgono nell’àmbito familiare: «Innanzitutto», rispondeva in un’intervista giornalistica concessa nel 1968, «mi sembra opportuno non contrapporre i due àmbiti [...]. Come nella vita dell’uomo, anche in quella della donna, ma con caratteristiche molto peculiari, il focolare e la famiglia occuperanno sempre un posto preminente: è evidente che il dedicarsi ai compiti familiari costituisce una grande funzione umana e cristiana. Tuttavia questo non esclude la possibilità di svolgere altre attività professionali – anche quella domestica è un’attività professionale – in una qualunque delle mansioni e dei nobili impieghi dignitosi esistenti nella società in cui si vive. È facile capire che cosa si intende, impostando così il problema; penso però che se si insiste troppo sulla contrapposizione sistematica fra casa e attività esterne, e ci si limita a spostare l’accento da un termine all’altro, si potrebbe giungere, da un punto di vista sociale, a un errore maggiore di quello che si cerca di correggere, giacché sarebbe senz’altro più grave che la donna abbandonasse il lavoro di casa» [23].

È significativo che in questa stessa intervista, il Beato Josemaría menzioni espressamente i nuovi mezzi tecnologici [24] come strumenti per risparmiare tempo e poter portare avanti varie faccende. Le «nuove tecnologie» sono uno degli aspetti più caratteristici di quest’epoca e il Fondatore dell’Opus Dei percepiva le possibilità che l’era postindustriale dischiude all’effettiva realizzazione dell’unità di vita del cristiano.

Mons. Álvaro del Portillo, nell’omelia del 18 maggio 1992, faceva eco a ciò che il Beato Josemaría predicò fin dal 1928: «Sì! È possibile essere del mondo senza essere mondani; è possibile rimanere al proprio posto e al tempo stesso seguire Cristo e rimanere in Lui. È possibile vivere nel cielo e sulla terra, essere contemplativi in mezzo al mondo trasformando le circostanze della vita ordinaria in occasione di incontro con Dio; mezzo per condurre altre anime al Signore e informare dal di dentro la società umana con lo spirito di Cristo, offrendo a Dio Padre tutte le nostre opere in unione al sacrificio della croce, che si rinnova sacramentalmente nell’Eucaristia» [25].

Da grande universitario qual era, il Beato Josemaría, fu promotore di centri di ricerca e di insegnamento superiore, incoraggiò intellettuali, professori e studenti affinché lavorassero in équipe e con la prospettiva interdisciplinare, per cercare nuove sintesi tra i saperi, in accordo con la fede cristiana e la profondità scientifica. Come Gran Cancelliere dell’Università di Navarra, sottolineava nell’ottobre del 1967 che «l’Università ha come sua più alta missione di servizio agli uomini, quella di essere fermento della società nella quale vive; per questo deve ricercare la verità in tutti i campi, dalla teologia, la scienza della fede, chiamata a considerare verità sempre attuali, fino alle altre scienze dello spirito e della natura» [26]. Descriveva l’orizzonte dell’Universitas Scientiarum, che deve ampliarsi sempre di più per rispondere alle nuove realtà ed esigenze del contesto sociale: «Cosciente di questa responsabilità ineludibile, l’università si apre ora in tutti i Paesi a nuovi campi, fino a poco tempo fa sconosciuti, incorporando al suo patrimonio tradizionale, scienze e insegnamenti di recente origine, e imprime loro la coerenza e la dignità intellettuale, che sono il segno imperituro del lavoro universitario» [27].

Sembra chiaro che l’impostazione dell’unità di vita non è, nel pensiero del Beato Josemaría, una specie di tecnica per aprirsi un varco nell’intricata complessità che circonda l’uomo. Essa esprime una chiara ispirazione teologica che penetra in profondità il suo profilo intellettuale. Questo aspetto si avverte con speciale rilievo in un testo di Solco dove sintetizza lo stile e le caratteristiche di un intellettuale cristiano:

«Per te, che desideri formarti una mentalità cattolica, universale, trascrivo alcune caratteristiche:

– ampiezza di orizzonti, e un vigoroso approfondimento in ciò che riguarda gli aspetti perennemente vivi dell’ortodossia cattolica;

– anelito retto e sano – mai frivolezza – di rinnovare le dottrine tipiche del pensiero tradizionale, nella filosofia e nell’interpretazione della storia;

– una premurosa attenzione agli orientamenti della scienza e del pensiero contemporanei;

– un atteggiamento positivo e aperto di fronte all’odierna trasformazione delle strutture sociali e dei modi di vita» [28].

Il Beato Josemaría diede molta importanza alla formazione umana dei fedeli dell’Opus Dei, affinché si comportassero in modo leale e nobile con gli altri senza trascurare la premurosa assistenza dei più deboli o bisognosi, tanto sul piano materiale come su quello spirituale. Fece in modo che ricevessero un’intensa formazione, con speciale riferimento agli studi filosofici e teologici. Curava attentamente gli aspetti umani e dottrinali e faceva in modo che si coniugassero armonicamente con quelli ascetici, apostolici e professionali, nel quadro della più grande libertà per ciò che riguarda le questioni opinabili. Si raccomandava di non abbandonare mai i libri, per migliorare giorno dopo giorno la propria cultura civile e religiosa, anche attraverso il contatto assiduo con i classici della letteratura universale e del pensiero cristiano.

Considerava che, per influire cristianamente nella società civile, è necessaria una formazione ampia, completa, profonda, acquisita durante tutta la vita. Per questo affermava che la formazione non termina mai. Solo così i cristiani potranno accendere il fuoco tra i propri compagni, parenti e amici o, almeno, elevare la temperatura spirituale del prossimo. Ripeteva sempre che l’Opus Dei «è una grande catechesi»: si limita a formare i fedeli affinché siano loro, successivamente, ad agire in modo personale e libero, secondo il proprio criterio negli ambienti in cui si trovano per motivi di lavoro, di famiglia o di amicizia.

4. Amore alla libertà

Il pensiero razionalista ha dei paradossi strutturali come il paradosso della libertà. Da un lato, infatti, difende giustamente la libertà, dall’altro molti pensatori eredi del razionalismo finiscono per negare che l’uomo sia realmente libero. In questo clima culturale, spicca la forte personalità del Beato Josemaría che – senza badare ai timori contrapposti di coloro che diffidano di una libertà apertamente proclamata – fonda sulla capacità umana di decidere liberamente la manifestazione più evidente di una dignità che rende capaci di rispondere volontariamente alle richieste divine, che rende possibile un dialogo fiducioso con Dio e con gli uomini, senza fare discriminazioni di razza e di cultura.

Su questa solida base antropologica, egli riconosce la realtà di una liberazione incomparabilmente più radicale di quella sognata dalle utopie ideologiche, poiché essa rappresenta la libertà con cui Cristo ci ha liberati [29]: la liberazione guadagnata da Cristo sulla Croce.

Come negli altri aspetti della sua vita, il Fondatore dell’Opus Dei diffuse con naturalezza questa profonda convinzione nel suo stile di convivenza e di governo. Si fidava pienamente della libera responsabilità dei fedeli dell’Opera, in modo tale che preferiva correre il rischio che qualcuno si sbagliasse, piuttosto che esercitare un controllo pressante. Apprezzava che i membri dell’Opus Dei fossero diversi fra di loro, sebbene in tutti si percepiva «il pulsare limpido e soprannaturale» del sangue di Cristo, del sangue di famiglia. Benché attento alle buone maniere, rifuggiva da manifestazioni cerimoniose. Il suo lavoro giornaliero si svolgeva con la semplicità della vita ordinaria in una famiglia comune, dove sono superflue le cerimonie: accettava solamente che lo chiamassimo Padre, come dimostrazione di affetto e di fiducia, e come manifestazione di una paternità spirituale che tutti sperimentavamo nel suo comportamento. Concedeva una grande autonomia a coloro che occupavano incarichi o funzioni di governo e di formazione nell’Opus Dei ed essi, proprio per questa autonomia, cercavano sempre di sentire cum Patre; un Padre che forniva indicazioni pratiche e semplici, mai casistiche interminabili. Non interferiva per niente nella vita professionale e sociale dei suoi figli, nelle loro scelte politiche o intellettuali; essi godevano e godono, come tutti i cristiani, della più completa libertà nelle proprie attività pubbliche e private, sempre con piena fedeltà alla fede e alla morale della Chiesa.

Si potrebbe insinuare che questa affermazione di libertà sia incompatibile con l’impegno che anche i comuni cristiani hanno di donarsi a Dio. Tuttavia il Beato Josemaría non solo evitò di cadere in questa falsa dialettica, ma formulò una proposta audace secondo la quale è proprio la libertà personale a rendere possibile l’impegno: «Niente di più falso», affermava, «che opporre la libertà al dono di sé poiché tale dono è conseguenza della libertà» [30]. Emerge qui un punto cruciale del suo pensiero, che lo pone al di là delle teorie moderne sulla libertà originate dal non aver saputo scorgere questa precisa relazione. Il Beato Josemaría non ha nessun timore della retta autonomia del comportamento umano; colloca anzi la capacità di autodeterminazione alla radice stessa della suprema dimostrazione di libertà, con la quale, liberandosi dai vincoli dell’egoismo, una persona si mette con fiducia nelle mani di suo Padre Dio. Il dono della libertà che il Signore concede nella creazione e che si restaura e rafforza nella redenzione, diventa a sua volta dono che la creatura offre al suo Creatore e Redentore come offerta di un figlio al proprio Padre, accettabile proprio a motivo del suo carattere libero. Il Beato Josemaría giunse a una conclusione audacemente paradossale ma ricca di profondo realismo: la ragione soprannaturale della nostra scelta è servire perché ne ho voglia.

Cornelio Fabro ha sottolineato come questa posizione sia innovativa rispetto al pensiero moderno e alla riflessione tradizionale: «Uomo nuovo per i tempi nuovi della Chiesa del futuro, Josemaría Escrivá de Balaguer ha afferrato, per una sorta di connaturalezza – e anche, senza dubbio, per una luce soprannaturale – la nozione originale della libertà cristiana. Immerso nell’annuncio evangelico della libertà intesa come liberazione dalla schiavitù del peccato, ha fiducia nel credente in Cristo e, dopo secoli di spiritualità cristiane basate nella priorità dell’obbedienza, inverte la situazione e fa dell’obbedienza un atteggiamento e una conseguenza della libertà, come un frutto del suo fiore o, più profondamente, della sua radice [31].

Dio corre il rischio e l’avventura della nostra libertà, ha sempre proclamato il Fondatore dell’Opus Dei. Non vuole che l’esistenza terrena sia una finzione prestabilita come se questo mondo fosse un «gran teatro» nel quale spettri senza libertà recitassero a essere liberi. Grazie al suo senso pratico e positivo, il Beato Josemaría è convinto che la storia di tutti i giorni sia una storia vera, intessuta di opportunità favorevoli e di frangenti difficili, di successi e di sconfitte, ma sempre sotto la protezione amorosa della Provvidenza divina, che non sopprime la libertà ma la fonda e la rafforza perché giunga alla pienezza dell’esistenza. Tutto ciò implica un margine di incontri imprevisti, di prove, di rettifiche: l’esigenza profondamente umana di muoversi tra la sicurezza dell’Onnipotenza del Signore e l’incertezza della debolezza umana. Il cristiano è un aristocratico della scelta più libera, un possessore dell’autentica libertà.

La supremazia della scelta è alla base della grandezza e rilevanza dell’esistenza ordinaria, che costituisce uno dei tratti più tipici del messaggio dell’Opus Dei. Le decisioni che ognuno prende quotidianamente – nelle occupazioni più comuni e anche in quelle straordinarie – trascendono di gran lunga gli effetti concreti, sia da un punto di vista umano sia da un punto di vista soprannaturale. Attraverso questa trama si gioca la splendida partita della santità personale e dell’efficacia apostolica. Sono le vicissitudini che a volte consideriamo irrilevanti, e non lo sono; quelle in cui si alternano l’allegria e il dolore, i successi apparenti e gli altrettanto apparenti insuccessi; è quando un figlio di Dio risolve le situazioni con rettitudine soprannaturale e perfezione umana; è allora che si sta contribuendo al bene dei nostri simili e alla nuova evangelizzazione alla quale ci spinge il Santo Padre Giovanni Paolo II. La fede non è un tema da discutere e neppure solo da proclamare e confessare: è una virtù che il cristiano deve esercitare ogni giorno nel compiere i suoi doveri ordinari. I fedeli comuni saranno così – con un’immagine che il Fondatore dell’Opus Dei amava ripetere – «come un’iniezione endovenosa nel torrente circolatorio della società». Saranno la «consolazione di Dio» e, in un mondo stanco, porteranno ragioni alla speranza.

«Quanti di voi mi conoscono da più anni, possono essermi testimoni che ho sempre predicato il criterio della libertà personale e della corrispondente responsabilità», assicurava Josemaría Escrivá nel 1970. «Ho cercato e cerco la libertà per tutta la terra, come Diogene cercava l’uomo. L’amo ogni giorno di più, l’amo al di sopra di tutte le cose terrene: è un tesoro che non apprezzeremo mai abbastanza» [32]. Non è facile effettivamente incontrare manifestazioni di autentica libertà in questo nostro mondo. Spesso, ristretti ambienti di potere dettano l’opinione. La cultura si mantiene in cenacoli per iniziati. Molti – giovani e non tanto giovani – si lasciano corrompere dalla febbre consumista e dalla dissipazione in divertimenti scialbi e scomposti. Per questo il Beato Josemaría dà tanta importanza a un’educazione che punti allo sviluppo armonico e completo della persona nella sua dimensione umana e soprannaturale. La sua pedagogia della libertà forma «cristiani veri, uomini e donne integri, capaci di affrontare con spirito aperto le situazioni che la vita propone, capaci di porsi al servizio dei propri simili e di contribuire alla soluzione dei grandi problemi dell’umanità, di testimoniare Cristo nella società a cui domani apparterranno» [33]. Qualsiasi istituzione educativa dovrebbe essere una scuola di libertà responsabile, che confermi i propri alunni nell’amore alla libertà: affinché ognuno di loro impari a usarla degnamente e la promuova nei diversi àmbiti della società.

La vera libertà è linfa per lo sviluppo di tutto il tessuto civile, che si screpola inaridito quando manca la libertà. Avviene quindi, quando si sopprime la libertà, che la società intera si anchilosa e l’autorità, che dovrebbe facilitarne l’esercizio e la diffusione, è invece tentata di autoritarismo. Chiari e forti sono a questo proposito le parole di Solco: «Se l’autorità diventa autoritarismo dittatoriale e questa situazione si prolunga nel tempo, si perde la continuità storica, muoiono e invecchiano gli uomini di governo, giungono all’età matura persone senza esperienza per dirigere, e la gioventù – inesperta e agitata – vuole prendere le redini: quanti mali! e quante offese a Dio – proprie e altrui – ricadono su chi usa così male l’autorità» [34].

Si può ben dire che le diverse forme di autoritarismo, sfociate nei terribili esempi del XX secolo, provengono a volte, soprattutto, dalla irresponsabilità civile. Se non si è disposti a prendere a cuore i propri doveri civili, a partecipare attivamente in alcuni settori della vita politica, secondo le personali possibilità, difficilmente si può giustificare la successiva protesta contro il mancato rispetto dei diritti o delle opinioni personali. Il Beato Josemaría dava grande importanza all’obbligo che hanno i cattolici di essere presenti – ognuno secondo le proprie convinzioni – negli àmbiti di naturale aggregazione sociale, dove si forma l’opinione pubblica. Con ciò non si riferiva solamente, né forse principalmente, all’attività politica, ma alla grande varietà di associazioni e comunità che costituiscono il tessuto sociale, da una associazione sportiva fino agli organismi internazionali. Con la propria partecipazione attiva e libera in questi àmbiti, il cristiano difende la dignità dell’uomo, persona e figlio di Dio; la vita umana, dal suo inizio fino al suo declino naturale; la giustizia, i diritti dei singoli e delle famiglie; le grandi cause dell’umanità ...

Una delle conseguenze tangibili della libertà è il pluralismo. Se l’individuo e i gruppi sociali propongono il valore delle proprie convinzioni, è naturale che compaiano opzioni diverse, tra le quali si stabilisce un dialogo aperto, nel rispetto delle opinioni contrarie, senza tuttavia dover cedere in quei punti intangibili che derivano dalla stessa natura umana, e sono costitutivi dell’uomo e della società. Si evita così l’errore di confondere il pluralismo con il relativismo, la libertà con la spontaneità irrazionale, la democrazia con la mancanza di punti fermi di riferimento.

L’autentico pluralismo non può esser basato sul relativismo, perché altrimenti le convinzioni diverrebbero semplici convenzioni con il pericolo di giungere a non rispettare la diversità: atteggiamenti che si considerano di minoranza (anche se spesso non lo sono) vengono posti in secondo piano da chi ha il controllo dell’opinione pubblica, dal potere economico o dalla burocrazia ufficiale. E questo riguarda oggi specialmente la ricerca scientifica, con particolare attenzione ai problemi biotecnologici. Le chiare connotazioni etiche che posseggono alcune delle indagini in corso devono spingere gli scienziati di buona volontà, in primo luogo i cristiani, a prendere delle posizioni decise in difesa della vita umana. Infatti, come affermava il Beato Josemaría in un discorso accademico del 1974, «la necessaria obiettività scientifica respinge giustamente qualsiasi neutralità ideologica, qualsiasi ambiguità, qualsiasi conformismo, qualsiasi codardia: l’amore per la verità impegna la vita e l’intero lavoro dello scienziato e sostiene il suo atteggiamento onesto innanzi a possibili situazioni scomode, dato che a questo atteggiamento responsabile non corrisponde sempre un’immagine favorevole nell’opinione pubblica» [35].

Con queste precisazioni si riafferma il carattere positivo del pluralismo in una società libera. Il Beato Josemaría si preoccupò di chiarire che i fedeli dell’Opus Dei possono difendere, e di fatto difendono, posizioni diverse e anche opposte in tutto ciò che è opinabile, nella vita sociale di ogni Paese. Esprimeva questa sua convinzione decisamente, sottolineandone la portata positiva e universale: «Come conseguenza del fine esclusivamente divino dell’Opera, il suo spirito è uno spirito di libertà, di amore per la libertà personale di tutti gli uomini. E siccome questo amore per la libertà è sincero e non è solo un enunciato teorico, noi amiamo anche la conseguenza necessaria della libertà: cioè il pluralismo. Nell’Opus Dei, il pluralismo è voluto e amato, non semplicemente tollerato e meno che mai osteggiato» [36]. Qualsiasi persona che conosca anche solo minimamente la Prelatura dell’Opus Dei, ha potuto confermare questa realtà in tutti i Paesi nei quali sviluppa il suo lavoro.

Si contribuisce così a diffondere nella società un atteggiamento positivo di dialogo e di apertura e a evitare che il gioco delle pressioni contrapposte renda endemica la caparbietà di coloro che vogliono sempre avere ragione e cercano ingiustamente di imporre i loro criteri agli altri. Per questo il Beato Josemaría esortò, senza mai stancarsi, a «diffondere dappertutto una vera mentalità laicale che deve condurre a tre conclusioni:

– a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità;

– a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono, nelle materie opinabili, soluzioni diverse da quelle che sostiene ciascuno di noi;

– a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane [37].

La libertà risulta essenziale per la vita del cristiano. Solo così, godendo di questa capacità di scegliere – inseparabile dalla dignità degli uomini e delle donne creati a immagine e somiglianza di Dio –, si può capire fino in fondo il programma centrale del Beato Josemaría: vivere santamente la vita ordinaria.

5. La grandezza della vita ordinaria

Chi si affaccia alla vita del Beato Josemaría Escrivá nota come il suo messaggio tenda a sottolineare, in maniera originale e forte, la possibilità che i cristiani hanno di raggiungere la pienezza della vita cristiana in mezzo al mondo, proprio attraverso le circostanze ordinarie e le occupazioni quotidiane. La sua predicazione ha aperto a innumerevoli persone, e non solo a migliaia di fedeli che fanno parte della Prelatura dell’Opus Dei, ampi e diversi cammini per incontrare nostro Padre Dio nelle situazioni più comuni. La santità non è considerata come qualcosa di riservato a coloro che sono stati scelti da Dio per svolgere il ministero sacerdotale, né solo per servirlo nella vita consacrata, vocazioni peraltro sempre necessarie che meritano gratitudine da parte di tutti. La santità è un’esigenza per tutti i figli di Dio.

La riproposta di questa dottrina, che universalizza la chiamata alla santità, è una chiara dimostrazione del carattere aperto e ottimista della personalità umana ed ecclesiale del Fondatore dell’Opus Dei; implica infatti un’alta considerazione per ogni persona, di qualunque formazione intellettuale, di qualunque lavoro o professione; e implica pure che tutti gli interessi nobili della terra, anche quelli che appaiono modesti o senza importanza, vengano riconosciuti come parte integrante del cammino dell’anima verso Dio.

In buona parte grazie all’amplissima mobilitazione apostolica sollecitata e portata avanti dal Beato Josemaría, questa dottrina della grandezza della vita ordinaria è giunta a milioni di persone del mondo intero. Tuttavia quando questo dinamismo incominciò a manifestarsi, circa 75 anni fa, la sua realizzazione risultava nuova e piuttosto insolita per molti cattolici. Nel Decreto pontificio sulle virtù eroiche, si esprime questa realtà nei seguenti termini: «Già dalla fine degli anni ‘20, Josemaría Escrivá, autentico pioniere di una solida unità di vita cristiana, avvertì la necessità di portare la ricchezza della vita contemplativa per tutti i cammini della terra, e spinse i fedeli a partecipare attivamente all’azione apostolica della Chiesa, rimanendo ognuno al suo posto, nelle proprie condizioni di vita» [38]. Questo grande servitore di Dio e degli uomini è stato definito, nello stesso documento, un contemplativo itinerante, perché la sua esistenza riflette l’intima unione con Dio attraverso un’attività apostolica instancabile, svolta tra persone diversissime; egli le incoraggiò a una lotta allegra e decisa, per essere «contemplativi in mezzo al mondo», vale a dire, donne e uomini che percorrono i sentieri della terra alla ricerca dell’intimità con Cristo, per giungere in Lui al Padre, attraverso lo Spirito Santo.

Grande fu la gioia del Fondatore dell’Opus Dei quando il Concilio Vaticano II insegnò questa dottrina sul valore del carattere secolare, che definisce lo stato proprio e peculiare dei laici. Secondo l’espressione della Costituzione Dogmatica Lumen gentium, «per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni ordinarie di vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno, a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore [39].

L’orizzonte culturale degli anni venti e trenta, non incoraggiava il giovane sacerdote Josemaría Escrivá a lanciare la sua proposta sulla necessità di restituire alle circostanze di ogni giorno il loro nobile e originario significato. Nemmeno in ambiente propriamente cattolico egli incontrava un solido punto di appoggio per sviluppare il paradigma dell’unità tra la vita ordinaria e il vivere un cristianesimo assunto seriamente. La diagnosi del Concilio Vaticano II riconosce precisamente questa drastica frattura: «La separazione tra la fede che professano e la vita quotidiana di molti deve essere considerata come uno degli errori più gravi del nostro tempo» [40]. Da parte sua, Paolo VI giunse a definire la rottura tra il Vangelo e la cultura, il dramma della nostra epoca [41]. Sono queste due dimensioni disgiunte, il soprannaturale e l’umano, ciò che il Beato Josemaría si impegnò a conciliare senza confonderle.

Un panorama così attraente fu descritto con vigore dal Santo Padre Giovanni Paolo II nell’omelia pronunciata durante la cerimonia di beatificazione del Fondatore dell’Opus Dei. «Con soprannaturale intuizione il Beato Josemaría predicò instancabilmente la chiamata universale alla santità e all’apostolato. Cristo chiama tutti a santificarsi nella realtà della vita quotidiana; per questo il lavoro è anche mezzo di santificazione personale e di apostolato quando si vive in unione con Gesù Cristo, dato che il Figlio di Dio, nell’incarnarsi, si è unito in un certo modo a tutta la realtà dell’uomo e a tutta la creazione (cfr Dominum et vivificantem, 50). In una società nella quale la sete sfrenata di possedere le cose materiali le converte in idolo ed è causa di allontanamento da Dio, il nuovo beato ci ricorda che queste stesse realtà, creature di Dio e dell’ingegno umano, se si usano rettamente per la Gloria del Creatore e al servizio dei fratelli, possono essere cammino per l’incontro degli uomini con Cristo. “Tutte le cose della terra – insegnava – anche le attività terrene e temporali degli uomini, devono essere portate a Dio” (Lettera 19-III-1954 [42].

Di conseguenza, il programma di «santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare con il lavoro» implica una profonda novità nel concetto e nella realtà del lavoro umano, rispetto al modo in cui è stato concepito da buona parte della cultura contemporanea. Poco significato avrebbe tale impresa se il lavoro fosse esclusivamente una realtà economica, al servizio del proprio arricchimento, attraverso l’utilizzazione di materie prime o lo scambio di prodotti con la mediazione di strumenti finanziari. Questa riduzione immeschinita dell’economia sarebbe una mera manifestazione di materialismo pratico, presente anche nelle ideologie che enfatizzano la libertà in modo parziale e distorto. Infatti la ricerca di un profitto egoista come strada per determinare – grazie all’azione di una «mano invisibile» – il benessere di tutti, non corrisponde al senso ultimo della condizione umana. Non si può prescindere dalla nozione classica– ribadita oggigiorno dalla dottrina sociale della Chiesa – secondo cui il bene comune non coincide con la mera somma di interessi particolari. Se manca la solidarietà, il vero servizio al prossimo, si priva il lavoro della dignità umana, così come si sminuisce il valore delle occupazioni quotidiane se la funzione di coloro che le realizzano si equipara a quella di meri strumenti materiali, sostituibili più vantaggiosamente dalle macchine.

In un testo del Beato Josemaría, che vale la pena riproporre per esteso, si apprezza fino a che punto la sua visione intellettuale e soprannaturale supera le concezioni frammentarie e deboli del lavoro. Appartiene a un’omelia pronunciata nella festa di San Giuseppe del 1963: «È tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è un dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro; è testimonianza della dignità dell’uomo, del suo dominio sulla creazione; promuove lo sviluppo della sua personalità, è vincolo di unione con gli altri uomini, fonte di risorse per sostenere la propria famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive e al progresso di tutta l’umanità.

«Per il cristiano queste prospettive si dilatano. Il lavoro appare infatti come partecipazione all’opera creatrice di Dio, il quale, avendo creato l’uomo gli diede la sua benedizione: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gn 1, 28). E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l’àmbito nel quale l’uomo vive, ma strada di santità, realtà santificabile e santificatrice.

«Non bisogna pertanto dimenticare che tutta la dignità del lavoro è fondata sull’Amore. Il grande privilegio dell’uomo è di poter amare, trascendendo così l’effimero e il transitorio. L’uomo può amare le altre creature, può dire un tu e un io pieni di significato. E può amare Dio, che ci apre le porte del cielo, ci costituisce membri della sua famiglia, ci autorizza a dare del tu anche a Lui, a parlarGli faccia a faccia.

«L’uomo, pertanto, non deve limitarsi a fare delle cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall’amore, manifesta l’amore, è ordinato all’amore. Riconosciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell’esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo. Sapendoci posti da Dio sulla terra, amati da Lui ed eredi delle sue promesse, il lavoro diviene preghiera, rendimento di grazie. È giusto che ci venga detto: sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la Gloria di Dio (1 Cor 10, 31)» [43].

Nel cercare la santificazione del lavoro e delle altre attività quotidiane, imitiamo i trent’anni di vita nascosta trascorsi da Cristo con Maria e con Giuseppe, esempi luminosi di come la più alta santità esige l’umiltà di non voler essere niente di speciale agli occhi del mondo.

Il profondo valore della vita quotidiana implica la cura amorosa dei minimi particolari, di queste cose piccole che a volte vengono omesse senza avvertirne la portata di eternità. Rimanendo al proprio posto, il cristiano santifica il mondo dal di dentro, contribuisce a superare il disordine del peccato, svolge un lavoro apostolico immediato con parenti, amici, vicini e compagni di lavoro. La sua orazione tradotta in opere si rivela come un tesoro nascosto, una grande forza spirituale capace di sostenere i fratelli che lavorano nei diversi campi delle complesse realtà umane.

Una caratteristica di spicco del Fondatore dell’Opus Dei fu il suo amore per l’ordine, virtù che s’impegnò a praticare con eroica perseveranza fino alla fine dei suoi giorni: il suo terminare con cura e puntualità sia il lavoro, come il riposo, aprì nella sua anima la convinzione che per realizzare le grandi imprese non si richiedono ordinariamente intelligenze eccelse: sono sufficienti l’impegno per coronare con perfezione le diverse esigenze umane e soprannaturali, e lo sforzo per mettere a frutto tutti talenti che il Creatore concede a ogni persona.

Per questo motivo e per molti altri, niente distingue esteriormente i comuni fedeli cristiani dai propri simili, con i quali convivono gomito a gomito nella città degli uomini. Non certo perché nascondono la loro unione con Dio; al contrario, la rendono evidente, senza timidezze né ostentazioni, a quanti li circondano, cercando di avvicinarli alle meraviglie della grazia divina. Non si comportano come gli altri: sono radicalmente uguali agli altri, senza mentalità da eletti, condividendo con tutti le speranze e le inquietudini che la vita su questa terra comporta.

In questo modo la mentalità laicale si fonde armonicamente con l’anima sacerdotale, con la coscienza pratica del sacerdozio regale dei fedeli [44], con la missione profetica di annunciare il regno di Cristo in ogni situazione e circostanza. Il Beato Josemaría, che si dedicò intensamente alla sua vocazione ministeriale e che desiderò sempre comportarsi come sacerdote di Gesù Cristo, amava ed esercitava la mentalità laicale che lo portava a rispettare con cura le leggi civili e a non cercare per sé alcun vantaggio materiale, seppur minimo, derivante dalla sua condizione di sacerdote. Non voleva privilegi, e sollecitava noi tutti con il suo esempio e la sua parola, a rimanere uniti alla Croce, sapendola scoprire non in situazioni immaginarie ma nelle vicissitudini giornaliere e nel servizio effettivo agli altri: «Quanti di coloro che si lascerebbero inchiodare a una croce, davanti allo sguardo attonito di migliaia di spettatori non sanno soffrire cristianamente le punzecchiature di ogni giorno! Pensa allora che cosa è più eroico!» [45].

La gioia cristiana «ha le radici a forma di croce» [46]: questa convinzione spiega come il Beato Josemaría, dotato, come già detto, di una simpatia travolgente, fosse una persona straordinariamente allegra. Percepiva in ogni momento il lato positivo di persone e avvenimenti, anche quando sembravano a prima vista sfavorevoli. Me ne resi subito conto quando cominciai a lavorare accanto a lui negli anni ‘50. Come ho raccontato in altre occasioni, avevo la consapevolezza di stare davanti a una persona ricca di qualità, che lo rendevano amabile, affabile, affettuoso, servizievole, attento agli altri, capace di percepire ciò di cui avevamo bisogno e di andare incontro alle nostre preoccupazioni: davanti a un buon maestro che sapeva insegnare, incoraggiare e correggere, offrendo tutta la sua fiducia ai collaboratori; e soprattutto davanti a un sacerdote e un Padre che giorno dopo giorno, istante dopo istante, con il suo lavoro si dedicava a servire Dio e le anime, immerso in costante orazione.

La sua unità di vita lo portava a essere umano e soprannaturale. «Dobbiamo essere molto umani», insisteva, «perché altrimenti non potremmo essere divini» [47]. Non mi stanco di ripetere di nuovo che fu una persona forte, vigorosa, comprensiva e ottimista, che visse eroicamente la carità. Si comportava sempre in modo responsabile, generoso, ricco di zelo per le anime, santamente intransigente per quanto riguarda il deposito della fede e santamente transigente nei confronti delle persone: lavoratore instancabile, sincero, leale e buon amico; dimostrò con tutti, senza distinzione di alcun tipo, uno spirito di servizio completo, coraggioso e carico d’affetto.

A queste qualità si aggiungono quelle proprie di un buon sacerdote: amante dell’Eucaristia, capace di vivere con una delicatezza straordinaria la liturgia; devoto, colto, sapiente, identificato col suo ministero, grande predicatore e direttore di anime; studioso, mortificato, distaccato da sé stesso e dalle sue occupazioni, ordinato e con una grande visione soprannaturale; umile, forte nella preghiera, appassionato di tutto ciò che si riferisce a Dio, alla Vergine, alla Chiesa e al Papa; obbediente, sicuro nella dottrina, praticante le virtù teologali e cardinali; ogni giorno più innamorato della sua vocazione, per avvicinarsi di più al Signore e, nel Signore, alle anime.

Fu di temperamento fervido e penso che lo si notava in modo particolare quando parlava di nostra Madre la Vergine, o nel descrivere la sua speranza nella visione beatifica. Tutto il suo essere respirava l’allegria di chi riceverà un tesoro, perché suo Padre glielo ha preparato. Parlavano i suoi occhi penetranti, luminosi, sereni: parlava il suo tono di voce persuasivo, caldo, di una sicurezza tangibile: parlavano i suoi gesti, che lasciavano intravedere l’unione con Dio di cui era già partecipe e che il Papa ha proclamato solennemente in piazza San Pietro il 17 maggio 1992.

[1] Sap 8, 1.

[2] Ef 1, 4.

[3] Cfr. 1 Ts 4, 3.

[4] Cfr. Orazione per la Messa in onore del Beato Josemaría Escrivá (Congr. De Culto Divino et Disciplina Sacramentorum, Prot. CD 537/92).

[5] Álvaro del Portillo, Omelia della Santa Messa di ringraziamento in onore del Beato Josemaría, Roma, 18-V-1992, in Rendere amabile la Verità, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995, p. 229.

[6] Cfr. Eb 13, 8.

[7] Amici di Dio, n. 75.

[8] Gaudium et spes, n. 24.

[9] Cfr. Gal 2, 20.

[10] Cfr. È Gesù che passa, n. 104.

[11] Colloqui con Monsignor Escrivá de Balaguer, n. 114.

[12] Ibid., n. 115.

[13] Cfr. Colloqui..., n. 114.

[14] Cfr. Ap 21, 5.

[15] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1818.

[16] Sal. 26 (27), 8.

[17] Rm 8, 28.

[18] Amici di Dio, n. 210.

[19] 1 Gn 3, 1.

[20] Colloqui con Monsignor Escrivá, cit., n. 114.

[21] Cammino, n. 335.

[22] Ibid., n. 359.

[23] Colloqui con Monsignor Escrivá, cit., n. 87.

[24] Cfr. Ibid., n. 89.

[25] Álvaro del Portillo, cit., p. 230.

[26] Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, cit., p. 90.

[27] Ibid., p. 91.

[28] Solco, n. 428.

[29] Cfr. Gal 4, 31.

[30] Amici di Dio, n. 30.

[31] Fabro, C., «Il primato esistenziale della libertà», in Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer e l’Opus Dei, Eunsa, Pamplona 1985 2, p.350.

[32] È Gesù che passa, n. 184.

[33] Ibid., n. 28.

[34] Solco, n. 397.

[35] Josemaría Escrivá de Balaguer e l’università, ed. cit., pp. 106-107.

[36] Colloqui con Monsignor Escrivá, cit., n. 67.

[37] Ibid., n. 117.

[38] Congregatio de Causis Sanctorum, Romana et Matriten., Decretum super virtutibus heroicis in causa canonizationis Servi Dei Iosephmariæ Escrivá de Balaguer, 9-IV-1990, AAS 82, 1990, pp. 1450-1455.

[39] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 31.

[40] Concilio Vaticano II, Cost. past Gaudium et spes, n. 43.

[41] Cfr. Paolo VI, Ex. Ap. Evangelii nuntiandi, n. 20, AAS 68 (1976) 19.

[42] Giovanni Paolo II, Omelia nella cerimonia di beatificazione di Josemaría Escrivá de Balaguer e Giuseppina Bakhita, Roma, 17-V-1992.

[43] È Gesù che passa, nn. 47-48.

[44] Cfr. 1 Pt 2, 9.

[45] Cammino, n. 204.

[46] Forgia, n. 28; È Gesù che passa, n. 43.

[47] È Gesù che passa, n. 166.

Romana, Nº 34, Gennaio-Giugno 2002, p. 52-73.