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Fede cristiana e libertà personale nell'azione sociale e politica. Considerazioni su alcuni insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá

José Luis Illanes
Facoltà di Teologia
Università di Navarra

Qualsiasi tentativo non dico di comprendere, ma perfino di descrivere un pensiero o un insegnamento, esige di collocarsi in una prospettiva che permetta di avvicinarsi ad esso in modo da individuarne le caratteristiche, la portata e le peculiarità. Nel caso del Beato Josemaría Escrivá, sia rispetto al problema che vogliamo esaminare — alcuni suoi insegnamenti sulla libertà e l’azione del cristiano nella vita politica —, sia rispetto a molti altri problemi, o meglio, a tutto il suo messaggio, questa prospettiva fa riferimento a una data, il 2 ottobre 1928, e a un’istituzione, l’Opus Dei, intimamente legate, dal momento che il 2 ottobre 1928 segna il momento della fondazione dell’Opus Dei.

Il Beato Josemaría non si comportò mai, durante la sua lunga e feconda vita sacerdotale e apostolica, secondo schemi dottorali o accademici, ma si mosse con concretezza e in base all’esperienza. Il suo insegnamento era strettamente legato alla vita e ciò comporta molte e svariate conseguenze. Ora ne mettiamo in risalto una, che condiziona la metodologia espositiva che seguiremo nel presente studio: il fatto che i suoi insegnamenti sulla libertà e l’azione politica del cristiano, molto ricchi come vedremo, si andarono specificando ed esplicitando nell’ambito della sua dedicazione all’obiettivo fondamentale, e perfino unico, di tutta la sua vita, cioè la fondazione e il governo dell’Opus Dei. Cominceremo pertanto la nostra esposizione ricordando, sia pur brevemente, i momenti iniziali e perciò determinanti, non solo della sua storia, ma anche dell’Opus Dei in quanto tale. Passeremo poi a esaminare gli aspetti più direttamente teologico-dogmatici dell’insegnamento del Fondatore dell’Opera, per concludere con quelli più direttamente morali e pastorali.

Nel contesto della vita ordinaria

Il 2 ottobre 1928, Josemaría Escrivá, allora giovane sacerdote — era nato ventisei anni prima — capì con chiarezza che Dio, in Cristo, chiama tutti gli uomini alla santità, il che comporta, nel caso di un cristiano normale la cui vita si svolge in mezzo alle attività temporali, la chiamata a santificarsi in mezzo a queste realtà e attraverso di esse. Nello stesso tempo, comprese essere volontà di Dio che egli dedicasse tutti i suoi sforzi a promuovere un’istituzione — cui più tardi diede il nome di Opus Dei, Opera di Dio — che avesse il fine di promuovere la ricerca effettiva della santità in mezzo al mondo; non in un modo qualsiasi, ma proprio grazie alla testimonianza di cristiani che, considerando la vita ordinaria come l’ambito, l’occasione e la materia dell’incontro con Cristo, manifestassero la capacità santificabile e santificatrice che questa vita possiede [1].

Negli anni in cui Josemaría Escrivá ricevette la chiamata a dar vita all’Opus Dei, anzi, da alcuni decenni prima, e precisamente dalla fine del XIX secolo, erano sorti o si erano andati sviluppando vari movimenti e associazioni, che, nel contesto del processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale, avevano come fine il promuovere la presenza e l’azione dei cristiani nella vita pubblica. L’ispirazione che sosteneva il lavoro fondazionale del Beato Josemaría era diversa: ciò a cui aspirava e a cui si sentiva chiamato non era di promuovere la presenza cristiana nella vita pubblica, anche se conosceva l’importanza di un apostolato di questo tipo; egli desiderava piuttosto provocare, nei cristiani delle più svariate condizioni, una radicale presa di coscienza delle implicazioni della vocazione battesimale, in modo che tutti, ovunque si trovassero e qualsiasi fosse, importante o secondario, il loro ruolo nella società, contribuissero, nella loro vita quotidiana, a mostrare la forza e la verità del Vangelo [2].

Ma procediamo a commentare più in dettaglio quanto abbiamo appena detto:

a) Constatiamo anzitutto un fatto: le prospettive di un’irradiazione del messaggio cristiano nella società civile e politica e, di conseguenza, di un incremento della pace e della giustizia come frutto di un agire cristiano coerente, hanno fatto parte fin dall’inizio dell’orizzonte apostolico del Fondatore dell’Opus Dei. Ne fanno fede vari testi, tra i quali alcuni alludono ad aspetti specifici della situazione storico-culturale in cui l’Opera nacque e, in particolare, alla frattura, allora presente in molti ambienti, tra fede e vita, tra cristianesimo e realtà terrene. “Il Signore volle far sorgere la sua Opera — affermava per esempio in una delle sue Lettere — quando nella maggior parte dei paesi, élites e folle intere sembravano allontanarsi dalla Fonte di tutte le grazie; quando, anche nei paesi di antica tradizione cristiana, il popolo frequentava poco i Sacramenti; quando gran parte del laicato sembrava addormentata, come se fosse scomparsa la loro fede operativa” [3].

b) Con termini non descrittivi, come nel passo sopra citato, ma esortativi, aveva espresso idee simili in testi precedenti, come per esempio in un paragrafo degli Appunti intimi, scritto tra l’aprile e il giugno del 1930, in cui si legge che è necessario lottare “contro il laicismo, con un apparente laicismo: contro l’indifferentismo, con un apparente indifferentismo” [4]. Un anno dopo, nel luglio 1931, ribadiva la stessa idea, anche se in termini leggermente diversi: “laicismo sano — anticlericalismo sano” [5]. Entrambe le proposizioni esprimono non soltanto il male o la crisi che è necessario superare, ma anche la strada per superarla. Non serve uno scontro frontale con la crisi spirituale e con le posizioni laiciste; serve piuttosto un approfondimento della fede cristiana che, se radicale e autentica, è in grado di cogliere e far proprio quanto vi è di positivo nel moderno processo storico. In definitiva (impiegando una terminologia coniata in parte più tardi) non laicismo né clericalismo, ma mentalità laicale, non secolarismo né sacralizzazione, ma secolarità, un modo profondamente cristiano di vivere la realtà secolare, santificandola dal di dentro, contribuendo con la fede, nel pieno rispetto della natura dei vari esseri e delle diverse realtà, a evidenziarne e svilupparne tutte le potenzialità [6].

c) Ma se la prospettiva di un miglioramento o trasformazione della società come conseguenza di una reale fedeltà al Vangelo è stata presente e ha giocato un ruolo e una funzione importanti nella predicazione e nell’azione pastorale del Beato Josemaría, si deve affermare allo stesso tempo — e l’osservazione non è futile, ma determinante — che è stata presente in quanto è sorta dalla presa di coscienza da parte di ogni cristiano della propria personale chiamata alla santità e all’apostolato, da cui deve sbocciare, come un frutto connaturale, l’impegno d’informare con lo spirito di Cristo tutta la realtà. In altre parole, l’Opus Dei — così disse chiaramente il suo Fondatore — non ha come fine di organizzare e sviluppare iniziative sociali, educative, culturali, ecc., ma di promuovere la santità dei suoi membri e di quanti partecipano alle sue attività. Da questa percezione della chiamata divina e da questa conversione del cuore che la fede porta con sé, deriva l’orientamento pieno della persona verso Cristo, con tutte le conseguenze che, a partire da questo nucleo centrale, si possono e si devono trarre.

d) Da queste premesse deriva una conseguenza essenziale da molti punti di vista, soprattutto in riferimento al posto che la considerazione dell’azione politica ha occupato nella predicazione del Fondatore dell’Opus Dei. Josemaría Escrivá aspirò sempre a porre ogni persona di fronte al Vangelo, ossia di fronte a Cristo come fonte radicale di vita e di senso per l’intera esistenza. Nella sua predicazione, il richiamo diretto in nome di Cristo e a Lui rivolto, si riferiva direttamente non ad attività specifiche di vario tipo, ma a una realtà molto più ampia, cioè alla vita ordinaria.
Ci troviamo di fronte al nucleo stesso del messaggio dell’Opus Dei, che il Fondatore ha espresso in molti modi, ricorrendo frequentemente a un’espressione non priva di valore poetico e soprattutto ricca di un profondo significato: “Si sono aperti i cammini divini della terra”; tutti i cammini, tutte le nobili occupazioni umane possono — e devono — essere occasione d’incontro e di rapporto con Cristo [7]. La vita normale, la vita comune degli uomini, con tutto ciò che l’accompagna, può e deve essere considerata e, ancor meglio, assunta, come una realtà, allo stesso tempo e inseparabilmente, umana e cristiana [8].

Certamente, nell’insieme delle realtà che configurano la vita ordinaria, ci possono essere differenze, relazioni e gerarchie, poiché non hanno tutte lo stesso valore e importanza. Il Fondatore dell’Opus Dei non lo ignorava e, di fatto, rivolse una particolare attenzione ad alcune. Ma, in accordo con la sua visione di fondo, mise l’accento non sull’attività politica, bensì sul lavoro professionale, su quel lavoro o compito che, occupando gran parte della giornata e determinando il ruolo che ogni uomo ha nella società, ne caratterizza la personalità e indirizza aspetti decisivi del suo contributo alla convivenza e al benessere comuni [9].

Ogni essere umano, uomo o donna, contribuisce al bene della collettività con la sua vita familiare, con l’impegno per creare intorno a sé un ambiente di solidarietà e di convivenza e, in per nulla secondario, con il suo lavoro [10]. Da qui, dalla vita ordinaria, ogni uomo e ogni donna può e deve dirigere il proprio sguardo alla vita pubblica o politica, intesa in senso stretto, riconoscendone l’importanza. È infatti un orizzonte che non esaurisce la personalità dell’essere umano e che pertanto non deve essere assolutizzato, ma da cui non si può prescindere (l’essere umano è sociale per natura); anzi, ogni cittadino, cosciente della propria responsabilità rispetto alla collettività, deve tenerlo presente e, in un modo o in un altro, deve prendervi parte [11].
Nell’ottobre del 1928, quando si verificò l’evento della fondazione dell’Opus Dei e ne iniziò l’apostolato, la Spagna attraversava un periodo di calma politica e di espansione economica. Nel 1923 il Generale Primo de Rivera aveva dato vita a un governo autoritario, che trovò l’appoggio non solo dell’esercito e dei settori conservatori, ma, a partire dal 1926, di gran parte del sindacalismo socialista. Nel 1929, l’Esposizione ibero-americana a Siviglia e l’Esposizione Universale a Barcellona, ne rispecchiano lo sviluppo economico e le buone relazioni internazionali.

Un anno dopo la situazione cambiò completamente. Vari problemi interni, collegati o almeno rafforzati dalla crisi generale seguita al crollo di Wall Street della fine del 1929, indussero il Generale Primo de Rivera a presentare le dimissioni nel gennaio 1930. Ebbe inizio così un periodo di cambiamenti, rivolgimenti e incertezze: abdicazione del re e instaurazione della repubblica nel 1931, tentativo di colpo di stato di tipo tradizionalista nel 1932, insurrezione anarcosindacalista nel 1934, insurrezione militare e guerra civile nel 1936... Questi avvenimenti e, in modo speciale, l’azione di gruppi laicisti, accompagnata spesso da sommosse e azioni non soltanto anticlericali ma formalmente anticattoliche (vessazioni e insulti a sacerdoti, soppressione di ordini e congregazioni religiose, incendi di chiese e conventi, ecc.), che si susseguirono a partire dal 1931, non solo ferirono fortemente il profondo spirito cristiano e sacerdotale di Josemaría Escrivá, ma lo portarono a volgere lo sguardo alla missione ricevuta il 2 ottobre 1928, e a meditare — potremmo dire, sognare — sui frutti che ci si poteva attendere da un intenso ed esteso apostolato cristiano in mezzo al mondo [12].

Di fatto, in più di un’occasione, nei suoi appunti di coscienza, il riferimento a tali avvenimenti e al dolore che provocarono nella sua anima, si trasformava in esclamazioni accorate: “Signore, la tua Opera!”, “Gesù, la tua Opera!”. Se ci fossero stati nel mondo, nei punti cruciali delle strutture sociali, molti cristiani coscienti della propria fede, decisi a vivere ogni momento secondo lo spirito di Cristo — questo era l’obiettivo a cui era chiamato l’Opus Dei — sarebbe stato più facile superare barriere, egoismi e incomprensioni e avere più pace, più concordia, più unità. Un punto di Cammino riassume questo pensiero e questa speranza, con espressioni molto forti: “Un segreto. — Un segreto a gran voce: queste crisi mondiali sono crisi di santi. Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana. Poi... pax Cristi in regno Cristi — la pace di Cristo nel regno di Cristo” [13].
Il richiamo delle implicazioni, anche sociali, che porta con sé il vivere fino in fondo il Vangelo in seno alle realtà secolari, fu sempre visto nel contesto spirituale-apostolico sopra menzionato. In particolare non portò mai a un riferimento unilaterale all’azione politica né diede luogo a un cambiamento di impostazione del lavoro apostolico: egli continuò a mettere l’accento sulla conversione radicale della persona e, a partire da questo, sulla vivificazione cristiana di tutta l’esistenza, soprattutto del lavoro professionale. Sia in quegli anni che nei seguenti, in momenti di pace politica o in situazioni di tensione, riaffermò sempre il criterio fondazionale, ossia l’orientamento dell’Opus Dei verso la promozione della santificazione nella vita ordinaria, della quale forma parte naturalmente la partecipazione alle attività politiche, ma solo parte, e parte con gradualità molto diverse.

Josemaría Escrivá ha sempre ammesso la legittimità di associazioni e movimenti che avessero come fine la promozione della presenza di cristiani nella vita pubblica e perfino la possibilità di istituzioni che avessero una finalità allo stesso tempo politica e religiosa — anche se su questo punto manifestò una certa prevenzione, segnalando il rischio di confusione implicito in un tale progetto —, ma ha sempre nettamente distinto fra queste attività e il suo lavoro apostolico specifico. L’Opus Dei non ha come fine proprio un obiettivo di questo tipo, ma un obiettivo più ampio, che fa riferimento alla santificazione di tutta la vita cristiana nel mondo, con le conseguenze che ne derivano: l’accentuazione dell’importanza apostolica e spirituale del lavoro e della normale vita di relazione, l’apertura a ogni tipo di persone, qualsiasi sia il loro ruolo nella società, l’insistenza sulla libertà di pensiero e di decisione nelle questioni professionali, ecc.

Le dichiarazioni e i testi in questo senso sono molto numerosi. Ne ricordiamo ora uno soltanto, anche a rischio di anticipare problemi che poi esamineremo più in dettaglio, per completare la prima tappa della nostra esposizione. Sono parole prese da una sua lettera. “L’Opera — scrive il Fondatore — non ha alcuna politica; non è questo il suo fine. Il nostro unico fine è spirituale e apostolico e ha un’impronta divina: l’amore per la libertà”; “Agite liberamente — proseguiva — perché la nostra peculiare chiamata divina è quella di santificarci, lavorando nei compiti ordinari degli uomini secondo il dettato della propria coscienza” [14]. In altre parole, i membri dell’Opus Dei contribuiscono al bene comune con il loro lavoro professionale e la vita familiare e di relazione, partecipando alla vita civile come fanno gli altri cittadini, e, quando lo ritengono opportuno e sempre con piena libertà, formando parte di gruppi, associazioni o partiti; ma l’Opus Dei in quanto tale non interviene né si fa presente in questo campo.

Il cristiano nella storia

Nei testi del Beato Josemaría Escrivá che abbiamo appena citato, quasi tutti risalenti ai primi anni della sua attività sacerdotale, sono presenti alcune volte in modo esplicito, altre volte in modo implicito, gran parte delle considerazioni che anni dopo avrebbe esposto e commentato in forma più sviluppata. Esaminiamo in particolare i suoi insegnamenti sulla condizione del cristiano in quanto essere situato nella storia, problema che apparentemente ci allontana dal nostro tema principale — l’azione politica —, ma che conviene analizzare dal momento che ci colloca di fronte a prospettive teologiche che, essendo fondamentali, offrono la cornice intellettuale e spirituale che permette di inquadrare il resto delle sue affermazioni.

La dottrina che il Fondatore dell’Opus Dei espone al riguardo dipende da un’esperienza già ricordata: la luce ricevuta il 7 agosto 1931, che gli fece capire in modo nuovo alcune parole di Gesù contenute nel Vangelo di Giovanni: et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. “Da tanti anni a questa parte — ricordava il Beato Josemaría in una intervista concessa nel 1968 — fin dalla stessa fondazione dell’Opus Dei, io ho meditato e ho fatto meditare alcune parole di Cristo riportate da san Giovanni: Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum. Cristo, morendo sulla Croce, attrae a sé l’intera creazione, e, nel suo nome, i cristiani, lavorando in mezzo al mondo, devono riconciliare tutte le cose con Dio, situando Cristo sulla vetta di tutte le attività umane” [15]. Cristo invita i cristiani a unirsi a Lui con la fede e l’amore e, in questo modo, a portarlo mediante la propria vita in mezzo alle molteplici e svariate attività umane, in modo che le loro azioni si conformino a Cristo e riversino sul mondo la pace, che in Cristo e per Cristo, Dio Padre ci offre [16].

A quest’esperienza occorrerebbe aggiungerne un’altra, a cui Josemaría Escrivá ha fatto riferimento in varie occasioni, ma senza precisarne la data: la domanda che un giorno gli rivolse un amico. Ecco il suo racconto: “Un amico di buon cuore, ma privo di fede, mi disse un giorno indicando il mappamondo: “Guardi, dal nord al sud e da oriente a occidente”. “Che cosa vuole che guardi?”, gli chiesi. Ed egli: “Il fallimento di Cristo! Tanti secoli per cercare di introdurre la sua dottrina nella vita degli uomini... ed ecco il risultato”. Sulle prime fui colto da una profonda tristezza, perché causa un gran dolore vedere che sono molti quelli che non conoscono ancora Cristo, e molti, fra coloro che lo conoscono, quelli che vivono come se non lo conoscessero. Ma questa sensazione durò solo un attimo: subito mi sentii pieno di amore e di riconoscenza, perché il Signore ha voluto fare di ogni uomo un libero cooperatore della sua opera di redenzione. Cristo non è fallito: la sua dottrina e la sua vita stanno fecondando incessantemente il mondo (...). La salvezza è ancora in atto, e noi partecipiamo ad essa” [17].

Queste esperienze furono maturate e ripensate dal Beato Josemaría per molti anni, a dire il vero per tutta la vita, fondendole con altre e soprattutto unendole alla meditazione assidua della Sacra Scrittura. La sua predicazione manifesta una profonda consapevolezza della verità della redenzione come realtà a sua volta pienamente realizzata in Cristo e in processo di sviluppo lungo la storia, in un costante incontro fra la chiamata di Dio e la risposta dell’uomo, che conferiscono una fisionomia ultima e definitiva a tutto ciò che avviene.

Il profondo senso della redenzione come un processo — o, se vogliamo dirlo in termini classici, di applicazione della redenzione — apre la strada, specialmente nei suoi testi della decade degli anni ‘60, ad ampie visioni della storia, in cui l’azione e il lavoro degli uomini sono visti in riferimento ai tre grandi punti chiave del disegno salvifico divino che sono la creazione, la redenzione e la consumazione finale e giudicati da questa prospettiva. Abbiamo scelto una sua citazione che inizia proprio commentando il testo di Giovanni 12, 32 per estendere poi lo sguardo, da Cristo innalzato sulla Croce e presente nei cristiani, alla storia e all’insieme della creazione.

“Cristo, nostro Signore continua a operare la sua semina di salvezza degli uomini e di tutto il creato: del mondo dunque, che è buono, perché è uscito buono dalle mani di Dio. Fu la caduta di Adamo, il peccato della superbia umana, a rompere l’armonia divina della creazione. Ma Dio Padre, quando giunse la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio Unigenito, che si incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria sempre Vergine, per ristabilire la pace, e perché noi, redenti dal peccato, adoptionem filiorum reciperemus (Gal 4, 5), fossimo costituiti figli di Dio e capaci di partecipare all’intimità divina, affinché all’uomo nuovo, alla nuova stirpe dei figli di Dio (cfr Rom 6, 4-5), fosse concesso di liberare tutto l’universo dal disordine, restaurando tutte le cose in Cristo (cfr Ef 1, 9-10), in colui che le ha riconciliate con Dio (cfr Col 1, 20).

A tutto ciò siamo stati chiamati noi cristiani, questo è il nostro compito apostolico e l’ansia che deve consumarci interiormente: far sì che il regno di Cristo divenga realtà, che non ci sia più odio né crudeltà, e che si estenda per tutta la terra il balsamo forte e pacifico dell’amore. Chiediamo in questo giorno al nostro Re che faccia di noi degli umili e ferventi collaboratori al disegno divino di unire ciò che è spezzato, di salvare ciò che è perduto, di riordinare quello che l’uomo ha sconvolto, di condurre alla meta ciò che devia, di ricostruire l’armonia di tutto il creato” [18].

Queste parole riassumono alcune delle convinzioni più profonde del Beato Josemaría. È chiaro, da un lato, che l’orizzonte ultimo di tutta la sua predicazione e di tutta la sua vita è stato, sempre e in ogni momento, il regno dei cieli inteso nella sua pienezza escatologica: l’incontro definitivo con Dio alla fine dei tempi; il momento in cui ogni essere umano si vedrà e si sentirà unito a Dio e, in Dio, all’intera umanità redenta. Ma è anche chiaro che il rimando all’escatologia non è qualcosa di chiuso in se stesso, non fa dimenticare o respingere la situazione presente, ma si riversa sulla realtà attuale, che dall’escatologia appare illuminata e dotata di pienezza di significato, perché è il momento in cui si anticipa la fine dei tempi, momento nel quale possiamo aspirare, anche se in modo limitato e come un pegno, al compimento della piena fraternità che avrà luogo nei cieli.

Fra i testi nei quali il Beato Josemaría Escrivá ha sviluppato ampiamente questa considerazione c’è un’omelia pronunciata il Venerdì Santo del 1960 e dunque destinata a commentare l’efficacia redentrice della morte di Cristo. “Nella tragedia della Passione culminano la nostra vita e tutta la storia umana” [19]. La coscienza del valore supremo della morte di Gesù deve riempire la vita del cristiano, spingendolo ad assumere la totalità della propria esistenza con la sincerità di vita, la forza interiore e la capacità di donazione rese possibili dalla morte redentrice del Signore. “L’essere cristiani — concludeva, cominciando così a volgere lo sguardo nella direzione che abbiamo indicata — non è una circostanza accidentale: è una realtà divina che si innesta nel più profondo della nostra vita dandoci una visione chiara e una volontà decisa, per poter agire secondo il volere di Dio”, è “guardare al termine ultimo e radicale dell’amore che Cristo ha rivelato morendo per noi” [20].

Arrivato a questo punto e proprio per sottolineare che un amore simile a quello di Cristo deve informare tutti gli ambiti dell’azione e della convivenza umana, il Beato Josemaría ricorre a un metodo classico di esposizione: contrappone l’atteggiamento che vuole tipizzare, cioè quello autenticamente cristiano, agli altri, che implicano una deformazione, in quanto derivano “dall’incapacità di penetrare in questo mistero di Gesù” [21]. Questi atteggiamenti sono fondamentalmente due, opposti tra di loro, ma entrambi lontani dalla verità:

Da una parte “la mentalità di chi vede nel cristianesimo soltanto un insieme di pratiche e atti di pietà, senza coglierne il nesso con le situazioni della vita ordinaria, con l’urgenza di far fronte alle necessità degli altri e di sforzarsi per eliminare le ingiustizie”. “Chi ha questa mentalità — commenta — non ha ancora compreso che cosa significa che il Figlio di Dio si sia incarnato, abbia preso corpo, anima e voce umana, abbia condiviso il nostro destino, fino a sperimentare la suprema dilacerazione della morte”; costui sembra insomma che consideri Cristo “come estraneo all’ambiente degli uomini” [22].

Dall’altra, invece, la mentalità di coloro che “tendono a immaginare che per poter essere umani bisogna mettere in sordina alcuni aspetti centrali del dogma cristiano, e agiscono come se la vita di preghiera, il colloquio continuo con Dio, costituissero un’evasione dalle proprie responsabilità e un abbandono del mondo. Dimenticano che fu proprio Gesù a rivelarci fino a quali estremi debbono essere spinti l’amore e il servizio. Soltanto se cerchiamo di capire il mistero dell’amore di Dio, il mistero dell’amore che arriva fino alla morte, saremo capaci di darci totalmente agli altri senza lasciarci sopraffare dalle difficoltà o dall’indifferenza” [23].

Di fronte a questi due atteggiamenti deformati e deformanti, si impone una posizione netta: aprire, nella fede, le porte della mente e del cuore alla verità di Cristo, “morto e risorto, presente in tutti i momenti della vita”, in modo che questa verità illumini la coscienza “stimolandoci a partecipare con tutte le forze alle vicissitudini e ai problemi della storia umana”. Perché “in questa storia, che iniziò con la creazione del mondo e terminerà alla fine dei secoli, il cristiano non è un apolide. È un cittadino della città degli uomini, che ha l’anima piena del desiderio di Dio e che già in questa tappa del tempo comincia a intravedere il suo amore, riconoscendo in esso il fine a cui sono chiamati tutti coloro che vivono sulla terra” [24].

Senza ingenue utopie, cosciente sia della realtà del male sia della verità del proprio destino eterno e senza assolutizzare l’impegno umano né l’azione politica, il cristiano può e deve affrontare con fiducia e audacia gli eventi: gli aneliti, le domande e i problemi che essi suscitano. Nulla deve allontanarlo dalla solidarietà con la storia in cui è inserito e con gli altri uomini con i quali condivide l’esistenza. Nulla, assolutamente nulla, neppure l’apertura a orizzonti di eternità o la percezione del male:

— non la coscienza di eternità, perché se è vero che “gli uomini non sono stati creati soltanto per edificare un mondo che sia il più possibile giusto”, né “per darci quaggiù una città definitiva”, poiché sono stati messi sulla terra “per entrare in comunione con Dio stesso”, è altrettanto vero che “noi figli di Dio non dobbiamo disinteressarci delle attività terrene” [25]: “essere cristiani significa fare proprie tutte le nobili aspirazioni umane” [26];

— neppure la percezione della potenza del male, poiché è chiaro che l’esperienza ne mostra la realtà e la fede ne rivela il rapporto con il mistero insondabile del peccato; ma con la stessa certezza, la stessa fede fa conoscere la vittoria di Cristo: il cristiano non è “un disfattista della storia umana”, un essere che nega la possibilità del bene o che vede il suo spirito attanagliato dalla forza di una male che non si azzarda ad affrontare, ma un figlio di Dio consapevole che Gesù Cristo, suo fratello e signore, è venuto sulla terra “a condividere tutte le ansie dell’uomo, tranne la triste avventura del male” [27]; anzi, egli ha vinto il peccato; il cristiano ha dunque diritto di “esaltare la regalità di Cristo” e di aver fiducia in essa poiché “pur abbondando l’ingiustizia, (...) è proprio nella storia umana, nello scenario del male, che si intesse l’opera della salvezza eterna” [28].
Da ciò nascono alcune esortazioni che troviamo in Solco e Forgia e con le quali possiamo chiudere questo capitolo: “Questo è il tuo compito di cittadino cristiano: contribuire a far sì che l’amore e la libertà di Cristo presiedano tutte le manifestazioni della vita moderna: la cultura e l’economia, il lavoro e il riposo, o la vita di famiglia e la convivenza sociale” [29]. “Noi figli di Dio, cittadini della stessa specie degli altri, dobbiamo prendere parte “senza paura” a tutte le attività e organizzazioni degli uomini perché Cristo vi si renda presente. Se, per trascuratezza o comodità, ciascuno di noi, liberamente, non fa in modo di intervenire nelle opere e nelle decisioni umane, da cui dipendono il presente e il futuro della società, nostro Signore ce ne chiederà strettamente conto” [30].

Santificazione del lavoro e pratica della giustizia

“La politica, nel senso più nobile della parola, non è altro che un servizio per ottenere il bene comune della Città terrena”, scrisse il Beato Josemaría in una delle sue Lettere [31]. Durante un’intervista concessa nel 1967 a una rivista universitaria, accingendosi a rispondere a una domanda sull’opportunità o meno di consentire lo svolgimento di attività politiche all’interno dell’Università, tornò ad proporre una definizione della politica. “Mi sembra — così iniziò la sua risposta — che sarebbe necessario innanzitutto mettersi d’accordo su ciò che intendiamo per politica”; subito dopo espose due possibili significati del vocabolo:

— “interessarsi e lavorare in favore della pace, della giustizia sociale, della libertà di tutti”;

— stabilire “la soluzione concreta di un determinato problema, scartando altre soluzioni possibili e legittime, in contrapposizione a quanti propongono il contrario” [32].

Nello stabilire la distinzione il Beato Josemaría non aveva pretese di originalità e si limitava a utilizzare una distinzione propria del linguaggio comune; essa si accordava tuttavia con aspetti molto caratteristici del suo modo di pensare; in particolare con il modo d’intendere il lavoro apostolico che lo portò, come abbiamo già detto sopra, a mettere l’accento non sull’azione politica intesa in senso stretto o ristretto, ma sul lavoro considerato in tutta la sua ampiezza. Ci sono, dunque, nei suoi scritti alcuni riferimenti allo spirito e all’atteggiamento con cui il cristiano deve svolgere le funzioni pubbliche, quando le assume liberamente e responsabilmente, ma sono più frequenti i suggerimenti rispetto al lavoro in generale. D’altra parte ogni lavoro, ogni attività e non solo alcune specifiche — quelle a cui abbiamo appena alluso — incidono, in un modo o nell’altro, nel contesto sociale e nel suo sviluppo. Di conseguenza, in ogni lavoro, nel modo di concepire e di svolgere ogni attività, deve essere presente, nel modo e con le caratteristiche ad essa adatte, la preoccupazione di contribuire al bene comune. Non meraviglia pertanto che alcuni dei testi in cui il Fondatore dell’Opus Dei offre orientamenti che ci aiutano a cogliere il suo insegnamento su questo tema, sorgano proprio nel contesto della sua dottrina sul lavoro, e soprattutto sulla santificazione del lavoro, di ogni lavoro, qualsiasi ne siano le caratteristiche e le ripercussioni nella dinamica del vivere sociale [33].

Con una certa frequenza il Beato Josemaría ha sintetizzato l’ideale di santità e di apostolato nella e attraverso la vita ordinaria in un’espressione trifase: “santificarsi nel lavoro, santificare gli altri con il lavoro, santificare il lavoro” [34]. Il cristiano normale, chiamato a realizzare la propria vocazione divina in mezzo al mondo, deve non solo santificarsi nel suo lavoro, vivendolo con la consapevolezza della vicinanza di Dio, e santificare gli altri con il suo lavoro, attraendoli verso Cristo mediante il lavoro e i suoi accadimenti, ma anche santificare il lavoro, svolgendolo secondo il volere di Dio e impregnandolo dello spirito del Vangelo. E questo tenendo presente che i tre elementi dell’espressione citata non sono realtà giustapposte, ma intimamente compenetrate, che si richiamano l’un l’altra, in modo che la santità personale e l’apostolato sarebbero false se non fossero accompagnate, anzi unite, a una vera santificazione del lavoro.

Che cosa esige la santificazione del lavoro in quanto tale? Un semplice sguardo agli scritti di Josemaría Escrivá offre subito una prima idea: lavorare bene, svolgere il proprio compito, nella misura in cui un tale ideale sia possibile per un essere umano, in modo completo, perfetto. “Una parte essenziale di questo compito — la santificazione del lavoro ordinario — che Dio ci ha affidato — scriveva in una Lettera —, è di fare bene il lavoro stesso, di farlo con perfezione anche umana, nell’esatto compimento di tutti gli obblighi professionali e sociali. L’Opera esige che tutti lavorino con coscienza, con senso di responsabilità, con amore e perseveranza, senza disinteresse o leggerezza” [35]. “Per servire, servire — commentava in una omelia — (...). Non basta voler fare il bene; è necessario saperlo fare. E, se il nostro volere è sincero, deve tradursi nell’impegno di impiegare i mezzi adeguati per compiere le cose fino in fondo, con perfezione umana” [36]. “Se vogliamo davvero santificare il lavoro — si legge su Forgia — dobbiamo inevitabilmente soddisfare la prima condizione: lavorare, e lavorare bene!, con serietà umana e soprannaturale” [37].
Lavorare bene comporta, dunque, lavorare fino in fondo, con impegno, con attenzione e intensità, con competenza tecnica e professionale, ossia, con conoscenza della realtà su cui verte il lavoro e con un impegno effettivo, efficace al suo completamento. Ma se il compimento del lavoro tecnicamente ben fatto, perfetto nella misura del possibile, costituisce un presupposto basilare e indispensabile per la sua santificazione, non esaurisce affatto ciò che sulle labbra del Beato Josemaría significa l’espressione “santificazione del lavoro”. Non dimentichiamo infatti che la parola “lavoro” è stata sempre unita nel suo pensiero a un aggettivo: “professionale”. Il lavoro a cui faceva riferimento non è mai stato la mera attività mediante la quale un individuo considerato in astratto e isolatamente, modifica una materia, ordina alcune idee o organizza dei materiali, ma il lavoro professionale, il lavoro come professione, la stabile attività che definisce la posizione del soggetto nel seno di una società, che presuppone e dà luogo a relazioni, diritti e doveri, che incide nella vita collettiva contribuendo alla strutturazione e allo sviluppo della comunità umana [38].

L’invito a “lavorare bene” di conseguenza spinge non solo a svolgere il lavoro in modo tecnicamente completo, ma anche a portare a termine i doveri e gli obblighi che ne derivano. Si aggiunga che non c’è santificazione, santità, senza interiorizzare ciò che si fa, se non si compie il lavoro con l’atteggiamento spirituale che di per sé, e specialmente da una prospettiva cristiana, esso comporta. Si tratta cioè di apprezzare e trattare tutte le persone con cui il lavoro ci mette in contatto come esseri simili a noi, o meglio, come figli di Dio. Di qui la netta dichiarazione che esprime in una delle sue omelie: la “dignità del lavoro è fondata sull’amore”. “Il grande privilegio dell’uomo è di poter amare, trascendendo così l’effimero e il transitorio. L’uomo può amare le altre creature, può dire un tu e un io pieni di significato. E può amare Dio, che ci apre le porte del cielo, ci costituisce membri della sua famiglia, ci autorizza a dare del tu anche a Lui, a parlargli faccia a faccia”. “L’uomo pertanto non deve limitarsi a fare le cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall’amore, manifesta l’amore, è ordinato all’amore” [39].

L’amore a cui questo testo si riferisce è senza dubbio l’amore di Dio ma anche e inseparabilmente l’amore per gli altri. Un amore, di conseguenza, che non solo caratterizza il senso teologale dell’esistenza e, pertanto, lo spirito di orazione, ma anche e inseparabilmente il servizio. La “idoneità che potremmo chiamare tecnica”, “il saper fare il proprio mestiere, deve essere accompagnato — segnalava in un’altra omelia dedicata a san Giuseppe — da una caratteristica che fu fondamentale nel lavoro di Giuseppe e tale dovrebbe essere anche per ogni cristiano: lo spirito di servizio, il desiderio di lavorare per contribuire al bene comune” [40]. Ciò è sostanzialmente e intrinsecamente unito all’ideale cristiano di santificazione, e in modo particolare se si tratta della santificazione di chi vive nel mondo e in esso esercita la sua condizione di cristiano.
Le prospettive di un’azione orientata a servire gli altri e a contribuire al progresso sociale, sia attraverso il disimpegno della propria professione, sia attraverso la partecipazione a lavori collettivi e a progetti politici propriamente detti, formano dunque parte integrante dell’orizzonte etico-morale del cristiano, dove la carità, anima e punto culminante della legge evangelica, presuppone e richiede il compimento del proprio dovere e, pertanto, la competenza tecnico-professionale e l’anelito di giustizia. Per questo, in un’altra delle sue omelie, si espresse con un’espressione forte: “Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all’altezza dell’amore del Cuore di Cristo. I cristiani — pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo — devono coincidere nel comune desiderio di servire l’umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini [41].

“Nessuna vita umana è isolata, ogni vita si intreccia con altre vite. Nessuna persona è un verso a sé: tutti facciamo parte dello stesso poema divino che Dio scrive con il concorso della nostra libertà” [42]. Perciò a ogni cristiano, qualsiasi posizione occupi nella società, si può e si deve rivolgere lo stesso invito: “Amate la giustizia. Praticate la carità. Difendete sempre la libertà personale e il diritto che hanno tutti gli uomini di vivere, di lavorare, di essere assistiti nella malattia e nella vecchiaia, di farsi una famiglia e di mettere al mondo figli e di educarli secondo le qualità di ognuno, essendo degnamente trattati come uomini e come cittadini” [43].

In sintesi ogni cristiano, anzi ogni uomo, deve sforzarsi, nella misura del possibile, per realizzare nel mondo l’aspirazione alla pace, alla fraternità e alla giustizia che costituisce la base della natura umana e che trova conferma nel Vangelo. Perciò — tornando all’espressione già menzionata — il Beato Josemaría parlava non solo di santificarsi nel lavoro e di santificare gli altri con il lavoro, ma di santificare il lavoro. Non si tratta solo di santificarsi nel lavoro, di migliorare il proprio livello spirituale attraverso il lavoro e di contribuire con la parola e con l’esempio a far sì che altre persone approfondiscano la loro relazione con Dio, ma, anche e inseparabilmente, di santificare il lavoro in quanto tale, di svolgerlo in tal modo che, una volta compiuto, contribuisca al bene effettivo di coloro con cui si viene a contatto e dell’intera società. Senza mai dimenticare, come abbiamo detto prima, che queste tre dimensioni non devono essere intese come realtà collocate su piani meramente giustapposti, ma come dimensioni reali e profondamente compenetrate, in modo che non si possa intendere adeguatamente l’una senza l’altra: etica e tecnica, atteggiamento spirituale e servizio reale ed effettivo, devono coesistere contemporaneamente [44].

Libertà, diversità, pluralismo

La proclamazione di un ideale di giustizia di cui il cristiano deve sentirsi non meramente solidale ma partecipe, in altre parole l’affermazione della responsabilità sociale del cristiano, è stata costantemente unita, nella predicazione del Beato Josemaría — lo dimostrano alcuni dei testi già citati — alla proclamazione della libertà come caratteristica distintiva dell’essere umano e, più esplicitamente, alla proclamazione della libertà nelle questioni temporali. Una presentazione della sua dottrina sull’agire sociale e politico del cristiano che non faccia riferimento a quest’aspetto sarebbe perciò assolutamente incompleta. A questo proposito appare peraltro con particolare evidenza un fatto che facevamo notare all’inizio di queste pagine: Josemaría Escrivá impartì i suoi insegnamenti non in forma astratta, ma attraverso il lavoro sacerdotale che portava avanti e, più in particolare, con la fondazione dell’Opus Dei.

Nel 1933, nell’intento di dare maggiore impulso all’apostolato dell’Opus Dei, don Josemaría decise di aprire a Madrid un’Accademia di insegnamento che, più tardi, fu ampliata con una residenza per studenti. Uno dei giovani che la frequentò, ripercorrendo anni dopo i ricordi di quei tempi, racconta di un colloquio avuto con don Josemaría nel quale questi, spiegandogli il lavoro che vi si svolgeva, chiarì che la residenza, nella quale si cercava di formare dei buoni cristiani, era aperta a persone di tutte le opinioni politiche e sociali, e pertanto nessuno avrebbe mai cercato di sapere qualcosa sulle sue idee in merito. “Invece — proseguì, sorridendo per dar forza alle sue parole — ti faranno domande “fastidiose” di altro tipo: ti domanderanno se fai orazione, se fai buon uso del tempo, se i tuoi genitori sono contenti di te, se studi, perché per uno studente studiare è un obbligo grave...” [45].

Il criterio di apertura e fondamentalmente di trascendenza dell’azione apostolica dell’Opus Dei rispetto a ogni tipo di opinioni e pareri temporali, è stato ripetuto dal Fondatore e dalle autorità della Prelatura in molteplici occasioni, sia in generale [46], sia in riferimento a circostanze specifiche, ed è stato presentato perfino come una questione dalla quale dipende l’esistenza stessa dell’Opus Dei. L’Opera infatti, formata da cittadini coscienti della propria autonomia in campo temporale, si frantumerebbe in mille pezzi se quest’autonomia fosse misconosciuta. “Fin dal primo momento in cui si avvicinano all’Opera, tutti i membri conoscono bene la realtà della propria libertà individuale; e in tal modo, se, per ipotesi, uno di loro cercasse di far pressione sugli altri imponendo le proprie opinioni in materia politica, o volesse servirsi di loro per interessi umani, gli altri si ribellerebbero e lo espellerebbero immediatamente”. “Il rispetto della libertà dei suoi membri — prosegue il Beato Josemaría — è condizione essenziale della vita stessa dell’Opus Dei. Se mancasse, nessuno aderirebbe all’Opera. Dirò di più. Se si dovesse verificare un’intromissione dell’Opus Dei in politica, o in qualunque altro campo delle attività umane — il che non è mai successo, non succede e, con l’aiuto di Dio, non succederà mai — il primo nemico dell’Opera sarei io” [47].

Queste dichiarazioni presuppongono una realtà profondamente radicata nello spirito e nella vita dell’Opus Dei. Non è dunque strano che il suo Fondatore l’abbia ampiamente spiegata, chiarendone i diversi aspetti e le implicazioni che, in forma schematica, possono essere riassunti in alcuni principi fondamentali:

a) l’indipendenza della Prelatura rispetto a qualsiasi posizione socio-politica: l’Opus Dei “è assolutamente estraneo a qualsiasi tendenza o gruppo o regime politico, economico, culturale, o ideologico” [48]. “Non ha nessun fine temporale, politico; (...) cerca soltanto ed esclusivamente di diffondere tra le genti di ogni razza, di ogni condizione sociale e di ogni paese, la conoscenza pratica della dottrina di salvezza portata da Cristo [49];

b) l’orientamento primordiale dell’attività dell’Opus Dei verso la formazione dei suoi membri e di quanti si avvicinano al suo apostolato: “L’attività principale dell’Opus Dei consiste nel dare ai suoi membri, e a tutte le persone che lo desiderano, i mezzi spirituali necessari per vivere da buoni cristiani in mezzo al mondo” [50]. “Il lavoro dei dirigenti dell’Opera tende a far sì che tutti i membri conoscano l’autentico spirito del Vangelo — spirito di carità, di intesa, di comprensione, assolutamente estraneo a ogni fanatismo — mediante una solida e opportuna formazione teologica e apostolica” [51];
c) questo lavoro di formazione, il cui obiettivo è che tutti i membri della Prelatura santifichino il proprio lavoro, informandolo dello spirito cristiano, comporta la trasmissione della fede e della morale cattoliche, senza la cui conoscenza non esiste un vero agire cristiano, ed esclude esplicitamente ogni vincolo a scuole teologiche determinate: “L’Opus Dei non difenderà o promuoverà nessuna scuola filosofica o teologica proprie” [52], poiché, come confermano gli Statuti, “l’Opus Dei non difende nessuna dottrina e non ha una propria scuola circa le questioni teologiche o filosofiche che la Chiesa lascia alla libera opinione dei fedeli” [53];

d) nelle questioni temporali “l’Opus Dei come tale non può e non deve esprimere un’opinione propria, né la può avere” [54]; i fedeli della Prelatura formano liberamente le proprie opinioni sulle materie professionali, culturali, sociali e politiche e, in coerenza con la fede e con piena autonomia, prendono le loro decisioni in tutti questi campi: operano con “piena libertà personale” [55], poiché “hanno la stessa libertà degli altri cattolici nel formare autonomamente le loro opinioni e per agire di conseguenza”, per cui, in tutte le questioni non definite dal magistero ecclesiastico, “ogni membro dell’Opus Dei avrà e sosterrà liberamente l’opinione che gli sembra migliore e agirà di conseguenza” [56];

e) in pieno accordo con quanto detto fin qui, l’esistenza di un pluralismo, di una diversità di pareri — e di modi di agire — in questioni temporali tra i membri dell’Opus Dei, non è un evento casuale, ma una realtà voluta, manifestazione del fatto che si vive con fedeltà l’amore alla libertà in campo temporale, il che è parte essenziale del suo spirito: “Nell’Opus Dei il pluralismo è voluto e amato, non semplicemente tollerato e meno che mai osteggiato”. “La diversità delle opinioni e delle scelte pratiche, nelle questioni temporali e nel campo teologico lasciato alla libera discussione, non costituisce affatto un problema per l’Opera: anzi, il pluralismo che esiste ed esisterà sempre fra i membri dell’Opus Dei è una manifestazione di buono spirito, di onestà di vita, di rispetto delle legittime opzioni di ciascuno” [57].

In definitiva, coloro che entrano a far parte della Prelatura lo fanno con il desiderio di diffondere l’ideale cristiano nei diversi ambiti della società, ciascuno attraverso la propria condizione e il proprio lavoro, e si rivolgono all’Opera solo ed esclusivamente per ricevere aiuti apostolici e spirituali. Il vincolo con la Prelatura riguarda solo questo. E nient’altro [58].
In un’intervista concessa negli anni ‘60, dopo frasi molto nette del tipo di quelle che abbiamo appena riportato, il Beato Josemaría sentì la necessità di avvertire che, nell’escludere in modo radicale ogni intervento delle autorità dell’Opus Dei nelle decisioni e azioni temporali dei suoi membri, non stava incoraggiando l’astensionismo o l’abbandono dei propri doveri da parte dei suoi fedeli [59]. Neppure intendeva legittimare una privatizzazione della fede o togliere rilevanza temporale all’ideale cristiano. Le sue affermazioni hanno un’origine e un fondamento completamente diversi: il riconoscimento dell’imprescindibile funzione mediatrice della coscienza o, in termini più ampi, dei giudizi pratici e prudenziali. Ma questo punto, già precedentemente accennato, merita per la sua importanza, un esame dettagliato.

Fede e storicità nella configurazione della coscienza cristiana

Un’analisi come quella che abbiamo annunciato deve partire, a nostro giudizio, dalla netta affermazione della rilevanza sociale della fede. E ciò in senso pieno: non solo a livello delle motivazioni, ma anche dei contenuti. La fede non è solo impulso, ma luce, non solo forza che spinge ad agire, ma verità che informa l’intelligenza. Ciò che la rivelazione cristiana fa conoscere sull’essere umano, sulla sua dignità, sulle sue proprietà e note caratteristiche, sul suo destino, non può non influire, e influire decisamente, sui giudizi, sulle decisioni e sui comportamenti. Il Beato Josemaría si è espresso al riguardo con la sua abituale chiarezza.

“Aconfessionalismo. Neutralità. — Vecchi miti che tentano sempre di ringiovanire. Ti sei dato la pena di pensare quanto è assurdo smettere di essere cattolici quando si entra nell’Università, nell’associazione professionale, in un’assemblea di scienziati o in Parlamento, così come si lascia il cappello alla porta?”, ha scritto in Cammino [60]. E in Solco, con una frase non meno incisiva: “Non è vero che vi sia opposizione tra l’essere buon cattolico e servire fedelmente la società civile. (...). Mentono — proprio così: mentono — quelli che affermano il contrario. Sono gli stessi che, in ossequio a una falsa libertà vorrebbero “amabilmente” che noi cattolici tornassimo nelle catacombe” [61].

Con diverso tono — non interrogativo, ma discorsivo —, ma con la stessa fermezza, si esprime in altri testi, alcuni già citati, ai quali possiamo aggiungerne un altro, preso da una delle sue Lettere. Ricorda il detto di Gesù nel capitolo 22 di Matteo “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e scrive che con queste parole Gesù “ha prevenuto gli effetti nocivi del cesarismo e del clericalismo. Ha gettato le basi della dottrina di un anticlericalismo sano, che è amore profondo e vero al sacerdozio (...) e ha sostenuto l’autonomia della Chiesa di Dio e la legittima autonomia di cui gode la società civile, per il suo governo e la sua organizzazione tecnica” [62]. “Ma — aggiunge — la distinzione stabilita da Cristo non significa affatto che la religione debba essere relegata nel tempio — nelle sacrestie — né che l’ordinamento degli avvenimenti umani debba essere fatto ignorando la legge divina e cristiana. Ciò sarebbe la negazione della fede di Cristo, che esige l’adesione dell’uomo intero, anima e corpo, come individuo e come membro della società”. “Il messaggio di Cristo — prosegue — illumina l’intera vita degli uomini, dal principio alla fine, non solo il ristretto campo di alcune personali pratiche di pietà”; pertanto — conclude — il laicismo è “la negazione della fede con le opere, della fede che sa che l’autonomia del mondo è relativa e che tutto su questa terra trova il suo ultimo senso nella gloria di Dio e nella salvezza delle anime” [63].

Ma se la coerenza con il pensiero del Beato Josemaría Escrivá richiede che il punto di partenza per l’analisi che volevamo intraprendere fosse costituito dall’affermazione della rilevanza sociale della fede, la stessa coerenza esige che, subito dopo e con la stessa chiarezza, ricordiamo l’imprescindibile mediazione della coscienza, realtà che con terminologia tecnica suole essere chiamata come indeterminazione o singolarità del giudizio pratico. Facciamolo con parola testuali del Fondatore dell’Opus Dei, prese da un’omelia del 1967: il cristiano, che sa “che il mondo — e non solo il tempio — è il luogo del suo incontro con Cristo”, “si sforza di raggiungere una buona preparazione intellettuale e professionale, e va formando — in piena libertà — il proprio criterio sui problemi dell’ambiente in cui opera; e di conseguenza prende le sue decisioni che, essendo decisioni di un cristiano, sono anche frutto di una riflessione personale, umilmente intesa a cogliere la Volontà di Dio in questi particolari piccoli e grandi della vita” [64].

Le decisioni umane nascono dall’intimità del proprio essere e presuppongono un processo che non si sviluppa in astratto o in terza persona, ossia al margine dell’azione stessa, ma al suo interno. Non sono il risultato di un puro raziocinio, della semplice deduzione di conseguenze o implicazioni a partire da alcuni principi generali, ma il frutto di un’operazione vitale nella quale è coinvolta la persona intera, con i suoi desideri e i suoi aneliti, con il suo modo di concepire il mondo e la vita, con i suoi ideali e i suoi valori, con il suo sapere e la sua esperienza, con gli imperativi che sgorgano dalla sua coscienza e i sentimenti che provengono dal suo cuore, con il suo personale giudizio delle circostanze e la concreta valutazione delle conseguenze e implicazioni.

Tutto ciò ha una particolare applicazione nel caso delle decisioni culturali e politiche, nelle quali entra in gioco un’ampia e complicata gamma di fattori. Per questo incidono su di esse — devono incidere e, in un modo o nell’altro, non possono fare a meno di farlo — le convinzioni di fondo e, in un credente, la sua fede. Ma lo faranno non in modo violento e distruttore della soggettività, ma inserendosi in un processo nel quale si integrano, mescolati e fusi, molti altri fattori. In tutto ciò — non si può dimenticarlo — gioca un ruolo importante la considerazione della specificità dell’ordine politico, sul quale possono e debbono proiettarsi gli ideali etici, sempre rispettandone la singolarità e l’autonomia e tenendo conto dei valori di pace e di convivenza, senza i quali non c’è politica, ma dispotismo e tirannide.

In qualche momento le considerazioni antropologiche, il riferimento al processo di formazione della coscienza e dei giudizi etici e di prudenza, sono completati da considerazioni di carattere ecclesiologico-dogmatico. In un’omelia del 1960, dopo avere detto che il sacerdote deve esercitare il suo lavoro pastorale di formazione delle coscienze con pieno rispetto della libertà temporale dei fedeli, aggiunge: “Questo spirito e questo modo di agire si basano sul rispetto per la trascendenza della verità rivelata e sull’amore per la libertà della creatura umana. Potrei aggiungere che si basano anche sulla certezza della indeterminazione della storia, aperta a molteplici possibilità che Dio non ha voluto precludere” [65].

“Dio, creandoci — argomentava nello stesso senso, in un articolo pubblicato nel 1969 — ha corso il rischio e l’avventura della nostra libertà. Ha voluto una storia che sia una storia vera, fatta di autentiche decisioni, e non una finzione o un gioco. Ogni uomo deve fare l’esperienza della sua personale autonomia, con il rischio, il dubbio e talvolta le incertezze che ne derivano”. “Non dimentichiamo — aggiungeva — che Dio ci dà la sicurezza della fede, ma non ci ha rivelato il senso di tutti gli avvenimenti umani. Accanto alle cose che per il cristiano sono del tutto chiare e sicure, ce ne sono altre — moltissime — sulle quali possiamo avere soltanto un’opinione, cioè una certa conoscenza di ciò che può essere vero e opportuno, ma che non può essere affermato in modo incontrovertibile” [66].

Josemaría Escrivá mette qui in rilievo due punti. In primo luogo e anzitutto, la trascendenza del messaggio cristiano, della verità rivelata, che non è circoscritta o vincolata a ideologie né a civiltà; poiché verte sulla realtà centrale di Dio e dell’uomo, può informare ogni attività e ogni cultura. In secondo luogo, la storicità o dinamicità della realtà, non predeterminata, ma aperta alla libertà e al futuro, e di conseguenza la sua irriducibilità a un sapere teorico, scientifico o deduttivo. Il cristiano, collocato nella storia, trova ispirazione e impulso nella sua fede, ma deve farsi strada valutando con la propria ragione l’insieme dei fattori che sono in gioco in ogni circostanza e assumendosi, di conseguenza, il rischio e la responsabilità delle sue decisioni.

Tutto questo porta, nella predicazione del Fondatore dell’Opus Dei, a una netta affermazione: “Non ci sono dogmi nelle cose temporali”; non si possono definire delle “verità assolute in questioni in cui per forza ognuno guarda le cose dal suo punto di vista, secondo i suoi interessi particolari, le sue preferenze culturali e la sua peculiare esperienza” [67]. Pretendere di farlo, cercare di “imporre dogmi sul piano temporale”, significa far violenza alla realtà e conduce, di conseguenza e in modo inevitabile, a misconoscere la dignità e la libertà dell’uomo, “a forzare le coscienze degli altri, a non rispettare il prossimo” [68].

Responsabilità e mentalità laicali

Questa impostazione ha, tra l’altro, due conseguenze o, più esattamente, un’unica conseguenza che ha manifestazioni diverse a seconda che la si consideri dalla prospettiva della Chiesa come istituzione o dalla prospettiva del fedele cristiano. Esaminiamole, iniziando dalla prima.

a) La missione della Chiesa, e in particolare del sacerdote — questa è l’impostazione normalmente adottata dal Beato Josemaría Escrivá — può essere descritta ricorrendo a ciò che egli stesso ha affermato in una delle sue omelie: “Se la mia testimonianza personale può avere qualche interesse, posso dire che ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le caratteristiche proprie della coscienza cristiana” [69].

Un’azione pastorale e sacerdotale così intesa richiede, come dimensione o aspetto essenziale, di trasmettere la fede cristiana integralmente e, pertanto, manifestandone le implicazioni etiche, anche rispetto alle questioni temporali, sociali e politiche, includendovi pertanto la dottrina sociale che, come scriveva Giovanni XXIII nella Mater et Magistra [70], forma parte della concezione cristiana della vita. Si tratta dunque di un dovere pastorale ineludibile [71]. Ma questa trasmissione deve compiersi senza dimenticare che la dottrina cattolica — salvo situazioni in cui il bene della Chiesa giustifichi e motivi specifici pronunciamenti della gerarchia ecclesiastica [72] — fa appello alla coscienza come una luce che dà impulso o promuove un processo nel quale, accanto ad essa, interverranno altre luci e valutazioni fino ad arrivare a una decisione della quale ogni singolo uomo è l’autore responsabile. Presuppone, insomma, una chiara coscienza circa la missione cristiana del laico, della funzione che corrisponde al cristiano normale in vista della santificazione, a suo nome e sotto la sua responsabilità, delle realtà secolari.

La “presa di coscienza” circa la missione dei laici, sottolineata e potenziata dal Concilio Vaticano II, ha pure delle implicazioni, e molto importanti, che egli sottolineava in un’intervista concessa all’Osservatore Romano, rispetto alla coscienza che i pastori hanno della propria funzione. I pastori devono essere, e sono di fatto ogni giorno più coscienti, “di quanto sia specifica la vocazione dei laici, che va suscitata e favorita con una pastorale che porta a scoprire in mezzo al Popolo di Dio il carisma della santità e dell’apostolato, nelle infinite e svariatissime forme in cui Dio lo concede”. Ne segue, tra le altre, una conclusione: che “ a noi sacerdoti venga chiesta l’umiltà di imparare a non essere di moda; dobbiamo essere veramente servi dei servi di Dio, ricordandoci il grido di Giovanni Battista: Illum oportet crescere, me autem minui (Gv 3, 30), bisogna che Cristo cresca e che io diminuisca, per far sì che i comuni cristiani, i laici, rendano presente Cristo in tutti gli ambienti della società”. “La missione di addottrinare, di aiutare a scoprire sempre meglio le esigenze personali e sociali del Vangelo, di indurre a riconoscere i segni dei tempi, è e sarà sempre uno dei compiti fondamentali del sacerdote. Ma ogni funzione sacerdotale deve compiersi nel massimo rispetto della legittima libertà delle coscienze: chi deve rispondere liberamente a Dio è la singola persona” [73].

b) dalla seconda delle prospettive sopra ricordate, ossia quella dei laici o dei cristiani normali, deriva una conclusione che si può esprimere solo con tre parole: senso di responsabilità. Il che, a sua volta, implica due cose:

— anzitutto coscienza della responsabilità di approfondire non solo dal punto di vista vitale, ma anche pratico, il messaggio cristiano, per poter così giudicare e decidere con conoscenza di causa, di acquisire insomma una “formazione” — termine che al Beato Josemaría piaceva molto utilizzare — che renda possibile di agire in ogni momento con piena spontaneità e in modo “coerente” con la propria fede [74];
— allo stesso tempo, coscienza della necessità di assumersi completamente la responsabilità delle proprie azioni, poiché effettivamente sono azioni personali, espressione delle personali convinzioni e frutto di un processo in cui la fede cristiana, la scienza umana e i sentimenti individuali si sono intrecciati fino a portare a una decisione che è frutto della propria ragione e della propria libertà.

Mons. Escrivá ritornò più volte su questo punto, poiché la sua acuta coscienza della libertà umana, aggiunta alla decisa stima della condizione laicale, lo facevano reagire con forza di fronte a qualsiasi manifestazione del clericalismo, difetto nel quale — lo disse in varie occasioni — possono cadere non solo i chierici, ma anche i laici. Il cristiano, ogni cristiano, deve prendere le sue decisioni tenendo conto nei suoi giudizi della luce della fede, e ciò come spontanea e connaturale espressione della sua convinzione circa la verità che la fede trasmette e, pertanto, nell’esercizio della propria libertà e con la consapevolezza del ruolo che devono avere tutte le sue idee e le sue aspirazioni nell’insieme del suo pensiero. Per questo — sono parole dell’omelia del 1967 già più volte ricordata —, a chi agisce così “non viene mai in mente di credere o di dire che lui scende dal tempio al mondo per rappresentare la Chiesa, e che le sue scelte sono le soluzioni cattoliche di quei problemi. Questo non va, figli miei! Un atteggiamento del genere sarebbe clericalismo, cattolicesimo ufficiale o come volete chiamarlo. In ogni caso, vuol dire violentare la natura delle cose” [75].

Il riconoscimento della legittima autonomia delle realtà temporali e, pertanto,della personale libertà e responsabilità, deve portare i cristiani a parlare in nome proprio, agendo secondo gli ideali evangelici, ma senza pretendere di mettere la propria azione sotto il patrocinio della Chiesa, o di cercare di servirsi di essa. In altre parole, e servendoci di un’espressione che piaceva al Beato Josemaría, spinge ad agire con “mentalità laicale”, con la mentalità propria dei laici, che amano il mondo, perché sanno che esso è il luogo del loro incontro con Dio, che riconoscono e rispettano il valore e l’importanza delle cose create, che sono coscienti della propria libertà e assumono pertanto, senza tirarsi indientro, la propria responsabilità. “Dovete diffondere dappertutto — così prosegue il paragrafo or ora citato — una vera mentalità laicale, che deve condurre a tre conclusioni:

— a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità;
— a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono — nelle materie opinabili — soluzioni diverse da quelle che sostiene ciascuno di noi;

— a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane” [76].

La pace di Cristo nel regno di Cristo

“Un segreto. — Un segreto a gran voce: queste crisi mondiali sono crisi di santi. — Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana. — Poi... pax Christi in regno Christi — la pace di Cristo nel regno di Cristo”. Questo testo di Cammino, già citato precedentemente [77], può servire come introduzione agli ultimi paragrafi di questo studio, perché ci colloca di fronte alla “pace di Cristo” che è stata sempre nell’orizzonte del Beato Josemaría, e nello stesso tempo ci permette, alla luce di quanto abbiamo detto, di rivelare con maggiore ampiezza, ciò che l’espressione “la pace di Cristo nel regno di Cristo” rappresentava nel suo cuore e sulle sue labbra: la prospettiva di una libera convivenza tra uomini che, coscienti della propria originaria dignità e del proprio destino eterno, sanno rispettarsi e amarsi, e, di conseguenza, condividere, al di sopra di diversità e differenze, la grande avventura della storia.

Josemaría Escrivá ha sempre sognato, e vedeva in ciò uno dei frutti che si potevano e dovevano sperare dal lavoro che Dio gli aveva affidato il 2 ottobre 1928, il panorama di una grande quantità di cristiani presenti nei più diversi strati della società, coerenti con la propria fede e coscienti della propria libertà, capaci di diffondere ovunque un ambiente di convivenza, di rispetto mutuo, di dialogo, di fraternità.

Di temperamento realista, non si lasciò trasportare da facili sogni. Sapeva bene che l’esperienza storica documenta lo scontro di interessi e perfino il proliferare delle lotte. E ha riconosciuto senza esitazione che la diversità di opinioni è una costante della storia umana. Anzi, per quanto si riferisce alla diversità di opinioni, ha visto in essa, come abbiamo già affermato, non una sventura da condannare — come se l’ideale storico consistesse in un’uniformità irrimediabilmente persa o disgraziatamente irrealizzabile — ma una realtà da apprezzare. Ma ha sempre ritenuto e predicato che la diversità, pur essendo non solo reale ma ampia e profonda, non doveva generare odi o opposizioni, bensì cooperazione e dialogo.

E ciò non solo perché spesso la differenza di opinioni obbedisce solo a una diversità di punti di vista, per cui i pareri, pur presentandosi come opposti, sono in realtà complementari: “Un oggetto che ad alcuni sembra concavo, sembrerà convesso a quelli che lo vedono da una diversa prospettiva” [78]. Ma, più seriamente, perché il Vangelo ci fa conoscere una fraternità che supera ogni tipo di divisioni: “Iesus Christus, Deus Homo: ecco i magnalia Dei (At 2, 11), le opere meravigliose di Dio, dinanzi alle quali dobbiamo meditare e di cui dobbiamo rendere grazie al Signore, a colui che è venuto a portare la pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2, 14), a tutti coloro che vogliono unire la loro volontà alla Volontà santa di Dio: non soltanto ai ricchi, né soltanto ai poveri, ma a tutti gli uomini, a tutti i fratelli. Perché tutti siamo fratelli in Gesù, tutti figli di Dio e fratelli di Cristo (...). Sulla terra non c’è che una razza: quella dei figli di Dio” [79].

“La coscienza della limitatezza dei giudizi umani — afferma nell’articolo Las riquezaz de la fe — ci porta a riconoscere la libertà come condizione della convivenza. Ma non è tutto e neppure la cosa più importante: la radice del rispetto della libertà sta nell’amore. Se altri la pensano in modo diverso da me, è forse questo un motivo per considerarli dei nemici? L’unico motivo può essere l’egoismo o il limite intellettuale di chi pensa non esserci altro valore all’infuori della politica e delle imprese temporali. Ma un cristiano sa che non è così, perché ogni persona ha un prezzo infinito e un destino eterno in Dio: per ciascuna di loro è morto Gesù Cristo”. “Si è [perciò] cristiani quando si è capaci di amare non solo l’Umanità in astratto, ma ogni persona che passa accanto a noi” [80].

La libertà cristiana, che “nasce dall’interno, dal cuore, dalla fede”, non è — aggiunge — una libertà individualista, centrata nella semplice affermazione della propria autonomia o della propria sfera d’influenza o di azione, ma possiede “manifestazioni esteriori” ed è unita a un’altra grande realtà cristiana: “la fraternità”. “La fede — la grandezza del dono dell’amore di Dio — ha fatto sì che diminuiscano fino a scomparire tutte le differenze, tutte le barriere: non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo o donna, “poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28)”. “Il fatto di sapersi e di amarsi davvero come fratelli, al di là delle differenze di razza, di condizione sociale, di cultura, di ideologie, è — conclude — essenziale per il cristianesimo” [81].

E lo è pienamente anche di fronte alla storia. L’ethos cristiano, l’atteggiamento spirituale che il cristianesimo sostiene, non è un ideale poetico ma irrealizzabile e dunque storicamente vuoto, valido solo nell’ambito ridotto della vita privata o addirittura solo nell’aldilà. No: è un ideale valido oggi e adesso, ed è chiamato a ripercuotersi, oggi e adesso, su tutti gli aspetti della vita. Proclamare che “non ci sono dogmi sul piano temporale”, che forma parte del senso cristiano della vita il riconoscere che non si possono imporre in nome della fede o della ragione soluzioni o programmi temporali, ma che si deve sempre rispettare la legittima libertà degli altri, non implica “che la posizione del cristiano, di fronte alle questioni temporali, debba essere indifferente o apatica”. Niente di più lontano dalla realtà. “Penso tuttavia — aggiunge immediatamente dopo questa netta dichiarazione — che un cristiano deve rendere compatibile la passione umana per il progresso civile e sociale con la coscienza della limitazione delle proprie opinioni, rispettando pertanto le opinioni degli altri e amando il legittimo pluralismo. Chi non sa vivere così, non ha compreso fino in fondo il messaggio cristiano” [82].

“Pace, verità, unità, giustizia. Come sembra difficile, a volte, la missione di superare le barriere che impediscono la convivenza umana: eppure noi cristiani siamo chiamati a operare il grande miracolo della fraternità; a ottenere, con l’aiuto della grazia divina, che gli uomini si comportino cristianamente, portando gli uni i pesi degli altri (Gal 6, 2), vivendo il comandamento dell’amore, che è vincolo di perfezione e riassume tutta la legge” [83]. Perché — scrive in un’altra omelia — “il Signore ci vuole [noi cristiani] su tutti i retti cammini della terra per diffondere il seme della fraternità — non quello della zizzania — della comprensione, del perdono, della carità, della pace” [84].

Certamente non è compito facile vivere quest’ideale, farlo proprio in modo che informi tutta la propria vita e poi si ripercuota nella società. Esso presuppone l’ammissione, ammissione non semplicemente teoretica ma esistenziale, della realtà del destino dell’uomo; specialmente del suo destino a una meta ultima, che consiste nella completa fraternità dei cieli, della famiglia dei figli di Dio. Comporta anche il superamento dell’egoismo, del desiderio di potere e di autoaffermazione, il che non è per niente facile, e meno ancora quando si vive con passione: ma la vita, e in particolare la vita politica, richiede di essere vissuta così.

“Parlare di libertà, di amore alla libertà — citiamo di nuovo parole testuali del Beato Josemaría — significa proporre un ideale difficile: è una delle maggiori ricchezze della fede. Infatti — non inganniamoci — la vita non è un romanzo rosa. La fraternità cristiana non è qualcosa che venga dal cielo una volta per tutte, ma una realtà che deve essere costruita ogni giorno. E ciò in una vita che conserva tutta la sua durezza, con scontri di interessi, con tensioni e lotte, nel contatto quotidiano con persone che ci sembreranno meschine, e con meschinità da parte nostra”. “Se tutto ciò ci scoraggia, se ci lasciamo vincere dall’egoismo o se cadiamo nell’atteggiamento scettico di chi se ne lava le mani, vorrà dire che abbiamo bisogno di approfondire la nostra fede, di contemplare di più Cristo”. La soluzione sta lì, è questo il cammino: guardare Cristo, unirsi a Lui con la fede e l’amore, con l’orazione, fino a identificarsi interamente con la sua persona. Perché solo così. “a questa scuola”, “ il cristiano impara a conoscere se stesso e a comprendere gli altri, a vivere in tal modo che Cristo sia presente in mezzo agli uomini” [85].
Si potrebbero moltiplicare i testi, perché si tratta di una costante della sua predicazione. Ma non è necessario: quelli già citati sono sufficienti non solo per esporre il suo messaggio, ma anche per evocare il pathos, la passione con cui li trasmetteva e li viveva. Leggendo o rileggendo alcuni di questi testi si può pensare che il Fondatore dell’Opus Dei si è innestato, nello scriverli, sulla concezione greca e classica della politica, cioè intendendola non come semplice governo delle cose, ma come impresa comune, come compito di cittadini, di uomini che, sapendosi liberi e uguali, affrontano con serenità e audacia i rischi e le vicissitudini che la vita porta con sé. In parte è giusto, ma se nella sua predicazione pose decisamente l’accento sul lavoro, fino a farne il centro o il cardine del suo messaggio spirituale, lo collocò in ogni momento in un contesto pienamente umano, all’interno di una convivenza tra uomini che si sentono solidali e agiscono di conseguenza [86]. Però la sua ispirazione non viene da lì, ma dal Vangelo. Josemaría Escrivá fu, sempre e innanzitutto, un uomo di fede viva, ossia di una fede che porta a vivere di Dio e che si risolve in amore, perché — come dice San Paolo — “opera per mezzo della carità” [87]. E questa è la fede che ha voluto trasmettere, con la consapevolezza che in essa si trova non un rimedio magico per qualsiasi problema, ma qualcosa di molto più importante: la forza di un amore che sempre e in ogni momento è la base della convivenza. È qui, in fin dei conti, il nucleo del suo messaggio sulla vita umana, e anche sulla vita politica.

[1] 1. Sul 2 ottobre 1928, cfr J.L.ILLANES, Dos de octubre de 1928: alcance y significado de una fecha, in “Scripta Theologica” 13 (1981) 411-451 (raccolto pure in AA.VV., Mons Josemaría Escrivá de Balaguer y el Opus Dei, Pamplona 1982, 59-99), A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore dell’Opus Dei, vol. I, Leonardo International, Milano 1998, pp. 306-323 e A. ARANDA, “El bullir de la sangre de Cristo”. Estudio sobre el cristocentrismo del beato Josemaría Escrivá, Madrid 2000, pp. 81 ss.

[2] 2. Raccogliamo qui e in alcuni paragrafi seguenti, idee ed espressioni già esposte in A. DE FUENMAYOR, V. GÓMEZ-IGLESIAS, J.L. ILLANES, L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, Giuffré Editore, Milano 1991, pp. 49-62.

[3] 3. Lettera 25-I-1961, n. 13.

[4] 4. Appunti intimi, n. 32. Su questi Appunti, cfr A. VÁZQUEZ DE PRADA, Il Fondatore..., op. cit., cap. VI.

[5] 5. Appunti intimi, n. 206.

[6] 6. Per una comprensione della secolarità in accordo con queste prospettive e seguendo l’insegnamento esplicito tanto del Fondatore dell’Opus Dei, quanto di uno dei suoi collaboratori più vicini, si veda quanto abbiamo scritto in Nella Chiesa e nel mondo: la secolarità dei membri dell’Opus Dei, in AA.VV., L’Opus Dei nella Chiesa, Piemme, Casale Monferrato 1993, pp. 207 ss., in particolare, pp. 287-320.

[7] 7. Cfr, tra molti altri testi, Colloqui con Mons. Escrivá, ed. Ares, Milano 1987, n. 34.

[8] 8. Circa l’espressione “vita ordinaria” e la sua utilizzazione da parte del Beato Josemaría, rimandiamo all’articolo citato nella nota 6, e anche a F. OCÁRIZ, La vocazione all’Opus Dei come vocazione nella Chiesa, in AA.VV., L’Opus Dei nella Chiesa, op. cit., pp. 135 ss., e a P. RODRÍGUEZ, Vocación, trabajo, contemplación, Pamplona 1987, pp. 37 ss.

[9] 9. Il riferimento preferenziale al lavoro professionale è presente fin dagli inizi della fondazione dell’Opus Dei, come viene esplicitato in un significativo testo del giugno 1930: “Semplici cristiani. Massa in fermento. Le cose ordinarie sono quelle che ci si addicono, con naturalezza. Mezzo: il lavoro professionale. Tutti santi! (Appunti intimi, n. 35). Per un commento a questo testo e un’analisi del rapporto tra vita ordinaria e lavoro nella dottrina del Beato Josemaría Escrivá, si veda ciò che abbiamo scritto in Trabajo, caridad, justicia, in AA.VV., Santidad y mundo. Estudios en torno a las enseñanzas del Beato Josemaría Escrivá, Pamplona 1996, pp. 211 ss.; per una maggiore informazione bibliografica vedere la nota 33.

[10] 10. Di aspetti come la convivenza e il lavoro ci occuperemo in particolare più avanti; ora ci limitiamo a dire, visto che di ciò non offriremo approfondimenti ulteriori, che il Beato Josemaría Escrivá prestò sempre una grande attenzione al matrimonio e alla famiglia; per conoscere alcuni dei suoi insegnamenti al riguardo, si può consultare C. BURKE, Il Beato Josemaría Escrivá e il matrimonio: cammino umano, vocazionale, soprannaturale, in Romana 19 (1994) 374-384, e F. GIL HELLÍN, La vita di famiglia, cammino di santità, in Romana, 20 (1995) 224-236.

[11] 11. Per precisare meglio la relazione tra lavoro ordinario, lavoro professionale e vita o azione politica, si possono distinguere tre dimensioni o livelli: a) ogni attività umana, e in particolare ogni lavoro, ha di fatto e inevitabilmente un’incidenza politica — intendendo il vocabolo in senso ampio — poiché contribuisce al vivere sociale; b) ogni cittadino è chiamato inoltre, in gradi diversi, a partecipare con la sua opinione e con le sue decisioni alla scelta di coloro che lo devono rappresentare, alla soluzione di tutti i problemi collettivi e, in generale, allo sviluppo della vita civile o politica, dando tuttavia al vocabolo un significato ancora ampio, ma più ridotto del precedente; c) alcuni cittadini possono infine sentirsi chiamati ad assumere in forma piena delle funzioni politiche — ora il termine ha un significato molto più ristretto — dedicando ad esse la maggior parte oppure tutto il proprio lavoro professionale, per lo meno per alcuni periodi della vita. Nel prosieguo dell’esposizione terremo presenti questi tre livelli: il contesto permetterà di cogliere a quale o a quali di essi ci riferiamo in ogni singolo caso.

[12] 12. Su questo periodo della vita del Beato Josemaría, cfr A. VÁZQUEZ DE PRADA, op.cit. pp. 382-389.

[13] 13. Questo punto di Cammino (n. 301, ed. Ares, Milano 2000) è un’eco di una delle esperienze spirituali più profonde del Beato Josemaría: la particolare comprensione delle parole evangeliche si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum (Gv 12, 32) che gli fu concessa il 7 agosto 1931: cfr P. RODRIGUEZ, “Omnia traham ad meipsum”. El sentido de Juan 12, 32 en la experiencia de Mons. Escrivá de Balaguer, in Romana 13 (1991) 331-352 (versione italiana ampliata, in Annales Theologici, 6 (1992) 5-34).

[14] 14. Lettera 9-I-1932, nn. 42 e 43. Per ciò che si riferisce alla composizione di questa e altre Lettere, cfr. A. VÁZQUEZ DE PRADA, op. cit. pp. 600 e ss.

[15] 15. Colloqui, op. cit., n. 59.

[16] 16. Per l’analisi e il commento di quest’esperienza, rimandiamo di nuovo allo studio menzionato alla nota 13, dove si raccolgono i vari testi in cui il Beato Josemaría l’ha narrata e commentata.

[17] 17. È Gesù che passa, ed. Ares, Milano 1988, n. 129; vedere anche n. 113, e pure il n. 121, anche se non c’è un riferimento esplicito all’episodio.

[18] 18. È Gesù che passa, op. cit., n. 183.

[19] 19. Ibidem, n. 96.

[20] 20. Ibidem, n. 98.

[21] 21. Ibidem.

[22] 22. Ibidem.

[23] 23. Ibidem.

[24] 24. Ibidem, n. 99.

[25] 25. Sintetizziamo qui alcuni testi tratti da È Gesù che passa, op. cit., n. 100 e Amici di Dio, ed. Ares, Milano 1999, n. 210.

[26] 26. È Gesù che passa, op. cit., n. 52.

[27] 27. Ibidem, n. 125.

[28] 28. Ibidem, n. 186; cfr. anche n. 74.

[29] 29. Solco, ed. Ares, Milano 2000, n. 302.

[30] 30. Forgia, ed. Ares, Milano 2000, n.715.

[31] 31. Lettera 9-I-1932, n. 42. “Naturalmente — aggiungeva poco oltre (n. 46) — non sarebbe ragionevole pretendere che ogni cittadino sia un professionista della politica (...). Ma si può e si deve esigere un minimo di conoscenza degli aspetti pratici che richiede il bene comune della società in cui ciascuno vive, a seconda delle circostanze storiche”.

[32] 32. Colloqui, op. cit., n. 76.

[33] 33. Non è questo il luogo per esporre dettagliatamente questa dottrina, anche se costituisce il sottofondo di ciò che diremo in seguito; rimandiamo pertanto ad alcuni studi che la introducono e nei quali si possono trovare abbondanti riferimenti ai suoi scritti: J.L. ILLANES, La santificazione del lavoro, ed. Ares, Milano, 1981; P. RODRÍGUEZ, Vocación, trabajo, contemplación, Pamplona 1986; F. OCÁRIZ, El concepto de santificación del trabajo, in AA.VV., La misión del laico en la Iglesia y en el mundo, Pamplona, 1987, pp. 881-891; J.M. AUBERT, La santificación del trabajo, in AA.VV., Mons. Escrivá de Balaguer y el Opus Dei, op. cit., pp. 215-224; R. ALVIRA, El trabajo en « Camino », in AA.VV, Estudios sobre « Camino », Madrid 1988, pp. 257-263; G. FARO, Il lavoro nell’insegnamento del Beato Josemaría Escrivá, Agrilavoro Edizioni, Roma 2000; vedere pure lo scritto già citato nella nota 9.

[34] 34. Cfr, ad esempio, È Gesù che passa, op. cit., n. 46, e Amici di Dio, op. cit., n. 120.

[35] 35. Lettera 31-V-1954, n. 18.

[36] 36. È Gesù che passa, op. cit., n. 50; vedere anche Amici di Dio, op. cit., nn. 61 e 63.

[37] 37. Forgia, op. cit., n. 698.

[38] 38. Tra i molti testi in cui il nostro Autore esprime il suo concetto di lavoro, rimandiamo, perché particolarmente sintetici, a È Gesù che passa, op. cit., n. 47 e ad Amici di Dio, op. cit., n. 68.

[39] 39. È Gesù che passa, op. cit., n. 51.

[40] 40. Ibidem.

[41] 41. Ibidem, n. 167 e, con lo stesso senso, n. 111.

[42] 42. Ibidem, n. 111.

[43] 43. Lettera 15-X-1948, n. 29; circa il rapporto tra responsabilità sociale, giustizia e carità, rimandiamo a ciò che abbiamo già detto nello studio Trabajo, caridad, justicia, già menzionato alla nota 9, con i testi ivi citati del Beato Josemaría, fra i quali occorre segnalare l’ampia esposizione in Amici di Dio, op. cit., nn. 169-173.

[44] 44. Da questo punto di vista l’insegnamento del Beato Josemaría coincide, in vari aspetti, anche se con diversa terminologia, con quello formulato da Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem exercens, specialmente nei numeri dedicati a trattare la distinzione e il rapporto tra lavoro in senso oggettivo e lavoro in senso soggettivo, e nel capitolo sulla spiritualità del lavoro. Circa il messaggio dell’enciclica, si può vedere il nostro studio Trabajo, historia y persona. Elementos para una teologia del trabajo en la “Laborem exercens”, in “Scripta Theologica” 15 (1983) “205-231 (raccolto poi in Iglesia en la historia. Estudios sobre el pensamiento de Juan Pablo II, Valencia, 1997).

[45] 45. Testimonianza di José Luis Múzquiz, citata da S. BERNAL, Mons Josemaría Escrivá, Appunti per un profilo del Fondatore dell’Opus Dei, ed. Ares, Milano, 1985, pp. 302-303. Il colloquio si tenne nella residenza per studenti, in via Ferraz, a Madrid, alla fine del 1934 o agli inizi del 1935. In una lunga testimonianza José Luis Múzquiz ricorda un altro episodio dello stesso tipo e che avvenne nel 1939, nei mesi immediatamente successivi alla fine della guerra civile spagnola: “Il Padre (don Josemaría) appena arrivato in via Jenner [pure a Madrid, dove era situata una nuova residenza per studenti aperta da don Josemaría] tenne una meditazione, che mi colpì molto. Era da poco finita la guerra, che aveva assunto quasi l’aspetto di una crociata; per noi giovani che avevamo combattuto, erano momenti di trionfalismo patriottico-religioso. Ma nella meditazione il Padre ci disse cose del tutto diverse: “Tutto questo è molto nobile, patriottico..., ma c’è un regno molto più grande: il regno di Gesù Cristo che non ha fine...”. E continuò: “Perché Gesù Cristo regni nel mondo, prima deve regnare nel tuo cuore... Vi regna davvero? Il tuo cuore è tutto per Cristo?”. Era un linguaggio completamente diverso da quello che ero abituato ad ascoltare” (AGP-RHF D4417, pp. 43-44).

[46] 46. Tale criterio è ribadito con chiarezza negli Statuti dell’Opus Dei, nei quali si rimanda alla libertà generale dei fedeli cristiani. Così dice esplicitamente — ci limitiamo a una sola citazione — il Codex iuris particularis Operis Dei: “Per quanto riguarda l’attività professionale e le dottrine sociali, politiche, ecc., ogni fedele della Prelatura, nei limiti della dottrina cattolica sulla fede e i costumi, gode della stessa piena libertà degli altri cittadini cattolici. Su queste materie le autorità della Prelatura devono astenersi nel modo più assoluto anche solo dal dare consigli. Pertanto, questa libertà piena potrà essere intaccata solo dalle indicazioni che, in qualche diocesi o circoscrizione, il Vescovo o la Conferenza episcopale possono eventualmente dare per tutti i cattolici; di conseguenza la Prelatura non fa proprie le attività professionali, sociali, politiche, economiche, ecc., di nessuno dei suoi fedeli” (n. 88 & 3; traduzione nostra a partire dall’originale latino). Il Codex iuris peculiaris, nome tecnico degli Statuti della Prelatura, fu preparato dal fondatore nel 1973, e raccoglie espressioni e criteri, già presenti in precedenti stesure degli Statuti, in vista del processo di erezione dell’Opus Dei in Prelatura personale, allora in corso; su questo iter giuridico, si veda l’ampio studio L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, già citato nella nota 2.

[47] 47. Colloqui, op. cit., n. 28; si vedano anche i nn. 39 e 48.

[48] 48. Ibidem, n. 28

[49] 49. È Gesù che passa, op. cit., n. 70.

[50] 50. Colloqui, op. cit., n. 27.

[51] 51. Ibidem, n. 35.

[52] 52. Lettera 9-I-1951, n. 23.

[53] 53. Codex iuris particularis Operis Dei, n. 109 (traduzione nostra dall’originale latino).

[54] 54. Colloqui, op. cit., n. 29.

[55] 55. Ibidem, n. 35.

[56] 56. Ibidem, n. 29.

[57] 57. Ibidem, nn. 67 e 38; cfr anche il n. 48.

[58] 58. “Il vincolo che ci unisce — scriveva il fondatore in una lettera già citata — è soltanto spirituale. Siete vincolati gli uni gli altri, e ciascuno con l’Opera intera, solo nell’ambito della ricerca della vostra santificazione, e nell’ambito — pure esclusivamente spirituale — di portare la luce di Cristo ai vostri amici, alla vostre famiglie, a quanti vi stanno vicino. Non siete uniti da null’altro che da un impegno di fede, di morale e di dottrina sociale, che è lo spirito della Chiesa Cattolica e, pertanto, quello di tutti i fedeli” (Lettera 9-1-1932). Sul vincolo tra la Prelatura e i suoi fedeli, vedere Codex iuris particularis Operis Dei, specialmente i nn. 1-3 e 27; cfr anche L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, op. cit, pp. 650 e ss. e 667 e ss., e L’Opus Dei nella Chiesa, op. cit., pp. 271 e ss.

[59] 59. Cfr Colloqui, op. cit., n. 29.

[60] 60. Cammino, op. cit., n. 353.

[61] 61. Solco, op. cit., n. 301; cfr anche il n. 357.

[62] 62. Lettera 9-I-59, n. 31; cfr anche Solco, op. cit., n. 313, dove chiama “mentalità cesarista” quella di quanti non comprendono “la libertà degli altri cittadini, nelle cose che Dio ha lasciato al giudizio degli uomini”.

[63] 63. Lettera 9-I-1959, n. 31.

[64] 64. Colloqui, op. cit., n. 116.

[65] 65. È Gesù che passa, op. cit., n. 99.

[66] 66. Las riquezas de la fe, pubblicato nel quotidiano ABC di Madrid, 2-XI-1969.

[67] 67. Ibidem.

[68] 68. Ibidem. “Evitate — esortava in una lettera già citata — questo abuso che sembra esasperato ai nostri tempi — è patente e attuale in nazioni di tutto il mondo — che rivela il desiderio, contrario alla legittima indipendenza degli uomini, di obbligare tutti a formare un solo gruppo in ciò che è opinabile, a creare delle specie di dogmi dottrinali temporali; e a difendere questo falso criterio con finalità e propaganda di natura e sostanza scandalose, contro coloro che hanno la nobiltà di non sottomettersi” (Lettera 9-I-1932, n. 1).

[69] 69. È Gesù che passa, op. cit., n. 99; espressioni molto simili, riferite non al suo personale lavoro sacerdotale, ma all’Opus Dei in quanto tale, si trovano in Colloqui, op. cit., (n. 29): “Il principio che regola l’atteggiamento dei dirigenti dell’Opus Dei è il rispetto della libertà di scelta nelle cose temporali”, che porta a “porre ciascun membro davanti alle proprie responsabilità, invitandolo ad assumerle secondo coscienza, e impegnandosi liberamente”.

[70] 70. Cfr GIOVANNI XXIII, Lett. Enc. Mater et Magistra, AAS 53 (1961) 453.

[71] 71. “Il sacerdote — afferma il Beato Josemaría in un’intervista concessa nel 1967 — è tenuto a predicare — perché è parte essenziale del suo munus docendi — le virtù cristiane — tutte — e a indicare quali sono le esigenze concrete e le diverse applicazioni pratiche di queste virtù nelle diverse circostanze della vita delle persone alle quali egli rivolge il suo ministero. E deve insegnare anche a rispettare e a stimare la dignità e la libertà di cui Iddio ha dotato la persona umana nel crearla, e la peculiare dignità soprannaturale che il cristiano acquista con il Battesimo”. “Nessun sacerdote che compia questo suo dovere ministeriale potrà mai essere accusato — se non per ignoranza o malafede — di intromettersi in politica1” (la domanda aveva alluso a critiche di questo tipo), né di immischiarsi “nello specifico compito apostolico proprio dei laici, di ordinare cristianamente le strutture e le attività temporali” (Colloqui, op. cit., n. 5), poiché la retta predicazione circa le virtù cristiane e le loro esigenze specifiche non esclude, ma presuppone — su questo insisteremo subito — il riconoscimento della libertà cristiana.

[72] 72. Il Fondatore dell’Opus Dei ribadì sempre la possibilità che la gerarchia ecclesiastica — il Romano Pontefice e i Vescovi — potesse, in circostanze speciali, richiedere o almeno raccomandare ai cattolici una posizione politica comune (cfr, per esempio, il testo degli Statuti già citato alla nota 46), ma non tralasciò però di segnalare che il carattere eccezionale di queste situazioni implica la loro provvisorietà e, pertanto, il loro carattere transitorio, per non prolungare nel tempo ciò che è giustificato solo per alcuni momenti particolari. Se così non fosse, si correrebbe il rischio di cadere in impostazioni clericali (cfr Colloqui, op. cit., nn. 12 e 59).

[73] 73. Colloqui, op. cit., n. 59; cfr anche n. 12.

[74] 74. Cfr Forgia, op. cit., n. 712, e anche, con un riferimento ai membri della Prelatura ma sulla base di principi di valore generale, Codex iuris particularis Operis Dei, n. 96, punto sul quale si può consultare anche L’itinerario giuridico dell’Opus Dei, op. cit., pp. 682-686. Ci troviamo del resto di fronte a un problema che il Beato Josemaría, fin dagli inizi della suo ministero sacerdotale, sentì molto vivamente, rendendosi conto dell’insufficiente conoscenza della fede che regnava in ambienti e persone che, pur dichiarandosi cristiane, non andavano più in là di una mera devozione individualista. “Vi dirò al riguardo — scrisse in una Lettera, basandosi su questa esperienza — un mio grande desiderio: vorrei che nel catechismo della dottrina cristiana per i bambini, si insegnasse chiaramente quali sono i punti fermi, sui quali non si può cedere quando si agisce nella vita pubblica; e che si ribadisse allo stesso tempo il dovere di agire, di non astenersi, di prestare la propria collaborazione per servire con lealtà e con libertà personale il bene comune. È questo un mio gran desiderio, perché vedo che così i cattolici imparerebbero queste verità fin da piccoli, e poi, divenuti adulti, saprebbero metterle in pratica”. “È frequente, infatti — continuava — anche tra cattolici che sembrano responsabili e devoti, l’errore di pensare di essere obbligati solo a svolgere i propri doveri familiari e religiosi, e di non voler neppure sentir parlare di doveri civici. Non è egoismo: è semplicemente mancanza di formazione, perché nessuno ha mai detto loro chiaramente che la virtù della pietà — parte della virtù cardinale della giustizia — e il senso della solidarietà cristiana, si adempiono anche nell’essere presenti, nel conoscere e nel contribuire a risolvere i problemi che interessano tutta la comunità” (Lettera 9-I-1932, nn. 45-46).

[75] 75. Colloqui, op. cit., n. 117.

[76] 76. Ibidem; su questa tematica, oltre ad alcuni degli studi già citati in rapporto alla santificazione del lavoro, si può vedere E. REINHARDT, La legittima autonomia delle realtà temporali, in Romana 15 (1992) 323-335.

[77] 77. Cfr nota 13.

[78] 78. La riquezas de la fe, art. cit.

[79] 79. È Gesù che passa, op. cit., n. 13.

[80] 80. Las riquezaz de la fe, art. cit.

[81] 81. Ibidem.

[82] 82. Ibidem.

[83] 83. È Gesù che passa, op. cit., n. 157.

[84] 84. Ibidem, n. 124.

[85] 85. Las riquezas de la fe, art. cit. Sull’identificazione tra il cristiano e Cristo e l’impegno etico-spirituale che implica tale identificazione, il Beato Josemaría è ritornato più volte, da prospettive molto diverse: si possono consultare, in modo particolare, le omelie Cristo presente nei cristiani e Il cuore di Gesù, pace dei cristiani, entrambe raccolte in È Gesù che passa, e inoltre, per uno studio teologico, El cristiano “alter Christus, ipse Christus” en el pensamiento del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, in AA.VV. Santidad y mundo, op. cit., pp. 129-187 (raccolto e ampliato in A. ARANDA, El bullir de la sangre de Cristo, op. cit., pp. 203 e ss.) e J.L. ILLANES, El cristiano “alter Christus-ipse Christus”. Sacerdocio común y sacerdocio ministerial en la enseñanza del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, in AA.VV., Biblia, exégesis y cultura, Pamplona 1993, pp. 605-622.

[86] 86. Su questa stessa linea, anche se da un’altra prospettiva, P. DONATI, Il significato del lavoro nella ricerca attuale e nello spirito dell’Opus Dei, in Romana 22 (1996) 122-134.

[87] 87. Cfr Gal 5, 6.

Romana, Nº 31, Luglio-Dicembre 2000, pag. 298-324.