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Lisbona, Portogallo VII-2000

Intervista pubblicata sulla rivista “Christus”

1. Nella convivenza quotidiana con il beato Josemaría Escrivá, come ci si accorgeva della sua santità?

Si notava la sua unione con Dio, piena di naturalezza, in mille particolari. Ad esempio, nella devozione con cui si inginocchiava davanti al Signore nel tabernacolo. E nel suo sorriso, nel suo lavoro ordinato, nella sua costante preoccupazione per gli altri, nello sguardo sempre amabile, anche quando era stanco.

Vivere accanto a un santo è un privilegio, una scuola e anche un continuo motivo di gioia perché, con il suo sforzo generoso per esercitare tutte le virtù cristiane, crea intorno a sé un ambiente di letizia, di preghiera, di serenità.

2. In che cosa si distingueva dagli altri? Quale eredità lascia alla società di oggi?

I santi hanno sempre “qualcosa” di genuino, sia umanamente che spiritualmente, che è appunto ciò che attrae. Non passano la vita adeguandosi al mondo, ma cercando di avvicinare il mondo a Dio e per questo cercano di identificarsi con Cristo. In questo senso si può dire che sono profondamente liberi. Inclassificabili. I santi sono anche stati molte volte “segno di contraddizione” perquanti non accettano verità radicali.

Con il beato Josemaría succedeva qualcosa di simile. Era normalissimo, cordiale, simpatico. Rifuggiva da ogni forma di stravaganza. Nutriva inoltre un profondo amore per la libertà, che nasceva dal suo appassionato amore per Dio Nostro Signore: questa era una delle sue caratteristiche distintive. Era convinto del fatto che chi ama è veramente libero.

Ritengo che la sua principale eredità è costituita dalle migliaia di persone che si sono avvicinate a Dio grazie al suo lavoro sacerdotale, che hanno ritrovato il Signore nel lavoro e nel compimento dei doveri ordinari del cristiano. Mi piace pensare all’eredità del beato Josemaría come una semente che si sta diffondendo per dare frutto in ogni tempo e in ogni luogo, all’interno della grande semina che è la vita della Chiesa.

3. La rapidità della beatificazione di Josemaría Escrivá si deve al potere dell’Opus Dei o alla forza della devozione popolare?

Desidero chiarire che nella storia della Chiesa — ed è logico che sia così — ci sono non pochi casi in cui la santità dei servi di Dio è stata dichiarata a pochi anni di distanza dalla morte. Durante il Concilio Vaticano II i Padri conciliari affermarono che era necessario presentare ai cristiani figure di contemporanei come modelli di unione con Dio. Io mi sono riempito di gioia, per esempio, quando sono state proclamate le virtù eroiche di Madre Maravillas o di Padre Allegra poco dopo che il Signore li aveva chiamati a sé. E potrei indicare altri nomi. Cito questi e altri esempi con la certezza che i relativi processi siano stati un gran regalo di Dio per la Chiesa.

Per quanto si riferisce al processo di beatificazione del fondatore dell’Opus Dei, esso non si spiega né con un presunto potere dell’Opus Dei, che non esiste; né solo con la devozione popolare, che certamente esiste ma viene valutata con cautela dalla Chiesa, in questo caso e in tutti gli altri. Come è noto la Santa Sede, prima di dichiarare qualcuno beato o santo, non soltanto comprova a fondo se costui abbia fama di santità, ma esamina dettagliatamente se ha vissuto eroicamente le virtù cristiane, e infine aspetta la comprova di Dio a tale dichiarazione, con un miracolo che confermi la santità di vita dell’interessato.

Inoltre, insisto nel dire che ha influito l’opinione del Concilio Vaticano II, che è stata specificata prima da Papa Paolo VI e, dal 1983, da Giovanni Paolo II, di semplificare le norme sull’iter delle cause dei santi. La nuova legislazione ha permesso che le cause si possano istruire in molto meno tempo.

4. Il beato Josemaría, primo beato pellegrino a Fatima. Gli incontri con suor Lucia.

Il beato Josemaría conobbe suor Lucia nel 1945, quando lei viveva a Tuy. Il fondatore dell’Opus Dei vi si era recato per visitare il vescovo, un suo amico, e questi lo presentò a suor Lucia, la quale a sua volta lo incoraggiò a passare il confine e a recarsi in pellegrinaggio a Fatima. Lei stessa intervenne per procurargli il visto d’entrata. I programmi del beato Josemaría erano altri, ma accettò la proposta: in poche parole si può dire che fu lei “la diretta responsabile” del primo viaggio del beato Josemaría in Portogallo.

Fin da quella prima visita in quel luogo privilegiato Mons. Escrivá rimase molto commosso dalla devozione alla Madonna dei portoghesi. Ritornò in Portogallo in altre occasioni e ne approfittò sempre per andare a pregare alla Capelinha; andava lì per rifugiarsi da Nostra Madre. In ciò il beato Josemaría voleva essere molto portoghese.

5. È possibile che dei bambini siano modello di virtù eroiche?

Mi sono molto rallegrato per la beatificazione dei pastorelli di Fatima. In determinati ambienti — ne ignoro il motivo — si dà poca importanza ai bambini e al grado di maturità umana e di unione con Dio che possono raggiungere. Se pensiamo al Vangelo, ricordiamo molti insegnamenti di Nostro Signore sui bambini: sono prediletti da Dio, esempio di semplicità; inoltre, noi adulti abbiamo la grande responsabilità di non scandalizzarli ma, al contrario, di aiutarli a intraprendere la strada del bene.

Per insegnare ai bambini a coltivare le virtù — che, insisto, si possono vivere durante l’infanzia: io ho visto tanti casi! — è molto importante offrire dei modelli vicini e simili a loro per le circostanze e mentalità, come Francesco e Giacinta.

Ma i bambini possono costituire un modello anche per gli adulti: meditiamo l’invito del Vangelo, cerchiamo di tornare bambini. Quest’invito racchiude un processo di maturazione che ci porta a recuperare la semplicità e l’innocenza; e ad aborrire il male, il peccato. Solo con questo cuore purificato si riesce a parlare con Dio e ad ascoltarlo, come nelle incantevoli conversazioni dei pastorelli con la Madonna, nostra Madre.

6. Differenze tra l’originalità del beato Josemaría e quella dei pastorelli

Preferisco mettere in risalto piuttosto ciò che hanno in comune: il desiderio incondizionato di fare la volontà di Dio. Ai pastorelli la volontà di Dio fu rivelata in modo straordinario, mediante le apparizioni della Vergine. Il beato Josemaría comprese la volontà di Dio attraverso luci insperate, o attraverso illuminazioni nell’orazione, dopo lunghe ore in preghiera. Dio indica a ciascuno il suo cammino. Ma è impressionante constatare che la santità consiste sempre nel mettere la propria vita, tutta intera, al servizio della chiamata di Dio, della vocazione ricevuta. Inoltre, in fin dei conti, le anime di tutti i santi hanno la trasparenza dell’anima di un bambino. Ricordo che, alla vigilia delle nozze d’oro sacerdotali, il beato Josemaría diceva che davanti a Dio si sentiva come un bambino che balbetta.

7. Ripercussione della beatificazione dei pastorelli: nella Chiesa, nella pastorale familiare, nella catechesi

Considero questa beatificazione un passo molto importante, per molti motivi,. Penso che racchiuda un significato molto profondo, perché è in rapporto diretto con un intervento di Dio nella storia degli uomini, proprio attraverso i piccoli e gli umili.

Inoltre, la santità dei bambini manifesta molte volte l’ambiente cristiano del focolare in cui sono nati. Vedo pertanto questa beatificazione anche come un validissimo stimolo per tanti genitori che si sforzano di trasmettere con naturalezza ai loro figli ciò che hanno di meglio, cioè la fede, mediante pratiche di pietà vissute in famiglia. Per questo la dichiarazione del Papa che Francesco e Giacinta possono essere enumerati tra i beati del Cielo — tra molte altre cose — serve a ricordare l’importanza della famiglia per la Chiesa. Le famiglie preparano l’anima dei bambini a ricevere la grazia di Dio per tutta la vita.

Mi sembra di sentire l’eco delle parole del beato Josemaría, che ripeteva spesso: benedico con tutte e due le mie mani di sacerdote l’amore umano, santo, dei coniugi.

8. Il dogma di Maria come Corredentrice: sì o no?

È un problema che riguarda l’approfondimento della fede. Inteso correttamente, il concetto di “Corredentrice” è, senza dubbio, applicabile alla Santissima Vergine, ma dichiararlo dogma o no spetta solo al Papa o a un Concilio ecumenico.

9. Linee generali del pontificato di Giovanni Paolo II. Ripercussione nel seno della Chiesa, nel dialogo ecumenico, nel rapporto della Chiesa con la società.

Fin dal primo momento, il programma del pontificato di Giovanni Paolo II si è centrato sull’ideale di aprire le porte del mondo a Cristo. “Non abbiate paura!”, gridò il Papa già nei primi giorni del suo ministero. E in questi anni, con il suo aiuto, la Chiesa ha approfondito senza complessi le promettenti aspettative aperte dal Concilio Vaticano II, perché Cristo sia effettivamente presente in tutte le realtà della vita degli uomini.

Questa è un’opera di grande portata che deve coinvolgere tutti i cristiani, e nessuno di noi, che ci sappiamo figli di Dio, può sentirsene esonerato. In questo pontificato, grazie a Dio, i cattolici si sono sentiti e si sentono convocati dal richiamo costante del Papa a una nuova evangelizzazione, ad aprire a Cristo i cuori umani e le strutture sociali. Dobbiamo pregare perché, in questo comune impegno d’illuminare il mondo con la luce di Cristo, percorriamo il cammino verso la piena unità di tutti i cristiani. Negli ultimi anni ci sono stati segni molto incoraggianti, che risvegliano la speranza.

10. Qual è la sua lettura delle proteste “Noi siamo la Chiesa” sul ruolo della donna nella Chiesa cattolica?

È comprensibile che alcune persone facciano fatica a capire che il sacerdozio cattolico è riservato agli uomini; ma, sinceramente, penso che il problema del ruolo della donna nella vita della Chiesa sia molto più ricco e più ampio. Mi sembra molto limitante ridurre il discorso sulla funzione della donna nella Chiesa al tema del sacerdozio ministeriale, che d’altra parte è stato già chiarito definitivamente dal magistero della Chiesa.
L’apporto della donna alla vita ecclesiale, a mio parere, è di gradissimo interesse. Sarà uno degli aspetti che saranno sviluppati con più forza nel futuro, non attraverso delle rivendicazioni ipercritiche, ma soprattutto mediante l’esperienza di vita di donne cristiane.

La Chiesa ha urgente bisogno di donne che vivano con coerenza la loro fede in tutte le circostanze, che promuovano iniziative originali di evangelizzazione, che apportino il proprio punto di vista riguardo a molte questioni, che siano coraggiose testimoni di Cristo. Non dubito che nei prossimi anni assisteremo a una vera mobilitazione pacifica di donne cristiane, a uno sforzo di santità e di apostolato, di studio e di preparazione dottrinale, che sarà di arricchimento per tutta la Chiesa.

Romana, Nº 31, Luglio-Dicembre 2000, p. 256-259.