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Alfa y Omega (Madrid) 30-IX-1999

«Bisogna vivere la fede con la vitalità degli inizi», intervista pubblicata in "Alfa y Omega", supplemento del quotidiano ABC, di Madrid.

1. Quali sono le priorità dell'evangelizzazione dell'Europa e qual è il ruolo che in questo ambito avrà il Sinodo per l'Europa?

Prima di tutto devo chiarire che in generale non spetta a me indicare tali priorità. I lavori del Sinodo sono un'occasione specifica per riflettere sulla evangelizzazione dell'Europa: in questi giorni pregheremo, lavoreremo, ci ascolteremo a vicenda, con apertura di spirito e desiderio di imparare; e sempre con la fiducia che lo Spirito Santo ci indicherà la strada per illuminare l'Europa con la luce di Cristo. In questo senso il Sinodo non è solo una esperienza viva della comunione della Chiesa, ma anche una manifestazione di fede: crediamo che dalla comunione e dall'unità verranno luci per il lavoro apostolico dei prossimi anni.

Dopo questo chiarimento, non ho nessuna difficoltà a parlare di alcuni aspetti che, secondo la mia opinione, è bene affrontare, affinché lo spirito cristiano rinnovi il nostro continente, nel solco di ciò che la Chiesa ha sempre fatto. Mi sembra molto importante la necessità che si ritorni alla pratica della fede con la vitalità degli inizi; sarà considerata anche la dimensione multiculturale dell'evangelizzazione, all'interno dell'unità; e penso che non mancherà lo studio sulla responsabilità e il ruolo della donna.

Come tema di fondo porrei la necessità di presentare la nostra fede in modo genuino, con la coerenza di vita e l'entusiasmo dei primi discepoli di Cristo. Dobbiamo mettere in primo piano Cristo, in cui crediamo, che vogliamo seguire e di cui siamo chiamati a parlare. Noi cattolici europei non possiamo considerarci in ritirata, quasi fossimo disillusi. Dobbiamo spolverare il nostro modo di praticare la fede, purificarlo, unendoci sempre più alla fonte che è Cristo Gesù. Egli è eternamente giovane, è la perenne novità. Così si fortificherà la nostra speranza, recupereremo e comunicheremo, con sempre maggiore forza e convinzione, la gioia di saperci cristiani, figli di Dio.

Il Santo Padre, in un discorso al CELAM nel 1983, diceva che l'evangelizzazione doveva essere «nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi, nuova nella sua espressione». Penso che possiamo perfettamente applicare all'Europa questa richiesta di novità che porta in sé il messaggio cristiano. E, lo ripeto, la novità è Gesù Cristo vivo che continua a passare accanto a noi chiamandoci a partecipare della grande novità che è la sua Vita.

Sottolineo poi una necessità pastorale pressante, perché si prospetta in molti nostri paesi: si tratta dei nuovi europei che arrivano da altre parti del mondo tormentate dalla fame, dalla violenza, dalla miseria. L'Europa si trova di fronte alla sfida dell'integrazione che ha sì una dimensione sociale, organizzativa ed economica, ma anche morale. Si tratta certamente di un problema complesso, di difficile soluzione, che richiede capacità di apertura all'altro, a ciò che è diverso, inaspettato.

In queste circostanze, i cristiani — come tante volte è accaduto lungo la storia — scoprono un compito importante racchiuso in queste tre parole: rispettare, accogliere, annunziare. Rispettare — cioè amare — tutte le persone che arrivano in Europa ad ondate, molte volte in condizioni materiali di estrema indigenza: la loro povertà non ne intacca la dignità. Accogliere, lasciando che risuoni nelle nostre orecchie l'eco di quelle parole che dobbiamo riscoprire: «dar da mangiare all'affamato, dar da bere all'assetato...». E annunziare, perché molti di questi nuovi europei non hanno mai sentito parlare di Cristo ed hanno bisogno di conoscerlo; e a noi spetta il lieto dovere di farlo conoscere.

Penso che la possibilità di fermarsi a riflettere in modo specifico su quelle che potremmo chiamare le nuove responsabilità della donna nell'Europa del futuro, riempia di gioia tutti i pastori. Per dirla in breve e chiaramente, la donna, nel secolo che sta per concludersi, è passata da una funzione molto limitata nella vita pubblica delle nazioni, a posti di rilievo cui ha anch'essa diritto. Si tratta di un processo di trasformazione molto profondo che non si è esaurito ed è a volte complicato e doloroso, con luci e ombre. L'ambito di influenza della donna produce effetti positivi e le sue responsabilità esigono una riflessione matura che tutti noi desideriamo. In questo contesto, la Chiesa ha molto da dire sulla dignità della donna e la grandezza della sua missione nella società, sull'importanza della maternità e della paternità, sul ruolo della famiglia ecc. E con l'espressione «la Chiesa ha molto da dire», voglio riferirmi in particolare alle donne cattoliche europee: oserei affermare che dal loro ingegno e dalla loro santità dipende in gran parte il futuro di tutti.

2. Come considera la situazione della Chiesa in Spagna?

Ricordo che da 50 anni vivo fuori dalla Spagna. Ad ogni modo mi giungono abbondanti notizie ed ho occasione di conversare con molti Vescovi spagnoli, soprattutto quando vengono a Roma e inoltre mi incontro spesso con persone o gruppi spagnoli.

Percepisco — specialmente tra i giovani — un clima di ottimismo e il desiderio di prendere parte all'impegno apostolico della Chiesa. Sarà perché vivo a Roma, ma ho notato che gran parte degli spagnoli che incontro sentono fortemente la dimensione universale della Chiesa, le sfide dell'evangelizzazione in Africa, in Asia e nei paesi dove Cristo non è conosciuto. Non è certo qualcosa di esclusivo della Spagna: l'ho notato anche in persone di altri paesi. Arrivo perciò alla conclusione che lo Spirito Santo è molto attivo, molto più di quanto non dicano le statistiche.

3. Qual è la situazione attuale del lavoro d'apostolato dell'Opus Dei, nel mondo, in Europa, in Spagna?

La sua domanda mi ricorda le parole con cui il Beato Josemaría Escrivá si riferiva ai primi passi dell'Opus Dei: parlava spesso di «quel non fermarsi mai, dei primi tempi». Per grazia di Dio, non ci si ferma. Sono passati già più di 70 anni e ogni fedele della Prelatura sente lo stesso zelo degli inizi: dappertutto sorgono iniziative, si inizia a lavorare in nuove nazioni, anche se non si riesce ad andare in tutti i posti in cui i Vescovi ci chiamano. Il lavoro dell'Opus Dei si sviluppa e crescere significa, in un certo modo, tornare a nascere. Per esempio, il 12 settembre ho ordinato il primo sacerdote della Costa d'Avorio e il primo di Trinidad-Tobago, incardinati nella Prelatura. Come capirà, è stato per me motivo di particolare gioia e ho avuto la stupenda sensazione di un nuovo inizio.

In Europa la realtà dell'Opus Dei è consolidata da molti anni, tranne che nei paesi dell'Est. Più della metà dei fedeli della Prelatura si trovano in Europa. L'Opus Dei è nata in Spagna e qui la crescita, grazie a Dio, è stata grande. Ma sono convinto che anche in Spagna, come nelle altre nazioni, stiamo cominciando: c'è tanto da fare.

Le confesso che, quando faccio un bilancio del lavoro apostolico della Prelatura, uso altri strumenti di misura: la Prelatura va bene quando ciascuno dei suoi fedeli prega, lavora e serve gli altri nel posto dove si trova, con il desiderio di essere buon figlio della Chiesa, di seminare la pace e la gioia di Cristo nella sua famiglia e tra i suoi colleghi ed amici. Queste grandezze sono difficili da misurare, ma sono le sole che veramente interessano.

4. Quali criteri consiglierebbe ai cristiani per il loro agire nella vita pubblica?

Secondo la norma appresa dal Beato Josemaría, mi astengo dal dare consigli in questo campo: ricordo solo le esigenze etiche e la necessità di agire in coerenza e sotto l'ispirazione della nostra fede cristiana. Non si può nascondere la luce sotto il letto per il timore di scontrarsi con un ambiente scristianizzato o con il politicamente corretto, che alcuni vorrebbero imporre e che spesso è privo di valori etici, o per conservare egoistici interessi personali. Per il resto, noi cristiani dobbiamo condividere con tutti i cittadini di buona volontà il desiderio di giovare al bene comune della società.

Il 17 scorso, Giovanni Paolo II ha ricevuto i vescovi lituani che si trovavano a Roma per la visita ad limina. Ha loro ricordato, tra l'altro, che «i laici non possono essere nella Chiesa soggetti passivi». Queste parole possono servirci per ricordare un criterio di base nell'agire pubblico dei cristiani. Il cristiano non può essere un soggetto passivo nella vita pubblica della sua nazione e del mondo: siamo cittadini della società in cui viviamo, e ci sentiamo responsabili come gli altri — cioè protagonisti, assieme agli altri cittadini — della vita politica, culturale, economica, dell'opinione pubblica, di tutto ciò che configura, trasforma e fa progredire una comunità umana.

Il cristiano coerente non si inibisce, non si lamenta e soprattutto non pensa che la pienezza della sua vocazione cristiana si realizzi solo nell'ambito individuale, privato; è sensibile ai problemi, cerca soluzioni, è generoso, si impegna. Ciascuno, insisto, fa tutto con fede e con la libertà propria dei figli di Dio. Il Beato Josemaría dice in Solco che «se noi cristiani vivessimo davvero secondo la nostra fede, si verificherebbe la più grande rivoluzione di tutti i tempi...». Una rivoluzione di giustizia, di carità, di pace.

Romana, Nº 29, Luglio-Dicembre 1999, p. 257-260.