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Studi Cattolici (Milano) Ottobre 1998

Testo completo dell’intervista concessa alla rivista “Studi Cattolici” di Milano, pubblicata col titolo “Opus Dei: i primi settant’anni”.


L’appuntameno è per le 17,15 di un mercoledì di settembre, nella sede centrale dell’Opus Dei, in viale Bruno Buozzi, a Roma. È una casa che «sembra fatta di pietra, ma in realtà è fatta d’amore», come diceva il beato Josemaría Escrivá che la costruì grado a grado negli anni, e ora è abitata dalla sua presenza. Le sue spoglie mortali riposano nell’altare della chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, che è come il fondamento di tutto l’edificio.

Nel soggiorno che mi accoglie, abitualmente si svolge la tertulia, la riunione informale dopo pranzo e dopo cena, tipicamente familiare, dove ci si scambiano opinioni, si commenta l’attualità, ci si diverte.

In una di quelle poltrone mi pare di rivedere seduto il beato Josemaría. E so già che l’intervista con il prelato dell’Opus Dei, mons. Javier Echevarría, per la quale sono qui, avrà un carattere di tertulia, senza ombra di ufficialità o di rigidezza protocollare.

— Padre, la prima domanda non può che riferirsi al prossimo 2 ottobre, 70º anniversario della fondazione dell’Opera. Quando don Álvaro, ventottenne non ancora sacerdote, per incarico del fondatore, nel 1942 venne a Roma per avviare il riconoscimento giuridico dell’Opus Dei, si sentì dire nei dicasteri della Curia che l’Opera era arrivata con un secolo di anticipo. Adesso l’Opus Dei ha settant’anni e ha raggiunto la configurazione giuridica definitiva di prelatura personale. Ma si può dire che il messaggio dell’Opus Dei e la sua funzione ecclesiale siano veramente capiti?

Sì, quell’aneddoto continua ad avere un certo sapore, perché l’Opera, in un certo senso, sarà sempre in anticipo. Ricordo che nel 1970, in Messico, una persona domandò al fondatore: “Che vuoto è venuto a riempire l’Opus Dei nella vita della Chiesa?”. E nostro Padre, con il suo buonumore, rispose: “Figlio mio, non ridurmi a un vuoto, non mettermi in un buco!”. Infatti, tutti siamo Chiesa, figli di Dio. Nonostante le nostre personali debolezze, l’Opera non viene a riempire alcun vuoto, ed è sempre in anticipo come lo è l’iniziativa di Dio: perché l’Opera è stata voluta da Dio il 2 ottobre del 1928 per aiutare a santificare la vita degli uomini in tutte le circostanze quotidiane, nel lavoro, nella vita di famiglia e di relazione. Sarà sempre di attualità finché sarà di attualità il lavoro dell’uomo, e della donna, sulla terra. La Chiesa informa, investe, tutta la vita dei cristiani, e l’Opera è una porzione della Chiesa.

Ci capiscono? L’Opera è capita nella misura in cui si capisce che la santità riguarda indistintamente tutti i cristiani, e non consiste nel fare cose straordinarie. Purtroppo spesso si confonde la santità con lo straordinario, nel senso di fuori dal normale, mentre invece si tratta proprio di rendere eroica la vita “normale”. E questo riguarda tutti, dà una prospettiva nuova alla vita quotidiana.

Del resto, incomprensioni ce ne saranno sempre, perché aprire strade nella Chiesa e nel mondo è sempre faticoso, e c’è sempre chi mette ostacoli alla verità.»

-La spiritualità dell’Opera è incentrata sulla santificazione del lavoro. Nella recente lettera apostolica Dies Domini, il Papa ha messo in relazione il lavoro con il cosiddetto tempo libero

Il beato Josemaría ha sempre insegnato che il tempo libero non è non far niente, ma dedicarsi ad attività più gratificanti, meno faticose. È bellissimo che il Papa, con la lungimiranza che gli viene dall’essere vicario di Cristo, insegni che la festa deve illuminare tutta la vita del cristiano e che la domenica, il Dies Domini, non è soltanto occasione di riposo dal lavoro abituale, intellettuale o manuale che sia, ma consente soprattutto all’uomo di affrontare più direttamente i suoi doveri nei confronti di Dio. Santificare la vita quotidiana, secondo lo spirito dell’Opus Dei, consiste nel rendere festiva la ferialità.»

Le attese del Papa

È bello che il 2 ottobre si celebrino i settant’anni dell’Opus Dei e il 16 ottobre i vent’anni di pontificato di Giovanni Paolo II. La storia recente dell’Opus Dei è molto legata a questo grande Papa. Quali sono le attese di Giovanni Paolo II nei confronti dell’Opera?

Il Papa è il padre comune e pertanto gli interessa la risposta cristiana di tutti i suoi figli, ovunque essi siano, e quali che siano i modi di essere Chiesa e di servire la Chiesa. Penso che il Papa si aspetti proprio quello che ha sintetizzato il 17 maggio 1992 nell’omelia pronunciata il giorno della beatificazione del fondatore, quando disse: “Con soprannaturale intuizione il beato Josemaría predicò instancabilmente la chiamata universale alla santità e all’apostolato. Cristo convoca tutti a santificarsi nella realtà della vita quotidiana, pertanto il lavoro è anche mezzo di santificazione personale e di apostolato quando è vissuto in unione con Cristo, perché il Figlio di Dio, incarnandosi, in certo modo si è unito a tutta la realtà dell’uomo e a tutta la creazione”.

È commovente che al Papa non gli importi di consumarsi, di spendersi nella sua missione di proclamare l’attualità perenne della santità. Penso che il Santo Padre da noi si aspetti proprio questo: che ci siano persone dell’Opus Dei impegnate a cercare di mettere Cristo in tutte le attività umane, e non solo al presente.»

Il 23 marzo 1994 Giovanni Paolo II venne in questa casa a pregare davanti alle spoglie di don Álvaro. Recitò la Salve Regina e solo dopo il Responsorio per i defunti. È un segno di grande affetto e di grande stima. Quando si aprirà il processo di beatificazione di don Álvaro?

Io credo che monsignor Álvaro del Portillo, se Dio vuole e con i tempi stabiliti dalla prassi della Chiesa, riceverà l’onore degli altari. La sua risposta vocazionale è stata un vita interamente dedicata al servizio del Signore. Aveva delle condizioni intellettuali straordinarie. L’educazione cristiana che aveva ricevuto da bambino fece presa sulle sue eccezionali doti umane attraverso la formazione assimilata accanto al beato Josemaría.

Erano due personalità molto diverse don Álvaro e il beato Josemaría, e proprio questo è sorprendente: con tutte le sue qualità don Álvaro era capace di attirare tante persone, aveva in grande misura il “dono delle genti”. Il suo curriculum universitario è brillantissimo (era laureato in ingegneria, in lettere e filosofia e in diritto canonico); imponente il lavoro che svolse durante il Concilio Vaticano II e poi come consultore di diversi organismi della Santa Sede. Ebbene, tutte queste sue grandi doti don Álvaro le ha messe a disposizione dell’Opera, avendo capito che il suo ruolo di servizio alla Chiesa consisteva nell’assecondare il fondatore.

Don Álvaro si rendeva conto che il protagonista della nuova grande impresa che incominciava nella Chiesa era il beato Josemaría, e gli stava accanto con l’eleganza di saper aiutare e di scomparire.

Era un uomo che attirava l’attenzione per la sua semplicità, per la sua vita di pietà, per la sua grande umiltà. Quando don Álvaro fu chiamato a succedere al fondatore, sentì che per proseguire nella missione di continuità, occorreva accentuare al massimo la fedeltà, al punto che qualcuno disse che il 26 giugno 1975 era morto don Álvaro, non il fondatore, il quale continuava a reggere l’Opus Dei attraverso il suo successore. Era commovente l’impegno con cui don Álvaro si pose a governare questa parte della Chiesa che è l’Opus Dei, come avrebbe fatto il beato Josemaría. Il passaggio del testimone non aveva alterato in nulla il ritmo della continuità.

Straordinaria normalità

Il carisma dell’Opus Dei è il carisma della normalità. Però nella vita dei santi c’è sempre anche qualche cosa di straordinario, compresa qualche singolare lotta con il demonio. Nella vita del beato Josemaría ci sono episodi del genere?

Credo di essere un testimone qualificato. Don Álvaro, il mio predecessore, è stato accanto al fondatore per quarant’anni, dal 1935 al 1975, e io sono stato accanto a entrambi dal 1950 e, con maggiore continuità, a partire dal 1953. Ebbene, il beato Josemaría ci aveva talmente istillata la necessità di santificare la vita ordinaria, che noi pur sapendo — perché non lo negava — che c’erano delle circostanze straordinarie nella sua vita, non gliene parlavamo mai ed egli, del resto, faceva di tutto per non provocare la curiosità. Abbiamo sempre custodito con rispetto questa parte della vita di nostro Padre, del suo rapporto con Dio: con grandissimo rispetto.

Nella Santa Sede qualche ecclesiastico gli disse che aveva il dovere di raccontare alcuni di questi eventi straordinari ai fedeli dell’Opera perché si rendessero conto che anche in questo modo potevano costatare gli interventi divini nell’itinerario fondazionale. Le poche volte che lo sentii accennare a fenomeni straordinari era per spingerci verso Dio, e non scendeva in particolari. Aggiungeva che dopo quegli episodi restava sempre molto amareggiato all’idea che si potesse pensare che fosse un santo, mentre, diceva, era soltanto un pover’uomo. Preferiva e insegnava il rapporto diretto, abituale, dell’anima con Dio, senza mettere in mezzo interventi straordinari.

Ricordo che il 2 ottobre 1968, nel quarantesimo anniversario dell’Opera, mentre dopo pranzo eravamo in tertulia ci disse: “Vi ringrazio perché oggi non mi avete chiesto niente di che cosa è avvenuto quel giorno. Sento una tale gratitudine verso Dio che, se mi aveste chiesto qualcosa, forse avrei avuto la debolezza di aprirvi il cuore”. Allora noi ci facemmo avanti e stavamo per fare qualche domanda, ma anche quella volta tutto finì lì.

Quanto al diavolo, raccontò che il 15 dicembre 1931, mentre camminava, intimamente raccolto, in via Atocha a Madrid, si vide venire tre giovani uno dei quali, con un ceffo terribile, alzò il braccio per colpirlo, gridando minacciosamente. Ma uno degli altri due gli intimò: “Non toccarlo”, e passandogli accanto gli sussurrò all’orecchio di nostro Padre: “Asinello, asinello!”.

Ebbene, asinello (in castigliano: burrito) era il termine con cui egli designava sé stesso nell’intimità del suo colloquio con Dio. Soltanto il suo confessore ne era a conoscenza. Il beato Josemaría attribuì quell’attacco a un’azione diabolica, e la difesa all’Angelo Custode.

Una fede «privata»?

Padre, la libertà e la responsabilità personali in campo economico, politico, culturale, professionale sono costitutivi essenziali della secolarità che caratterizza l’Opera, di cui siamo molto gelosi. D’altra parte, essere dell’Opus Dei non è come iscriversi a un circolo del golf o del tennis. La formazione spirituale che l’Opera impartisce è un fatto esclusivamente individuale? E il fatto che i fedeli dell’Opera non agiscono mai in gruppo, può essere interpretato come una sorta di privatizzazione della fede?

Sono sempre rimasto molto colpito dal fatto che fin dall’inizio, quando per la prima volta mi accostai all’Opus Dei —ed ero molto giovane— mi sentii ripetere: “Tu sei libero e responsabile davanti a Dio, davanti al direttore, davanti alla tua coscienza”.

Non abbiamo mai utilizzato l’aiuto degli altri membri dell’Opera per far carriera, per primeggiare. Ogni membro dell’Opus Dei, nelle cose opinabili, ha la stessa libertà degli altri cattolici che si sforzano di essere coerenti con la propria fede, sotto la guida del Papa e dei vescovi.

Tuttavia l’appartenenza all’Opus Dei non è un fatto privato: investe tutta la vita e quindi deve manifestarsi nel lavoro, nella vita di relazione, nella vita di pietà. Sarebbe assurdo che una seria vita cristiana non fosse leggibile all’esterno.
L’Opera dà formazione perché questa formazione sia trasmessa agli altri, e non perché ci sentiamo migliori degli altri: non siamo i primi della classe, siamo persone qualsiasi, di cui però il Signore vuole servirsi perché con la nostra vita di lotta ascetica proclamiamo la santità nel lavoro, nella famiglia, nella vita sociale, ma ciascuno con le proprie forze, e unendo gli sforzi con quelli di altri cittadini che condividono gli stessi ideali di umanizzazione della società, senza che l’Opera indichi o interferisca nelle scelte concrete che, ripeto, riguardano i fedeli dell’Opera non in quanto fedeli dell’Opera, ma in quanto cittadini cattolici.

Amare il Vicario di Cristo

Il beato Josemaría ha conosciuto diversi Papi. Che cosa diceva di loro?

Più volte ho accompagnato nostro Padre in udienza dal Sommo Pontefice. E una cosa che mi è sempre rimasta impressa e tuttora mi stupisce, è che essendo lui un uomo che per intelligenza, esperienza, era in grado di affrontare qualunque situazione, di intrattenersi anche con i potenti della terra, quando andava dal Papa era filialmente nervoso, inquieto. Tanta era la venerazione per il Vicario di Cristo, e la gioia di poter stare con lui.

Anch’io ricordo che quando Paolo VI, il 21 novembre 1965, inaugurò il Centro Elis, un’iniziativa per la formazione professionale dei giovani alla periferia di Roma, con una parrocchia affidata dalla Santa Sede all’Opus Dei, nostro Padre era emozionatissimo...

Non riusciva a leggere il discorso, gli tremavano le mani. Eppure era abituato a stare davanti a persone importanti. Quanto ai singoli Papi, egli fu molto vicino a Pio XII per le sofferenze che il Papa patì durante la seconda guerra mondiale, ed era pieno di gratitudine verso di lui perché sotto il suo pontificato si aprì il primo spiraglio nella legislazione canonica, e l’Opera venne riconosciuta come cammino di santificazione in mezzo al mondo.

Nel 1958, durante il periodo di sede vacante, fummo molto colpiti dalla sua insistenza nel pregare e far pregare per il futuro Papa, chiunque egli fosse, e facendogli compagnia da subito, con fede forte e volendogli già bene. Di Giovanni XXIII, oltre ad ammirarne la grande bontà, accolse con gioia le aperture ecumeniche. E ne era ricambiato. Giovanni XXIII commentava con i suoi collaboratori che riceveva volentieri monsignor Escrivá, perché gli si allargava il cuore.

Per quanto concerne Paolo VI, nostro Padre ha sempre detto che la prima mano amica che si era posata sulla sua spalla e sulla sua testa, quando nel 1946 venne a Roma, fu quella dell’allora monsignor Montini. Di questa carità fraterna, il beato Josemaría fu sempre molto grato. E non dimenticò mai che Paolo VI, sapendo che stava cercando la configurazione giuridica adatta all’Opus Dei, senza forzare in nulla un aspetto che era esclusivo del carisma fondazionale, lo incoraggiò a studiare e a proporre la soluzione.

L’apostolato con gli intellettuali

Negli statuti si legge che l’Opera fa apostolato con persone di tutti i ceti sociali, ma soprattutto con gli intellettuali. Del resto, al momento della sua nomina a Prelato, nel 1994, Lei ha indicato la cultura fra le priorità delle premure apostoliche dell’Opera, accanto alla famiglia e ai giovani...

Il lavoro di amicizia e di apostolato fra gli intellettuali ha un’importanza fondamentale per il progresso della società. Agli intellettuali il nostro fondatore ha sempre ricordato che non possono prescindere dalla verità e che non possono voltare le spalle ai bisogni degli uomini. Coloro che sono particolarmente dotati per farsi carico dei problemi degli altri e per imprimere la giusta rotta alla società, non devono vivere soltanto per il proprio tornaconto, ma marciare alla testa della società promuovendo il bene comune con la preparazione cristiana che devono sviluppare.

Mons. Álvaro del Portillo, seguendo l’insegnamento del beato Josemaría, ha dato impulso, anche con la creazione di università, sia alle discipline scientifiche sia a quelle umanistiche, perché scienza, fede e cultura sono al servizio della società.

A questo proposito, l’Ateneo romano della Santa Croce è recentemente diventato la sesta Università Pontificia della capitale. Dato che l’Opus Dei non ha una propria scuola teologica, quale insegnamento viene impartito nelle università della cui ortodossia dottrinale l’Opera si fa garante?

Dare formazione teologica è sempre stata una preoccupazione prioritaria del beato Josemaría. L’insegnamento che nell’Università della Santa Croce e nelle altre università promosse dall’Opera viene impartito è in piena aderenza al magistero della Chiesa. Ogni docente insegna con la sua personalità e con il suo metodo nel campo dell’opinabile, con la libertà e il pluralismo ammesso dalla Chiesa. Ma qualora una teoria si rivelasse in contrasto con il magistero, sarebbe indice che si è sbagliato strada e che bisogna ricominciare a studiare.

E i giovani, che stanno tanto a cuore anche al Santo Padre?

Grazie a Dio, in spirito, tutti siamo giovani. Il beato Josemaría ha sempre visto i giovani come la speranza della Chiesa e della società, e si preoccupava di non illudere, di non adulare i giovani, essendo con loro affettuosamente esigente e dando loro una formazione che sgomberasse il campo dagli equivoci oggi purtroppo dilaganti nel mondo della cultura, dell’arte, del divertimento: confondere il piacere con l’amore, confondere il consumismo con il benessere, equivale a corrompere i giovani che invece sanno rispondere molto bene quando si propongono loro ideali elevati.

Naturalmente, per questa formazione si deve sempre partire e ripartire dalla famiglia...

Certo, perché la famiglia è e rimane la cellula fondamentale della società, e attualmente è sottoposta a un’aggressione terribile: se si riduce il matrimonio a una banalità, se alla fedeltà si sostituisce la temporaneità, la famiglia diventa un disastro psicologico e sociale, e non si può pretendere che svolga i suoi compiti educativi come luogo privilegiato del ricambio generazionale.

Con l’Avvento incomincerà il terzo anno di preparazione al Grande Giubileo del 2000, dedicato a Dio Padre. Immagino che anche personalmente Lei sentirà con particolare intensità questo evento.

Uno dei grandi insegnamenti del beato Josemaría è che la filiazione divina è essenziale nella vita cristiana e in particolare lo è nello spirito dell’Opera. Questa certezza non è stata per lui soltanto un principio teorico, ma una scoperta esistenziale che ha toccato vertici di contemplazione e di ardente corrispondenza, a partire dalla giovinezza e fin dai primi anni della fondazione. Credo che tutti noi ci siano sentiti perfino più figli dei nostri genitori, grazie a quello che nostro Padre ci ha insegnato riguardo al nostro essere figli di Dio. Dio è nostro Padre, ci guarda e ci ama, ci considera non come figli impeccabili, ma come piccoli bisognosi di tenerezza e di aiuto. Dio non è un controllore, è un padre che vuole la nostra felicità. E questa consapevolezza dà senso a tutto quello che facciamo.

L’Opus Dei nel mondo

Lei è di ritorno da un lungo viaggio nell’estremo Oriente, dove ha potuto verificare lo sviluppo dell’Opera in terre così lontane. Che impressioni ne ha ricavato?

Come già faceva nostro Padre, andiamo nei vari Paesi non per insegnare, ma per imparare. Anche se non dobbiamo sottrarci a insegnare qualcosa. È impressionante toccare con mano come il Vangelo e anche lo spirito dell’Opus Dei si adatta e si incarna in tutte le culture. In Nuova Zelanda, per esempio, mi ha molto colpito che una donna maori, giustamente orgogliosa della sua provenienza etnica e della sua cultura, mi abbia detto di sentirsi chiamata a diffondere lo spirito dell’Opera nel suo popolo. Davvero siamo tutti uguali, siamo tutti figli di Dio. Come diceva il beato Josemaría, non c’è distinzione di razza, di lingua, di tradizione, di cultura.

Qualche domanda personale: quali libri ha letto di recente?

Ho letto il libro del cardinale Ratzinger sulla liturgia, Cantate al Signore un canto nuovo; un libro di informazione giornalistica sulla Cina, A single tear, di Wu Ningkum; Liberdade religiosa, del portoghese Hugo de Azevedo; ma leggo anche qualche romanzo. E ho apprezzato il libro di Vittorio Messori e Michele Brambilla, Qualche ragione per credere.

Romana, Nº 27, Luglio-Dicembre 1998, p. 271-278.