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El Mercurio (26-X-1997)

Testo completo dell’intervista concessa a Magdalena Ossandon, giornalista del quotidiano “El Mercurio” (Santiago del Cile), pubblicata nel novembre del 1997.
I. L’altro volto del Cile
1. L’ultima volta che Lei è venuto qui fu nel 1974, più di 20 anni fa. Quali cambiamenti ha notato?

Dato il carattere pastorale della mia visita, e per la sua brevità, non posso dare un giudizio globale. Direi però che in questi anni il grande potenziale umano, intellettuale, morale e religioso del Cile è maturato. Questo potenziale è un motivo di speranza, ed è anche una enorme responsabilità per i cileni.

2. Sebbene il paese abbia avuto una notevole crescita economica, effetto della applicazione del modello del libero mercato, certuni vorrebbero però uno sviluppo sul piano culturale. Una specie di “fuga in avanti alla Cilena”... Qual è la sua opinione in merito?

Il progresso materiale è una necessità urgente di giustizia e di carità, ma ha un carattere ambiguo, perché può anche essere occasione di ingiustizia e di disorientamento. Sono fiducioso del fatto che i cileni sapranno condurre bene questo processo, verso la genuina “libertà dei figli di Dio”, con parole della Scrittura. Questa è l’unica libertà che libera: quella che ha fondamento nella verità sull’uomo, sul mondo e su Dio.

3. Secondo alcuni, il rispetto dell’opinione contraria, il lasciar fare, è un segno di modernità.

Il rispetto verso coloro che la pensano diversamente è sempre un buon segno, in qualunque epoca. Ma questo rispetto non è incompatibile coll’esercizio del diritto di costruire una società giusta, in conformità con la propria coscienza illuminata dalla legge naturale, e nel caso dei cristiani, anche dal Vangelo. È un diritto e, contemporaneamente, un dovere irrinunciabile. Evidentemente ciò non significa dar gomitate al prossimo.

4. Lei ha messo in evidenza che il Cile e l’America del Sud sono un continente con radici culturali cristiane, ed ha pure affermato che è una sorta di miniera per la Chiesa. Ha anche messo sull’avviso che alcuni vogliono distruggere questo tesoro... Quali sono le minacce che Lei vede?

Queste radici culturali cristiane hanno influito positivamente nella configurazione delle società nei paesi dell’America del Sud e si manifestano nel senso cristiano delle persone e delle nazioni, nei costumi, nelle devozioni popolari, nella stima per l’istituzione familiare, ecc. Per questo ho parlato di tesoro. La minaccia che incombe su questo tesoro non è altro che il processo di secolarizzazione che invade tante società e nazioni del mondo, il tentativo di confinare Dio nell’ambito della coscienza personale, così che il messaggio cristiano non abbia influenza alcuna sulla vita sociale. L’avvenimento dell’Incarnazione del Figlio di Dio, la sua Morte e la sua Resurrezione non sono una teoria alla quale dare semplicemente il proprio assenso, ma sono una realtà: il fatto centrale e decisivo dell’intera storia umana. Il Dio vivo che ci cerca e ci fa partecipare della sua Vita, per salvarci e per illuminare tutti i cammini della terra con la luce di Cristo, unico Redentore del mondo. Sono convinto che, come era solito dire il Beato Josemaría, “senza Cristo l’uomo si disintegra”, si divide interiormente e si perde; e questa disintegrazione, questa divisione interiore, si ripercuote nell’ambiente sociale.

5. Di questi tempi in Cile sono venuti alla luce numerosi episodi di corruzione. Il narcotraffico si è infiltrato in importanti settori della società. Quali misure suggerisce per fermare questi flagelli che minacciano l’integrità ed il futuro delle prossime generazioni?

Non spetta a me determinare quali siano le misure adeguate a queste situazioni, che non conosco nei particolari. Nell’ordine pubblico le misure saranno svariatissime. Io posso solo ricordare un principio morale: ogni coscienza deve decidersi a spezzare il circolo vizioso del “lo fanno tutti”, o del “se non lo faccio anch’io, nuoccio a me stesso”. Così, con questa mancanza di logica e di morale, il problema si estende indefinitamente. C’è bisogno di molti cittadini che si oppongano, anche con eroismo, ad essere complici. Con tale atteggiamento produrranno cerchi concentrici di rettitudine morale che andranno guarendo tutta la società. I cristiani dovrebbero essere i primi a rompere questo circolo vizioso.

6. Qual è la causa di questi peccati sociali? (il relativismo morale, la mancanza di etica...)

Senza dubbio le cause sono d’indole più svariata, ma io vorrei risalire alla radice. La perdita del senso di Dio nel cuore dei singoli oscura anche la coscienza morale di un’intera società, Le norme, allora, perdono il sostegno oggettivo ed universale, non si distingue il bene dal male e si impone un relativismo etico corrosivo sul piano personale e sociale.

7. In Cile, sebbene la maggioranza delle persone si dichiari cattolica, in pratica non lo sono poi tanto e adempiono soltanto ad alcune delle norme o dei principi della Chiesa. Si può essere cattolici a metà? E questo è preferibile a non esserlo per nulla?

È possibile essere cattolici a metà, però è molto triste esserlo. Alla luce del messaggio che il Signore mise nel cuore del Beato Josemaría Escrivá, riaffermato dall’ultimo Concilio, ho predicato molto — anche in Cile — sulla “chiamata universale alla santità”, ossia sulla vocazione divina alla pienezza della vita cristiana, chiamata ricevuta da tutti i fedeli nel battesimo. L’alternativa fra essere cattolico a metà o non esserlo affatto, non è un modo coerente di porre la questione per il vero uomo di fede, che cerca il meglio e non mali minori, e che persegue un ideale di vita per il quale vale la pena di impegnare tutto se stesso.

8. L’incoerenza è oggigiorno una pratica abituale nel mondo intero? Che cosa ne pensa?

Non voglio generalizzare, perché non sarebbe giusto. Ad ogni modo, è una tendenza permanente della nostra natura ferita dal peccato. La risposta cristiana, come insegnò con tanta profondità il Fondatore dell’Opus Dei, è l’”unità di vita”, alla quale l’Esortazione apostolica Christifideles laici dà tanta importanza: il fedele cattolico è sempre uno ed è sempre se stesso, e deve sforzarsi di agire coerentemente con la propria fede, per la strada, in famiglia e nel lavoro, in privato e in pubblico, in ciò che è spirituale e in ciò che è temporale, nell’intimità della propria coscienza e in mezzo alla folla. Agire in questo modo dà autenticità, ed anche armonia e serenità; ed aiuta a essere fedeli e a rendere felici gli altri.

9. Avendo presente i problemi delle persone comuni e normali, che si trovano di fronte ad un mondo competitivo e che rischiano malattie come stress, depressioni, ecc., come può essere possibile e farsi realtà la “santità” dei laici, in mezzo al mondo?

È proprio questo il realismo cristiano. La santificazione, come la vita stessa, non si sviluppa in un mondo “ideale” — inesistente —, né in circostanze facili, ma nel mondo reale delle difficoltà comuni e normali. Le dirò di più: la santificazione passa attraverso queste difficoltà, personali e sociali del mondo reale: non esiste santità senza Croce. Il Beato Josemaría parlava della “mistica del magari” a proposito della santificazione: magari fossi lì e non qua, così piuttosto che cosà, magari lavorassi in quello e non in questo, allora sì che potrei santificarmi! Questi ragionamenti sono illusori, evasioni, scuse. È esattamente l’opposto: proprio qui, in queste circostanze reali ed attuali, è il luogo in cui il Signore ci vuole santi, e per questo ci dà le grazie necessarie e sufficienti, in proporzione alle difficoltà stesse che dobbiamo superare.

II. Legge del divorzio
10. Il Cile è l’unico paese al mondo che non ha una legge sul divorzio. In questo momento al Parlamento è in discussione un progetto di legge per legalizzare la dissoluzione del vincolo, progetto al quale la gerarchia della Chiesa si è opposta. Non spetta forse alle autorità civili darsi le proprie leggi?

Le autorità civili fanno le leggi, ma le leggi, per esser tali, devono essere giuste, cioè, devono rispettare ciò che è proprio di ogni cosa e devono servire al bene comune. Non possono dipendere soltanto dall’arbitrio dei legislatori, ma dalla norma del bene e del male che è intrinseca all’uomo, e che si chiama legge naturale. La Chiesa, come l’uomo stesso, non produce ma trova questa legge iscritta nel profondo della nostra natura. Secondo questa legge, il matrimonio è in sé stesso indissolubile. La Chiesa — la gerarchia e i fedeli laici — non può che opporsi ad una legge che dissolva il vincolo, che pretenda legalizzare una ingiustizia. Se in una materia tanto delicata agisse diversamente, faciliterebbe soltanto la dissoluzione della società civile, come d’altra parte si osserva in tanti paesi: l’esperienza è che il divorzio è causa di mali, mai di beni.

11. Ma non Le sembra che un atteggiamento così rigido della Chiesa abbia provocato molte volte l’allontanamento di molti fedeli?

Non si può chiamare “rigido” un atteggiamento che risponde alla verità dell’uomo, al bene comune della società, alla parola espressa da Cristo per la Chiesa e — non possiamo dimenticarlo — per l’umanità. Nella sua difesa della stabilità familiare, la Chiesa è “rigida” tanto quanto nella sua difesa della vita o dei diritti umani: effettivamente, a coloro che hanno voluto conculcare questi diritti, la Chiesa è sembrata “rigida”; ma l’umanità deve essere riconoscente alla Chiesa per non aver ceduto a queste pressioni. D’altra parte, lungo i secoli, è avvenuto spesso che l’esigenza di far rispettare una elevata norma di comportamento sembri allontanare molti fedeli dalla Chiesa. Invece non allontana ma avvicina, attrae, perché è coerenza a Cristo, a Dio, e la coerenza attrae.

12. Se la Chiesa è misericordiosa e considera il perdono come qualcosa di fondamentale, perché non accetta l’errore umano della separazione, e perché non permette quindi, di rifarsi una vita attraverso un secondo matrimonio?

Si tratta di due cose differenti. La Chiesa applica la misericordia di Cristo a chi sbaglia, pecca o soffre. Ma custodisce anche la verità stessa di Cristo, che dichiarò essere il matrimonio indissolubile e non provvisorio. Il Papa stesso non potrebbe cambiare questo stato di cose, per quanta compassione possa avere — ed ha — verso quanti ne sono toccati. Alla donna adultera Gesù dice “Neppure io ti condanno”, ma aggiunge: “Va e non peccare più”. Insomma, la misericordia non può contraddire la verità morale: sarebbe, in questo caso, una falsa misericordia. Evidentemente, la Chiesa estende la sua misericordia anche alle vittime del divorzio — il coniuge abbandonato, i figli maltrattati, e tutte le disgrazie che ne conseguono — ma che taluni forse non tengono sufficientemente in conto.

13. Taluni temono che se si approva una legge sul divorzio, poi seguiranno aborto ed eutanasia. Lei condivide questi timori o li considera come “uccelli del malaugurio”?)

Purtroppo questa sequenza permissiva è un fatto storico constatabile in molte società. Condivido questi timori.

III. L’Opus Dei in Cile
14. Che impressione le fa la Prelatura dell’Opus Dei in Cile, avendola visitata a distanza di quasi 20 anni? Quali cambiamenti ha notato?

Durante questi anni si è sviluppata nel lavoro apostolico che le è proprio, e questo è un motivo di gioia. E poi, il mondo cambia continuamente, e noi fedeli dell’Opus Dei, che viviamo e respiriamo nel mondo, cambiamo anche noi nelle questioni temporali, in Cile e dappertutto: le preoccupazioni delle donne e degli uomini di questa terra, le loro idee, i loro gusti, sono in gran parte diversi da quelli che erano venti anni fa, e riflettono il fatto che in Cile sono mutate le circostanze, le necessità della gente, la mentalità. Non è mutato lo spirito dell’Opus Dei, che è un modo specifico per vivere il cristianesimo facendo forza, fra le altre cose sulla filiazione divina e sulla santificazione del lavoro. Questo spirito è vissuto adesso allo stesso modo in cui era vissuto nel 1974, ma si incarna in una differente realtà storica.

15. Ci sono ancora quanti criticano l’Opus Dei e lo etichettano come ultraconservatore, come un’istituzione elitaria che raggiunge i settori più elevati del potere economico. Come vede queste critiche, e in quali aspetti pensa che i membri dell’Opus Dei in Cile dovrebbero migliorare, fare autocritica?

Ho visto che, in Cile, il lavoro apostolico delle donne e degli uomini dell’Opus Dei arriva, grazie a Dio, a persone di ogni condizione. Universitari e contadini, lavoratori manuali e imprenditori. Gente importante e persone semplici, che non compaiono sulla stampa. Ho avuto una gran gioia nel vedere quanto fanno a “la Pintana”. Ho visto che giovani e sacerdoti dell’Opera si prendono cura di coloro che sono in carcere a Santiago. Ho contemplato il lavoro che svolgono a San Fernando, con contadini della zona, con la Scuola agricola “Las Garzas”, che iniziò a funzionare nel 1963.

Per quanto riguarda l’autocritica, noi fedeli dell’Opus Dei abbiamo la consuetudine di farla ogni giorno: facciamo quotidianamente esame di coscienza, rivediamo il nostro comportamento, troviamo molti errori ed omissioni, e facciamo propositi di ravvedimento, confidando sulla grazia di Dio. Mi ripropongo che, in Cile e dappertutto, possiamo avere ogni giorno maggior consapevolezza di essere figli di Dio. Si, sono venuto a ricordare che ci dobbiamo sforzare per compiere bene, né più né meno, ciò che ogni cristiano è chiamato a praticare: l’amore verso Dio e verso il prossimo, l’orazione, il lavoro santificato, la responsabilità sociale, il servizio disinteressato al Papa e alla Chiesa.... Vede che in tutto possiamo migliorare, che non possiamo mai considerarci soddisfatti.

16. Tenendo presente che molti membri dell’Opera, sono esponenti del potere economico, cosa direbbe loro con riferimento alla parabola di Gesù Cristo che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli?

Dovrei iniziare col completare la sua domanda. La stragrande maggioranza dei membri dell’Opera è composta da persone senza alcuna ricchezza né potere: persone che vivono modestamente e col sudore della loro fronte, persone modeste che arrivano faticosamente a fine mese. Quelli che hanno beni economici sono, di gran lunga, una minoranza, e ciò che dico loro, Vangelo alla mano, è che amministrino quei loro beni con senso di solidarietà e con generosità apostolica, ossia, con distacco, sia del cuore che nei confronti del denaro. Ripeto loro, in fondo, di applicare a se stessi la parabola a cui lei fa riferimento; come del resto dobbiamo fare tutti, distaccandoci dal nostro io.

17. Il Cile è noto a livello mondiale per la sua elevata crescita economica. Questo fatto ha portato con sé un incremento del consumismo, del materialismo, dell’avere, piuttosto che dell’essere. Come vede Lei questo cambiamento di mentalità e come dovrebbero affrontare i cileni il “prezzo” della crescita economica?

In Cile, come in molte altre nazioni, ho predicato l’importanza di amare con opere la sobrietà cristiana, la santa e sana austerità dinanzi al materialismo pratico: non crearsi necessità artificiose, non desiderare quanto non si ha, saper prescindere dai beni superflui, dare e condividere con generosità. Ho messo un accento speciale sulla gioventù: che vengano educati austeramente e non mollemente, perché un loro precoce imborghesimento, oltre ad essere un male sociale, toglie spazio ai grandi ideali che Gesù chiede loro.

IV. Il terzo millennio
18. L’arrivo del terzo millennio provoca in taluni un certo qual timore. Le profezie sulla fine del mondo sono inquietanti. A Lei non fanno alcun timore?

Timore? E perché? Soltanto speranza, soltanto grandi attese, dinanzi alle sfide del terzo millennio. Fra l’altro, insieme alle tribolazioni che hanno sempre fatto parte della sua storia, grandi orizzonti apostolici si profilano per la Chiesa. Il futuro è di quanti sanno osare.

19. La Chiesa ha chiamato tutti a preparare il Giubileo mediante la celebrazione del triennio: Anno di Cristo, Anno dello Spirito Santo, Anno del Padre. Come si devono preparare i cattolici all’arrivo del terzo millennio, e che significato ha l’anno 2000?

Raccomando senza soste, secondo le direttrici della Chiesa che Lei ha indicato, una orazione centrata sul mistero della Incarnazione, ossia, su questa irruzione redentrice di Dio nel tempo, di cui stiamo per commemorare il bimillenario: una contemplazione della Santissima Umanità di Cristo, perfetto Dio e perfetto Uomo, che ci porti a vivere da persone innamorate di Lui. La lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente è, in questo senso, un documento trasparente e stimolante, col quale il Papa ci indica il cammino. È motivo di grande gioia vedere nelle Chiese particolari — anche nelle diocesi del Cile che ho potuto visitare nel mio recente viaggio — tante iniziative incoraggianti, in questa stessa direzione.

20. Considerando il cattivo stato di salute del Santo Padre, la sua dottrina è valida? Non mancano infatti coloro che sminuiscono la validità della sua parola...

È evidente che il Santo Padre ha i suoi acciacchi. Che sono in gran parte conseguenza del suo lavoro intensissimo, della sua dedizione senza limiti al lavoro del pontificato. Ma grazie a Dio agisce con un’energia spirituale impressionante, e con un cuore giovane: francamente penso che pochi, molto pochi, sarebbero capaci di sostenere il suo ritmo di vita. La validità del suo magistero, della sua autorità, delle sue parole e delle sue azioni, non dipende affatto dalla fatica che gli costa camminare o dal tremore alla mano sinistra. Come dice il Papa stesso, col suo tipico buon umore, la Chiesa non si governa con i piedi, e la mano con cui firma è la destra. Soprattutto, l’elemento fondamentale per i cattolici è che, indipendentemente dallo stato di salute del Vicario di Cristo, lo Spirito Santo guida la Chiesa attraverso il successore di Pietro.

21. È vero che il Papa si è appoggiato spesso sull’Opus Dei? Qual è l’aspetto in cui ritiene che l’Opera è stata di sostegno alla Chiesa ed al Santo Padre?

Il Papa si è appoggiato e si appoggia su coloro che cercano di servire la Chiesa, le anime, e l’umanità intera. Nell’Opus Dei amiamo il Papa — quello attuale e chiunque egli sia, per il solo fatto di esserlo — con un amore filiale che ci spinge ad essere del tutto disponibili al suo Magistero, perché la Prelatura non esiste che per servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita. In tutto ciò che il Papa ci chieda, pertanto, ci sforzeremo di aiutarlo. Detto questo, aggiungerei che il servizio principale della Prelatura alla Chiesa è la realizzazione dell’Opus Dei, ossia, la propagazione della vita cristiana fra uomini e donne comuni, di ogni stato e condizione sociale.

Romana, Nº 25, Luglio-Dicembre 1997, p. 307-313.