envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

La virtù della speranza e l’ascetica cristiana in alcuni scritti del Beato Josemaría Escrivá Fondatore dell’Opus Dei

La presente riflessione su alcuni testi del Beato Josemaría riguardanti la speranza cristiana si propone anzitutto di indagare sul contenuto teologico e spirituale della virtù della speranza nella sua vita e nei suoi insegnamenti; sulla scorta di quest’indagine, vedremo poi perché la vita ed il messaggio del Beato rivestono un valore propriamente teologico, ecclesiale, perenne, una riflessione cioè potenzialmente valida e ispiratrice per ogni uomo [1].

1. LA SPERANZA CRISTIANA, FRUTTO DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

Nel 1934, nella sua prima raccolta di pensieri e spunti per la meditazione intitolata Considerazioni spirituali, il Beato Josemaría Escrivá scrisse: «Spera tutto da Gesù: tu non hai nulla, tu non vali nulla, tu non puoi nulla. Sarà Lui ad agire se ti abbandoni in Lui» [2].
Innanzitutto occorre notare che la fondamentale convinzione del Beato Josemaría Escrivá enunciata in Consideraciones espirituales si è rafforzata nel corso della sua vita. All’inizio di un’omelia intitolata La speranza del cristiano [3], pronunciata nel 1968, il Beato Josemaría riprende le stesse parole del 1934, aggiungendo però due significativi accenni. Il primo, autobiografico: quelle parole furono scritte, afferma l’autore, «con una convinzione che cresceva di giorno in giorno» (SC 205 a). Poi aggiunge: «È passato il tempo, e quella mia convinzione si è fatta ancora più robusta, più profonda» (ibid.). E il secondo, apostolico ed ecclesiale: «Ho visto in molte persone che la speranza in Dio accende meravigliosi falò d’amore, il cui fuoco conserva il cuore palpitante, senza sconforti, senza mancamenti, anche se lungo il cammino si soffre, e a volte duramente» (ibid.).
Quindi l’affermazione «spera tutto da Gesù: tu non hai nulla, tu non vali nulla, tu non puoi nulla. Sarà Lui ad agire se ti abbandoni in Lui» non era per il Fondatore dell’Opus Dei solo un punto di partenza, ma un punto di arrivo: si tratta di una convinzione consolidata dall’esperienza sia della propria vita che di quella della Chiesa: una convinzione vissuta più che dedotta, sperimentale più che sapienziale, indubbiamente scaturita dalla vita stessa della grazia. Il Fondatore dell’Opus Dei non parla qui della speranza cristiana in astratto, bensì, come dice il titolo dell’omelia del 1968, della speranza del cristiano [4], virtù vissuta giorno dopo giorno. Speranza che si può senz’altro denominare “teologale” perché Dio eternamente posseduto è il suo “oggetto formale quod”, Dio onnipotente e misericordioso è il suo “oggetto formale quo”. Ma si tratta di una virtù teologale anche perché in un certo senso Dio stesso agisce direttamente nel soggetto umano che spera, stimolandolo ad andare avanti, motivandolo dal di dentro, facendogli superare gli ostacoli, il peccato, il nulla, il vuoto. La “convinzione” che spinse il Beato Josemaría a proclamare per tutta la vita il valore della speranza cristiana è frutto in lui della grazia di Dio. Tale “convinzione” diventa, quindi, luogo teologico, ambito valido per la riflessione cristiana [5].
La ricchezza e la profonda risonanza umana delle espressioni del Beato Josemaría riguardanti l’agire di Dio nella dinamica della virtù della speranza sono notevoli. Si tratta di una «convinzione», di una «sicurezza», di un «soave dono di Dio», dello «slancio che ci sostiene» (È Gesù che passa, n. 3c); è una realtà fatta di fuoco, di calore e di amore, è come stringere «la mano forte che Dio ci tende senza posa» (SC 213 b); nasce dalla sicura fiducia che Dio ripone in noi (cfr. SC 214 a) ed è, quindi, certezza di una protezione divina che «si tocca con le mani» (SC 216 a), «sicurezza di sentirmi — di sapermi — figlio di Dio» (SC 208 c), «sicurezza che Dio ci governa con la sua previdente onnipotenza e che ci dà i mezzi di cui abbiamo bisogno» (SC 218 a); è fonte di gioia soprannaturale, vero e proprio «anticipo dell’amore senza fine nella Patria definitiva» (Amici di Dio, n. 278b), che attende il nostro arrivo e da dove risuona la chiamata definitiva: «vieni da tuo Padre» [6].
Il punto di partenza del Beato Josemaría Escrivá quando tratta della speranza non è una riflessione astratta che scaturisce a priori, ad esempio da un’indagine esegetica rigorosa della Scrittura. Si tratta piuttosto dell’esperienza della grazia di Dio vissuta nelle circostanze di tutti i giorni; all’interno di tale esperienza, grazie ad una lettura meditata e personalmente interiorizzata della Parola di Dio, il significato e l’inesauribile ricchezza di quella parola viva e vivificante che spinge alla fiducia incrollabile in Dio, viene scoperto e riscoperto, approfondito e confermato sempre di più.

1. L’esperienza vissuta della grazia di Dio e la caducità delle speranze secolarizzate

Anzitutto, dicevamo, è un’esperienza della grazia di Dio consapevolmente vissuta, cioè una vera e propria azione della grazia, iniziativa divina, soave ed efficace, che esclude ogni traccia di pelagianesimo. Di conseguenza, il cristiano deve soprattutto mantenere lo sguardo al cielo, perché soltanto là «ci aspetta l’Amore infinito» (SC 206 a):
«Un cristiano sincero, coerente con la sua fede, agisce faccia a faccia con Dio, con visione soprannaturale; lavora in questo mondo che ama appassionatamente, impegnandosi nelle vicende della terra, con lo sguardo al Cielo. Ce lo dice san Paolo: Quæ sursum sunt quærite; cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti — a quanto è mondano, per mezzo del Battesimo — e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 1-3)» (SC 206 c).
Il Beato Josemaría spiega ripetutamente che l’oggetto e il motivo della nostra speranza è Dio stesso:
«Spesso il Signore ci parla del premio che ci ha guadagnato con la sua Morte e la sua Risurrezione. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io (Gv 14, 2-3). Il cielo è la meta del nostro cammino terreno. Gesù ci ha preceduti e là, in compagnia della Vergine e San Giuseppe — che io tanto venero —, degli Angeli e dei Santi, è in attesa del nostro arrivo» (SC 220 b); «... deciditi ad aprire la tua anima a Dio, perché solo nel Signore troverai un fondamento reale per la tua speranza e per fare il bene agli altri» (SC 211 a); «Il Signore, che è onnipotente e misericordioso, ci ha concesso i mezzi idonei per vincere» (SC 219 b); «La divinità del nostro cammino — Gesù: cammino, verità e vita (cfr. Gv 14, 6) — è garanzia sicura che si concluderà nella felicità eterna, a condizione di non allontanarci da Lui» (SC 220 c).
Con grande chiarezza, il Beato Josemaría insiste nel sottolineare che l’alternativa alla vita cristiana, imbevuta di speranza e di grazia, orientata all’Amore che non si esaurisce mai, una vita cioè che volesse prescindere da Lui (cfr. SC 206 b), non è una vita neutra o meramente umana, ma una “vita animale”, tutt’al più un’esistenza «più o meno umanamente illuminata» (ibid). Egli descrive con profonda sensibilità la patetica e disperata situazione di coloro che tentano di vivere, con grande travaglio, una vita di speranza secolarizzata, senza Dio:
«Su questa nostra terra, pur se abbondano i timorosi e i frivoli, molti uomini retti, spinti da un nobile ideale — anche se privi di un motivo soprannaturale, per mera filantropia —, affrontano ogni specie di privazioni e si prodigano generosamente al servizio degli altri, per aiutarli nelle loro sofferenze o nelle loro difficoltà. Mi sento sempre spinto a rispettare e anche ad ammirare la tenacia di chi lavora con decisione per un ideale limpido. Tuttavia considero mio preciso dovere ricordare che tutto ciò che intraprendiamo quaggiù, quando è un’impresa esclusivamente umana, nasce sotto il segno della caducità» (SC 208 a).
«Disgraziatamente, alcuni, con una prospettiva rispettabile ma piatta, con ideali del tutto caduchi e fugaci, dimenticano che gli aneliti del cristiano devono essere orientati verso traguardi più elevati, infiniti. Ci interessa l’Amore stesso di Dio, per goderlo pienamente, con un godimento senza fine. Abbiamo costatato in tanti modi che la realtà di quaggiù passerà per tutti, quando termina questo mondo: e termina per ciascuno con la morte... Perciò, sull’ala della speranza, che anima i nostri cuori a elevarsi fino a Dio, abbiamo appreso a pregare: in te Domine speravi, non confundar in æternum (Sal 30, 2); in te, o Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso: spero in Te, perché tu mi diriga con le tue mani ora e sempre nei secoli dei secoli» (SC 209 b).
Si capisce quindi che il Beato Josemaría affermi di non avere «mai dato molto credito ai santoni che si vantano di non essere credenti: li amo davvero, come amo tutti gli uomini, miei fratelli; ammiro la loro buona volontà, che in certe circostanze può essere eroica, ma li compiango, perché hanno l’enorme disgrazia di mancare della luce e del calore di Dio, e dell’ineffabile gioia della speranza teologale» (SC 206 b).
Quindi, «forse non esiste nulla di più tragico nella vita degli uomini che gli inganni sofferti a causa della corruzione o della falsificazione della speranza, quando questa virtù viene presentata in una prospettiva che non ha come oggetto l’Amore che sazia senza saziare» (SC 208 b).

2. L’esperienza della vita di speranza, fonte di una valida riflessione teologica?

Questi testi, nonostante la loro indubbia forza e l’asciutta bellezza, potrebbero però suscitare nel lettore una doppia perplessità: si potrebbe pensare che l’autore stia descrivendo un’esperienza della grazia divina di eccezionalità ed intensità tali che la fortuna di sperimentarla sarebbe patrimonio esclusivo di pochi privilegiati; inoltre tale concezione della vita cristiana potrebbe apparire troppo “disincarnata” ed inaccessibile, come se Dio stesso ne fosse l’esclusivo protagonista. Sarebbe Lui a risparmiarci lo sforzo e la profusione delle nostre energie, l’impegno intelligente e perseverante, la solidarietà quotidiana; l’uomo, da parte sua, si lascerebbe semplicemente portare dalla grazia, in modo quietistico. Potrebbe insomma sembrare che il dinamismo proprio della virtù della speranza, descritto dal Beato Josemaría, comporti tanto un carattere di eccezionalità, quanto una mancata integrazione nella realtà umana, cioè nella quotidianità, nella fatica di costruire un mondo migliore.
Quindi, per poter individuare la validità teologica della riflessione sulla speranza del Beato Josemaría, dobbiamo analizzarla in una duplice prospettiva, quella “ecumenica”, o universale, e quella antropologica. Il risultato di quest’analisi mostrerà chiaramente che le riflessioni del Beato Josemaría Escrivá fanno direttamente appello alla concretezza storica dell’uomo e parlano ad ogni fedele cristiano chiamato a santificarsi in mezzo al mondo, ordinando le realtà umane in riferimento a Dio, in qualunque situazione venga a trovarsi ed in ogni ambito della sua esistenza.

2. LA CONCRETEZZA DELLA VIRTÙ DELLA SPERANZA NELLA QUOTIDIANA LOTTA ASCETICA DEL CRISTIANO

La qualità “ecclesiale” e quella umana si trovano profondamente inserite nella riflessione teologica del Beato Josemaría sulla virtù della speranza. Lo si può verificare nei tre seguenti passaggi, che costituiscono la parte analitica principale del nostro studio.
1. La vita del cristiano, sotto la spinta della virtù teologale della speranza, si esprime come una realtà pienamente umana, essendo capace di immergersi in tutte le situazioni umane, anche se limitate e storiche.
2. La forza della speranza teologale non sostituisce l’impegno umano; è incompatibile quindi con la passività e con l’evasione irresponsabile.
3. L’altra faccia della medaglia della concreta vitalità della virtù della speranza è la lotta ascetica cristiana, vissuta fino in fondo.

1. La speranza cristiana, una realtà autenticamente umana

Illustrando il rapporto tra le speranze terrene e la speranza cristiana, il Beato Josemaría Escrivá si rivolge personalmente al lettore in questo denso paragrafo:
«Vorrei che anche a voi avvenisse come a me: la sicurezza di sentirmi — di sapermi — figlio di Dio mi riempie di quella vera speranza che, infusa nelle creature come virtù soprannaturale, si adatta alla nostra natura ed è anche una virtù molto umana. Sono felice per la certezza del Cielo che raggiungeremo, se rimaniamo fedeli sino alla fine; per la felicità di cui saremo colmi, quoniam bonus (Sal 105, 1), perché il mio Dio è buono e la sua misericordia è infinita. Tale convincimento mi aiuta a comprendere che solo ciò che porta il sigillo di Dio rivela il segno indelebile dell’eternità, e il suo valore è imperituro. Perciò, la speranza non mi separa dalle cose di questa terra, ma mi accosta a codeste realtà in modo nuovo, cristiano, portandomi a scoprire in ogni cosa la relazione della natura — caduta — con Dio Creatore, con Dio Redentore» (SC 208 c).
Il testo è assai suggestivo. È chiaro che il cristiano non considera il proprio contesto vitale — quel mosaico di svariati elementi che avvolgono, forgiandola, la nostra esistenza quotidiana e mondana — allo stesso modo di coloro che, secondo la lapidaria frase paolina, non hanno speranza (1 Tes 4, 13). Il cristiano condivide la natura umana con il non-cristiano, ma non ne condivide l’umanesimo, perché si accosta alle realtà della terra «in modo nuovo, cristiano», cioè con uno sforzo positivo di scoprire «in ogni cosa la relazione della natura con Dio Creatore, con Dio Redentore». L’agire della speranza cristiana — speranza viva, unita alla carità — scaturisce direttamente, dice il testo, «dalla sicurezza di sentirmi — di sapermi — figlio di Dio». Il cristiano è figlio di Dio e, quindi, necessariamente considera l’intera realtà intorno a sé alla luce dell’agire creatore del Padre, dell’agire redentore del Figlio, dell’agire santificatore dello Spirito Santo, colmi di misericordia, di onnipotenza, di fedeltà. Il cristiano, proprio in quanto spera tutto da Dio e solo da Lui, non smette di “sperare” nelle cose e dalle cose create da Lui; non smette di sperare nell’uomo e dall’uomo neppure quando questi appare inaffidabile, peccatore, perché sa che il sacrificio redentore del Figlio è in grado di sconfiggere in ogni momento della storia tutte le oscurità e le debolezze del peccato, rendendo l’uomo forte, fedele, figlio anche se prodigo.
In diversi altri testi, il Beato Josemaría insiste su questo intenso slancio umano della speranza cristiana. Il cristiano partecipa alle vicende del proprio tempo e del proprio contesto culturale con un entusiasmo ed una forza che sembrano derivare direttamente dalla vitalità divina insita nella virtù della speranza:
«Il mondo... — “Questo sì che è nostro!...” — E lo affermi dopo aver levato lo sguardo e la fronte al cielo, con la sicurezza del contadino che cammina da sovrano in mezzo alle proprie messi: “Regnare Christum volumus!” — vogliamo che Egli regni su questa terra» (Solco, n. 292).
«”È tempo di speranza, e vivo di questo tesoro. Non è una bella frase, Padre — mi dici —, è una realtà”... Allora..., il mondo intero, tutti i valori umani che ti attraggono con una forza enorme — amicizia, arte, scienza, filosofia, teologia, sport, natura, cultura, anime... —, tutto questo riponilo nella speranza: nella speranza di Cristo» (Solco, n. 293).
«Non dimenticatelo mai: dopo la morte vi accoglierà l’Amore. E nell’amore di Dio ritroverete tutti gli amori limpidi che avete avuto sulla terra» (SC 221 b).
L’ottimismo, qualità decisiva per iniziare e portare a termine qualsiasi progetto umano, viene presentato teologicamente come espressione propria della speranza cristiana che si rivolge alle cose umane e mira ad abbattere gli ostacoli che si oppongono al progresso terreno:
«Impiegando queste risorse con buona volontà [la ricezione del sacramento della Penitenza e il compimento del dovere cristiano] e chiedendo al Signore di concederci una speranza di giorno in giorno maggiore, possederemo la contagiosa allegria di chi sa di essere figlio di Dio... Ottimismo, dunque: mossi dalla forza della speranza, lotteremo per cancellare la macchia viscida lasciata dai seminatori dell’odio e riscopriremo il mondo da una prospettiva di gioia, perché esso è uscito bello e limpido dalle mani di Dio. Altrettanto bello potremo restituirlo a Lui, se impariamo a pentirci» (SC 219 c).
«Mosso dalla forza della speranza», dice il Beato Josemaría Escrivá, il cristiano lotta per superare il male e scopre — riscopre — nel creato la traccia viva della gioia e dell’amore del Padre, appoggio e sostegno del suo impegno. Il Beato Josemaría spesso si esprime in questi termini [7].
Ma, ci si potrebbe domandare, come è possibile che l’agire vivificante di Dio, che si esprime nella speranza cristiana e guida l’uomo a realizzarsi come individuo e come collettività, si colleghi con tanta “naturalezza”, con tanta disinvoltura, alla concreta realtà umana, infondendo nell’attività umana e cristiana nel mondo una forza insospettata e perenne? La risposta risiede nella stessa realtà cui dobbiamo la nostra generazione a figli di Dio: l’incarnazione del Figlio Eterno. Difatti, come scrive il Beato Josemaría:
«Il Signore si è avvicinato tanto alle creature, che tutti conserviamo in cuore aneliti di altezza, ansia di salire in alto, di fare il bene. Se ora ridesto in te tali aspirazioni, è perché voglio che ti convinca della sicurezza che Egli ha posto nella tua anima: se lo lasci operare, servirai — dal tuo posto — come strumento utile, dall’efficacia insospettata» (SC 214 a).
La sollecitudine paterna di Dio diventa tangibile e pienamente umana per colui che medita assiduamente sulla straordinaria sinfonia dell’umano e del divino che si verifica in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, e che riproduce in ogni battezzato, in ogni figlio di Dio, una vita pienamente “cristica”, capace di seguire le orme della concretezza e dell’apparente ordinarietà della vita terrena di Cristo:
«Mettetevi con frequenza tra i personaggi del Nuovo Testamento. Assaporate le scene commoventi in cui il Maestro opera con gesti divini e umani, o riferisce con espressioni divine e umane la storia sublime del perdono, il suo Amore ininterrotto per i suoi figli. Questa replica del Cielo si rinnova anche ora, nella perenne attualità del Vangelo: si avverte, si nota, si tocca con le mani la protezione divina. Ed è una difesa che cresce di vigore quando andiamo avanti nonostante gli inciampi, quando cominciamo e ricominciamo, perché tale è la vita interiore, quando la si vive con la speranza in Dio» (SC 216 a).

2. La forza della speranza teologale è incompatibile con la passività e con l’evasione irresponsabile

Abbiamo accennato alla critica rivolta dal Beato Josemaría alle impostazioni esclusivamente umanistiche della speranza. Nella stessa omelia, La speranza del cristiano, egli descrive incisivamente un altro modo di concepire la speranza, ugualmente incompatibile con la dottrina cristiana, perché sbadatamente “fiduciosa” in Dio. La speranza diventerebbe, secondo questa visione, una sorta di scappatoia per giustificare la trascuratezza, l’egoismo sottile, la fantasia che desidera evadere dal momento presente, l’indolenza, la comodità, la superficialità, il non voler affrontare la realtà, sia cristiana che umana:
«Con monotona insistenza si sente ripetere il ritornello piuttosto logoro che la speranza è l’ultima a morire, come se la speranza fosse un appiglio per andare avanti senza complicazioni, senza inquietudini di coscienza; o come se fosse un espediente per rimandare sine die la necessaria rettifica di condotta, la lotta per raggiungere mete nobili e, soprattutto, il fine supremo di unirci a Dio.
»Direi che è questa la via per confondere la speranza con la comodità. È segno che manca l’ansia di raggiungere il vero bene, sia quello spirituale, sia quello materiale legittimo; l’ambizione più alta si riduce a evitare ciò che potrebbe modificare la tranquillità — apparente — di una mediocre esistenza. Quando l’anima è timida, rattrappita, pigra, la creatura si riempie di sottili egoismi e si accontenta che i giorni e gli anni trascorrano sine spe nec metu, senza le aspirazioni che esigono sforzo, senza i sussulti della lotta: ciò che importa è evitare il rischio dei dispiaceri e delle lacrime. Quanto si è lontano dall’ottenere qualcosa se si è perso il desiderio di possederlo, per timore del prezzo da pagare per la sua conquista!
»C’è poi l’atteggiamento superficiale di coloro che — ostentando magari una cultura e una scienza affettate — fanno poesia facile sulla speranza. Incapaci di affrontare sinceramente se stessi e di dichiararsi per il bene, riducono la speranza a un miraggio, a un ideale utopistico, alla semplice evasione di fronte alle angosce di una vita difficile. La speranza — falsa speranza — diviene per costoro una frivola velleità, che non serve a nulla» (SC 207).
Si tratta infatti di una visione passiva e disincarnata della speranza, secondo la quale Dio dovrebbe occuparsi di risolvere tutti i problemi, le afflizioni, gli imbarazzi, i disagi dell’uomo, permettendogli di eludere comodamente l’impegno responsabile, umano e cristiano, in mezzo al mondo. Altrove il Beato Josemaría Escrivá parla allo stesso modo:
«Smetti di costruire castelli in aria e deciditi ad aprire la tua anima a Dio, perché solo nel Signore troverai un fondamento reale per la tua speranza e per fare il bene agli altri» (SC 211 a)... «Quei propositi poco definiti mi sembrano illusioni fallaci, con cui cerchiamo di mettere a tacere le chiamate divine che arrivano al cuore; fuochi fatui che non bruciano né dànno calore, e che scompaiono con la stessa fugacità con cui sono sorti» (SC 211 b) [8]. «Militia est vita hominis super terram, et sicut dies mercenarii dies eius (Gb 7, 1), non è una milizia la vita dell’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Nessuno sfugge a questo destino, neppure i pigri che non si dànno per intesi: disertano le file di Cristo e si affannano in altre lotte per soddisfare la loro comodità, la loro vanità, le loro ambizioni meschine; diventano schiavi dei loro capricci» (SC 217 b).
Nelle parole del Beato Josemaría è chiaro che l’agire della grazia, attraverso la virtù della speranza, è tutt’altro che incompatibile con lo sforzo intelligente, solidale, realista e storico del cristiano. Il paradosso e la ricchezza principale della riflessione, vissuta e vitale, del Beato Josemaría sulla virtù della speranza stanno precisamente qui: nella corrispondenza esatta tra l’agire divino proprio della virtù della speranza e la lotta ascetica del cristiano, vissuta fino in fondo. Quando manca la lotta cristiana, si può dire, manca la santità, non certamente perché la santità cristiana sia prodotta dalla lotta ascetica, ma perché la lotta ascetica cristiana non è altro che la fattiva e generosa accoglienza della grazia di Dio.

3. La lotta ascetica cristiana, manifestazione della virtù della speranza

Diverse forme di “quietismo” concordano nel considerare come effetto della grazia di Dio quello semplicemente di facilitare l’azione umana, di risparmiare all’uomo l’impiego intelligente e perseverante delle sue forze, di colmare le lacune e le deficienze della sua debolezza o inadeguatezza. Solo in questo modo, si dice, si possono garantire davvero l’autentica gratuità della grazia divina e la piena fiducia in Dio. In confronto con la grazia di Dio che ci porta avanti e ci ispira, ogni attività umana “positiva” sarebbe semplicemente irrilevante, se non addirittura un ostacolo. Si potrebbero descrivere a lungo le controversie storiche intorno a questa visione, ormai in via di superamento. Comunque è chiaro che per il Beato Josemaría Escrivá la grazia divina non risparmia all’uomo l’impegno delle sue migliori energie. Anzi, la grazia induce al massimo impegno nella lotta ascetica: essa ci «complica la vita», secondo una frase che ricorre spesso nei suoi scritti [9]. In altri termini, la fiducia in Dio e nel dono della grazia si esprime proprio come perseverante lotta ascetica.
Il ricchissimo intreccio tra la grazia divina e la risposta umana (umile, ma generosa ed intelligente) sta nel cuore stesso degli scritti del Fondatore dell’Opus Dei. Prendendo spunto principalmente dall’omelia La speranza del cristiano, si può dire che i testi si sviluppano in due direzioni che si integrano a vicenda: 1) l’agire di Dio attraverso la grazia sperimentalmente induce o ispira l’uomo a lottare con perseveranza per superare gli ostacoli che si frappongono ad una piena coerenza cristiana, come già accennato; 2) la libera, personale e fiduciosa risposta dell’uomo a questa grazia si esprime nella lotta ascetica quotidiana. Non si tratta logicamente di una lotta ascetica preparativa, cioè previa all’azione della grazia, o indipendente dalla sua logica: la natura della lotta ascetica cristiana viene determinata nel contenuto e nella forma dalla logica della grazia stessa. Per questa ragione, l’ascetica cristiana è radicalmente diversa da quella meramente umana (si pensi, ad esempio, all’ascesi stoica) per il fatto che in essa il cristiano esprime consapevolmente la propria fiducia e speranza in Dio. Ecco alcuni testi che descrivono tale secondo aspetto.
«Abìtuati a vedere Dio dietro ogni cosa, a sapere che Egli ci aspetta sempre, che ci contempla, e ci chiede, esigendocelo giustamente, di seguirlo con lealtà, senza abbandonare il luogo che in questo mondo ci è toccato. Dobbiamo camminare con affettuosa vigilanza, con la sincera preoccupazione di lottare per non perdere la divina compagnia» (SC 218 b)... «... “Contra spem, in spem!” — vivi di speranza certa, contro ogni speranza. Appòggiati a questa roccia salda che ti proteggerà e ti incoraggerà. È una virtù teologale — stupenda! — che ti spingerà ad avanzare, senza timore di superare i limiti, e ti impedirà di fermarti. — Non guardarmi così!: sì!, coltivare la speranza significa irrobustire la volontà» (Solco, n. 780).
Dio guarda l’uomo, lo aspetta, è esigente con lui; e l’uomo procede vigilante, perché non vuole perdere la sua compagnia. “Coltivare la speranza” , la speranza divina, che ci induce ad avanzare senza timore e ci impedisce di fermarci, significa da parte dell’uomo “irrobustire la volontà” .
Tre sono le principali manifestazioni pratiche di questo rapporto tra la virtù della speranza e la lotta cristiana:

1. Senza una decisa lotta ascetica, l’agire di Dio nell’uomo è inefficace. I cinque testi seguenti, tutti tratti dall’omelia La speranza del cristiano, espongono tale convinzione. Essi affermano in fondo che, con l’impegno della nostra risposta personale, il Signore «opera in noi e per mezzo di noi», infondendo sicurezza nella nostra anima, in modo tale che le difficoltà oggettive, le quali esigono lotta da parte nostra, non sono ostacolo ma condizione per la crescita del cristiano, perché ci offrono la possibilità di seguire Cristo da vicino; invece, quando manca la lotta concreta, si perdono il senso e la freschezza della speranza.
«Mediante il Battesimo, siamo portatori della parola di Cristo, che rasserena, che accende e acquieta le coscienze ferite. E perché il Signore operi in noi e per mezzo di noi, dobbiamo dirgli che siamo disposti a lottare ogni giorno, anche se ci vediamo deboli e inetti, anche se percepiamo il peso immenso delle nostre miserie personali, della nostra indigente debolezza. Dobbiamo ripetergli che confidiamo in Lui, nella sua assistenza: se è necessario, come Abramo, contro ogni speranza (Rm 4, 18)» (SC 210 b).
«Il Signore si è avvicinato tanto alle creature, che tutti conserviamo in cuore aneliti di altezza, ansia di salire in alto, di fare il bene. Se ora ridesto in te tali aspirazioni, è perché voglio che ti convinca della sicurezza che Egli ha posto nella tua anima: se lo lasci operare, servirai — dal tuo posto — come strumento utile, dall’efficacia insospettata. E affinché tu non ti allontani, per viltà, dalla fiducia che Dio ripone in te, evita la presunzione di disprezzare ingenuamente le difficoltà che appariranno sul tuo cammino di cristiano» (SC 214 a).
«Lungi dallo scoraggiarci, le contrarietà devono essere uno stimolo [10] per crescere come cristiani: in questa lotta ci santifichiamo, e il nostro lavoro apostolico acquista maggiore efficacia. Meditando quei momenti in cui Gesù — nell’Orto degli ulivi e, più tardi, nell’abbandono e nell’ignominia della Croce — accetta e ama la Volontà del Padre, mentre patisce il peso immane della Passione, dobbiamo persuaderci che per imitare Cristo, per essere buoni discepoli suoi, occorre abbracciare il suo consiglio: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16, 24). Perciò mi piace chiedere a Gesù, per me: Signore, non un giorno senza croce! . Così, con la grazia divina, si rafforzerà il nostro carattere, e serviremo di appoggio al nostro Dio, al di sopra delle nostre miserie personali.
»Cercate di capire: se piantando un chiodo nella parete non incontraste resistenza, che cosa potreste appendervi? Se non ci irrobustiamo, con l’aiuto divino, per mezzo del sacrificio, non potremo divenire strumenti del Signore. Se invece, per amor di Dio, ci decidiamo a trarre profitto con allegria dalle contrarietà, non ci costerà fatica, nelle situazioni difficili e sgradevoli, nelle occasioni dure e disagevoli, esclamare, come gli Apostoli Giacomo e Giovanni: Possiamo! (Mc 10, 38)» (SC 216 c-d).
«Quando non si lotta contro se stessi, quando non si respingono con vigore i nemici che si annidano nel nostro castello interiore — orgoglio, invidia, concupiscenza della carne e degli occhi, spirito di autosufficienza, stolta avidità di libertinaggio —, quando non esiste la lotta interiore, i più nobili ideali inaridiscono come fiore d’erba. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce (Gc 1, 10-11). Allora, alla minima occasione, germoglieranno lo sconforto e la tristezza, come piante nocive e invadenti» (SC 211 a)... «Se non lotti, non dirmi che cerchi di identificarti sempre più con Cristo, di conoscerlo, di amarlo. Quando intraprendiamo il cammino regale di seguire Cristo, di comportarci come figli di Dio, non ci rimane occulto ciò che ci attende: la Santa Croce, che dobbiamo contemplare come il punto centrale sul quale poggia la nostra speranza di unirci al Signore» (SC 212 a).

2. Nella lotta ascetica si guarda con fiducia a Dio. Il cristiano si dedica ad una lotta pratica e perseverante, lotta gioiosa, positiva, innamorata, nelle virtù umane, nel compimento del dovere, nella convivenza, nella carità, però «tutto per Dio, pensando alla sua gloria, con lo sguardo in alto, anelando la Patria definitiva». Sono affermazioni che constatiamo nei brani che seguono:
«Perciò, mi persuaderò che le tue intenzioni di raggiungere la meta sono sincere se ti vedo camminare con decisione. Opera il bene, rivedendo il tuo atteggiamento abituale di fronte ai compiti di ogni momento; pratica la giustizia, proprio negli ambienti che frequenti, anche se lo sforzo ti fa barcollare; alimenta la felicità di coloro che ti circondano, servendoli con gioia — dal tuo posto, nel lavoro che ti sforzerai di portare a termine con la maggior perfezione possibile —, con spirito di comprensione, col sorriso, col contegno cristiano. E tutto per Dio, pensando alla sua gloria, con lo sguardo in alto, anelando alla Patria definitiva, perché è questo il solo fine che valga la pena» (SC 211 c).
«Se la situazione di lotta è connaturale alla creatura umana, sforziamoci di adempiere i nostri obblighi con tenacia, pregando e lavorando con buona volontà, con rettitudine di intenzione, con lo sguardo rivolto a ciò che Dio ama» (SC 217 c).
«Questa lotta di chi sa di essere figlio di Dio non comporta tristi rinunce, tetre rassegnazioni, o privazioni della gioia: essa è il modo di reagire dell’innamorato che, nel lavoro e nel riposo, nella gioia e nella sofferenza, pensa alla persona amata, e per lei affronta volentieri le difficoltà. Nel nostro caso, inoltre, poiché Dio — insisto — non perde battaglie, uniti a Lui saremo vincitori» (SC 219 a).
Una fiducia filiale quindi, basata sulla promessa di Dio stesso, una fiducia non astratta od occasionale, ma che si esercita «guardando in alto» nei momenti di maggiore fatica; è questo ciò che dà forza, fortezza divina, come dimostrano i testi seguenti.
«In mezzo alle tue occupazioni, ti ho chiesto di alzare gli occhi al cielo con perseveranza, perché la speranza ci spinge a stringere la mano forte che Dio ci tende senza posa, affinché non perdiamo il punto di mira soprannaturale; ti ho chiesto di alzarli anche quando le passioni si ribellano e ci assalgono, chiudendoci nel cantuccio meschino del nostro io, o quando — con vanità puerile — ci sentiamo il centro dell’universo. Io vivo con la persuasione che, se non guardo in alto, se non cerco Gesù, mai otterrò qualcosa; e so che la mia fortezza, per vincermi e per vincere, nasce dal ripetere quel grido che contiene la promessa sicura che Dio non abbandona i suoi figli, se i suoi figli non lo abbandonano: Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4, 13)» (SC 213 b).
«... La certezza della nostra nullità personale — non si richiede una grande umiltà per riconoscere tale realtà: non siamo altro che un mucchio di zeri — si cambierà in fortezza irresistibile, perché alla sinistra di tanti zeri ci sarà Cristo, e ne risulterà una cifra immensa: Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? (Sal 26, 1)» (SC 218 a) [11].
In un altro testo il Beato Josemaría glossa la nota frase di Baltasar Gracián: «Si adoperino i mezzi umani come se non ci fossero quelli divini, e i mezzi divini come se non ci fossero quelli umani» [12] ed insiste sulla necessità del pieno impiego delle proprie forze contro la debolezza presente in ogni uomo, intraprendendo «quelle ascensioni, quei compiti divini e umani di ogni giorno che sempre sfociano nell’Amore di Dio»:
«Non dobbiamo stupircene. Trasciniamo in noi stessi — conseguenza della natura caduta — un principio di opposizione, di resistenza alla grazia: sono le ferite del peccato originale, esacerbate dai nostri peccati personali. Pertanto, dobbiamo intraprendere quelle ascensioni, quei compiti divini e umani di ogni giorno — che sempre sfociano nell’Amore di Dio —, con umiltà, con cuore contrito, fiduciosi nell’assistenza divina, e tuttavia dedicando ad essi le nostre migliori energie, come se tutto dipendesse da noi» (SC 214 b).

3. La lotta ascetica, col suo caratteristico «cominciare e ricominciare» che è segno di autentica speranza, si esprime nell’umiltà, nella conversione e nella penitenza. Sono molti i testi del Fondatore dell’Opus Dei che lo dicono. Un solo esempio:
«Dice la Sacra Scrittura che perfino il giusto cade sette volte (Pro 24, 16). Tutte le volte che ho letto questo parole, la mia anima è stata scossa da un forte sussulto di amore e di dolore... Un sussulto d’amore, vi dicevo. Guardo la mia vita e, sinceramente, vedo che non sono nulla, non valgo nulla, non ho nulla, non posso nulla; di più, che io sono il nulla! Ma Lui è tutto e, allo stesso tempo, è mio, e io sono suo, perché non mi respinge, perché si è donato per me. Avete mai contemplato un amore più grande? E un sussulto di dolore: perché esamino la mia condotta, e mi sgomento di fronte al cumulo delle mie negligenze. Mi basta ripercorrere le poche ore che ho trascorso in piede in questo giorno, per scoprire tante mancanze d’amore, di corrispondenza fedele. Mi addolora davvero il mio comportamento, ma non mi toglie la pace. Mi prostro davanti a Dio, e gli espongo con chiarezza la mia situazione. Subito ricevo l’assicurazione della sua assistenza, e sento in fondo al cuore che Lui mi ripete lentamente: Meus es tu, tu mi appartieni (Is 43, 1); sapevo — e so — come sei; avanti!» (SC 215 a-c).
Sulla scia della lettura di questo brano del libro dei Proverbi, il Beato Josemaría accenna alla propria esperienza personale: come creatura, si dichiara consapevole del proprio nulla davanti a Dio e, inseparabilmente, della bontà fedele del Signore, che «è mio, e io sono suo»; poi, come peccatore, esprime il proprio dolore per la mancanza di corrispondenza, un dolore che però non toglie la pace, né sfocia nella disperazione perché, malgrado tutto, Dio si mostra sempre fedele e parla dolcemente al cuore del cristiano: meus es tu [13].
La vita interiore: non una crescita piana e costante, serenamente osservabile e quantificabile, ma piuttosto un «andar avanti nonostante gli inciampi, cominciando e ricominciando», con fattiva tenacia, anche quando ci pare di retrocedere nella vita spirituale o quando le vittorie sembrano mancare. In questi momenti ci viene offerta una singolare opportunità di esercitare la virtù della speranza, nella quale «si avverte, si nota, si tocca con le mani la protezione divina». È il succo dei testi che seguono:
«Questa replica del Cielo [la vita di Gesù sulla terra] si rinnova anche ora, nella perenne attualità del Vangelo: si avverte, si nota, si tocca con le mani la protezione divina. Ed è una difesa che cresce di vigore quando andiamo avanti nonostante gli inciampi, quando cominciamo e ricominciamo perché tale è la vita interiore, quando la si vive con la speranza in Dio» (SC 216 a).
«Devo mettervi in guardia da un tranello che Satana non disdegna di impiegare — lui non va mai in ferie —, per strapparci la pace. In qualche momento può nascere un dubbio, una tentazione: pensare con sgomento che si va all’indietro o che si avanza appena; può anche prendere forza la convinzione che, nonostante l’impegno per migliorare, si peggiora. Vi assicuro che, ordinariamente, questo giudizio pessimistico riflette solo una falsa visione, un inganno che bisogna respingere. Succede, in questi casi, che l’anima è divenuta più attenta, la coscienza più fine, l’amore più esigente; oppure, che l’azione della grazia illumina con più intensità, e vengono agli occhi tanti dettagli che nella penombra erano passati inavvertiti. In ogni caso, dobbiamo esaminare attentamente quelle inquietudini, perché il Signore con la sua luce ci chiede più umiltà o più generosità. Ricordatevi che la Provvidenza divina ci guida senza posa e non risparmia il suo aiuto — con miracoli portentosi o con miracoli spiccioli — per far progredire i suoi figli» (SC 217 a) [14].
«Nelle battaglie dell’anima, la strategia, a volte, è saper attendere, dovendosi applicare il rimedio conveniente con pazienza, con tenacia. Aumentate, dunque, gli atti di speranza. Vi ricordo che subirete delle sconfitte o che passerete per degli alti e bassi — Dio voglia che siano impercettibili — nella vostra vita interiore, perché nessuno è immune da questi vicissitudini. Ma il Signore, che è onnipotente e misericordioso, ci ha concesso i mezzi idonei per vincere. Basta che li impieghiamo, come dicevo, con la decisione di cominciare e ricominciare ogni momento, se fosse necessario» (SC 219 b) [15].
Un aspetto centrale della lotta cristiana è la conversione, la penitenza, palesata nell’accostarsi con assiduità al sacramento della Riconciliazione, fonte di gioia, frutto della speranza che il Signore incrementa in noi:
«Accostatevi settimanalmente — e ogni volta che ne abbiate bisogno, ma senza cadere negli scrupoli — al santo sacramento della Penitenza, il sacramento del divino perdono. Rivestiti della grazia, attraverseremo le montagne (cfr. Sal 103, 10), percorrendo l’ascesa del compimento del dovere cristiano senza attardarci. Impiegando queste risorse con buona volontà e chiedendo al Signore di concederci una speranza di giorno in giorno maggiore, possederemo la contagiosa allegria di chi sa di essere figlio di Dio... Ottimismo, dunque: mossi dalla forza della speranza, lotteremo per cancellare la macchia viscida lasciata dai seminatori dell’odio e riscopriremo il mondo da una prospettiva di gioia, perché esso è uscito bello e limpido dalla mani di Dio. Altrettanto bello potremo restituirlo a Lui, se impariamo a pentirci» (SC 219 c).

3. RIFLESSIONE CONCLUSIVA: LA VALIDITÀ TEOLOGICA DELLA MEDITAZIONE DEL BEATO JOSEMARÍA ESCRIVÁ SULLA VIRTÙ DELLA SPERANZA

Si può, dunque, accordare validità teologica, perlomeno ipotetica, alle vive e suggestive riflessioni del Beato Josemaría sulla speranza, così come viene presentata nell’omelia La speranza del cristiano e in altri suoi scritti? La risposta a tale quesito è affermativa: infatti, come abbiamo visto, tale riflessione è fondata sulla fede e svolta sulla base di un’esperienza cristiana pienamente inserita nella realtà umana; si tratta cioè di una riflessione ecclesiale e non-eccezionale. Esaminiamo ora quest’affermazione sotto i due aspetti menzionati, umano ed ecclesiale.

1. Un’esperienza pienamente umana

La teologia ha sempre evidenziato che la speranza è virtù solo in quanto è teologale [16], cioè in quanto ha come oggetto l’Amore «che sazia senza saziare», in quanto, cioè, motivata dalla misericordia onnipotente e fedele di Dio, ed in essa fondata. Ha però influito fortemente sul pensiero del nostro secolo l’idea che i cristiani, quando predicano questa virtù e la indirizzano verso il suo oggetto primordiale (Dio, il cielo, la vita eterna), esprimano una volontà inconfessata o inconsapevole di fugga dalla realtà, di rinuncia al bisogno di affrontare le molteplici e sempre nuove sfide che il mondo propone. Dunque, dopo il fallimento delle filosofie nichilistiche, distruttrici della speranza, le moderne concezioni di una speranza secolarizzata — ispirate direttamente o indirettamente dal pensiero marxista [17] — hanno mietuto un certo successo; anche se esso non è stato duraturo, si deve trarre la conclusione che qualsiasi riflessione sulla speranza che non sia in grado di toccare il cuore dell’uomo nelle sue aspirazioni più alte, che non stimoli efficacemente allo sforzo perseverante per la costruzione di un mondo migliore, più giusto, più a misura d’uomo, non è affatto credibile. Però, allo stesso tempo, l’esaurimento utopico da cui è segnato quest’ultimo scorcio di millennio ci mostra che senza l’azione silenziosa di quell’acqua viva che zampilla fino alla vita eterna (Gv 4, 14), senza quell’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato (Rm 5, 5), la speranza tende ad offuscarsi, oppure a volatilizzarsi in uno spiritualismo disincarnato. Il Beato Josemaría Escrivá ha invece spiegato in maniera icastica, esistenziale e rigorosa che l’agire di Dio denominato speranza, infiammando «meravigliosi falò d’amore, il cui fuoco conserva il cuore palpitante» (SC 205 a), si esprime pienamente nelle situazioni umane concrete e storiche come una disposizione stabile alla lotta per superare gli ostacoli, interiori ed esteriori, personali e collettivi. Infatti senza questa speranza, perseverare in tale sforzo diventa nella pratica impossibile.

2. Un’esperienza pienamente ecclesiale ed universale

La riflessione del Beato Josemaría sulla speranza si sviluppa in due tappe strettamente legate tra loro: da una parte, egli riflette alla luce della parola di Dio sull’esperienza della grazia, generosamente accolta nella propria vita; poi in stretta connessione, guarda verso la Chiesa e l’umanità [18], riflette sulla medesima esperienza esistenziale nella vita di molti uomini e donne, spesso ispirati proprio dalla sua predicazione e dal suo esempio [19]. La prima riflessione gli offre la possibilità di capire e calibrare la seconda; però allo stesso tempo la seconda riflessione, quella appunto dell’esperienza di tanta gente immersa nelle più diverse situazioni umane, conferma e ratifica la prima, ossia l’esperienza personale della grazia.
Il Beato Josemaría si rendeva conto di come la speranza fiorisse con forza nella sua vita ed in quella di tanti uomini e donne posti dinanzi a tutte le possibili sfide, piccole e grandi, che la vita ci propone quando accogliamo con generosità e perseveranza i doni sovrabbondanti di Dio. Questa gioiosa realtà lo portava a rivolgere il suo appello a tutti gli uomini: «Spera tutto da Gesù: tu non hai nulla, tu non vali nulla, tu non puoi nulla. Sarà Lui ad agire se ti abbandoni in Lui» [20]. Era quest’esperienza, personale ed ecclesiale, vissuta fino in fondo, ciò che lo portava a gridare ai quattro venti la propria incrollabile fede e la propria speranza nel Dio di Cristo.
La virtù teologale della speranza deve essere ritenuta basilare all’interno della riflessione teologica e spirituale del Beato Josemaría. Basta pensare alla sua infaticabile predicazione intorno alla chiamata universale alla santità [21]. Quando si afferma, come ha fatto l’ultimo Concilio Ecumenico [22], che la chiamata alla santità è davvero universale, in fondo si sta proclamando che nessuna realtà creata può mai ostacolare o seriamente condizionare l’onnipotente bontà di Dio, impegnata a portare i suoi figli alla pienezza della santità in Cristo. E quindi il cristiano può e deve sperare da Dio la grazia, l’abbondanza dei suoi doni, non per così dire malgrado tutte le proprie limitatezze interiori e gli ostacoli esteriori, ma in e per mezzo di tutte le vicende e le circostanze della propria concreta esistenza.

Rev. Prof. Paul O’Callaghan
Pontificio Ateneo della Santa Croce
Roma

[1] 1. Per quanto riguarda le questioni metodologiche fondamentali, cfr. A. del Portillo, Significado teológico-espiritual de “Camino”, in J. Morales (a cura di), “Escritos sobre Camino”; Rialp, Madrid 1989, pp. 45-56.

[2] 2. Beato Josemaría Escrivá, Consideraciones espirituales, Cuenca 1934, p. 67. La raccolta venne poi ampliata e pubblicata nel 1939 con il titolo Cammino. Il punto citato di Consideraciones si ritrova nel n. 731 di Cammino. 33ª ed.; Ares, Milano 1996.

[3] 3. Beato Josemaría Escrivá, La speranza del cristiano (8-VI-1968), in «Amici di Dio»; Ares, Milano 1988, nn. 205-221 (tit. or. “Amigos de Dios”, Madrid 1977). Le citazioni di quest’omelia, fondamentale nella riflessione del Beato Josemaría sulla speranza, verranno indicate d’ora in poi con la sigla SC, seguita dal numero e dal paragrafo della suddetta edizione in Amici di Dio.

[4] 4. «Quando parli delle virtù teologali, della fede, della speranza e dell’amore, pensa che sono virtù da vivere, prima che da teorizzare» (Forgia, n. 479).

[5] 5. Il teologo G. Greshake afferma che i santi «non vivono di una dottrina, ma è proprio la loro vita a produrre una dottrina» (L’uomo e la salvezza di Dio, in AA.VV., “Problemi e prospettive di teologia dogmatica”, Brescia 1983, p. 310). Cfr. anche le ricche riflessioni di H. Urs von Balthasar, Teologia e santità, in “Verbum Caro”, vol.1, Brescia 1985, pp. 200-229.

[6] 6. Ecco alcuni dei testi più rappresentativi: «... La speranza in Dio accende meravigliosi falò d’amore, il cui fuoco conserva il cuore palpitante, senza sconforti, senza mancamenti, anche se lungo il cammino si soffre, e a volte duramente» (SC 205 a); «Qui, alla presenza di Dio che ci presiede dal Tabernacolo — come fortifica la vicinanza reale di Gesù! — mediteremo su questo dono soave di Dio, la speranza, che colma le nostre anime di allegria: spe gaudentes (Rm 12, 12), gioiosi, perché — se siamo fedeli — ci aspetta l’Amore infinito» (SC 206 a); «Dono di Dio che colma l’anima di allegria»... non si parla quindi di un’allegria qualsiasi, ma «della luce e del calore di Dio, e dell’ineffabile gioia della speranza teologale» (SC 206 b). Cfr. anche Camino, n. 659: «L’allegria che devi avere non è quella che potremmo chiamare fisiologica, da animale sano, ma quella soprannaturale, che procede dall’abbandonare tutto e dall’abbandonare te stesso nelle braccia amorose di nostro Padre-Dio»; «... La sicurezza di sentirmi — di sapermi — figlio di Dio mi riempie di quella vera speranza che, infusa nelle creature come virtù soprannaturale, si adatta alla nostra natura ed è anche una virtù molto umana...» (SC 208 c); «In mezzo alle tue occupazioni, ti ho chiesto di alzare gli occhi al cielo con perseveranza, perché la speranza ci spinge a stringere la mano forte che Dio ci tende senza posa, affinché non perdiamo il punto di mira soprannaturale... » (SC 213 b); «Dice la Sacra Scrittura che perfino il giusto cade sette volte (Pro 24, 16). Tutte le volte che ho letto queste parole, la mia anima è stata scossa da un forte sussulto di amore e di dolore... Un sussulto d’amore, vi dicevo. Guardo la mia vita e, sinceramente, vedo che non sono nulla, non valgo nulla, non ho nulla, non posso nulla; di più, che io sono il nulla! Ma Lui è tutto e, allo stesso tempo, è mio, e io sono suo, perché non mi respinge, perché si è donato per me... E un sussulto di dolore... Mi addolora davvero il mio comportamento, ma non mi toglie la pace. Mi prostro davanti a Dio, e gli espongo con chiarezza la mia situazione. Subito ricevo l’assicurazione della sua assistenza, e sento in fondo al cuore che Lui mi ripete lentamente: Meus es tu, tu mi appartieni (Is 43, 1); sapevo — e so — come sei; avanti!» (SC 215 a-c); «... A niente servono tutte le meraviglie della terra, tutte le ambizioni soddisfatte, se nel nostro petto non arde la fiamma dell’amore vivo, la luce della santa speranza che è un anticipo dell’amore senza fine nella Patria definitiva» (Amici di Dio, n. 278b).

[7] 7. «Il Signore ha voluto che noi suoi figli, che abbiamo ricevuto il dono della fede, manifestiamo l’originaria visione ottimistica della creazione, “l’amore per il mondo” che palpita nel cristianesimo. — Pertanto, non deve mai mancare lo slancio nel tuo lavoro professionale, e nel tuo impegno per costruire la città terrena» (Forgia, n. 703). Cfr. specialmente l’omelia del Beato Josemaría Amare il mondo appassionatamente (8-X-1967) in cui spiega l’espressione «materialismo cristiano».

[8] 8. Sull’immagine di «fuochi fatui», cfr. anche Cammino, n. 412, Forgia, n. 57.

[9] 9. Cfr. ad esempio Amici di Dio, nn. 21a, 207a, 223b; È Gesù che passa, n. 19b; Cammino, n. 6; Forgia, nn. 900, 902.

[10] 10. Cfr. Solco, nn. 134, 626.

[11] 11. Cfr. Cammino, n. 473.

[12] 12. B. Gracián, Oracolo manuale e arte di prudenza (traduzione e note di A. Gasparetti), Parma, 1986, n. 251.

[13] 13. «Rimeditate con calma quella divina affermazione, che inquieta l’anima e, nello stesso tempo, le fa gustare la dolcezza del miele: Redemi te, et vocavi te nomine tuo: meus es tu (Is 43, 1); ti ho redento e ti ho chiamato per nome: sei mio. Non dobbiamo rubare a Dio ciò che è suo. Un Dio che ci ha amato fino a morire per noi, che ci ha scelti da tutta l’eternità, prima della creazione del mondo, per essere santi al suo cospetto; e continuamente ci offre occasioni di purificazione e di impegno» (Amici di Dio, n. 312b. Cfr. Forgia, nn. 12, 123).

[14] 14. «Nel cammino della santificazione personale, a volte si può avere l’impressione che, invece di avanzare, si retroceda; che, invece di migliorare, si peggiori... Finché c’è lotta interiore, questo pensiero pessimistico è solo una falsa illusione, un inganno, che conviene respingere. — Persevera tranquillo: se combatti con tenacia, progredisci nel tuo cammino e ti santifichi» (Forgia, n. 223); cfr. ibid., n. 222; «Rinnovate ogni mattina, con un serviam! deciso — ti servirò, Signore! —, il proposito di non cedere, di non cadere nella pigrizia o nella noncuranza, e di affrontare i doveri con più speranza, con più ottimismo, ben persuasi che se in qualche scaramuccia saremo vinti, potremo superare lo smacco con un atto di amore sincero» (SC 217 d).

[15] 15. «Ti ripeto, fatti coraggio, perché Cristo, che ci ha perdonato sulla Croce, continua a offrire il suo perdono nel sacramento della Penitenza, e sempre, per giungere alla vittoria, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto... (1 Gv 2, 1)... Avanti, qualunque cosa succeda! Ben protetto dal braccio del Signore, considera che Dio non perde battaglie. Se ti allontani da Lui, quale ne sia il motivo, reagisci con l’umiltà di chi vuole cominciare e ricominciare; di chi vuol fare da figlio prodigo tutti i giorni e anche molte volte nel corso delle ventiquattro ore; di chi vuole risanare il suo cuore contrito nella Confessione, vero miracolo dell’Amor di Dio. In questo sacramento meraviglioso, il Signore pulisce la tua anima e ti inonda di gioia e di forza per non venir meno nella lotta, e per ritornare instancabilmente a Dio anche quando tutto ti sembra oscuro. Inoltre, la Madre di Dio, che è anche Madre nostra, ti protegge con la sua materna sollecitudine, e ti guida nel tuo avanzare» (SC 214 d-e).

[16] 16. Cfr. ad esempio San Tommaso d’Aquino, S.Th. II-II, q. 17, a. 1-3.

[17] 17. Penso specialmente all’influente riflessione di E. Bloch, raccolta principalmente nella sua opera Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt am Main 1954, 1955 e 1959. Cfr. P. O’CALLAGHAN, Hope and Freedom in Gabriel Marcel and Ernst Bloch, in “Irish Theological Quarterly” 55 (1989) 215-239.

[18] 18. «... Ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede ...» (È Gesù che passa, n. 99a).

[19] 19. Nel breve prologo a Cammino, scrisse: «Leggi adagio questi consigli. Medita con calma queste considerazioni. Sono cose che ti dico all’orecchio, in confidenza d’amico, di fratello, di padre. E queste confidenze le ascolta Dio. Non ti racconterò nulla di nuovo: intendo ridestare i tuoi ricordi per far emergere qualche pensiero che ti colpisca; così migliorerai la tua vita, ti avvierai per cammini d’orazione e d’Amore, e diverrai finalmente un’anima di criterio».

[20] 20. Beato Josemaría Escrivá, Consideraciones espirituales, Cuenca 1934, p. 67.

[21] 21. «Questa è stata la mia costante predicazione fin dal 1928: urge cristianizzare la società, portare a tutti i livelli della nostra umanità il senso soprannaturale, e poi impegnarci insieme a elevare all’ordine della grazia il dovere quotidiano, la propria professione, il proprio mestiere. Così, tutte le occupazioni umane saranno illuminate da una speranza nuova, che trascende il tempo e la caducità mondana» (SC 210 a).

[22] 22. Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, nn. 39-42.

Romana, Nº 23, Luglio-Dicembre 1996, pag. 262-279.