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Lettera al Cardinal William B. Baum, Penitenziere Maggiore, sul sacramento della Penitenza (22-III-1996)

La Penitenzieria Apostolica promuove ogni anno un “Corso sul foro interno”, rivolto a sacerdoti ordinati da poco o a candidati vicini al sacerdozio, per approfondire il tema del Sacramento della Penitenza. In questa circostanza, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha inviato al Cardinal William B. Baum, Penitenziere Maggiore, il seguente messaggio.

1. Volgendo a conclusione il Corso sul foro interno, che codesta Penitenzieria Apostolica suole da alcuni anni promuovere per novelli sacerdoti o prossimi candidati al sacerdozio, desiderosi di prepararsi a meglio esercitare il mandato salvifico del Signore che perdona, mi è caro far giungere a tutti i partecipanti, per il suo gentile tramite, Signor Cardinale, uno speciale messaggio che testimoni loro il mio compiacimento, e ne orienti al tempo stesso l’impegno a servizio dei fratelli.
In precedenti occasioni ebbi modo di sviluppare la tematica del sacramento della Penitenza sotto diverse angolazioni, illustrando le funzioni del Confessore sotto il profilo dottrinale, ascetico e psicologico in ordine all’adempimento per quanto possibile perfetto di questo suo altissimo compito.

2. Vorrei ora passare alla esplicita considerazione, certo non esaustiva, di alcuni aspetti concernenti colui che è il beneficiario del sacro rito della Penitenza: egli, nella confessione sacramentale, può e deve rinnovare, consolidare, dirigere alla santità la sua vita cristiana, la vita cioè della carità soprannaturale, che si attinge e si esercita nella Chiesa verso Dio, nostro Padre, e verso gli uomini, nostri fratelli.
Nel sacramento della Penitenza, sacramento della confessione e della riconciliazione, si rinnova come storia personale di ogni anima la vicenda evangelica del pubblicano, che se ne andò dal Tempio giustificato: «Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “o Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenzia dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 13-14).
Riconoscere la propria miseria al cospetto di Dio non è avvilirsi, ma vivere la verità della propria condizione e così conseguire la vera grandezza della giustizia e della grazia dopo la caduta nel peccato, effetto della malizia e della debolezza; è assurgere alla più alta pace dello spirito, entrando in rapporto vitale con Dio misericordioso e fedele. La verità così vissuta è la sola che nell’umana condizione ci rende veramente liberi: lo attesta la Parola di Dio (Gv 8, 31-34), che, in riferimento alla nostra condizione morale, esplicita la luce portata all’uomo dal Verbo Eterno nel kairós della pienezza dei tempi.

3. La verità, che viene dal Verbo e deve portarci a Lui, spiega perché la confessione sacramentale debba derivare ed essere accompagnata non da un mero impulso psicologico, quasi che il sacramento sia un surrogato di terapie appunto psicologiche, ma dal dolore fondato su motivi soprannaturali, perché il peccato viola la carità verso Dio Sommo Bene, ha causato le sofferenze del Redentore e procura a noi la perdita dei beni eterni.
In questa prospettiva appare chiaro come la confessione debba essere umile, integra accompagnata dal proposito solido e generoso dell’emenda per l’avvenire e finalmente dalla fiducia di conseguire questa medesima emenda.
Quanto all’umiltà, è evidente che senza di essa l’accusa dei peccati sarebbe un inutile elenco o, peggio, una proterva rivendicazione del diritto di commetterli: il «non serviam» per cui caddero gli angeli ribelli e il primo uomo perdette se e la sua discendenza. L’umiltà invero si identifica con la detestazione del male: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio» (Sal 51/50, 5-6).

4. La confessione deve poi essere integra, nel senso che deve enunciare «omnia peccata mortalia», come espressamente, nella sessione XIV, al capitolo V, afferma il Concilio di Trento, che spiega questa necessità non nei limiti di una semplice prescrizione disciplinare della Chiesa, ma come esigenza di diritto divino, perché nella stessa istituzione del sacramento così il Signore ha stabilito: «Ex institutione sacramenti pænitentiæ... universa Ecclesia semper intellexit, institutam etiam esse a Domino integram peccatorum confessionem, et omnibus post baptismum lapsis iure divino necessariam exsistere, quia Dominus noster Iesus Christus, e terris ascensurus ad cælos, sacerdotes sui ipsius vicarios reliquit tamquam præsides et iudices ad quos omnia mortalia crimina deferantur, in quæ Christi fideles ceciderint...» (Denzinger-Schönmetzer, 1679).
(«In conseguenza dell’istituzione del sacramento della Penitenza... tutta la Chiesa ha sempre creduto che sia stata istituita dal Signore anche la confessione completa dei peccati, e che essa sia necessaria di diritto divino per tutti quelli che hanno peccato dopo il battesimo; infatti, nostro Signore Gesù Cristo, al momento di salire dalla terra al cielo, lasciò suoi vicari i sacerdoti, come capi e giudici, ai quali deferire tutti i peccati mortali, in cui i fedeli cristiani incorressero»).
I canoni 7 ed 8 della medesima sessione enunziano in precisa forma giuridica tutto ciò:
Can. 7 —«Si quis dixerit in sacramento pænitentiæ ad remissionem peccatorum necessaria non esse iure divino confiteri omnia et singula peccata mortalia, quorum memoria cum debita et diligenti præmeditatione habeatur, etiam occulta, et quæ stant contra duo ultima decalogi præcepta, et circumstantias, quæ peccati speciem mutant; sed eam confessionem tantum esse utilem ad erudiendum et consolandum pænitentem, et olim observatam fuisse tantum ad satisfactionem canonicam imponendam; aut dixerit eos, qui omnia peccata confiteri student, nihil relinquere velle divinæ misericordiæ ignoscendum; aut demum non licere confiteri peccata venialia: an. s.» (Denzinger-Schönmetzer, 1707).
(«Se qualcuno dirà che nel sacramento della Penitenza per ottener la remissione dei peccati non è necessario di diritto divino confessare tutti e singoli i peccati mortali che si ricordano dopo debito e diligente esame, anche quelli segreti e commessi contro i due ultimo precetti del decalogo, o che non è necessario confessare le circostanze che cambiano la specie del peccato; o dirà che una tale confessione è utile soltanto a istruire e consolare il penitente, e che un tempo fu osservata solo per imporre la penitenza canonica; o affermerà che quelli che si sforzano di confessare tutti i peccati non vogliono lasciare nulla al perdono della divina misericordia; o, infine, che non è lecito confessare i peccati veniali, sia anatema»).
Can. 8 —«Si quis dixerit, confessionem omnium peccatorum, qualem Ecclesia servat esse impossibilem, et traditionem humanam a piis abolendam; aut ad eam non teneri omnes et singulos utriusque sexus Christi fideles iuxta magni Consilii Lateranensis constitutiones, semel in anno et ob id suadendum esse Christi fidelibus ut non confiteantur tempore Quadragesimæ: an. s.» (Denzinger-Schönmetzer, 1708).
(«Se qualcuno dirà che la confessione di tutti i peccati, come è praticata dalla Chiesa cattolica, è impossibile, e che si tratta di una tradizione umana, che le persone pie devono abolire; o che a essa non sono tenuti, una volta all’anno, tutti e singoli i fedeli dell’uno e dell’altro sesso, secondo la costituzione del grande concilio Lateranense e che, perciò, bisogna dissuadere i fedeli dal confessare i tempo di quaresima, sia anatema»).

5. In parte per la errata riduzione della valenza morale alla sola così detta opzione fondamentale, in parte per la riduzione parimenti errata dei contenuti della legge morale al solo precetto della carità, spesso inteso vagamente con esclusione degli altri peccati, in parte ancora —ed è forse questa la più diffusa motivazione di tale comportamento— per una interpretazione arbitraria e riduttiva della libertà dei figli di Dio, voluta come preteso rapporto di privata confidenza prescindendo dalla mediazione della Chiesa, purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità.
È inoltre evidente di per se che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente.
Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’uomo dalla quale abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa.

6. E qui ritorna la considerazione della fiducia, che deve accompagnare la detestazione del peccato, l’umile accusa di esso, la ferma volontà di non peccare più. Fiducia è esercizio, possibile e doveroso, della speranza soprannaturale, per cui attendiamo dalla divina Bontà, per le Sue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla. È atto anche di quella stima che dobbiamo a noi stessi, in quanto creature di Dio, che ci ha resi già per natura nobili al di sopra di tutto il creato materiale, ci ha elevato alla Grazia, ci ha misericordiosamente redento; è stimolo a impegnarci con tutte le nostre forze, laddove la sfiducia è scetticismo e gelo paralizzante.
È, in proposito, di decisivo valore l’insegnamento che ci offre il Vangelo circa la tragedia conclusiva del tradimento di Giuda e la riparazione salvatrice di Pietro. Giuda si pentì. Il Vangelo è in proposito esplicito: «Allora Giuda il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato perché ho tradito sangue innocente”» (Mt 27, 3-4). Egli però non legò questo pentimento alla parola che Gesù gli aveva detto, proprio mentre Giuda consumava il tradimento: «Amico» (Mt 26, 48); non ebbe fiducia e si tolse la vita. Pietro era caduto, quasi con altrettanta gravità, per ben tre volte, ma confidò e, avendo fatto dopo la Pasqua la trina riparazione mediante l’amore, fu confermato da Cristo nel suo ministero. San Giovanni mirabilmente ci dà la ragione, la forza, la dolcezza delle nostre speranze: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore. Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» ( 1 Gv 4, 16).

7. Rivolgendomi ai partecipanti al Corso, ho presente al mio spirito tutti i sacerdoti del mondo. Al ministero di tutti noi sacerdoti sono dedicate le riflessioni ora svolte affinché non solo generosamente ci prestiamo per ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli, ma costantemente, nella omelia liturgica, nella catechesi, nella direzione spirituale, in ogni possibile forma del nostro servizio alla verità, li formiamo a profittare di questo grande dono della misericordia di Dio, che è il sacramento della Penitenza, con le migliori disposizioni. Questa stessa grazia chiediamo al Signore per noi, che, fratelli tra fratelli, dobbiamo, per santificarci, emendarci dal peccato, ricorrendo a quel medesimo Sacramento come penitenti.
Nell’affidare alla materna intercessione della Vergine Santissima il futuro ministero dei giovani che con tanto impegno hanno preso parte al Corso, su tutti invoco i favori della benevolenza divina, in pegno dei quali invio con affetto una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 22 marzo 1996.

JOANNES PAULUS PP II.

Romana, Nº 22, Gennaio-Giugno 1996, p. 18-21.