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Testo integrale dell’intervista concessa al quotidiano El Mercurio (Santiago del Cile) , pubblicata parzialmente il 21 gennaio 1996.

1. In un momento di crisi ecclesiastica (penso, ad esempio alla carenza di vocazioni), si ha l’impressione che questo problema per voi non sussista: ogni giorno giungono all’Opera nuovi membri, laici e sacerdoti. A cosa è dovuta questa situazione?

C’è una certa tendenza a considerare l’Opus Dei, nel bene o nel male, come un’eccezione. È vero che un gran numero di persone si avvicina all’Opera, come è anche evidente che numerosi seminari e molte diocesi attraversano un momento di grande espansione apostolica.
A cosa è dovuto questo fenomeno? Il modo migliore per saperlo è di mettersi nei panni di ciascuna persona che, oggi, decide di lavorare per Dio con piena generosità. Se potessimo leggere nel suo animo, capiremmo subito il perché della sua decisione: servire Dio significa seguire Cristo, e Cristo è sempre attuale. La chiamata alla santità è universale: un invito rivolto a tutti. Essere discepoli di Cristo vuol dire per tutti i cristiani cercare di identificarsi con Lui. Il desiderio della santità si concretizza in questa lotta stupenda, che non può non attirare le anime, oggi come venti secoli fa.
E questo è il progetto di vita dei fedeli della Prelatura dell’Opus Dei: cercare la santità cristiana nel lavoro professionale e nelle realtà quotidiane. Il messaggio è semplice e chiaro, attraente proprio per la sua semplicità e la sua chiarezza.

2. Come si deve intendere la massima del Fondatore, il Beato Escrivá: santificare il lavoro? Perché, lungi da me l’intenzione di disprezzare tali attività, è comunque difficile immaginare la santificazione di professioni socialmente poco apprezzate, come ad esempio quella della collaboratrice familiare.

Disprezzare il servizio agli altri è un atteggiamento poco umano e poco cristiano. Non è forse stato lo stesso Cristo a dire: “non sono venuto ad essere servito ma a servire”? L’uomo trova e realizza sé stesso donandosi agli altri. Scoprire l’amore che si esprime in un atto di servizio è segno di profonda sapienza.
Se poi il servizio si svolge nell’ambito della famiglia, come lavoro “domestico”, il suo valore si moltiplica. Perché la casa non costituisce un insieme noioso e insignificante di mansioni materiali. La famiglia ha il proprio punto di forza nell’amore sincero e luminoso di una donna e di un uomo. Essa è la prima scuola di vita, il luogo in cui la persona impara a comportarsi: chi sa vivere in famiglia sa vivere nella società. E la donna è la chiave di volta della famiglia: grazie a lei —e questa non vuol essere una concessione— tutto si sostiene.
Nella famiglia si sviluppano gli atteggiamenti che stanno a fondamento dell’autentica vita spirituale: il dialogo, il rapporto con Dio, il rispetto degli altri, la comprensione, le virtù in generale. E nella famiglia si assimilano anche gli abiti del vivere quotidiano: il calore degli affetti famigliari, la cura del decoro, la condivisione dei pasti, ecc., sono aspetti che concorrono a configurare quel meraviglioso insieme di qualità umane che va sotto il nome di ospitalità e creano il clima propizio per l’educazione delle nuove generazioni. Il padre, la madre, i figli, la collaboratrice famigliare, i nonni: tutti collaborano a costruire la realtà della famiglia. Per questo sono convinto che chi percepisce il valore della famiglia, non può non riconoscere l’altissimo pregio del ruolo della collaboratrice domestica.
Non è superfluo ricordare che la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio e che il Papa, la più alta dignità della Chiesa, ha come titolo d’onore quello di servo dei servi di Dio.
Penso, a costo di sembrare eccessivo, che chi non sa apprezzare il lavoro delle collaboratrici domestiche non abbia ancora superato una certa mentalità classista.
Forse Lei ha sentito parlare dell’Università di Navarra, un’opera apostolica della Prelatura che comprende anche una Clinica Universitaria di fama internazionale. Ricordo come il Beato Josemaría Escrivá fosse convinto che il prestigio della Clinica era dovuto tanto agli eminenti specialisti che vi prestano la propria opera, quanto agli addetti e alle addette alla pulizia, ai pasti, all’assistenza materiale dei malati. Tutti loro, infatti, insieme ai medici e alle infermiere, hanno fatto sì che i pazienti vedano —e tocchino con mano, direi— la grande importanza del lavoro di chi li cura e di chi si prende cura di loro.
Il Beato Josemaría Escrivá lo rilevava espressamente, perché era profondamente giusto —si ribellava a qualsiasi ingiustizia—, non perché cercasse l’efficienza. E ora gli esperti nell’ottimizzazione del lavoro nei paesi più sviluppati stanno arrivando alle medesime conclusioni: l’autentica qualità della vita dipende da queste cose, piccole in apparenza, ma che rendono vivibile il nostro mondo.

3. Questo perfezionismo nel lavoro quotidiano, nella cura delle cose materiali, nella forma, tanto incoraggiato dall’Opera, fino a che punto limiterebbe o, al contrario, rinforzerebbe il senso del Vangelo?

Il perfezionismo, cioè la ricerca della perfezione nel lavoro come fine a sé stesso, implica senz’altro, per impiegare le Sue parole, un impoverimento del senso del Vangelo. Questo perfezionismo è un difetto, un limite. Nello spirito dell’Opus Dei il lavoro non è un fine, come non lo è la perfezione materiale. Il fine è Dio e il lavoro, a patto che sia onesto, svolto al servizio degli altri ed in unione con Cristo, costituisce un cammino che ci porta a Dio. Non dimentichiamolo: Gesù venne a servire ed inserì la realtà del lavoro umano nel piano redentore.
E che cosa significa svolgere bene il lavoro, visto che non si deve essere perfezionisti? Nella propria attività professionale l’uomo e la donna mettono in gioco l’intelligenza, la volontà, la creatività; nel lavoro si esercitano numerose virtù, come la giustizia, la carità, la prudenza, lo spirito di servizio, ecc. Nel lavoro la persona forgia sé stessa e si integra nella società. Queste attività trasformano il mondo creato e sono il motore del progresso. Ebbene, nel cuore stesso di questo progresso, Dio ha voluto essere presente. Il luogo principale è il suo. È di Dio Creatore, che trasse dal nulla questo mondo nel quale operiamo. È di Dio Redentore, che volle essere un lavoratore, come noi. È di Dio Santificatore che, con la sua grazia, ci spinge ad elevare all’ordine soprannaturale tutte le nostre occupazioni. Mentre lavoriamo, innalziamo lo sguardo a Dio, come un figlio guarda suo padre, e così Dio si rende presente in modo nuovo in tutto quello che facciamo.

4. Mi sembra innegabile che l’Opera riconosce la giusta importanza all’economia. Dopo il crollo dei regimi dell’Est, ha vinto il sistema liberale. Ma l’economia liberale esalta l’iniziativa privata e viene criticata perché dà spazio all’individualismo, matrice del liberalismo. Quale ritiene sia la strada corretta, visto anche che abbiamo la prova empirica del fatto che senza l’iniziativa privata lo sviluppo economico è lento o nullo?

Non sono tanto sicuro che il liberalismo abbia sconfitto il comunismo. Più che come effetto di un conflitto tra due contendenti, o come un cedimento ai meriti altrui, la caduta del muro potrebbe leggersi come lo smantellamento di un sistema che aveva già ceduto dall’interno, oltre che come il risultato di un altro fattore fondamentale, vale a dire la preghiera di tanti.
In ogni caso, l’Opus Dei non possiede una dottrina sociale propria, e tanto meno una teoria economica. In questo senso, non diamo né togliamo importanza all’economia. Sappiamo, come tutti i cattolici, che occorre superare la falsa opposizione tra libertà e giustizia sociale: nell’attività umana in generale, ed in quella economica in particolare, non si può difendere né una libertà intesa come contrapposta alla solidarietà, né una giustizia che pretenda di affermarsi a danno della libertà personale. Le conseguenze negative sono evidenti: la sete di libertà —più che il sistema economico liberista— ha fatto crollare il muro; ed è il desiderio di giustizia —più che il sistema collettivista— a mettere sotto accusa il liberalismo.
E mi permetta di insistere su un’osservazione ovvia: questa ricerca di armonia tra la libertà e la giustizia è il nucleo della dottrina sociale della Chiesa, non una teoria particolare dell’Opus Dei.

5. Ancora a proposito di economia, com’è possibile che un’istituzione della Chiesa possa proporre la stessa via di santità al banchiere ed al contadino?

Il Vangelo si diffuse fin dalle origini tra gente di ogni condizione sociale e formazione culturale, senza discriminazioni di nessun genere. Discriminare non è cristiano. Come dicevo all’inizio, nemmeno in questo l’Opus Dei è un’eccezione nella Chiesa. Il cammino della santità è lo stesso, proprio perché consiste nel fatto che ognuno santifica il lavoro e le altre realtà ordinarie della vita. Tra gli amici e i discepoli di Cristo c’erano ricchi, poveri, sani, malati, vecchi, giovani: egli chiamava tutti ad essere santi e a diffondere il Vangelo.

6. Il Terzo Millennio proporrà nuove sfide alla Chiesa, tra le quali l’ecumenismo e la riconciliazione. Come si sta preparando l’Opus Dei a questa nuova realtà?

Potrei riassumere la preparazione dell’Opus Dei al Terzo Millennio in tre parole: normalità, ricettività, spirito costruttivo.
Normalità, perché l’anno 2000 non è una data magica. Tra l’ultimo giorno di questo Millennio e il primo del nuovo non c’è da aspettarsi cambiamenti spettacolari. Le donne e gli uomini dell’Opus Dei amano impegnarsi al massimo nella vita di tutti i giorni, senza aspettare eventi straordinari.
Ricettività, perché la commemorazione della nascita di Cristo è un momento di grazia per la Chiesa e per l’umanità. Vogliamo stare aperti, essere ricettivi in particolare alla grazia di Dio, perché tutti ne abbiamo bisogno per raggiungere quella conversione personale che è preludio di qualsiasi cambiamento.
E spirito costruttivo, perché ciascuna e ciascuno farà ciò che è alla sua portata affinché possano trovare compimento i desideri che il Papa nutre nel proprio cuore. Tra gli altri, vorrei ricordare la costante sollecitudine di Giovanni Paolo II per l’unità: unità tra le nazioni; unità tra tutti i cristiani; unione all’interno della Chiesa; unità del genere umano, uomini e donne, senza sterili conflitti; unità Nord-Sud, gettando ponti capaci di annullare le vertiginose distanze che separano i ricchi dai poveri. Servitori dell’unità: questo vorremmo essere, da buoni cristiani, alle soglie del Terzo Millennio.

7. Dal punto di vista dottrinale, l’Opera è tradizionalista o tradizionale? E come si esplica questo atteggiamento nei confronti del Concilio Vaticano II?

Il tradizionalismo è una malattia che, nelle sue diverse modalità, si basa su un concetto errato di Tradizione. Però la Tradizione, nel senso genuino, ha, insieme alla Sacra Scrittura da cui è inseparabile, un’importanza essenziale nella Chiesa.
Inoltre la Chiesa possiede una storia splendida, ricca di tesori spirituali —i santi— che illuminarono con la propria vita i venti secoli trascorsi fino a noi e che illuminano oggi la nostra esistenza. La Chiesa si è fatta cultura, arte incomparabile, scienza, letteratura, scuole, opere di carità. E, allo stesso tempo, la Chiesa è storia viva nel cuore di ogni uomo, perché ad ogni uomo continua a rivolgersi Cristo, che è lo stesso, oggi, ieri e sempre.
Il Concilio Vaticano II ha parlato di tutto questo. E nei testi del Concilio si avverte l’eco di molte delle idee predicate da nostro Fondatore fin dagli anni trenta. Tutti i Concili formano un’unità di magistero, nella quale non c’è contraddizione. Tuttavia —se possibile— direi che l’Opus Dei ha nel Concilio Vaticano II la propria patria dottrinale, composta di tradizione e di novità.

8. Immediatamente dopo la nomina a Prelato, Lei indicò tra le priorità che si prefiggeva la cultura, la famiglia e la gioventù. Monsignore, perché l’Opera dà tanta importanza alla cultura, come dimostrano le sue numerose università? Che tipo di insegnamento si impartisce in questi centri di insegnamento: cattolico o pluralista?

La sollecitudine dell’Opus Dei per la cultura risale agli inizi dell’apostolato del beato Josemaría Escrivá.
Nell’Opus Dei non cerchiamo di prolungare l’annosa polemica sul preteso conflitto tra fede e scienza, fede e cultura. Ci sembra che esista una risposta chiarissima a tutto ciò: ogni intellettuale cristiano, ogni scienziato cristiano, ogni artista cristiano dimostra con la condotta che è di fatto possibile conciliare fede e cultura. In ciascuno di noi —nella nostra intelligenza e nelle nostre opere— si compie l’unità tra fede, cultura, scienza e arte. Ciascuno vivifica la cultura con la fede e fa sì che la fede appaia agli altri uomini feconda, vera, bella e profondamente umana.
Nelle università promosse dai fedeli della Prelatura, con la collaborazione di tanta altra gente che non è dell’Opus Dei, si impartisce un insegnamento al tempo stesso cattolico e pluralista. I fedeli della Prelatura devono agire coerentemente con la propria identità cristiana. Desidero sottolineare qui che i cattolici si distinguono per un appassionato amore per la libertà; da qui nasce quel pluralismo che in ambito universitario è così fecondo e necessario.

9. Qual è la situazione attuale dell’Opera in Cile?

Dopo quarant’anni, l’attività della Prelatura è presente da Arica a Punta Arenas e sono molte migliaia le persone che conoscono lo spirito dell’Opus Dei. Non so se è un caso che questa domanda segua immediatamente quella relativa alle università promosse dai fedeli della Prelatura in tutto il mondo. La coincidenza, comunque, mi fa ricordare un episodio.
All’inizio degli anni ‘50, un sacerdote desideroso di migliorare la formazione degli universitari cileni espresse questa preoccupazione a Mons. Montini. Ed il futuro Paolo VI lo incoraggiò a parlarne con Mons. Escrivá de Balaguer, sottolineando la sua vasta esperienza con gli universitari. Quella conversazione è legata agli inizi dell’apostolato dell’Opus Dei in Cile.
Quarant’anni dopo, alcuni fedeli della Prelatura, con la generosa collaborazione di moltissimi amici —lo ripeto, perché questa è la verità—, hanno promosso un’Università, che nasce con il desiderio di cooperare con le altre università cilene, di cui si considera la sorella minore, nella formazione umana e cristiana degli universitari cileni.

10. Negli ultimi anni sono stati nominati vescovi alcuni sacerdoti dell’Opera, soprattutto in Cile, in Perù e in Brasile. Occupare diocesi per avere un peso maggiore all’interno degli Episcopati nazionali rientra nella strategia dell’Opera o è stata solo un’eccezione?

Non è né una strategia né un’eccezione, perché l’Opera non occupa nessuna diocesi. Quando un sacerdote dell’Opera è chiamato dal Papa alla dignità episcopale, a ricevere il sacramento e il relativo mandato è esclusivamente l’interessato ed è lui che se ne assume tutta la responsabilità. La Prelatura si limita ad incrementare in tutti i propri fedeli il desiderio di servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita: ognuno si sforza di rendersi disponibile secondo le proprie possibilità, quando il Papa chiede un determinato servizio pastorale o con altri mille modi di servire.

11. La conferenza di Pechino sulla donna è stata, per tutto quest’anno, un tema dominante. Quale ritiene debba essere il ruolo della donna nella società?

La donna è chiamata a svolgere nella società e nella Chiesa un ruolo altrettanto rilevante di quello dell’uomo. E dico è chiamata perché, purtroppo, si è ancora soliti ridurre la presenza della donna nell’ambito del privato, e non si sottolinea sufficientemente l’importanza della sua partecipazione a funzioni di responsabilità pubblica. Sono poche le donne che agiscono nel mondo della politica, dell’economia, delle relazioni internazionali. Coloro che plasmano la nostra società continuano ad essere soprattutto gli uomini. Ma anche in questo campo si stanno verificando profondi cambiamenti, ad una velocità ed in una misura senza precedenti nella storia.
Il ruolo della donna è definito, a mio avviso, da due elementi: la sua identità e la sua autodeterminazione. La donna, come anche l’uomo, deve essere in condizione di orientare con autonomia il proprio futuro, il proprio progetto di vita. Ma, per riuscirvi, deve avere a disposizione le stesse opportunità dell’uomo. E ci riuscirà solo partendo dalla propria identità, essendo quello che è: se, cioè, non cade nella tentazione del mimetismo, se non imita modi di fare e atteggiamenti dell’uomo, illudendosi di trovare in questo modo sé stessa.
La donna reclama, pur silenziosamente talvolta, non già bei discorsi, promesse, adulazioni, ma fatti che confermino le buone intenzioni tanto sbandierate. Non vuole più essere un argomento di discussione, tema di conferenze internazionali, un settore scomodo al quale assegnare —quasi una concessione— una quota di potere. La donna è semplicemente una persona, destinata a costruire con l’uomo la società che insieme all’uomo essa forma, con parità di diritti e di opportunità.
Spesso io ringrazio Dio vedendo come le donne dell’Opus Dei operano in tutti i settori della società: dirigono aziende, ospedali; lavorano in campagna ed in fabbrica; insegnano nelle università e nelle scuole; vi sono donne magistrato, donne in politica, giornaliste, artiste; oppure si dedicano esclusivamente al lavoro domestico, ma con la stessa passione ed identica professionalità. Ciascuna segue le proprie inclinazioni e tutte sono consapevoli della propria dignità, orgogliose di essere donne e decise a conquistare giorno per giorno il rispetto altrui.

12. Secondo Lei, esiste un contrasto tra il lavoro della donna fuori casa e il lavoro in casa?

Secondo me, tra il lavoro domestico e il lavoro fuori casa non c’è contrasto, bensì un’indubbia tensione, quando una donna è impegnata in entrambi i fronti. Tutte le donne che si trovano in questa situazione avvertono la pressione delle esigenze della famiglia: curare un figlio malato, portare avanti ogni giorno le mille incombenze della casa, per non parlare della gravidanza e della maternità. Altre volte è il lavoro esterno a farsi più pressante, perché quel denaro è indispensabile per portare avanti la famiglia; perché le aziende, non sempre in modo ragionevole e flessibile, vogliono dei risultati; perché la concorrenza nella professione è alta e c’è molta disoccupazione, ecc. La tensione nasce dalla polarità di esigenze come queste. E per risolverla è necessario impostare in modo nuovo certe forme di organizzazione sociale e lavorativa che oggi si danno per scontate.
Vorrei aggiungere una considerazione che può forse sembrare evasiva, ma penso non lo sia. In questi anni si è parlato molto, e a ragione, della necessità che l’attività della donna non si riduca al solo lavoro domestico, della convenienza che le donne che lo desiderino possano uscire di casa e lavorare fuori. Mi sembra che il ragionamento vada completato, ricordando all’uomo il suo dovere di entrare in casa. Anche l’uomo deve notare nella sua persona questa tensione tra il lavoro in famiglia ed il lavoro fuori. Solo se condivide con la donna questa esperienza, e la risolve assieme a lei, l’uomo potrà acquisire la sensibilità —che è lucidità, abnegazione e delicatezza— di cui la famiglia dei giorni nostri ha bisogno.
Dicevo che questa risposta può sembrare evasiva. Ma io domanderei: qual è il problema più grave, la tensione sperimentata dalla donna tra lavoro in famiglia e lavoro fuori, oppure il fatto che essa debba sostenere questa inquietudine da sola, perché gli uomini trascurano i propri doveri familiari?

13. In qualche occasione Lei ha parlato di un femminismo autentico. A cosa si riferisce?

Giovanni Paolo II —nella Lettera alle donne del giugno dello scorso anno— ha osservato che il femminismo è stato una realtà sostanzialmente positiva. Certamente alcuni eccessi, alla fin fine, si sono mostrati dannosi per la donna. Tuttavia potremmo dire che sono stati effetti secondari. La cosa importante è che sono stati ottenuti molti miglioramenti nella condizione della donna nel mondo.
Quando ho parlato di femminismo autentico mi riferivo a tutto ciò che implica un servizio alla causa della donna. Ritengo che sul cammino del femminismo si siano incrociate altre rivendicazioni (la rivoluzione sessuale, il terrore demografico) che hanno finito per far deviare il movimento per la liberazione della donna dai suoi veri fini. Ecco perché dico che il vero femminismo deve raggiungere ancora molti obiettivi. Esistono tuttora molteplici situazioni di degrado per la donna, che vanno modificate: violenza —nell’ambito sociale e in quello domestico—, discriminazione nell’accesso all’educazione e alla cultura, situazioni di sopraffazione e mancanza di rispetto, ecc. Il nucleo del vero femminismo sta, ovviamente, nella progressiva presa di coscienza della dignità della donna. Molto diverso è, invece, il nucleo di altri femminismi —solitamente aggressivi—, che pretendono di affermare che il sesso è antropologicamente e socialmente irrilevante, e ne limitano l’importanza al semplice aspetto fisiologico.
La presa di coscienza della dignità della donna deve diffondersi anzitutto tra le donne, sradicando ogni residuo di complesso di inferiorità. Deve avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: per esempio ribellandosi alle vere e proprie stragi causate dal vergognoso mercato della pornografia; alla triste ed erronea affermazione del diritto di provocare l’aborto; alla disgrazia sociale —non è altro, oltre che offesa di Dio— del divorzio.
Tuttavia la presa di coscienza della dignità della donna va diffusa anche tra gli uomini, fino ad eliminare ogni ingannevole senso di superiorità e ogni desiderio di dominio. Certamente il femminismo sta configurando un nuovo modello di donna, ma in fondo sta interpellando l’uomo ed imponendogli di imparare a guardare e a trattare la donna in modo nuovo.
Nostro Signore, nella sua giustizia e nella sua sapienza infinite, creò l’uomo e la donna affidando loro missioni diverse e la medesima possibilità di santificarsi. Cercare di alterare quest’ordine è poco coerente ed i suoi risultati sono palesi: mancanza di comprensione e di convivenza serena, l’umanità che sembra incapace di capirsi.

14. La Lettera del Papa alle donne costituisce una grande apertura al mondo femminile e addirittura al femminismo; tuttavia, anche di recente il Card. Ratzinger ha ribadito l’opposizione della Chiesa al sacerdozio femminile, sottolineando l’infallibilità di tale decisione. Non sono posizioni contraddittorie? Qual è secondo Lei il ruolo della donna nella Chiesa?

Con la Mulieris Dignitatem e con altri documenti, Giovanni Paolo II ha disinnescato gli argomenti di coloro che cercavano un preteso fondamento scritturistico all’affermazione dell’inferiorità della donna rispetto all’uomo. In uno di questi documenti, il Papa ha descritto la missione della donna nel mondo con parole ricche di significato: Dio ha affidato l’umanità alla donna. Parole che richiamano la sua forza morale, la sua capacità di adoperarsi per ogni persona nella sua interezza. La donna è l’esperta in umanità per eccellenza.
Qualcosa di simile si potrebbe dire sulla missione della donna nella Chiesa: Dio ha affidato la Chiesa alla donna. Abbiamo letto e meditato spesso i brani dei Vangeli che narrano la crocifissione e la morte del Signore. Gesù rivolse alcune delle sue ultime parole a sua madre, Maria, e le disse: “Donna, ecco tuo figlio” , indicando Giovanni. Come è noto, nell’evangelista —l’apostolo, il discepolo amato— è rappresentata la Chiesa intera; la “Donna” è Maria, ma con lei, in qualche modo, tutte le donne cattoliche, che ricevono dal Signore il compito di prendersi cura della sua Chiesa.
Penso non si tratti solo di considerazioni devote; di fatto la storia della Chiesa è stata, molto spesso, storia della trasmissione della fede di madre in figlio. L’intelligenza della fede, la misericordia, la fedeltà e l’esemplarità di tante donne sono state come una catena ininterrotta —parte integrante della Tradizione viva della Chiesa—, che cominciò con Maria e trasmette fino ai giorni nostri l’eco degli insegnamenti di Cristo.
La Chiesa si adorna delle virtù delle sue sante. Volgiamo lo sguardo, per esempio, a quei milioni di donne che, in ogni epoca, in tutti gli ambiente e le professioni, hanno dato e danno testimonianza di Gesù Cristo. Pensiamo alla vita consacrata (sono felice, come fedele dell’Opus Dei, chiamato da Dio a servire la Chiesa in un cammino differente da quello dello stato religioso, di poter richiamare questa realtà): quale istituzione sulla terra può vantare una testimonianza paragonabile a quella delle ottocentomila religiose che servono Dio e l’umanità pregando, curando i malati, educando la gioventù?
Ma la consapevolezza della dignità della donna non vuol dire che la donna debba fare nello stesso modo le stesse cose dell’uomo, o viceversa. Prima abbiamo parlato della Tradizione della Chiesa. E del servizio. Ebbene, considerare l’accesso al sacerdozio come una rivendicazione per ottenere un più alto livello di potere è un’impostazione assolutamente fuori luogo nella Chiesa. Queste realtà debbono essere viste in una prospettiva di fede. Così è più facile comprendere che non tutto ciò che è diverso ha una dignità inferiore o superiore.
E mi permetta di dire che non sono stati Giovanni Paolo II e il Cardinal Ratzinger a prendere questa posizione. Il Papa e il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede hanno ricordato la volontà di Cristo, Capo della Chiesa. Io sono loro grato —e penso che milioni e milioni di persone condividano questa gratitudine— per la fermezza con cui ribadiscono ciò che è patrimonio della fede, anche se a volte questo modo di fare risulta molto scomodo.

15. È’ vero che l’Opera ha una significativa presenza in alcuni paesi dell’Est? Dove e quali risultati evangelici sono stati ottenuti?

L’Opera è presente in alcuni paesi dell’Europa dell’Est dal 1989. In Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Lituania ci sono Centri della Prelatura, e anche in altre nazioni si è molto estesa la conoscenza dello spirito dell’Opera. Di recente, per esempio, sono state pubblicate in Russia alcune opere del beato Josemaría. In tutti questi luoghi stiamo imparando molto dai cattolici e da tutti coloro che in questi anni hanno subìto un isolamento forzato, se non la persecuzione e il martirio. Solo Dio conosce il valore immenso di questi meriti.
Un elemento dello spirito dell’Opus Dei che in tali paesi sta avendo un’eco particolare è proprio quello di cui parlavamo prima, la santificazione del lavoro. Esso costituisce per molti una stupenda scoperta, che li aiuta a trovare un senso ad un aspetto centrale, anche se talvolta poco valorizzato, della vita. In tutti questi paesi l’attività apostolica si sta sviluppando e speriamo di poter cominciare anche in altri, dove ci chiamano tanto i vescovi quanto altri fedeli cattolici e cooperatori dell’Opera perfino non cattolici.

16. Il muro di Berlino è caduto e le ideologie sono entrate in crisi; tuttavia altri spettri —nazionalismi, consumismo, integralismo, pauperismo —hanno iniziato ad occupare con prepotenza il vuoto lasciato dalle ideologie. Come vede il futuro della società e della Chiesa?

Le sue parole mi fanno ricordare il recente messaggio del Papa all’Organizzazione delle Nazioni Unite, quando ci invitava a non temere il futuro, ad aver fiducia nel fatto che l’uomo e la donna —immagine di Dio—, racchiudono in sé sufficiente sapienza e sufficienti virtù da non dover rinunciare alla speranza. Con la grazia di Dio possiamo costruire insieme una civiltà nuova, a misura della dignità della persona, in cui la fraternità universale dei figli di Dio sia una realtà.

Romana, Nº 22, Gennaio-Giugno 1996, p. 51-60.