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Considerazioni sull’antropologia “uomo-donna” nell’insegnamento del Beato Josemaría Escrivá

Riferendosi a coloro che, con lui, avevano seguito Cristo nel cammino dell’Opus Dei, il Fondatore li descriveva come una «grande folla di uomini e di donne —di nazioni diverse, di lingue diverse, di razze diverse— che vivono del loro lavoro professionale, sposati la maggior parte, celibi parecchi altri, che partecipano assieme ai loro concittadini al grave compito di rendere più umana e più giusta la società temporale; nella nobile lotta degli impegni quotidiani, con personale responsabilità —ripeto—, assaporando assieme agli altri uomini, gomito a gomito, successi e insuccessi, sforzandosi di compiere i loro doveri e di esercitare i loro diritti sociali e civili. E tutto questo con naturalezza, come un qualsiasi cristiano consapevole, senza mentalità di gente eletta, fusi nella massa dei loro colleghi, mentre si impegnano a scoprire gli splendori divini riverberati nelle realtà più banali» [1].
In effetti, il carisma fondazionale lo spinse a promuovere una grande mobilitazione di uomini e di donne, cristiani comuni, che cercano Dio nel compimento dei doveri abituali, unendo il lavoro professionale alla lotta ascetica e alla contemplazione, facendo di esso uno strumento della propria ed altrui santificazione.
Quando parlava degli inizi dell’Opera diceva ai suoi figli: «Senza dubbio la nostra Opera —l’Opera di Dio— è venuta per far rifiorire una spiritualità, vecchia e allo stesso tempo nuova, di anime contemplative che nelle proprie occupazioni temporali santifichino tutte le normali occupazioni della gente comune: che amino il mondo, il quale sta fuggendo dal Creatore; che mettano Cristo al vertice di tutte le realtà terrene in cui sono impegnati gli uomini» [2].
Nell’epoca in cui nacque l’Opus Dei questa spiritualità rappresentava una vera novità. In diverse occasioni ebbe a confidare: «C’era da creare tutta la dottrina teologica e ascetica, e tutta la dottrina giuridica. Trovai una soluzione di continuità di secoli: non c’era nulla. L'Opera intera, agli occhi umani, era uno sproposito. Per questo talunbi dicevano che ero pazzo e che ero un eretico, e tante altre cose» [3].
Alla base di questa spiritualità si trova un’antropologia che implica una concezione della dualità uomo-donna sorprendente e decisamente innovativa. Un’antropologia che, insieme a tanti altri elementi, fa anch’essa del Fondatore un vero pioniere nell’annuncio di una nuova civiltà. Il suo modo di concepire la comune missione dell’uomo e della donna non era consueto all’inizio del XX secolo.

1. Lavoro, famiglia e cultura: un compito comune

Com’è noto, «il cardine, sul quale poggia e attorno a cui ruota la spiritualità dell’Opus Dei è la santificazione del lavoro ordinario» [4]. In parole del Beato Josemaría: «Non c’è al mondo lavoro umano e onesto che non possa essere divinizzato, che non si possa santificare. Non esiste lavoro che non abbiamo il dovere di santificare, di rendere santificante e santificatore. Questo è il nucleo del messaggio dell’Opus Dei. Dopo duemila anni abbiamo ricordato di nuovo all’umanità che l’uomo è stato creato ut operaretur (Gen 2, 15), perché lavorasse; e noi abbiamo l’obbligo di lavorare, ognuno lì dove si trova —in un’occupazione ordinaria in mezzo al mondo, nel suo mestiere o nella sua professione—, con grande gioia, con grande ottimismo; cercando di trarre il bene da tutto, perché omnia in bonum, tutto è per il bene» [5].
Come si vede, l’ispirazione di questo messaggio nasce dal disegno eterno di Dio Creatore per l’essere umano. Di fatto la base immutabile di tutta l’antropologia cristiana si trova in quel principio biblico secondo cui l’uomo fu creato maschio e femmina, ad immagine e somiglianza di Dio. Ebbene, il primo capitolo del libro della Genesi rivela anche che Dio al principio affidò all’uomo e alla donna un compito comune caratterizzato da un duplice aspetto: la famiglia e il dominio sul mondo —dominio che si realizza attraverso ciò che attualmente chiameremmo lavoro professionale—: «Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra e dominatela» (Gen 1, 28). Uomo e donna sono dunque chiamati a collaborare in tutte le attività umane.
Il Beato Josemaría insegnava che la persona umana, tanto l’uomo come la donna, ha le proprie radici nella famiglia. Questa ha un ruolo centrale nella vita umana. E, quando parlava di famiglia, egli si riferiva ad essa in un senso molto ampio. Intendeva innanzitutto la famiglia che nasce dal matrimonio; però anche la Chiesa, e al suo interno l’Opus Dei, è famiglia. Ci sono dei modi di realizzare la vocazione cristiana che non passano necessariamente attraverso il matrimonio, ma che tuttavia contribuiscono a creare e a diffondere nella società un clima famigliare, di servizio e di dedizione agli altri, cominciando da coloro che sono più vicini.
D’altra parte, il Beato Josemaría incoraggiava a non contrapporre gli ambiti nei quali si sviluppa l’attività umana: quello privato e quello pubblico [6]. Se il primo luogo di nascita e di sviluppo della persona umana è la famiglia, il suo primo lavoro, il suo compito principale, dovrà risiedere ad intra del nucleo famigliare. Invece il lavoro al di fuori di esso ha lo scopo di contribuire al sostentamento della famiglia e allo sviluppo della società, la cui cellula fondamentale è appunto la famiglia stessa.
In una società, come quella attuale, segnata da profondi e radicali cambiamenti, gli insegnamenti del Fondatore dell’Opus Dei sono come primizie, chiarificatrici e globali, su due argomenti che se dissociati, oltre a separare la donna dall’uomo si trasformano in due forze contrapposte ed apparentemente inconciliabili: la famiglia e il lavoro. Infatti, la famiglia e il lavoro costituiscono la colonna portante della vita quotidiana, ma possono articolarsi coerentemente l’una con l’altro solo se il lavoro professionale viene posto al servizio della persona e della famiglia.
Il Fondatore dell’Opus Dei, ispirandosi al disegno creatore e redentore di Dio, ritiene che la famiglia ed il lavoro nelle diverse professioni siano compito comune dell’uomo e della donna, chiamati a contribuire congiuntamente alla promozione di una cultura conforme alla dignità della persona umana. L’antropologia sottesa alle sue opere ed ai suoi insegnamenti mette in luce questa verità radicale, in un’epoca storica in cui la questione sembrava umanamente improponibile.

2. Le donne nell’Opus Dei

Il Beato Escrivá dovette umilmente riconoscere che il 2 ottobre 1928, il giorno in cui fondò l’Opus Dei per ispirazione divina [7], non aveva pensato alla possibilità che nell’Opera ci potessero essere anche le donne. Indubbiamente il messaggio della chiamata universale alla santità in mezzo al mondo era rivolto a tutti i fedeli in generale, e quindi anche alle donne. Però il Fondatore non pensava che esse dovessero appartenere a quell’Opera che Dio gli stava chiedendo per diffondere questo messaggio. Del resto, a quell’epoca, il lavoro della donna era generalmente circoscritto alla sfera privata, normalmente essa non possedeva titoli di studio, e nemmeno le leggi le permettevano di svolgere un’attività nel mondo economico e professionale, se non sotto la tutela maschile.
Malgrado ciò, il 14 febbraio 1930 egli comprese, per esplicito volere di Dio, che doveva svolgere il proprio apostolato anche con le donne: anche il loro lavoro gli apparve necessario per poter innalzare Cristo al vertice di tutte le attività umane. Grazie alla sua docilità alla grazia, e superando la mentalità del tempo, divenne così un vero pioniere del ruolo e della missione della donna nel mondo e nella Chiesa. Si può senz’altro riconoscere che le sue idee in proposito arrivarono con un anticipo di parecchi decenni.
Aprire Centri dell’Opus Dei diretti dalle donne era precorrere i tempi, in quanto allora nessuno o quasi nessuno pensava che le donne potessero condurre una vita indipendente, senza l’appoggio maschile, per lo meno per ciò che riguardava la sfera economica e quella dirigenziale; ed era precorrere i tempi spingerle fin dal primo momento a sviluppare attività simili a quelle degli uomini, creando un ampio ventaglio di iniziative apostoliche in tutti i settori e le professioni. Il Beato Josemaría diceva alle sue figlie: «Voi svolgete personalmente nella società, tra le donne, lavori simili a quelli compiuti dai vostri fratelli nel mondo; e ricoprite, con le vostre colleghe, ogni genere di ruoli professionali, sociali, politici, ecc.» [8]
Il Fondatore si rivolgeva così alle donne dell’Opus Dei: «Ci sono tutte le premesse perché siate indipendenti: nel governo, poiché da sempre è stata mia intenzione che vi governiate da sole; nelle questioni economiche; nei vostri apostolati» [9]. Si trattava di criteri rivoluzionari, sia allora che oggi. Per questo la loro attuazione richiese considerevoli sforzi al Fondatore dell’Opus Dei, anche per ciò che riguardava l’aspetto giuridico del problema. Come avverte la giornalista spagnola Pilar Urbano, per poter raggiungere quest’obiettivo egli dovette proporre alla Santa Sede diverse modifiche degli Statuti dell’Opus Dei [10]
Il Fondatore diceva alle sue figlie che dovevano nutrire un santo orgoglio per essere state create donne come la Madre di Dio. Il suo atteggiamento e le sue parole lasciavano trasparire un’immensa fiducia nelle loro possibilità. In un contesto storico che non le aveva preparate ad operare laddove si plasma la civiltà —anche se erano state sempre attive in quella forgia dell’umanità che è la famiglia— le incoraggiava ad inserirsi in tutte le attività umane. E diceva loro: «Potete svolgere un’attività immensa! Quanta fiducia ho in voi!» [11].
In questo senso una delle prime donne dell’Opus Dei racconta: «Io sono stata fra le prime ad abitare nel primo Centro femminile dell’Opera: era un piccolo villino, in Via Jorge Manrique, a Madrid. Ricordo che ero arrivata da pochi giorni, quando venne il Padre e ci fece considerare che, oltre all’apostolato personale che ognuna doveva svolgere con i propri parenti, colleghi ed amici, avremmo creato una serie di iniziative in tutto il mondo: ci parlò di scuole rurali per contadine, di residenze universitarie, di cliniche, di biblioteche, di centri di formazione della donna nei settori più svariati (alberghiero, linguistico, segretariale, ecc.), attività nel campo della moda, ecc. Il Padre ci incoraggiò: “Sognate e la realtà supererà i vostri sogni! ”. Monsignor Escrivá voleva che la donna avesse un vero amore per la casa ed impegnasse tutte le proprie forze per portarla avanti con arte, con professionalità, con buon senso e con molta cura. Ma non voleva rinchiudere la donna nella casa. Fin dal primo momento ci vedeva presenti in tutti i campi dell’attività umana: nell’insegnamento, nell’industria, nella sanità, nel commercio, nella ricerca, nella moda, nel giornalismo, ecc. Gli stava anche molto a cuore che studiassimo teologia. Riteneva che fosse necessario conoscere Dio per poterlo amare e, disponendo di una solida formazione dottrinale, fare una buona apologia della Fede. Inoltre ci diceva che “l’errore pratico è sempre accompagnato dall’errore teorico”. Desiderava che avessimo una coscienza formata rettamente» [12].
Questa fiducia e quest’ampiezza di vedute suscitavano viva impressione, soprattutto considerando, come abbiamo detto, il tessuto sociale in cui nacque l’Opus Dei, quando le donne generalmente non studiavano e non avevano la preparazione necessaria, né un quadro legislativo che consentisse loro di intervenire con piena autonomia nella vita professionale. Nonostante ciò il Beato Josemaría trattò sempre le donne come persone mature, con piena fiducia nella qualità e nell’importanza del loro lavoro, sia all’interno della famiglia che fuori. Dimostrò questa fiducia più con i fatti che a parole, comunicando alle sue figlie una sicurezza che le portò a dare il meglio di se stesse e a raggiungere tutti i traguardi che egli aveva loro proposto.
D’altra parte, quando pensava alle donne dell’Opus Dei, il Fondatore non perse mai la consapevolezza che esse c’erano non per iniziativa sua, ma, come abbiamo già ricordato, per espresso volere di Dio. Pilar Urbano descrive così i sentimenti che si potevano leggere in lui quando si trovava alla presenza delle sue figlie: con loro «mantiene nella forma, la gravità e la distanza che, da quando ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale, ha sempre vissuto nei rapporti con le donne. Non ci sono distinzioni, né gradi, né preferenze, nell'affetto. Tuttavia con le donne ha una delicatezza ancora più squisita, modi più dolci, qualche dettaglio ancora più accurato. E anche —perché non dirlo?— una certa ammirazione, un certo timido compiacimento che cerca di nascondere e che deriva della convinzione che le donne stanno nell’Opus Dei senza che lui le abbia cercate, né chiamate, né invitate. Più ancora: contro la sua volontà e per esplicito desiderio di Dio. Questa certezza —“morale e fisica”— di cui Escrivá è unico testimone, mette in quasi tutti gli incontri con le sue figlie un tocco di emozione molto soprannaturale. Nel vederle, il Padre sente il sussulto, il leggero soprassalto con cui il divino scuote le profondità dell’umano. Quante volte gli sfuggirà un “grazie, molte grazie a Dio perché siete qui!”, o un “vi vedo... e non mi par vero!”.
»Si stupisce sempre della loro bravura, del loro coraggio, della loro fortezza, della loro abnegazione... Quando deve sollecitare preghiere per qualche questione delicata, prima di tutto si rivolge a loro. E a loro affida anche i lavori che richiedono più accuratezza, più abilità e più pazienza» [13].

3. Uomo e donna ad immagine di Dio

A tale modo di agire, ispirato da una grande docilità alla volontà di Dio, soggiace, come detto, tutta un’antropologia della dualità uomo-donna.
Per il Fondatore dell’Opus Dei, come per tutta la tradizione cristiana, c’è una fondamentale uguaglianza tra uomo e donna: essa si basa, a livello umano, sul fatto che ambedue sono persona e, a livello soprannaturale, sul fatto che sono ugualmente figli di Dio: «La donna ha in comune con l’uomo la dignità personale e la responsabilità, e —nell’ordine soprannaturale— tutti abbiamo per adozione la stessa filiazione divina (Gal 3, 26-28)» [14].
Naturalmente l’uguaglianza non significa uniformità. «Questa uguaglianza, sia nell’uno che nell’altro ordine (naturale e soprannaturale), lungi dal sopprimere le differenze, esige e nobilita la diversità. La donna, oltre a ciò che ha in comune con l’uomo, conferisce alla famiglia, alla società civile, alla Chiesa, qualcosa di specifico, qualcosa di suo e che solo lei è in grado di dare (...). Ed è così che la femminilità significa ricchezza, bellezza, necessità di un apporto proprio ed insostituibile» [15]. Si potrebbe dire altrettanto del contributo della mascolinità, anch’esso specifico ed insostituibile.

Secondo le espressioni del Magistero della Chiesa, la più alta dignità della persona umana —uomo e donna— proviene dal fatto che è stata creata ad immagine di Dio. Questa prospettiva è propria del cristianesimo. Tuttavia studi recenti rilevano che la configurazione di quest’immagine ha subito un’evoluzione all’interno della teologia. L’iter della concettualizzazione della imago Dei si potrebbe riassumere in tre passaggi: 1. Adamo teomorfo, Eva derivata. 2. Immagine asessuata. 3. L’immagine globale, secondo la quale l’essere umano sessuato è teomorfo in quanto femminile e maschile [16]. Vale a dire che l’immagine di Dio non comprende solo ciò che rende uguali uomo e donna, ma anche ciò che li rende diversi.

In questa linea il Catechismo della Chiesa ha sottolineato che «Dio non è a immagine dell’uomo. Egli non è né uomo né donna. Dio è puro spirito, e in lui, perciò, non c’è spazio per le differenze di sesso. Ma le “perfezioni” dell’uomo e della donna riflettono qualcosa dell’infinita perfezione di Dio: quelle di una madre (cfr. Is 49, 14-15; 66, 13; Sal 131,2-3) e quelle di un padre e di uno sposo (cfr. Os 11, 1-4; Ger 3, 4-19)» [17]. Ciò significa che, anche se Dio non è a immagine dell’uomo, l’uomo sì che è a immagine di Dio: a immagine del Dio Uno e Trino, in quanto l’essere umano è chiamato a vivere in comunione di persone [18].
È stata sempre sottolineata la peculiare immagine di Dio nell’uomo. Alcuni Santi Padri vollero inserire in quest’immagine anche la donna, spiegando che l’immagine sta nell’anima, la quale è asessuata [19]. Tuttavia non fu mai abbandonata l’idea della particolare relazione che esisterebbe tra maschilità e divinità, fondata soprattutto sul fatto che Cristo si incarnò come uomo, ed Egli è l’immagine perfetta del Padre per antonomasia. In questo senso è difficile trovare nella teologia una connessione tra femminilità e divinità. Attualmente il problema antropologico, non risolto per secoli, di come l’immagine di Dio si manifesta non solo nell’uomo in quanto uomo, ma anche nella donna in quanto donna, è aperto in tutta la sua radicalità. La prospettiva globale, accennata prima, tenta di dare una risposta a questa problematica. In effetti, se Dio ha creato l’uomo —maschio e femmina— a sua immagine [20] ciò che è specifico della donna deve avere il proprio archetipo in Dio. Appare molto significativo che il Beato Josemaría, nel suo impegno di amare come Dio ama, ripetesse spesso alle sue figlie ed ai suoi figli: «Vi amo con cuore di padre e di madre». Per quanto egli non sviluppasse ulteriormente quest’idea, alcune sue parole sulla vocazione femminile lasciano intravvedere la peculiare immagine di Dio presente nella donna: «Una vocazione insostituibile, irripetibile, che riflette nella sua vita la gloria, il potere, la bellezza dell’amore di Dio» [21]. Il Magistero ha evidenziato quest’immagine di Dio propria della donna. Per Giovanni Paolo II le risorse specifiche della donna —così come quelle dell’uomo— costituiscono un’immagine di Dio: «La donna dunque —come, del resto, anche l’uomo— deve intendere la sua “realizzazione” come persona, la sua dignità e vocazione sulla base di queste risorse, secondo la ricchezza della femminilità, che ella ricevette nel giorno della creazione e che eredita come espressione a lei peculiare dell’“immagine e somiglianza di Dio”» [22].

Se l’immagine di Dio è presente sia nell’uomo che nella donna, e non solo in ciò che hanno in comune ma anche in ciò che li distingue, si potrebbe dire che l’uomo e la donna hanno la stessa dignità anche quanto alle differenze. Nel Beato Josemaría questa era una vera convinzione. Secondo lui il contributo della donna non è semplicemente un complemento di quello dell’uomo, quasi un aiuto di un rango inferiore [23]. In questo senso affermava: «Tanto la famiglia, infatti, quanto la società, hanno bisogno del suo speciale contributo, che non è affatto secondario» [24]. Questa dottrina è stata ripresa con chiarezza dall’attuale Magistero. Giovanni Paolo II sostiene che «le risorse personali della femminilità non sono certamente minori delle risorse della mascolinità, ma sono solamente diverse» [25].
In questo senso, quando il Beato Josemaría parlava a coppie di sposi, prospettava la relazione tra marito e moglie sempre come reciproca [26], senza sottolineare esclusivamente i doveri della donna nei confronti del marito (un modo di argomentare che implicherebbe una sottomissione unilaterale ed è riscontrabile spesso in mentalità differenti, anche tra i cristiani). Ritroviamo questo concetto in Giovanni Paolo II, quando parla della reciproca sottomissione degli sposi: «Tutte le ragioni in favore della “sottomissione” della donna all’uomo nel matrimonio debbono essere interpretate nel senso di una “reciproca sottomissione” di ambedue nel “timore di Cristo”» [27].
L’importanza che il Beato Josemaría attribuiva al contributo femminile era talmente rilevante che, quando parlava della presenza delle donne nell’Opus Dei per iniziativa divina, affermava: «Veramente, senza questa volontà esplicita di Dio e senza le vostre sorelle l’Opera sarebbe rimasta monca» [28]. Altre volte, secondo la testimonianza dell’attuale Prelato dell’Opus Dei, diceva: «monca e cieca». Il termine monca è molto significativo, però è ancora più rivelatrice l’altra sua affermazione, secondo la quale senza le donne l’Opera sarebbe rimasta cieca: è qualcosa infatti che riguarda in misura decisiva tutto l’insieme. E forse va fatta risalire alla chiarezza con cui egli vedeva la duplice missione storica affidata alla donna: «Dare vita all’umanità e dare umanità alla vita» [29].

4. Unità, uguaglianza e differenza

La differenza tra uomo e donna, pur essendo significativa, non ne spezza mai, nell’insegnamento e negli scritti del Fondatore dell’Opus Dei, l’uguaglianza. In questo senso egli disse ben poche cose destinate in maniera esclusiva alle donne.
Tra uomini e donne è molto maggiore l’uguaglianza della differenza. Nell’Opus Dei, quest’uguaglianza si riflette nell’unità spirituale, morale e giuridica della Prelatura. Infatti lo spirito è unico, unica la vocazione, uguali i mezzi per seguirla. Secondo le parole del Fondatore: «Lo spirito è unico, lo stesso per tutti, quello che Dio ha voluto per quest’Opera che è sua» [30]. Sotto il profilo giuridico, la figura della Prelatura personale è al contempo espressione e salvaguardia di questa unità intrinseca.
Si capisce perciò che il Fondatore scrivesse: «Per questa identità di spirito e del modo di condurre l’apostolato, è norma generale stabilita nelle nostre leggi che tutto ciò che scrivo è rivolto, ordinariamente, sia ai miei figli che alle mie figlie, a meno che in qualche modo non risulti chiaramente il contrario» [31]. E aggiungeva: «Non ho nulla da dire che sia esclusivamente per le mie figlie» [32].
Ma l’uguaglianza non annulla la differenza. L’uguaglianza e il suo statuto antropologico sono chiari. Entrambi, uomo e donna, sono persona e sono figli di Dio. Entrambi hanno una natura umana composta di corpo e anima. Tuttavia non è stato ancora studiato qual è lo statuto ontologico della differenza [33]. Tradizionalmente essa è stata descritta come mera diversità funzionale. Oggi si riconosce che «la questione della differenza non si può ridurre a un semplice problema di ruoli, deve piuttosto venir pensata ontologicamente» [34].
In effetti la differenza, presente in tutte le cellule dell’organismo, modula pure lo spirito. Come insegna Giovanni Paolo II, essere uomo o essere donna «è una ricchezza di tutta la persona —corpo, sentimento e anima— e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell’amore» [35].
In maniera generica le differenze tra l’uomo e la donna si possono descrivere come due modi di incarnare la comune umanità. Ciò è quanto afferma Giovanni Paolo II. Ognuno, in quanto è persona, è un tutto umano. In questo senso si può asserire che «la conoscenza dell’uomo passa attraverso la mascolinità e la femminilità, che sono come due incarnazioni della stessa metafisica solitudine, di fronte a Dio e al mondo —come due modi di “essere corpo” ed insieme uomo, che si completano reciprocamente—, come due dimensioni complementari dell’autocoscienza e dell’autodeterminazione e, nello stesso tempo, come due coscienze complementari del significato del corpo» [36].
Le qualità e le virtù, pur essendo umane, ossia proprie della persona indipendentemente dalla sua condizione sessuata, ammettono tuttavia profili caratteristici e in ognuno dei sessi esiste una certa inclinazione, o maggiore spontaneità, verso alcune di esse. Ad ogni modo il fatto significativo è che ognuno le incarna in modo caratteristico. L’uomo e la donna hanno una maniera particolare di vivere le virtù, di lavorare, di amare, di vedere le cose, di educare, di comandare.
Tra le qualità che risaltano in modo speciale nella donna, il Fondatore metteva in rilievo la fedeltà. Già nel 1939 aveva scritto: «E’ più forte la donna dell’uomo, e più fedele nell’ora del dolore» [37]. E più volte ebbe a tornare sulla stessa idea, sottolineandone la connessione con i rischi e le responsabilità. Affermava ad esempio: «Penso inoltre che voi donne abbiate una facilità maggiore degli uomini per essere fedeli. Tuttavia, vi debbo anche dire, figlie mie, che una donna decisa a comportarsi male è peggiore dell’uomo. Avete maggiore capacità per il bene e per il male e, perciò, maggiore responsabilità» [38].
Riferendosi al governo e con un pizzico di buon umore, il Beato Josemaría faceva osservare che le donne comandano sempre: «Sapete che le donne sono sempre state padrone della terra. Le nubili, (...) perché nei circoli in cui si muovono governano. Le sposate, perché comandano sempre: quando si nota che comandano, comandano; quando non si nota, peggio, perché comandano di più. Sicché il mondo sta nelle vostre mani» [39]. Ciò può sembrare in contraddizione con la situazione reale, in cui spesso la donna si trova sottomessa. In una società organizzata in maniera più giusta, sia nella famiglia come nel mondo professionale o nella politica, il governo dovrebbe essere più equamente condiviso da uomini e donne. E spesso non è così. Tuttavia l’esperienza rendeva Josemaría Escrivá consapevole del potere che la donna ha sulle persone. In effetti, nonostante una condizione spesso limitata, la donna non ha mai smesso di esercitare un’influenza tangibile proprio perché il suo modo di comandare è diverso da quello dell’uomo. Anche in ruoli di responsabilità, quando li detiene, il suo modo di esercitare il potere ha caratteristiche particolari. Essa tende a comandare cercando di convincere interiormente: la sua maggiore forza di persuasione consiste nell’usare la dolcezza e la soavità [40].
Ebbene, questi due modi di incarnare la natura umana sono insostituibili e complementari: sono necessari entrambi nella famiglia e nella società, compito comune che, come abbiamo visto, Dio stesso ha affidato a entrambi —uomo e donna— agli albori della Creazione. Quando storicamente ciò non è stato rispettato, sono emersi nella cultura gli effetti negativi di ogni visione unilaterale [41]. Si comprende l’affermazione di Giovanni Paolo II sulla necessità del contributo femminile —caratterizzato dalla sensibilità verso ciò che è umano— per la cultura attuale: «Nella nostra epoca i successi della scienza e della tecnica permettono di raggiungere in grado finora sconosciuto un benessere materiale che, mentre favorisce alcuni, conduce altri all’emarginazione. In tal modo, questo progresso unilaterale può comportare anche una graduale scomparsa della sensibilità per l’uomo, per ciò che è essenzialmente umano. In questo senso, soprattutto i nostri giorni attendono la manifestazione di quel “genio” della donna che assicuri la sensibilità per l’uomo in ogni circostanza: per il fatto che è uomo!» [42].
Il Beato Escrivá comprendeva chiaramente che, nella famiglia come nella società, è necessario l’apporto dell’uomo e della donna, perché ognuno ha un proprio modo di vedere e affrontare i problemi. Lo affermò chiaramente quando rispose a una domanda sul lavoro della donna nella società: «Una donna dotata della necessaria preparazione deve poter trovare aperti tutti gli sbocchi alla vita politica, a tutti i livelli. In questo senso, non si possono indicare alcune attività specifiche riservate solo alle donne. Come dicevo prima, in questo terreno l’apporto specifico della donna non consiste tanto nell’attività o nel posto in sé, quanto nel modo di svolgere questa funzione, cioè nelle sfumature che la sua natura di donna saprà dare alle soluzioni dei problemi che si trova ad affrontare, e anche nel saper individuare e impostare in un certo modo questi problemi» [43]. Ed era convinto del fatto che, «in virtù delle doti naturali che le sono proprie, la donna può arricchire molto la vita della società» [44].
Di conseguenza consigliava alla donna di non cadere nella trappola dell’imitazione dell’uomo e la spingeva a sviluppare la propria personalità particolare: «Sviluppo, maturità, emancipazione della donna non debbono significare una pretesa di uguaglianza —di uniformità— nei riguardi dell’uomo, una imitazione dei modelli maschili: ciò per la donna non sarebbe una conquista, ma piuttosto una perdita, e non perché essa valga di più o di meno dell’uomo, ma perché è diversa. (...) Da questa base di uguaglianza fondamentale, ognuno deve mirare a ciò che gli è proprio; l’emancipazione viene quindi a significare per la donna la possibilità reale di sviluppare pienamente le proprie virtualità: quelle che essa possiede nella sua singolarità, e quelle che ha in quanto donna (...). La donna deve sviluppare la propria personalità, senza lasciarsi trasportare da un ingenuo spirito di imitazione che finirebbe quasi sempre per collocarla in una situazione di inferiorità e mortificherebbe le sue possibilità più originali» [45].

5. Complementarietà uomo-donna

Parlare di complementarietà richiede rivedere i modelli elaborati tradizionalmente e proporre nuove ipotesi [46]. Infatti la complementarietà non si fonda su relazioni di superiorità/inferiorità o attività/passività. Ormai questa teoria è superata in quanto tutte le motivazioni sulle quali poggiava sono state smentite dall’evidenza scientifica.
E non sembra neppure indovinato pensare che ognuno dei sessi corrisponde a una metà dell’umanità e che ciascuno ne incarna una parte. Come detto, in quanto persona, ognuno è, in certo modo, un tutto. Perciò non si possono dividere le qualità morali e le virtù in maschili o femminili. Le qualità dipendono in grande misura dalle individualità, non dal sesso. Le virtù sono umane e pertanto l’uomo e la donna possono viverle tutte. Quel che accade è che l’uomo o la donna ordinariamente sono più inclinati verso determinate qualità o virtù e, pur essendo essi capaci di esercitarle tutte, queste cristallizzano in modo diverso in ognuno di loro. Uomo e donna hanno un modo specifico di fare e vivere le stesse cose. Da qui sorge la vera complementarietà.
Per questo la differenza uomo-donna non si può ridurre neppure alla differenza di funzioni; la maggior parte delle attività è intercambiabile. Anzi, proprio per la differenza è facile verificare l’efficacia delle équipe di lavoro formate da uomini e donne. Ogni attività trae giovamento dalla cooperazione dei due sessi in ragione delle loro specificità femminili e maschili [47].
Parlando degli spazi dove si esercita la complementarietà, il Fondatore dell’Opus Dei vedeva chiaramente che la donna ha un dono speciale per fare famiglia: «Il maggior motivo di dignità per la donna sarà sempre costituito dalle cure prestate alla famiglia; con la sollecitudine verso il marito e i figli o, per parlare in termini più generali, con il proprio impegno per creare intorno a sé un ambiente accogliente e formativo, la donna realizza l’aspetto più insostituibile della sua missione» [48]. È il femminile ciò che anzitutto crea il focolare e fa sì che in esso tutti si sentono avvolti dal calore della maternità. Ciò non significa che la maternità fisica sia l’unica e la più alta attività della donna. La realtà è molto più profonda e più ampia: la caratteristica preminente del suo intervento, se essa non rinuncia alla femminilità, è che lì dove si trova, la donna è casa, fa famiglia.
Questa missione comincia nella propria famiglia. Il Beato Josemaría avvertiva la necessità, la dignità e la perennità del lavoro domestico [49] per il quale la donna è particolarmente dotata: «Desidero comunicarvi alcune riflessioni sulla necessità, la dignità e la perennità del lavoro domestico, che è stato e sarà sempre così caratteristico della donna per le doti particolari che esso richiede e che Dio, nella sua Provvidenza sapientissima, vi ha concesso» [50]. Egli considerava questo lavoro un servizio di primo piano, dotato di tutte le caratteristiche di un vero lavoro professionale: «Se oggi appare evidente (...) che qualsiasi attività nel mondo è un servizio e un lavoro professionale, è logico che il lavoro domestico sia particolarmente onorato, esaltato, in quanto servizio basilare, ed è di giustizia che lo si doti delle caratteristiche di un vero lavoro professionale» [51]. E, stilando una gerarchia nell’ambito delle professioni in base al servizio che rendono agli altri, poiché il lavoro domestico è un servizio prestato direttamente alle persone ed offre la base per il loro benessere, lo considerava un lavoro più importante degli altri: «Permettete che insista: il servizio domestico non è un lavoro di poca importanza. A mio avviso non solo è importante quanto qualsiasi altro —dal punto di vista di chi lo esercita— ma in moltissime occasioni più importante degli altri, perché le donne che hanno questa professione, così decorosa e meritevole di rispetto, arrivano al nucleo della società, al livello più profondo della vita della gente, a tutti i focolari; e da esse dipendono non di rado le virtù della famiglia, la buona educazione dei figli, la pace della casa e, di conseguenza, buona parte della rettitudine e della pace della stessa società civile e del lavoro di santificazione della Chiesa» [52].
Egli sapeva che una casa difficilmente funziona senza la presenza femminile. Perciò affidò alle sue figlie la direzione del lavoro domestico di tutti i Centri dell’Opus Dei, oltre alle loro specifiche attività apostoliche, peraltro simili a quelle svolte dagli uomini. Dava tanta importanza a questo lavoro da descriverlo come «la spina dorsale di tutta l’azione apostolica dell’Opera» e «sua parte fondamentale» [53], «una forza soprannaturale immensa» [54], «condizione necessaria, il maggiore impulso per tutta l’Opera» [55]; riteneva che senza di esso l’apostolato diventerebbe impossibile, «perché tutte le case, i Centri e gli apostolati (...) soffrirebbero un vero collasso, non potrebbero andare avanti» [56]. E aggiungeva: «Curate molto le case: se non avessimo un focolare, se ci mancasse l’ambiente materiale di famiglia, non faremmo niente. Vi dico con parole della Sacra Scrittura: la donna prudente edifica la casa, la stolta con le sue mani la distrugge (Prov 14, 1)» [57].
Però il fatto che la donna diriga e compia molti dei lavori della casa non vuol dire che sia l’unica che se ne deve occupare. La donna deve aiutare l’uomo a fare famiglia, il che è essenziale anche per lui. In questo senso il Fondatore pensava che al lavoro domestico in un modo o nell’altro deve collaborare «tutta la famiglia» [58]. Quindi consigliava alle madri di affidare alcune mansioni agli altri membri della famiglia [59] e, d’altra parte, spingeva gli uomini ad essere più presenti in famiglia, ad occuparsi direttamente dell’educazione dei figli, senza eludere questo dovere con la scusa dell’attività professionale. Del resto, egli stesso offrì con il proprio esempio un attraente modello di come si deve vivere la paternità nella famiglia.
Tuttavia la famiglia non è l’unico ambito della complementarietà. Rivolgendosi alle donne affermava in un’intervista: «Innanzitutto, mi sembra opportuno non contrapporre i due ambiti a cui hai accennato. Come nella vita dell’uomo, anche in quella della donna, ma con caratteristiche molto peculiari, il focolare e la famiglia occuperanno sempre un posto preminente: è evidente che il dedicarsi ai compiti famigliari costituisce una grande funzione umana e cristiana. Tuttavia questo non esclude la possibilità di svolgere altre attività professionali —anche quella domestica è un’attività professionale— in una qualunque delle mansioni e degli impieghi dignitosi esistenti nella società in cui si vive» [60]. La donna deve insomma riversare in tutti i campi il proprio caratteristico modo di essere. Come ha indicato Giovanni Paolo II, sulla base della chiamata alla comunione interpersonale, l’aiuto reciproco della mascolinità e della femminilità opera in tutti gli ambiti della vita umana [61].
Tutto ciò, nel caso specifico della Prelatura dell’Opus Dei, ha una miriade di manifestazioni concrete sulle quali non è possibile soffermarsi dettagliatamente. Ci limiteremo a indicarne un esempio. Quando inizia l’attività dell’Opera in una città o in un paese nuovo, le donne dell’Opus Dei non vi si recano per occuparsi esclusivamente dei lavori domestici. Come dice il Fondatore: «I vostri apostolati non si limitano al lavoro delle Amministrazioni domestiche, nonostante questo sia il più efficace. Proprio per non dare mai l’impressione, a chi non conosce bene l’Opera, che abbiate un campo apostolico meno esteso di quello degli uomini, ho disposto che, quando iniziate il vostro lavoro in una nuova nazione, o anche in una nuova città, abbiate fin dal principio una casa propria, nella quale possiate svolgere un apostolato istituzionale, diverso da quello del lavoro nelle Amministrazioni domestiche» [62]. Più in generale, commentando gli insegnamenti del Fondatore dell’Opus Dei, Ana Sastre osserva che la presenza della donna nell’Opus Dei è indispensabile «per trasformare il lavoro, il mondo, le strade e tutti i luoghi in un focolare universale che accolga le anime tutte del mondo» [63].
Per concludere potremmo dire che i frutti degli insegnamenti del Fondatore dell’Opus Dei sulla missione della donna e dell’uomo nella famiglia, nella società e nella Chiesa, pur essendo abbondanti, sono ancora solo nella fase della prima fioritura. Approfittando di tutti i vantaggi offerti dai cambiamenti sociali e dai mezzi tecnici, questi insegnamenti permettono di proporre e intravedere fin da ora un profondo rinnovamento della vita famigliare e sociale che, traendo ispirazione dal volere di Dio, renda possibile il lavoro in comune dell’uomo e della donna in tutti i settori umani.
Basta pensare alla difesa della vita e della maternità che la nostra società reclama e che richiede a sua volta, come unico percorso viabile, la piena scoperta della paternità. Paternità che informi tutte le realtà in cui l’uomo agisce, nella famiglia o fuori di essa. Esercizio di una paternità di cui il Beato Josemaría Escrivá offrì un gioioso esempio.

Blanca CASTILLA Y CORTAZAR
Dottoressa in Filosofia e Teologia
Professoressa della Escuela Europea de Educación (Madrid)

[1] 1. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui con Monsignor Escrivá, Ed. Ares, n. 119.

[2] 2. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 14-IX-1951, n. 3.

[3] 3. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Meditazione, 2-X-1962.

[4] 4. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-1965, n. 5.

[5] 5. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Meditazione, 2-X-1964.

[6] 6. Cfr. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, n. 87.

[7] 7. Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Ut sit, per l’erezione dell’Opus Dei in Prelatura Personale; 28-XI-1982: AAS 75 (1983), p. 423.

[8] 8. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-1965, n. 9.

[9] 9. Ibid..

[10] 10. Ecco le parole dell’autrice: «Basandosi sulle facoltà che la Santa Sede gli aveva concesso (...) Escrivá aveva proposto a Pio XII alcune modifiche —tredici in totale— tutte riguardanti il regime delle donne nell’Opera, per rafforzare il loro autogoverno, rinvigorendo nel contempo l’unità» (URBANO, Pilar, Josemaría Escrivá, Romano (Un ritratto del Fondatore dell'Opus Dei), Leonardo, Milano, 1996, p. 91).

[11] 11. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, AGP (Archivio Generale della Prelatura), P02 1974, p. 726.

[12] 12. URBANO, Pilar, Intervista con Encarnación Ortega, in Epoca, Madrid, marzo 1992, p. 92.

[13] 13. URBANO, Pilar, Josemaría Escrivá, Romano (Un ritratto del Fondatore dell'Opus Dei), Leonardo, Milano, 1996, pp. 197-198).

[14] 14. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-1965, n. 4.

[15] 15. Ibid.

[16] 16. Cfr. BORRESEN, Kari Elizabeth, Imagen actualizada, tipología anticuada, in AA.VV., Las mujeres según Wojtyla, ed. Paulinas, Madrid 1992, pp. 181-195. L’articolo riconduce la Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem a questa terza concezione.

[17] 17. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 370.

[18] 18. Il tema dell’immagine di Dio nell’essere umano, come immagine trinitaria, è sviluppato da Giovanni Paolo II in vari punti della Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem del 15-VIII-1988 (cfr. specialmente nn. 6-7) e nelle Udienze generali sulla teologia del corpo, specialmente dal 5-IX-1979 al 2-IV-1980. Sulla scia di queste indicazioni del Magistero sono stati pubblicati vari studi. Cfr., fra gli altri, SCOLA, Angelo, L’imago Dei e la sessualità umana. A proposito di una tesi originale della “Mulieris dignitatem”, in Anthropotes 1992/1, pp. 61-73; TETTAMANZI, Dionigi, La responsabilità uomo-donna: uguaglianza e differenza, in MAGGIOLINI, S. (ed.), Profezia della donna. Commenti alla Lettera “Mulieris dignitatem”, Città Nuova, Roma, 1989, pp. 168-189.

[19] 19. Cfr. BORRESEN, Kari Elizabeth, “Imago Dei”, privilège masculin? Interprétation augustinienne et pseudoaugustinienne de Gen 1, 27 et 1 Cor 11,7, in Augustinianum 25 (1985), pp. 213-234.

[20] 20. Cfr. Gen 1, 26.

[21] 21. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, AGP, P02 1972, p. 667.

[22] 22. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, 15-VIII-1988, n. 10.

[23] 23. Eppure gli schemi di superiorità/inferiorità, attività/passività, ecc., sui quali si è retta la scarsa antropologia differenziale sviluppata nella nostra tradizione culturale, continuano ad essere dominanti in alcune pubblicazioni, che pure contengono elementi positivi (cfr. per esempio, BUYTENDIJK, F.J.J., La mujer. Naturaleza, apariencia, existencia, tr. sp. in Revista de Occidente, Madrid 1970. Tit. or.: La Femme, sa maniére d’être, de paraître, d’exister, Paris, Desclée de Brouwer 1967). Il superamento di questi paradigmi richiederebbe una reinterpretazione della simbologia culturale. In proposito, si veda il mio lavoro: ¿Fue creado el varón antes que la mujer? Reflexiones en torno a la antropología de la creación, in “Annales Theologici” 6 (1992/2), pp. 319-366.

[24] 24. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, n. 87.

[25] 25. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, 15-VIII-1988, n. 10.

[26] 26. Cfr., ad esempio, B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, nn. 107—108.

[27] 27. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, 15-VIII-1988, n.24.

[28] 28. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, AGP, P01 II-1955, p. 6

[29] 29. Pilar Urbano sintetizza con quest’espressione la Lettera Mulieris dignitatem. Cfr. Josemaría Escrivá, Romano (Un ritratto del Fondatore dell'Opus Dei), cit., p. 64.

[30] 30. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-65, n. 2.

[31] 31. Ibid.

[32] 32. Ibid.

[33] 33. Ho pubblicato una ricerca sulla sua radice ontologica nella persona stessa in Persona y modalización sexual, in AA.VV., Metafísica de la Familia, Eunsa, Pamplona (in corso di stampa). Ne ho dato una descrizione secondo la filosofia di Zubiri in Noción de Persona en Xavier Zubiri. Una aproximación al género, ed. Universidad Complutense, Madrid, (in corso di stampa).

[34] 34. SCOLA, A., Identidad y diferencia. La relación hombre-mujer, ed. Encuentro, Madrid 1989, p. 54.

[35] 35. GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 22-XI-81, n. 37.

[36] 36. GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale, 21-XI-79, n. 1.

[37] 37. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Cammino, n. 982.

[38] 38. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, AGP, P02 1973, p. 609.

[39] 39. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, AGP, P02 1971, p. 576.

[40] 40. In questo senso si esprime Fray Luis de León in La perfecta casada. Quest’opera, pur fortemente condizionata dai pregiudizi sull’inferiorità della donna, contiene tuttavia elementi veri. Così, afferma che «le ragioni e la parola della donna discreta sono all’orecchio dell’uomo più efficaci di qualsiasi altra cosa» (cfr. FRAY LUIS DE LEÓN, La perfecta casada, en Obras completas castellanas, ed. coordinata da Félix García, BAC, Madrid, 1951, p. 327; cfr. anche pp. 258-259). Si può consultare inoltre, la mia ricerca: El arquetipo de la feminidad en “La perfecta casada” de Fray Luis de Léon in Revista Agustiniana, 35 (1944), pp. 135-170 Per scoprire alcuni aspetti del particolare modo femminile di comandare possono risultare utili alcune riflessioni di Ortega y Gasset sulla donna come norma e stimolo. In questo senso la denomina «educatrice dell’uomo» in quanto l’uomo raggiunge gli ideali da lei voluti pur di risultare gradito alla donna. «A mio giudizio questa è la suprema missione della donna sulla terra: esigere, esigere la perfezione dell’uomo. L’uomo le si avvicina nel desiderio di essere preferito; e a questo scopo non esita a raccogliere in un fascio il meglio di sé per presentarlo alla bella che giudica». E più avanti: «Se alcune dozzine di donne educano e rifiniscono la propria personalità fino a renderla un perfetto diapason di umanità (...), un organo di acuta sensibilità per forme possibili di vita migliore, otterranno più risultati di tutti i pedagoghi ed i politici. La donna esigente, che non si accontenta della rozza manifattura maschile, che esige rare qualità nell’uomo, produce una specie di vuoto nelle sommità sociali; e poiché la Natura ha orrore di un simile vuoto, presto lo vedremo colmarsi di fatti reali: i cuori degli uomini cominceranno a pulsare con nuovo ritmo, si risveglieranno nelle intelligenze idee insperate; nuove ambizioni, progetti, imprese solcheranno gli spazi vitali; tutta l’esistenza camminerà in direzione ascendente, e nel paese fortunato dove apparirà questa nuova femminilità fiorirà trionfante e irruente una storica primavera, una vita nuova» (ORTEGA Y GASSET, José, Sobre el influjo de la mujer en la historia. Epílogo al libro “De Francesca a Beatrice”, in Para la cultura del amor, Ed. El Arquero, Madrid 1988, pp. 166 y 168).

[41] 41.Jesús Ballesteros ha evidenziato lo squilibrio regnante nella Modernità, fondata su valori unilaterali. Egli enumera così i criteri moderni che hanno avuto il primato nel riconoscere la dignità umana: «L’esattezza piuttosto che l’analogia; il superficiale rispetto al profondo; l’analisi anziché la sintesi; il discorso prima dell’intuizione; la competitività sulla cooperazione; la crescita rispetto alla conservazione; la produttività sulla riproduttività» (cfr. BALLESTEROS, J., Postmodernidad y neofeminismo: el equilibrio entre “anima” y “animus”, in Postmodernidad, Ed. Tecnos, Madrid 1988, p. 130). I valori dominanti nella modernità derivano dalla mascolinità, mentre più sottovalutati sono quelli propri della femminilità.

[42] 42. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, 15-VIII-88, n. 30.

[43] 43. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, n. 90.

[44] 44. Ibid..

[45] 45. Ibid., n. 87.

[46] 46. È questo l’obiettivo del mio studio: La complementariedad varón-mujer. Nuevas hipótesis, in Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia, ed. Rialp, Madrid 1993.

[47] 47. La questione della complementarietà non si identifica con il dibattito sulla coeducazione. Infatti la complementarietà non si oppone alla convenienza dell’educazione separata di ragazzi e ragazze adolescenti. Nessuno mette in dubbio l’educazione mista all’asilo o all’università. La discussione verte sugli anni in cui l’itinerario affettivo, intellettuale, le modalità dell’apprendimento e la coscienza della propria sessualità nei ragazzi e nelle ragazze evolvono in maniera diversa. Non si tratta di maggiore o minore intelligenza, ma di una diversa capacità di concentrazione, di una più precoce maturazione intellettuale nelle ragazze, di una maggior violenza nel risveglio della sessualità nei ragazzi. Recenti studi hanno messo in evidenza che materie come matematica o letteratura, verso le quali le ragazze hanno grandi potenzialità, vengono apprese meglio nelle classi di sole alunne; in questi casi la separazione è un beneficio per le ragazze. In sostanza l’educazione separata può avere dei vantaggi per coltivare la differenza, senza ledere per questo l’uguaglianza. Capirlo denota una lodevole sensibilità verso la specificità delle persone.

[48] 48. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, n. 87.

[49] 49. Lui stesso si era dedicato alle incombenze domestiche per un certo tempo e conosceva per esperienza come funzionasse una casa nella quale vivessero solo uomini; ciò avvenne nella prima Residenza universitaria dell’Opus Dei, dove i lavori domestici venivano svolti da alcuni impiegati (cfr. CASCIARO, Pedro, Soñad y os quedaréis cortos, Rialp, Madrid 1994, pp. 57-61).

[50] 50. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-65, n. 3.

[51] 51. Ibid., n. 5.

[52] 52. Ibid., n. 6.

[53] 53. Ibid., n. 11.

[54] 54. Ibid., n. 17.

[55] 55. Ibid., n. 11.

[56] 56. Ibid., n. 9.

[57] 57. Ibid., n. 33.

[58] 58. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Colloqui, n. 91.

[59] 59. Cfr. Ibid., n. 89.

[60] 60. Ibid., n. 87.

[61] 61. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, 15-VIII-88, n. 7: «Umanità significa chiamata alla comunione interpersonale. Il testo di Genesi 2, 18-25 indica che il matrimonio è la prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. Però non è l’unica. Tutta la storia dell’uomo sulla terra si realizza nell’ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere “per” l’altro, nella comunione interpersonale, si sviluppa in questa storia l’integrazione nell’umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è “maschile” e di ciò che è “femminile”».

[62] 62. B. JOSEMARÍA ESCRIVÁ, Lettera, 29-VII-65, n. 22.

[63] 63. SASTRE, Ana, Tiempo de caminar, Rialp, Madrid 1989, p. 102.

Romana, Nº 21, Luglio-Dicembre 1995, pag. 434-447.