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In data 6-I-1995, sul giornale “Avvenire” di Milano, è stata pubblicata la seguente intervista rilasciata da Mons. Javier Echevarría.

Giovanni Paolo II le conferisce l’ordinazione episcopale. Come vive questo evento e che influenza avrà sull’Opus Dei?
Da quando sono stato nominato vescovo, sto cercando di prepararmi spiritualmente: invoco con insistenza l’aiuto del Divino Paraclito e imploro a tutti coloro che mi sono vicini l’aiuto della preghiera loro e dei loro amici e conoscenti. Riceverò l’ordine episcopale anzitutto nella consapevolezza del fatto che la pienezza del sacerdozio costituisce un dono e richiede di essere accolta in spirito di servizio: in quanto inserito nel collegio dei vescovi, sono specialmente chiamato a sentire la responsabilità non solo dell’Opus Dei, ma anche di tutta la Chiesa. Questo —insisto— è ciò che chiedo al Signore da quando mi è stato comunicato che il Santo Padre aveva deciso di conferirmi l’episcopato. Vorrei aggiungere che la Prelatura dell’Opus Dei è un’istituzione gerarchica del la Chiesa cattolica, la cui missione è di diffondere fra i cristiani di tutte le condizioni la consapevolezza della chiamata alla santificazione personale nel proprio stato. Io sono stato eletto alla sua guida lo scorso mese di aprile. Come tale, è mio compito dirigerla e orientarne lo sviluppo. Il prelato infatti, come dice la Costituzione apostolica Ut sit, di erezione dell’Opus Dei in Prelatura personale, è il suo “Ordinario proprio” in virtù dell’elezione e della successiva nomina da parte del Romano Pontefice. L’ordinazione episcopale del prelato è certamente una realtà adeguata alla sua missione specifica e contribuisce a radicare ancora più profondamente l’istituzione nella comunione universale della Chiesa cattolica.

La provvidenza le ha affidato il compito di condurre l’Opus Dei verso il terzo millennio. Che cos’ha pensato quando è stato chiamato alla guida dell’Opus Dei?
Quando, il 20 aprile 1994 venni nominato Prelato dell’Opus Dei, avevo vivissima negli occhi e nel cuore l’immagine del mio predecessore, Monsignor Álvaro del Portillo, scomparso poche settimane prima. Per decenni, come collaboratore del beato Josemaría Escrivá e poi come suo primo successore alla guida dell’Opus Dei, l’ho visto impegnarsi in un servizio fedelissimo e silenzioso, umile e gioioso, eroico. Ecco perché al momento della nomina mi sono venute in mente due considerazioni. Anzitutto la mia inadeguatezza, perché sono il successore di due veri e propri giganti dello spirito. In secondo luogo, che questa nomina era espressione della volontà di Dio su di me e, dunque, comportava la certezza che non mi sarebbe venuto a mancare l’aiuto spirituale necessario. Mi sono quindi messo nelle mani di Dio. Nello stesso spirito mi preparo ad affrontare la prospettiva dell’anno 2000, presentataci in modo così insieme suggestivo e impegnativo da Giovanni Paolo II. Non so, nessuno sa che cosa ci porterà il futuro; ma qualcosa di sicuro c’è: questo nuovo periodo storico in cui, secondo vari indicatori, stiamo entrando richiederà agli uomini una grande capacità di inventiva. I problemi dell’umanità sono sempre più universali e interconnessi. La fede in Cristo, e l’affermazione da essa inseparabile della vittoria sul peccato e sulla morte, costituisce al riguardo un incentivo di grande portata. Le persone dell’Opus Dei ognuna per conto proprio non aspirano ad altro se non a diffondere questa fede fra la gente di tutte le professioni e di tutti i settori della cultura. Guardiamo con ottimismo al tempo in cui viviamo, perché è qui che il Signore ci ha chiamati a far fruttificare con gioia i nostri talenti, è qui che ci aspettano il Signore e gli uomini nostri fratelli.

Qual è, oggi, la realtà dell’Opus Dei?
Eccola, in sintesi: questa porzione del popolo di Dio comprende circa settantacinquemila laici, uomini e donne, e millecinquecento sacerdoti che, immersi in tutti gli ambienti della società, spalla a spalla con tanti altri, si sforzano di migliorare ogni giorno, di essere cristiani coerenti e di portare Cristo al mondo che li circonda. Non ci sentiamo superuomini, ma gente come tutti gli altri, capaci di errori, ma capaci anche di amare pazzamente Dio nel bel mezzo della strada, come diceva il beato Josemaría. Ovviamente quest’impegno apostolico non è esente da difficoltà. Ma occorre anche riconoscere che nella società attuale le luci sono non di rado molto più numerose delle ombre, anche laddove si potrebbero prevedere problemi particolarmente ardui. Le faccio un solo esempio. L’ultimo viaggio che facemmo con Monsignor del Portillo, nello scorso marzo, fu in Terrasanta. A Gerusalemme ci accolsero quei pochi fedeli della Prelatura che vi si erano trasferiti poco più di un anno prima per svolgervi la propria professione civile e, al tempo stesso, per iniziare l’attività dell’Opus Dei in Israele. Fu molto consolante vedere che ad alcune iniziative che essi avevano promosso partecipavano, insieme e in buon accordo, cristiani, ebrei e arabi. Unire, sommare, collaborare: è l’ideale del cristiano e, quindi, anche l’ideale dei fedeli dell’Opus Dei.

Dopo il crollo dei muri in Europa un po’ tutti nella Chiesa hanno promosso iniziative di «espansione» non solo all’Est, ma anche in tutte quelle regioni (Africa, Medio Oriente) che la divisione in blocchi aveva finito col rendere quasi «impermeabili». Che cosa fa in questo senso la Prelatura dell’Opus Dei?
È vero ed è logico che vi sia questa espansione, perché dove fiorisce la libertà rinascono immediatamente le domande fondamentali. D’altra parte la Chiesa cattolica non giunge certo impreparata a questo appuntamento: non soltanto per il ruolo —che la storia saprà giudicare— svolto dal Papa nel crollo dei muri, ma anche perché il magistero ha guardato assai per tempo ai fenomeni del mondo contemporaneo. Riguardo a quel che fa l’Opus Dei, in questi anni abbiamo iniziato attività di apostolato in diversi Paesi del Centro e dell’Est d’Europa: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania; quanto prima, spero, andremo in altri Paesi, come Cuba e l’Angola. Qualche mese fa, inoltre, abbiamo iniziato in modo stabile l’apostolato in quel grande universo culturale che è l’India. E in Africa lavoriamo già da tempo in cinque Paesi. Come ci consigliava il Fondatore dell’Opus Dei, iniziamo sempre il lavoro apostolico nel desiderio di imparare dalle virtù della gente del luogo: non possiamo dimenticare che molti hanno sofferto per sostenere tutti noi nella fede della Chiesa. Peraltro già da parecchio tempo ci sono stati dei fedeli della Prelatura che per ragioni di lavoro o di famiglia, si sono recati al di là dei «muri», facendo le naturali amicizie e svolgendo l’apostolato cristiano che in quei frangenti era possibile. L’attuale nuova situazione socio-culturale consentirà anche qui un lavoro più stabile e da esso, con l’aiuto di molte persone di buona volontà, mi aspetto grandi frutti pastorali.

L’Opus Dei in molti aspetti ha anticipato il Concilio Vaticano II: basti pensare alla dottrina sul laicato, all’apertura ecumenica. Eppure ancor oggi il definirla «tradizionalista» nel senso più negativo del termine è uno degli elementi di quella sorta di «leggenda nera» che insegue la storia dell’Opera. Perché pensa che sia così?
Aggettivi come “tradizionalista” sono stati usati applicando schemi politici non solo all’Opus Dei, ma a molti altri settori della Chiesa, falsificandone la realtà. Il tempo però aiuta a fare chiarezza. Ricordo che alcuni anni or sono si diceva che l’Opus Dei si spingeva troppo avanti, perché apriva le braccia ai non cattolici, ai pagani, agli atei. Monsignor Escrivá sorrideva, perché sapeva che l’Opus Dei non è tradizionalista né progressista: cerca di santificare il mondo in cui viviamo, uomini e attività umane, con la forza sempre attuale del Vangelo. Comunque l’Opus Dei, in quanto realtà della Chiesa cattolica, è tradizionale —non tradizionalista—, nel senso che si fonda su una Parola, quella di Cristo, che le giunge attraverso la tradizione e la storia. Per il resto, essa ama il presente e si proietta audacemente verso il futuro, perché è il presente che dobbiamo santificare e il futuro che dobbiamo costruire.

Tutti i Pontefici hanno sempre tenuto in grande considerazione l’Opus Dei, che per parte sua ha sempre dimostrato la propria fedeltà al Vicario di Cristo. Una fedeltà inossidabile, fino al punto che qualcuno, in modo forse sommario ma efficace, ha definito l’Opera «il moderno esercito del Papa». Che cosa pensa di quest’immagine?
Caso mai l’esercito del Papa è la Chiesa intera, in quanto tutti i cristiani sono ugualmente responsabili della sua missione, come ha proclamato il Concilio Vaticano II. Tuttavia le metafore militari vanno usate con precauzione: la Chiesa può in qualche modo essere paragonata a un esercito, ma a condizione di precisare che esso è impegnato in una guerra “di pace e di gioia”, secondo un’espressione cara al beato Josemaría Escrivá. Le armi della Chiesa sono soltanto la verità e l’amore. A questa verità e a quest’amore cercano di prestare servizio i fedeli della Prelatura dell’Opus Dei, sempre pienamente leali al Vicario di Cristo e in unione con tutta la Chiesa.

Un aggettivo che spesso accompagna l’Opus Dei è «potente». Anche il grandissimo concorso di folla in piazza San Pietro per la beatificazione del Fondatore, o più recentemente la mobilitazione per la Giornata mondiale delle Famiglie sono stati definiti una «dimostrazione di potenza» dell’Opera. Ma qual è la vera «potenza» dell’Opus Dei?
Dal tono della domanda deduco che lei immagina la risposta; ad ogni modo, a conferma delle sue aspettative, le rispondo che la vera potenza dell’Opus Dei sta nella preghiera, come diceva spesso il Fondatore. La folla riunita in piazza San Pietro in occasione della beatificazione di Josemaría Escrivá non era una folla “mobilitata”. Quella gente era li, e ce n’era tanta, spinta dalla fede: voleva pregare assieme al Papa e ringraziare Dio per il dono di un santo, un uomo che è stato d’esempio e d’aiuto nella vita quotidiana di milioni di persone. Questa è la potenza dell’Opus Dei: la preghiera e il lavoro quotidiano, trasformato in preghiera, di innumerevoli cristiani comune E i proventi di tutto ciò si accumulano nel tesoro universale della preghiera. Certo, c’è chi insiste sul fatto che alcuni membri dell’Opus Dei sono ricchi o influenti. Ce ne sono molti di più sconosciuti, poveri o poverissimi, dato che l’estrazione dei fedeli della Prelatura rispecchia la normale stratificazione propria della Chiesa e della società. Ci sono dei poveri, dei disoccupati purtroppo ancora così numerosi nella società attuale, ci sono dei benestanti, ci sono persone qualsiasi. Tutti tenuti a vivere cristianamente la generosità, il distacco dai beni terreni e la libertà nell’agire temporale. Come si farebbe altrimenti a santificarsi in mezzo al mondo?

Lei è stato a lungo a fianco del Fondatore. Come lo ricorda?
Come un grande sacerdote e un grande santo. E anche come l’uomo a cui ho voluto più bene. E la ragione di tutto questo, oltre che nella sua spontanea simpatia, nella sua lungimiranza e nella sua straordinaria capacità di affetto, va ricercata appunto nella sua fede e nella sua santità: ecco ciò che ha trasformato la mia vita, insegnandomi nella pratica che cosa vuol dire innamorarsi di Gesù e amare in Cristo tutte le anime senza discriminazioni di sorta. Era consapevole di essere il Fondatore e di avere una missione ingente da svolgere; tuttavia non fu mai freddo né distante. Anzi era il primo a percepire quei particolari piccoli di ogni giorno, nei rapporti con gli altri, nel lavoro, nella delicatezza della preghiera, che materializzano l’amore. Tra i tanti, vorrei ricordare due atteggiamenti che gli erano caratteristici: una simpatica schiettezza —amava dire e ascoltare le cose come stanno— e una decisa capacità di correggersi, di chiedere scusa quando si accorgeva di avere sbagliato. E questo, per una personalità così notevole com’era quella del beato Josemaría, non era affatto da poco.

Che cosa le direbbe oggi Josemaría Escrivá?
Non me lo “direbbe”: me lo dice quotidianamente con il suo esempio e la sua eredità spirituale. Una parola: fedeltà, fedeltà innamorata. Amare Cristo e, di conseguenza, essere fedeli alla missione ricevuta. Il beato Josemaría Escrivá, che era il Fondatore, non ha mai considerato l’Opus Dei come una cosa sua. Diceva che gli sarebbe piaciuto chiedere l’ammissione come l’ultimo fra i tanti, e servire totalmente Dio e gli altri senza farsi notare. Tanto meno posso permettermi io di considerare l’Opus Dei come qualcosa di mio. Ho la responsabilità di render conto a Dio del deposito ricevuto. E basta guardarsi intorno per vedere che c’è tanto da fare. Nella mia anima riecheggiano alcune parole sue che riassumono, come un programma di vita, il nostro compito di cristiani sulla terra: “Conoscere Gesù Cristo, farlo conoscere, portarlo dappertutto”. Ecco il programma che desidererei seguire con l’aiuto della Madonna.

Romana, Nº 20, Gennaio-Giugno 1995, p. 154-157.