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Omelia pronunciata nella Messa per l’inaugurazione dell’anno accademico 1994-95 dell’Ateneo Romano della Santa Croce, nella Basilica di Sant’Apollinare, il 10 ottobre 1994.

«Sia benedetto Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo: perché grande è il suo amore per noi» [1]. Il nostro primo pensiero è di lode e ringraziamento alla Santissima Trinità per la sua continua e amorosa premura verso di noi, che stiamo cominciando un nuovo anno accademico con tutto il suo corredo di lavoro, di incontri e relazioni personali, di ricerca e apprendimento. Quest’anno ci rivolgiamo al Signore con una motivazione speciale che vogliamo trasformare in gratitudine per l’insegnamento ricevuto: il 23 marzo scorso infatti, Dio, prendendo con Sé nella casa del Cielo il primo Gran Cancelliere del nostro Ateneo, Mons. Alvaro del Portillo, Vescovo Prelato dell’Opus Dei, ha reso ancor più evidenti le innumerevoli grazie con cui ha ricolmato tutta la sua vita. Dio Padre delle misericordie ha fatto di lui il servo buono e fedele, chiamato a prendere parte alla gioia del suo Signore (cfr. Mt 25, 21), e si è verificato appieno ciò che san Paolo scrive ai Filippesi: «colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1, 6). Il dolore di non avere più visibilmente tra di noi colui che in questi anni ha guidato la Prelatura dell’Opus Dei come Padre, e che ha fatto nascere e condotto il nostro Ateneo fino allo sviluppo attuale —seguendo le indicazioni del Fondatore dell’Opus Dei— è temperato dalla lieta sicurezza di saperlo in Cielo, mentre, allo stesso tempo, ci sentiamo spinti a trarre dalla sua vita meraviglioso esempio di fedeltà allo spirito del beato Josemaría, una lezione per ognuno di noi di amorosa corrispondenza alla propria personale vocazione. E nasce in noi, con la consapevolezza del grande bene che abbiamo ricevuto, un senso di gratitudine, che ci porta a pregare per la Prelatura dell’Opus Dei, per le sue iniziative apostoliche, perché siano sempre un servizio efficace alla Chiesa e a tutti gli uomini.
«Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sal 103, 30). Queste parole del salmo costituiscono una preghiera e al contempo un auspicio che ben si addice alla ripresa delle attività accademiche: non si tratta di limitarsi semplicemente al recupero dei ritmi di lavoro. Riascoltiamo pertanto l’appello di Mons. del Portillo, rivolto pochi anni fa, in una Messa come questa, agli studenti, ma valido per tutti noi: «Carissimi, il periodo degli studi è periodo di chiarezze intellettuali, ma è anche periodo per crescere nella vita di fede. Sarebbe un ben triste risultato se la formazione intellettuale andasse a discapito della vita di pietà e dello zelo apostolico. Il vostro lavoro esige anche uno sforzo per crescere nella vita spirituale» [2].
Si tratta di uno sforzo da rinnovare ogni giorno, perché la chiamata a camminare nella carità imitando Gesù Cristo (cfr. Ef 5, 2) è permanente e non può conoscere soste. È vero che la nostra condizione umana ci rende difficile mantenere a lungo un ritmo di marcia elevato: ma è anche vero che possiamo approfittare di alcune occasioni particolari, come questa dell’inizio dell’anno accademico, per riprendere più celermente l’andatura. Riscopriamo in questo modo la profonda verità di quell’insegnamento del beato Josemaría Escrivá: «La vita spirituale —lo ripeto con insistenza, a bella posta— è un continuo cominciare e ricominciare» [3]. Per voi tutti, professori, studenti e personale non docente, inizia un nuovo anno accademico; impegnatevi dunque a ricominciare la ricerca dell’unione con Dio attraverso l’attività di studio e di apprendimento, di insegnamento e di ricerca e nei lavori amministrativi. Non lasciate che si abbassi l’obiettivo del vostro sforzo; «questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4, 3). Un’azione circoscritta entro un orizzonte esclusivamente terreno diventa in fin dei conti deludente: ciò che importa sono le opere gradite a Dio, cioè quelle che, trascendendo il momento presente, ci accompagnano nella vita eterna (cfr. Ap 14, 13). Esse scaturiscono e sono guidate dall’amore di Dio, non dall’egoistico amore di se stessi e da interessi prevalentemente temporali.
Lo Spirito Santo vi sosterrà in questo impegno. Egli è il santificatore, colui che ci guida a Cristo, forma la sua immagine in noi e ci fa accogliere la verità divina, secondo la promessa che abbiamo appena sentito nel Vangelo: «il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26). Perciò in questa Messa ci associamo alla preghiera della Chiesa e, unendoci in questo modo alla implorazione sacrificale di Gesù, supplichiamo il Padre della luce, perché assieme al suo Figlio Unigenito ci colmi della forza del suo Spirito, così che possiamo percorrere con veri frutti di verità e di amore il cammino che si apre davanti a noi in questi mesi del nuovo anno accademico.
Per conoscere e approfondire la verità, che costituisce l’obiettivo prioritario degli studi ecclesiastici, frequentate dunque la scuola del divino Paraclito. In quale modo? Sentiamo la risposta che ci viene data dal beato Josemaría: «Giustamente la tradizione cristiana ha perciò riassunto in una sola idea l’atteggiamento che dobbiamo avere nei confronti dello Spirito Santo: docilità» [4]. Occorre mettersi all’ascolto dello Spirito divino che parla nel cuore e illumina la mente per lo più attraverso i piccoli avvenimenti della giornata: le lezioni seguite con solerte attenzione, le ore trascorse in biblioteca, la fatica dello studio, l’amichevole convivenza nei collegi e nei convitti, ma soprattutto i tempi di preghiera, la meditazione della parola di Dio, la santa Messa quotidiana, il ricorso frequente al sacramento della penitenza.
La docilità allo Spirito Santo è via sicura verso la santità alla quale tutti noi, senza eccezione, siamo chiamati. Mettendo a frutto il dono del divino Paraclito, la nostra sarà una vita di amore, «perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Allora la fiamma dell’amore di Dio sprigionerà quella energia che permetterà l’avverarsi della promessa di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Ecco delineati i tratti essenziali della vita cristiana, di ciò che deve essere la nostra esistenza: comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
La comunione con la Santissima Trinità è necessariamente comunione con la Chiesa e dentro la Chiesa, la quale, con parole di san Cipriano riprese dal Concilio Vaticano II, «si presenta come un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» [5]. Perciò ogni buon proposito che lo Spirito Santo desta in noi, anche attraverso i testi biblici appena letti e l’odierna ricorrenza, ha una insopprimibile dimensione ecclesiale. Ascoltiamo san Paolo: «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 4-7).
Giova perciò meditare adesso le parole di Giovanni Paolo II rivolte a coloro che, in diversi modi, costituiscono la grande comunità accademica dei Pontifici Atenei Romani. Questi Atenei debbono «essere —diceva il Santo Padre— luogo e tempo di esperienzia ecclesiale, vale a dire luogo e tempo in cui gli studenti sono formati a comprendere ed assimilare e a vivere il mistero della Chiesa, della Chiesa che essi dovranno edificare là dove saranno inviati» [6].
Se di ogni lavoro autenticamente umano si può giustamente dire che è di utilità comune, a maggior ragione ciò si verifica allorché l’attività si riferisce alle scienze che direttamente riguardano la fede. Il vostro lavoro, il lavoro di voi tutti, sia dei professori che degli studenti e del personale non docente, deve essere contrassegnato dallo spirito di servizio agli altri —ecco anche in questo la sua dimensione ecclesiale—, e non deve essere contrassegnato dalla brama di affermazione personale.
Voi studenti venite dai più svariati luoghi dei cinque continenti e farete poi ritorno ai vostri Paesi per mettere a frutto, a vantaggio dei fedeli e di tutti gli uomini che vi dimorano, tutto ciò che avrete appreso. Lo spirito di servizio ecclesiale si traduce quindi nell’impegno per uno studio serio e in un profondo amore alla verità, affinché possiate seminare certezze, non dubbi, aiutando tutti con una concreta operosità intessuta di parola fedele, di preghiera incessante e di solerte carità. Non cercherete pertanto di suscitare plauso e ammirazione per le vostre conoscenze, bensì di diffondere la sana dottrina e di risvegliare la vita cristiana. Un simile desiderio di servire con retta intenzione va coltivato non guardando soltanto al futuro ma anche al presente, perché in questo tempo di formazione accademica vi si presenteranno molteplici occasioni, e voi stessi le cercherete, di fornire un aiuto, spesso piccolo e talvolta grande, al collega di studio, al compagno di alloggio, a coloro insomma che Dio vi mette accanto in questi anni romani.
Il vostro spirito di servizio, essendo profondamente ecclesiale, dev’essere contrassegnato dalla nota della cattolicità. Vi consiglio di approfittare del vostro soggiorno qui, nel cuore della Chiesa, per lasciarvi penetrare profondamente da quest’aria universale, che a Roma, e anche in questo Ateneo, si respira a pieni polmoni. La manifestazione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, quando uomini di molteplici provenienze, sentendo i primi fedeli, commentavano stupiti «li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio» (At 2, 11), sembra ripetersi nella Città Eterna. Allora uomini di svariati Paesi sentivano nella propria lingua la proclamazione della fede da parte dei primi discepoli, provenienti da un ristretto ambito geografico. Adesso a Roma vediamo uomini e donne di diversissime nazioni che, con la parola e con la vita, professano la stessa fede in Cristo e si riconoscono figli dell’unica Chiesa. Nel respirare quest’aria universale l’anima si purifica da chiusure particolaristiche, da ristrettezze mentali, e il cuore si espande verso gli orizzonti illimitati della missione della Chiesa.
La cattolicità va di pari passo con l’unità. Se questa si deteriora, anche quella ne soffre e degenera in particolarismo. Perciò, quanto è importante giovarsi della vicinanza alla cathedra Petri per rendere più saldi i nostri vincoli di unità! La crescita dell’amore e della fedeltà nei confronti del Romano Pontefice è via sicura perché cresca il nostro senso ecclesiale; ne risulterà potenziato lo spirito di servizio alla Chiesa e a tutti gli uomini. Se guardate con occhi di fede l’itinerario della vostra vita, vi renderete conto che la vostra presenza a Roma risponde a un preciso disegno divino: quello che ciascuno impari ad accogliere con sempre maggior frutto gli insegnamenti del Papa e a farli completamente propri, in modo che divengano fonte di continua ispirazione della sua vita.
Affidiamo alla Beata Vergine Maria, Madre di Dio, Madre della Chiesa e Madre di ciascuno di noi, i buoni propositi con cui iniziamo questo nuovo anno accademico, fiduciosi di poterli mettere in pratica perché sicuri della sua incessante intercessione per noi. Ella, la cui supplica è sempre esaudita dalla Santissima Trinità, vi accompagnerà in tutte le giornate che si dischiudono davanti a voi, affinché questo sia non soltanto un tempo di crescita intellettuale, ma più ancora un vero anno di grazia.

[1] 1. Antifona d’ingresso della Messa della Solennità della Santissima Trinità.

[2] 2. Mons. Alvaro del Portillo, Omelia nella Santa Messa in occasione dell’apertura dell’anno accademico, 23-X-1989, in Romana 5 (1989) 246.

[3] 3. Beato Josemaría Escrivá, Forgia, Ares, Milano 1987, n. 384.

[4] 4. Beato Josemaría Escrivá, E’ Gesù che passa, Ares, Milano 1982, n. 130.

[5] 5. Cost. dogm. Lumen gentium, n. 4.

[6] 6. Giovanni Paolo II, Omelia, 24-X-1986, n. 5.

Romana, Nº 19, Luglio-Dicembre 1994, p. 274-276.