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Il 20 ottobre 1994, il Prelato ha celebrato la Santa Messa nella Basilica di Sant’Apollinare, per l’inaugurazione dell’anno accademico 1994-95 del Libero Istituto Universitario di Roma. Nel corso del Santo Sacrificio, ha pronunciato la seguente omelia.

Cari fratelli e sorelle.
1. È trascorso un anno da quando S.E. Mons. Alvaro del Portillo, Prelato dell’Opus Dei, dava avvio con una solenne concelebrazione eucaristica alle attività del Libero Istituto Universitario. Oggi ci riuniamo di nuovo attorno all’altare per inaugurare il secondo anno della sua vita accademica.
Si tratta dell’inizio di una tappa molto significativa. Oltre ai nuovi studenti e alle nuove studentesse che frequenteranno i corsi di Medicina e Scienze infermieristiche, si inaugura quest’anno il Policlinico universitario, strettamente collegato alle due Facoltà finora esistenti, dove saranno assistiti e curati —sia in regime ospedaliero che in regime poli-ambulatoriale— molti malati.
Sono molto lieto di celebrare il Santo Sacrificio della Messa per voi, docenti, studenti e personale ausiliario di questo Libero Istituto Universitario, e sento la necessità di ringraziare la Trinità Beatissima dei doni che ci ha elargito in questi mesi. Infatti, come non riconoscere in questo avvio così promettente il soffio dolce e soave dello Spirito divino? Lo abbiamo appena confessato nel salmo responsoriale: manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra [1]. Sì. Tutto questo è veramente opera di Colui che è Signore e dà la vita. A Lui, con il Padre e il Figlio, rendiamo grazie con tutto il cuore in questa solenne Eucaristia.
Dall’inizio delle lezioni, nello scorso mese di ottobre, quanti eventi si sono susseguiti! Eventi lieti e anche dolorosi, nei quali il cristiano scopre sempre l’amorevole Provvidenza divina, che tutto guida per il nostro bene.
Nel mio cuore, e nel cuore di molti di voi, è sempre vivo il ricordo della figura di Mons. Alvaro del Portillo, che con la sua orazione, il suo affetto e la sua dedizione ha seguito da vicino tutte le fasi che hanno portato alla creazione di questo Libero Istituto Universitario. Sono certo che, da quando il 23 marzo scorso ci è improvvisamente mancato, egli vi segue con ancor più premurosa sollecitudine: il suo aiuto dal Cielo è stato senza dubbio determinante per i nuovi passi recentemente compiuti. Vi consiglio di ricorrere con piena fiducia alla sua intercessione presso il Signore, sicuri del suo affetto e della sua protezione.
Un altro evento doloroso è stato il trapasso del Prof. Pietro Bucci, primo Rettore del Libero Istituto Universitario, che nell’avvio di questa iniziativa aveva profuso tutto il suo impegno, la sua grande esperienza e la sua intelligenza. Anche lui continuerà a interessarsi per tutti voi e a prestarvi il suo aiuto dal Cielo.

2. O Padre, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi i prodigi che hai operato agli inizi.. . [2].
Con queste parole della liturgia, la Chiesa ci invita a rivolgerci a Colui che delle grazie è il Datore. E di quanti doni divini abbiamo bisogno tutti noi! Tra gli altri, quello di saper cercare e trovare Dio nelle circostanze ordinarie della nostra vita: nel lavoro e anche nei necessari momenti di riposo, nella salute e nella malattia, nelle gioie e nelle sofferenze. Ogni istante della nostra giornata è buono per scoprire Gesù che ci passa accanto, che ci viene incontro nei modi più disparati, e per seguirlo da vicino. Soltanto con questa prospettiva soprannaturale —fare tutto per la gloria di Dio, in unione con il suo Figlio, con la grazia dello Spirito— si può edificare un’esistenza autenticamente cristiana.
Forse vi domanderete: ma è possibile agire in questo modo? È possibile nel mondo odierno, così pervaso di interessi personali, di ricerca del successo ad ogni costo, mantenere tale limpidezza di intenti? La risposta viene da San Paolo, nella prima lettura, quando ci ricorda: voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» [3].
Ecco il segreto per non perdere mai di vista il traguardo ultimo di tutte le nostre aspirazioni, di tutte le nostre opere: il senso vivo della filiazione divina in Cristo, che dobbiamo coltivare con impegno quotidiano per divenire docili alle mozioni dello Spirito Santo. Non dimenticate che, in quanto figli di Dio, non veniamo a servire la scienza, il sapere, ma a servire il Creatore e tutte le anime santificando la scienza, il sapere, il lavoro umano, che svolgeremo pertanto sotto la guida della nostra coscienza cristiana: solo in virtù di questa coerenza riusciremo a colmare l’ambizione di diventare cittadini esemplari.
Sono considerazioni che valgono per tutti i cristiani, qualunque sia il campo in cui essi profondono il proprio impegno e la propria attività. Ma si può affermare in modo particolare del vostro lavoro, totalmente imperniato sul servizio ai malati, che è un servizio direttissimo a Nostro Signore a causa di quella misteriosa identificazione tra gli infermi e lo stesso Gesù, che il Divino Maestro ha voluto espressamente sottolineare: ero malato e mi avete visitato [4].
Il Magistero della Chiesa, anche quello recente come l’Esortazione Apostolica Christifideles laici del Santo Padre Giovanni Paolo II, ricorda che il nostro impegno cristiano si deve manifestare «mediante il dono di sé per servire, nella carità e nella giustizia, Gesù stesso presente in tutti i suoi fratelli, soprattutto nei più piccoli» [5]; cioè, spiegava Mons. del Portillo, «quelli che convivono con noi, i poveri, i malati, quelli che hanno bisogno di aiuto nell’anima o nel corpo, che hanno bisogno di una speciale attenzione» [6].
L’ identificazione del malato —chiunque egli sia— con Cristo costituisce un elemento costante nell’insegnamento del Beato Josemaría Escrivá. Già nei primi anni del suo lavoro apostolico egli scriveva: « —Bambino. —Malato. —Nello scrivere queste parole, non senti la tentazione di usare la maiuscola? E’ perché, per un’anima innamorata, i bambini e i malati sono Lui» [7].
Come sempre, l’amore autentico è operativo: così lo aveva vissuto il Fondatore dell’Opus Dei. Nel 1972, durante un incontro con centinaia di persone, apprestandosi ad andare a trovare un figlio suo malato, disse: «Mi aspetta una persona inferma, e non ho il diritto di far attendere un malato, che è Cristo. Ha bisogno di suo padre e sua madre, ed io sono padre e madre» [8].
Sappiamo che questo Libero Istituto Universitario, insieme ad altre iniziative analoghe in molti Paesi del mondo, è in qualche modo il frutto dell’amore appassionato del Beato Josemaría Escrivá per chi più ha bisogno di affetto e di cure, come i malati. Mons. Del Portillo anche in questo è stato fedelissimo successore, dando vita ad iniziative delle quali il Beato Josemaría con il suo esempio e la sua preghiera aveva messo il fondamento.
3. Ma è un cammino aperto, affidato ora a voi; proprio per questo, permettetemi di trasmettervi alcune considerazioni, nella speranza che vi possano essere di aiuto a percorrere con senso cristiano e umano questa strada.
Quanto è grande la forza soprannaturale dell’umana sofferenza, quando è unita alla Passione di Cristo! Essa diventa allora strumento dell’azione santificatrice del Paraclito, una leva capace di rimuovere le anime e di cambiare la faccia della terra. Pertanto, e mi rivolgo a tutti —medici, infermiere, studenti e studentesse, personale non docente—, non dimenticate mai che il vostro lavoro è un servizio non solo ai malati, ma al Signore Gesù.
Non perdete mai di vista che essere ammalati non significa trovarsi in una situazione di debolezza spirituale. Lo sapeva bene il Fondatore dell’Opus Dei quando, nel contemplare i grandi frutti spirituali e la meravigliosa espansione dell’Opus Dei nel mondo, assicurava che il Signore aveva portato avanti l’Opera proprio grazie all’aiuto insostituibile delle persone inferme. «Sapete come è stato possibile tutto questo? —diceva—. Grazie agli Ospedali. Quell’Ospedale Generale di Madrid pieno di malati, poverissimi, con alcuni lì per terra nelle corsie, perché non c’erano i letti... Queste furono le armi per vincere, questo fu il tesoro per pagare, questa fu la forza per andare avanti» [9].
Sono passati gli anni, tanti; ma lo spirito di servizio e l’abnegazione devono essere gli stessi, se volete portare non soltanto sollievo a chi soffre, ma desiderate anche essere «Gesù che passa» vicino ai malati e ai loro parenti, ai vostri colleghi, professori ed alunni di questo Istituto universitario.
Nel Vangelo abbiamo ascoltato quel brano di San Luca nel quale si racconta l’intervento di Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove applica a se stesso le parole pronunciate molti secoli prima dal profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» [10]. Gesù compì infatti molti miracoli durante la sua vita pubblica; ma quei prodigi, oltre ad operare la guarigione reale dei corpi, erano segno di qualcosa molto più importante: la guarigione delle anime pervase dalla malattia del peccato.
Ancor oggi il Signore effettua tanti miracoli —fisici e, soprattutto, spirituali— attraverso la grazia dello Spirito Santo che ci viene concessa nei sacramenti, specialmente nell’Eucaristia e nella Penitenza. «Infatti anche adesso viene ridata la vista a ciechi, a persone che avevano perso la capacità di guardare il cielo e di contemplare le meraviglie di Dio; si dà libertà agli zoppi e agli storpi che si trovavano paralizzati dalle proprie passioni, con un cuore che non sapeva più amare; si ridà l’udito ai sordi che non volevano più saperne di Dio; si riesce a far parlare i muti, che avevano la lingua impedita perché non volevano confessare le proprie sconfitte; e si risuscitano i morti, coloro nei quali il peccato aveva spento la vita» [11].
Sono parole del Fondatore dell’Opus Dei, rivolte a tutti noi, perché —per continuare a operare questi miracoli nelle anime— il Signore vuole servirsi dei cristiani, membra del suo Corpo Mistico. Perciò, prosegue il testo del Beato Josemaría, «se avessimo una fede energica e vissuta, e facessimo conoscere Cristo con franchezza, vedremmo realizzarsi davanti ai nostri occhi gli stessi miracoli che si realizzavano ai tempi degli Apostoli» [12]. Miracoli dello spirito, che dovrebbero accompagnare e come contrassegnare la vita dei cristiani anche oggi. Poiché la grazia dello Spirito Santo non vi manca, questo sarà possibile se voi stessi vi accostate regolarmente ai sacramenti, se frequentate il rapporto personale con Dio, se —come accennavo prima— vi impegnate sul serio nel fare del vostro lavoro un’offerta a Dio.
Si richiede anche lo sforzo congiunto di tutti per far sì che la dedizione agli altri e lo spirito di servizio riescano a configurare l’ambiente di questo Libero Istituto Universitario. In tale orizzonte acquista particolare importanza il pieno adempimento dei diversi ruoli che configurano questa comunità universitaria, tutti importanti, anzi necessari. Mi riferisco anche ai lavori amministrativi, di manutenzione, di pulizia, che sono indispensabili per offrire agli studenti, ai docenti, ai malati e alle loro famiglie il clima semplice e accogliente proprio di una famiglia cristiana. Per questo rivolgo a tutti voi che lavorate nel Libero Istituto Universitario l’invito a svolgere il vostro compito quotidiano con il desiderio di aiutarvi reciprocamente, in un clima di collaborazione e di rispetto vicendevole, anzi, volendovi bene per davvero, con carità soprannaturale e affetto umano.
Tutti abbiamo sperimentato come la dignità della persona umana viene molte volte riconosciuta e valorizzata attraverso gesti normali e consueti, forse dovuti in giustizia, come il modo di rispondere in un ufficio, il modo di aprire e chiudere una porta, di camminare in un corridoio, di parlare a voce più sommessa, di porgere una tazza di caffè, di ascoltare con attenzione. Gesti che si ripeteranno migliaia di volte in una struttura ospedaliera come questa che inizia. Vengono in mente le parole di Cammino: «Fate tutto per Amore. —Così non ci sono cose piccole: tutto è grande.— La perseveranza nelle piccole cose, per Amore, è eroismo» [13].
Preparazione scientifica, delicatezza, desiderio costante di migliorare sono alcune delle caratteristiche che quelli che si accingono a questo lavoro vogliono coltivare e che fanno parte in modo speciale dello spirito universitario.
Chiediamo a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, in questo mese del Rosario, di concedere a quanti studiano o lavorano in questa Istituzione universitaria le doti intellettuali e le virtù morali necessarie ad assicurare un vero clima di famiglia a tutti e, in modo particolare, ai malati che accederanno al nuovo Policlinico. Amen.

[1] 1. Salmo responsoriale (Sal 103, 30).

[2] 2. Colletta della Messa di Pentecoste.

[3] 3. Prima lettura (Rm 8, 15).

[4] 4. Mt 25, 36.

[5] 5. Giovanni Paolo II, Esort. apost. Christifideles laici, 30-XII-1988, n. 14.

[6] 6. Mons. Alvaro del Portillo, Lettera, 9-I-1993, n. 18.

[7] 7. Beato Josemaría Escrivá, Cammino, n. 419.

[8] 8. Beato Josemaría Escrivá, 23-XI-1972.

[9] 9. Beato Josemaría Escrivá, 2-VII-1974.

[10] 10. Vangelo (Lc 4, 18-19).

[11] 11. Beato Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 131.

[12] 12. Ibid.

[13] 13. Beato Josemaría Escrivá, Cammino, n. 813.

Romana, Nº 19, Luglio-Dicembre 1994, p. 277-281.