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Guida alla nuova evangelizzazione

Le cifre relative alla diffusione del recente libro-intervista del Santo Padre documentano un fatto editoriale senza precedenti. Questo solo dato basterebbe ad imporre un commento. Ma non è per inseguire l’attualità che ci apprestiamo qui a renderne conto. Varcare la soglia della speranza —grazie anche alle domande scelte da Vittorio Messori— offre una guida ampia e precisa per la messa a fuoco dei temi cruciali dell’annuncio del messaggio evangelico alle soglie del terzo millennio. E se l’intero pontificato di Giovanni Paolo II ha nell’insistente richiamo alla nuova evangelizzazione la sua principale chiave ermeneutica, questo libro, proprio per il carattere informale che lo distingue dai documenti del Magistero, ne costituisce uno degli strumenti più suggestivi. Esso aiuta a cogliere dall’interno la coscienza che il Papa ha del ministero petrino e, di riflesso, la sua visione del compito dei cristiani in questa fase della storia.

Nelle sue pagine si possono cercare anche le tracce per un ritratto spirituale del Papa, indagare le sue esperienze culturali, sondare gli spunti per una ricognizione del suo stile pastorale, della sua concezione ecclesiologica, del suo atteggiamento verso la modernità. Approcci, questi e molti altri, tutti legittimi e ricchi di sviluppi positivi. Istintivamente abbiamo preferito una lettura più diretta: che cosa dice, suggerisce e chiede al cristiano questo libro? E la risposta che vi abbiamo trovato è altrettanto immediata: il coraggio di essere pienamente coerente con la sua fede e con la sua missione nel mondo. Non un’appello alla militanza, ma un aiuto a prendere coscienza della forza della grazia che ci sostiene nelle vicissitudini della storia, indecifrabili spesso ma sempre ordinate da Dio alla salvezza.
L’osservazione che per prima emerge dalla lettura è che nell’ottica dell’evangelizzazione le categorie ideologiche, per troppo tempo proiettate da una cultura secolarista sul modo in cui non pochi cristiani guardavano alla vita della Chiesa (conservazione o progresso, visibilità o anonimato, oppressione o liberazione, giuridicismo o spontaneità), cadono perché irrilevanti. E lo sguardo si concentra sul sostrato sostanziale della vicenda umana: il mistero del bene e del male, la presenza del dolore, il destino eterno dell’uomo.

La riproposta del messaggio evangelico avviene su due linee convergenti: l’approfondimento del mistero rivelato, in sintonia dinamica con gli arricchimenti del patrimonio teologico e spirituale sviluppatisi con il Concilio, e il confronto con la cultura postilluministica. Ci soffermeremo soprattutto su questo secondo aspetto. La strumentazione concettuale di cui il Santo Padre dispone gli consente di addentrarsi in analisi sintetiche sempre, ma lucidissime, libere e capaci di guardare in avanti proprio perché prive di complessi.

Così, il cogito, ergo sum, principio del moderno soggettivismo, viene rovesciato nella formula: «Penso nel modo in cui penso, perché sono quello che sono». Il rispetto della condizione creaturale garantisce il giusto punto di partenza e mostra tutto l’artificio speculativo delle acrobazie intellettuali che, mettendola fra parentesi, hanno cercato di porre l’uomo al centro del reale. Giovanni Paolo II prosegue con la critica del razionalismo e dello scientismo positivista, disponibili ad accettare l’ipotesi dell'esistenza di Dio, purché impersonale, pregiudizialmente estromesso dal mondo e ad esso indifferente. E si diffonde nel ripercorrere l’evidenza del male che attraversa la storia dell’uomo, imponendo ad ogni intelletto scevro da pregiudizi di ammettere il bisogno della salvezza. L’obiezione opposta dall’umanesimo ateo a questa conclusione appare fuori tema: infatti, come la tesi feuerbachiana di Dio quale proiezione della miseria umana può forse spiegare la genesi dell’idea di Dio in qualche coscienza patologica, ma nulla dice sul problema della sua esistenza, così l’affermazione che la religione sarebbe soltanto rifugio dei deboli —troppo spesso conclamata allo scopo di ridimensionare notizie di conversioni in punto di morte— non fa che coprire disperatamente la realtà ontologica della creatura, in bilico fra la vita e la morte, e la realtà storica del male, del peccato che reclama il perdono.

Sul fondo di queste argomentazioni si colloca il problema del rapporto fra natura e grazia, fra l’umano e il cristiano. Il Papa dichiara l’insufficienza dell’etica autonoma e ne denuncia gli esiti contraddittori (l’aborto, l’eutanasia o l’edonismo, con la degenerazione che ne consegue del ruolo della donna, approdi ultimi di una cultura che dice di propugnare i diritti umani), ma rifiuta di ridurre la fede a strumento per la fondazione della morale umana: «L’essenziale utilità della fede consiste nel fatto che, tramite essa, l’uomo realizza il bene della sua natura razionale», la quale gli impone di cercare la verità, specialmente la verità riguardante Dio e la Chiesa, e di aderirvi. Sarebbe insomma riduttivo concepire il nesso fra naturale e soprannaturale come semplice rapporto di giustapposizione o di contiguità. Il disegno della creazione e della redenzione ci conferma che la natura è intenzionalmente rivolta al soprannaturale. È qui che l’umano trova il sigillo della propria autenticità: «Accettare ciò che il Vangelo esige vuol dire affermare tutta la propria umanità, vederne la bellezza voluta da Dio». Fede e cultura non si oppongono; ma ciò non significa che siano reciprocamente indipendenti, poiché, sezionate dall’intero, le verità parziali restano monche. Chiesa e mondo non confliggono, ma non stanno nemmeno su binari soltanto paralleli. La morale naturale, separata dall’apertura al fine ultimo dell’uomo, viene anche destituita dell’elemento primo e specifico della moralità. L’uomo è creatura.

Uno dei capisaldi dell’evangelizzazione sta dunque nel tener fermo che solo il Vangelo contiene tutta la verità sull’uomo, perché —e questo è uno dei versetti evangelici che scandiscono significativamente le successive argomentazioni del libro— Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo, creatore e redentore dell’uomo, sa «quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2, 25). L’uomo è tensione simultanea di peccato e di grazia: due elementi bipolari, contrastanti, ma riconducibili nell’unità armonica della santità, che è sempre conversione: amore vittorioso perché contrito. Nel profondo di ogni uomo giace la consapevolezza della propria pochezza e, con essa, pulsa il bisogno di superare se stesso per essere pienamente uomo. La consonanza del Vangelo con la condizione umana risiede proprio nell’altezza delle sue esigenze: la sua forza è inseparabile dall’audacia con cui sfida la debolezza della creatura, confortandola con la promessa della grazia. Il Papa ammonisce: «Il Vangelo insegna a chiamare per nome il bene e il male, ma insegna anche che si può e si deve vincere il male con il bene».

Né ricerca del consenso, né timore dell’impopolarità. Fermezza nella verità, piuttosto, e conseguente certezza della sua rispondenza alla realtà e ai bisogni dell’uomo. (Questa è l’ottica con cui il Papa affronta le questioni più discusse, come il diritto alla vita, la condizione della donna, la castità nell’amore: «I giovani cercano sempre la bellezza nell’amore. Nel profondo del cuore desiderano un amore bello e puro. Sanno che nessuno può concedere loro un tale amore, all’infuori di Dio. E, pertanto, sono disposti a seguire Cristo, senza badare ai sacrifici che ciò può comportare»). In questo continuo ritorno al nesso fra verità rivelata ed esperienza si avverte un invito alla concretezza, in cui ci sembra di cogliere un altro ineludibile punto fermo del confronto con la cultura secolaristica che fa da sfondo alla nuova evangelizzazione. Il Santo Padre allude spesso in questo libro alle vicende storiche recenti (la guerra mondiale, l’olocausto, l’«immane debolezza» del comunismo che ne ha provocato la caduta). Il consolidamento di tali “strutture di male”, di simili abusi contro la dignità dell’uomo, è stato consentito anche dalla diffusione di concezioni antropologiche, prima ancora che politiche, contraddistinte dalla «volontà di soffocare la voce di Dio». E di sostituirla con proclami di “libertà”, di “giustizia”, di “progresso”, che proprio nella loro negazione della verità tutta intera appaiono tragicamente astratti ed illusori.

La nuova evangelizzazione si pone quindi come traguardo privilegiato i «moderni areòpaghi» della scienza, della cultura, dei mezzi di comunicazione, laddove si creano le élites intellettuali, degli scrittori, degli artisti. Ma il suo primo passo è verso i cristiani, pastori e semplici fedeli. Ad essi il Papa rivolge un messaggio di fondata speranza, sintetizzato da due espressioni evangeliche, più volte riprese nel corso della trattazione: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16) e «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5, 17). Parole miranti a rinnovare in noi la persuasione che un disegno provvidente si attua nella storia: poiché è l’amore onnipotente a muoverla, nessun evento, per quanto disumano, può incrinare la fede, il sicuro ottimismo dei figli di Dio. Secondo una delle premesse da cui siamo partiti, alla luce della missione evangelizzatrice lo sguardo si concentra sulla sostanza della vicenda umana: il mistero del bene e del male. Ai cristiani è affidato il compito di contribuire alla lotta «per la vittoria del bene in ogni dimensione». Ebbene, pur nelle tortuosità della storia, il trionfo del bene è sicuro: «Perché non dobbiamo avere paura? Perché l’uomo è stato redento da Dio. La potenza della Croce di Cristo e della sua Risurrezione è più grande di ogni male di cui l’uomo potrebbe e dovrebbe aver paura».
Varcare la soglia della speranza appare come un approfondimento ragionato del grido con cui si aprì questo pontificato: «Non abbiate paura!». Stralciamo disordinatamente dal testo. «Il mondo è pieno di prove della forza salvifica e redentrice che i Vangeli annunciano». «Il bene è più grande di tutto ciò che nel mondo vi è di male. Il male non è fondamentale, né definitivo». Con la Redenzione «è sconfitta la forza distruttiva del peccato». «Davvero, non c’è motivo di disfattismo». E poco oltre: «Cristo è sempre giovane» e «la verità non cessa di essere affascinante per l’uomo». Oggi, malgrado tutto, «il mondo, stanco di ideologie, si apre alla verità. È giunto il tempo in cui lo splendore di questa verità evangelica comincia a rischiarare nuovamente le tenebre dell’esistenza umana». Debolezza della creatura e potenza di Dio, esperienza e speranza: categorie storiche e teologiche, psicologiche e spirituali, si sovrappongono nel loro giusto ordine quando la missione evangelizzatrice del cristiano viene assunta nella sua corretta fondazione dottrinale.

Il mondo, allora, non appare né come nemico né come terreno di scontro. Esso per il cristiano è «creatura di Dio, redenta da Cristo. Nel mondo l’uomo incontra Dio». E la fede non è rifugio all’impotenza umana, passività: «Il cristianesimo non è soltanto una religione della conoscenza, della contemplazione. È una religione dell’azione di Dio e dell’azione dell’uomo. Sì, il cristianesimo è una grande azione di Dio». «Nell’orizzonte del Vangelo non c’è spazio per nessun nirvana, per nessuna apatia o rassegnazione. C’è invece una grande sfida a perfezionare ciò che è creato: sia se stessi sia il mondo». Di qui la gioia che informa la vita della Chiesa: perché l’uomo è stato redento da Cristo, perché ha la forza di vincere il male. La «gioia originaria che Dio ebbe creando il mondo» si riflette nell’ottimismo del cristiano chiamato a santificarsi nel mondo.

La teologia del mondo —teologia della creazione e della redenzione— fa dunque da sfondo all’impegno evangelizzatore. E parte integrante di essa è l’escatologia: «Il mondo non è la fonte della definitiva felicità dell’uomo. Non è in grado di salvare dal male». Ha anzi bisogno di essere tratto in salvo, redento. «L’immortalità non appartiene a questo mondo. Può venire all’uomo esclusivamente da Dio». «Per opera del Redentore la morte cessa di essere un male definitivo».

E, inscindibilmente con tutto ciò, l’ecclesiologia: la fede, e segnatamente la fede nell’azione salvifica di Dio nella Chiesa e attraverso la Chiesa, ci viene affidata come compito specifico dei nostri giorni: «Il rinnovamento postconciliare è, innanzitutto, rinnovamento di questa fede, straordinariamente ricca e feconda». La sua cattolicità, la sua universalità, il mistero di comunione che si consuma nella Chiesa, strumento di salvezza di tutti gli uomini, sostengono nel cristiano la consapevolezza di operare —elevando a Dio le attività in cui si snoda la sua vita quotidiana— per il bene dell’umanità intera. A lui il Papa ricorda che, nella preghiera, egli è sacerdote dell’intera creazione; gli rammenta che il sacrificio di Cristo si celebra, in un certo senso, «sull’altare di tutta la creazione, sull’altare del mondo. Intorno al Suo sacrificio redentore si raccoglie tutta la creazione, che sta maturando i propri eterni destini in Dio».

Giovanni Paolo II rileva la paradossale paura di Dio da cui sembrano aggrediti tanto coloro che si oppongono alla predicazione del messaggio evangelico («paura davanti alla nuova evangelizzazione da parte di alcuni ambienti che dicono di rappresentare l’opinione pubblica»), quanto non pochi cristiani. Il timore dei mali che ci possono venire dagli uomini, così come la paura dell’impegno derivante dal vivere in coerenza con la verità su noi stessi, svaniscono solo se illuminati dalla luce della vera immagine di Dio, Creatore e Redentore: «Non abbiate paura di dire: Padre! Desiderate persino di essere perfetti come lo è Lui».

Che cosa, ci domandavamo all’inizio, il Papa dice e chiede ad ogni cristiano? La risposta ora è completa: «La forza della Chiesa, in Oriente e in Occidente, attraverso tutti i secoli, sta nella testimonianza dei santi». I martiri «si trovano alle basi di un mondo nuovo, della nuova Europa e della nuova civiltà». E lo conforta: «La vittoria, se verrà, sarà riportata da Maria. Cristo vincerà per mezzo di lei, perché Egli vuole che le vittorie della Chiesa nel mondo contemporaneo e in quello futuro siano unite a lei».

Romana, Nº 19, Luglio-Dicembre 1994, pag. 197-202.