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Convegno teologico di studio sugli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá

«Gli insegnamenti centrali di Mons. Josemaría Escrivá sono oggi universalmente noti ed alcuni sono stati recepiti in solenni dichiarazioni del Magistero della Chiesa. Ma, nella maggior parte, essi rientrano in ambiti che la teologia ha appena cominciato ad esplorare. Il Convegno che stamane prende l’avvio intende contribuire a questo compito».
Con queste parole, pronunciate nell’indirizzo di saluto che ha aperto il Convegno Teologico di Studio sul Fondatore dell’Opus Dei, organizzato dalla Facoltà di Teologia dell’Ateneo Romano della Santa Croce, S.E.R. Mons. Alvaro del Portillo, Vescovo e Prelato dell’Opus Dei e Gran Cancelliere dello stesso Ateneo, ha voluto illustrare le ragioni di quest’iniziativa scientifica, svoltasi dal 12 al 14 ottobre presso la sede dell’Ateneo nel palazzo Apollinare di Roma.
Il Convegno ha approfondito lo studio di tre aspetti centrali del messaggio del Beato Josemaría Escrivá mediante gli interventi di otto relatori: la santità, la vita spirituale del cristiano e la santificazione del mondo e nel mondo. In questo modo l’Ateneo Romano della Santa Croce ha voluto unirsi alle celebrazioni susseguitesi alla beatificazione del Fondatore dell’Opus Dei nell’ottica che gli è propria, cioè quella teologica.
Su ciascun tema sono state svolte tre relazioni e, a conclusione, una tavola rotonda: gli interventi hanno presentato il contesto teologico generale del problema in esame e ne hanno approfondito alcuni aspetti con specifico riferimento agli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá.
Il Convegno ha registrato un’eccezionale affluenza di pubblico: l’Aula Magna dell’Apollinare è stata gremita per tutta la durata del Convegno, e per coloro che non vi potevano trovare posto erano in funzione, in due aule adiacenti, degli schermi televisivi che trasmettevano in circuito chiuso le conferenze.

Saluto del Gran Cancelliere

I lavori del Convegno si sono aperti, la mattina del 12 ottobre, con il saluto del Gran Cancelliere, Mons. Alvaro del Portillo. Lo riportiamo integralmente:

Eccellenze Reverendissime, illustri professori, gentili signore e signori.
A questo mio intervento è assegnata la funzione di dare inizio al Convegno teologico di studio sugli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá e di inaugurare, al contempo, l’anno accademico dell’Ateneo Romano della Santa Croce.
Mi è grato ricordare in quest’occasione alcune parole di Sua Santità Giovanni Paolo II, pronunciate durante l’omelia della solenne Messa di beatificazione del Fondatore dell’Opus Dei: «Con soprannaturale intuizione, il Beato Josemaría predicò instancabilmente la chiamata universale alla santità e all’apostolato (...). In una società nella quale la brama sfrenata del possesso di cose materiali le trasforma in idoli e in motivi di allontanamento da Dio, il nuovo Beato ci ricorda che queste stesse realtà, creature di Dio e dell’ingegno umano, se si usano rettamente per la gloria del Creatore e per il servizio dei fratelli, possono essere via per l’incontro degli uomini con Cristo».
Con queste espressioni, il Santo Padre ha voluto indicare il nucleo del messaggio spirituale del Fondatore dell’Opus Dei e metterne in risalto l’importanza pastorale e teologica. Nei mesi trascorsi dal 17 maggio 1992, com’è abituale lungo l’anno che segue ad una beatificazione, sono state celebrate numerose cerimonie liturgiche di ringraziamento e di impetrazione di grazie. La devozione al Beato Josemaría Escrivá, già diffusa in tutto il mondo ancor prima della sua beatificazione, si è estesa ulteriormente a ritmo crescente. In questo periodo si sono svolti in molte nazioni incontri di studio e conferenze, che hanno nuovamente messo in luce il rilievo ecclesiale e sociale della sua figura.
Questo è anche lo scopo del Convegno che oggi comincia e che inaugura anche il nuovo anno accademico nell’Ateneo Romano della Santa Croce. Nove anni or sono, nell’ottobre 1984, nell’omelia della Messa con cui iniziarono le attività docenti dell’allora Centro Accademico, oggi Ateneo Romano, ebbi occasione di ricordare la sollecitudine con cui Mons. Escrivá de Balaguer ne aveva preparato per tanti anni la nascita, con la sua orazione ed il suo impegno. Potete immaginare il mio compiacimento e la mia gioia nell’inaugurare oggi un nuovo anno accademico e, nel contempo, un Convegno che riunisce studiosi e professori di diversi Paesi per approfondire alcuni aspetti del ricco insegnamento del Beato Josemaría.
In una delle sue Lettere, Mons. Escrivá mise per iscritto una riflessione sulla storia della Chiesa, che trovò applicazione anche nella storia dell’Opus Dei: «Prima viene la vita, il fenomeno pastorale vissuto. Poi la norma, che solitamente nasce dalla consuetudine. Infine, la dottrina teologica, che si sviluppa con il fenomeno vissuto» (Lettera, 19-III-1954, n. 9). Questa riflessione rispecchia non solo la sua esperienza personale di Fondatore, ma anche la sua fede profonda e viva. Perché questa frase che vi ho appena letto attesta innanzitutto il primato dell’azione di Dio: la vita di cui parla non è la semplice vita umana, né tanto meno un puro vitalismo, ma la vita che scorre nella Chiesa come frutto della grazia ottenuta da Cristo sulla Croce e resa operante dall’azione, costante e nel contempo sempre nuova e sorprendente, dello Spirito Santo. Questa vita, questa vita cristiana, è la realtà basilare e fondamentale.
Ma la vita cristiana è vita nella Chiesa. Lo Spirito Santo, mandato dal Padre e dal Figlio, ci fa comprendere la verità che Cristo ha affidato alla sua Chiesa e ci spinge a vivere nell’unità della comunione ecclesiale. Questa vita suscitata dallo Spirito Santo si dispiega in seno alla comunità cristiana, in unione con tutto il Corpo della Chiesa e in fedele adesione a coloro che in tale Corpo svolgono il ministero di Pastori. Perciò il diritto —e, assieme ad esso, l’approvazione e il riconoscimento dell’autorità ecclesiale— viene subito dopo il fenomeno vissuto.
Ciò nonostante, il processo non finisce qui, poiché la vita e il diritto rimandano alla verità del Vangelo, in cui ogni realtà autenticamente cristiana è fondata. E’ a questo punto che interviene la teologia, quale sforzo nella fede per comprendere più a fondo la vita della Chiesa e delle sue istituzioni. Questa tappa è per l’appunto frutto della maturità: «infine», diceva il Beato Escrivá nel brano da cui ho preso lo spunto; essa indica una vita ormai pienamente sviluppata, che permette ed esige l’impegno sereno di riflessione e di analisi della teologia.
Sono già stati pubblicati, nei decenni trascorsi, molti studi teologici e canonistici sulla spiritualità dell’Opus Dei e sugli insegnamenti del suo Fondatore. E’ logico, tuttavia, che la sua beatificazione, un avvenimento di così grande ripercussione ecclesiale, abbia destato un rinnovato interesse, che trova espressione nel presente Convegno. Sono passati più di sessant’anni —sessantacinque, per l’esattezza— dalla fondazione dell’Opus Dei e quasi vent’anni dal transito al Cielo del suo Fondatore. Sono spazi di tempo lunghi, se rapportati alla vita dell’uomo; ma sono brevi, se li si guarda con la prospettiva delle vicende storiche o del progressivo venire alla luce delle implicazioni intellettuali e teologiche di un messaggio spirituale. Per quanto siano già numerosi i saggi pubblicati sulla figura e sulla dottrina del Beato Josemaría, resta ancora molto, molto da fare.
Gli insegnamenti centrali di Mons. Josemaría Escrivá sono oggi universalmente noti ed alcuni sono stati recepiti in solenni dichiarazioni del Magistero della Chiesa. Ma, nella maggior parte, essi rientrano in ambiti che la teologia ha appena cominciato ad esplorare. Il Convegno che stamane prende l’avvio intende contribuire a questo compito, orientando la sua attenzione su tre argomenti generali di speciale importanza: la vocazione alla santità, la vita spirituale e la santificazione del mondo. Dopo la conclusione di queste tre giornate di studio, accogliendo il desiderio del Comitato organizzatore, sarò lieto di elaborare alcune riflessioni sui temi del Convegno, che potranno eventualmente essere inserite negli Atti. Tuttavia, desidero già adesso confidarvi che quanto più approfondisco nello studio e quanto più medito nella preghiera l’insegnamento del Beato Escrivá, tanto più ricavo l’impressione di aver appena cominciato a sondare una ricchezza imperscrutabile, che sembra invitare a sempre nuove e affascinanti scoperte. E, come tutti coloro che si accostano al suo pensiero, alla sua vita, ogni volta mi sento sospinto a lodare la sovrabbondanza della Bontà divina, che rifulge di luce abbagliante in quei doni della Trinità alla Chiesa e al mondo che sono i Santi ed i Beati.
Non voglio concludere senza esprimere la mia gratitudine all’Eminentissimo Cardinale Joseph Ratzinger, che non potendo essere qui presente, com’era suo desiderio, ha mandato il testo del suo Messaggio inaugurale al Convegno, che sarà letto dal Rettore Magnifico dell’Ateneo. Rivolgo il mio saluto anche a tutti i relatori e a coloro che interverranno alle tavole rotonde, nonché al Comitato organizzatore e a tutti i presenti.
Come ho accennato all’inizio, viene inaugurato in quest’occasione anche il nuovo anno accademico dell’Ateneo Romano della Santa Croce. Il lavoro dei professori e del personale non docente, uniti all’interesse e allo studio degli alunni, hanno reso possibile che un’istituzione universitaria avviata appena nove anni fa abbia già una spiccata personalità e notevoli prospettive. In questo momento il mio commosso pensiero va specialmente a una delle persone che hanno contribuito in modo più decisivo al consolidamento dell’Ateneo: mi riferisco, come avrete capito, al suo Segretario Generale, il Rev.mo Mons. Giuseppe Molteni, che Dio ha chiamato a Sé nello scorso mese di agosto, in modo imprevisto per noi ma previsto dalla sua infinita e paterna Misericordia. E’ per me, e per l’intero Corpo accademico, una consolazione pensare che dal Cielo, assieme al Beato Josemaría, continuerà a prendersi cura dell’Ateneo, a dare impulso alle sue attività accademiche, e aiuterà in modo particolare nel suo lavoro il nuovo Segretario Generale.
Nel concludere il mio saluto ai partecipanti a questo Convegno di studio, dichiaro quindi inaugurato l’anno accademico 1993-94 dell’Ateneo Romano della Santa Croce.

Messaggio del Cardinale Joseph Ratzinger

Al termine dell’intervento di Mons. del Portillo, il Rettore Magnifico dell’Ateneo Romano della Santa Croce, Mons. Ignacio Carrasco, ha dato lettura al messaggio inaugurale inviato dal Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Eccone il testo:

«Fra le tribolazioni della terra si fa sentire sempre più forte un canto di lode. Intorno al trono di Dio si trova un crescente numero di eletti, le cui vite —trascorse nella dimenticanza di sé— si sono ora trasformate in gioia e glorificazione. Questo coro non canta soltanto nell’aldilà; si prepara nella storia, pur rimanendovi nascosto. Ciò è reso chiarissimo dalla voce che proviene dal trono, cioè dalla sede di Dio: “Lodate il nostro Dio, voi tutti suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi!” (Ap 19, 5). È un’esortazione a svolgere il proprio compito in questo mondo, entrando così a far parte della liturgia eterna».
Ho pronunciato queste parole poco più di un anno fa, nel maggio del 1992, nell’omelia di una delle Messe celebrate in ringraziamento per la beatificazione di Josemaría Escrivá. Era logico che, in tale occasione, evocassi la liturgia celeste: ogni beatificazione è un atto mediante il quale la Chiesa, riconoscendo che uno dei suoi figli ha meritato di entrare nell’intimità di Dio, proclama l’unione tra la terra e il cielo. Il popolo cristiano, pellegrino sulla terra, tra difficoltà e amarezze talvolta grandi, sa di essere parte di una realtà molto più ampia: la Città dei santi, che, iniziata e preparata sulla terra, riempirà i cieli.
Era logico —ripeto— che, nella Messa di ringraziamento per una beatificazione, fossero evocate e ricordate queste prospettive essenziali della fede cristiana: non è forse la celebrazione eucaristica il momento nel quale la Chiesa confessa e vive con più profondità e partecipazione quest’unità fra la terra e il cielo di cui ci parlano le beatificazioni e le canonizzazioni? Ora, è ugualmente logico evocare tali prospettive anche in questa sede, all’inizio di una riunione scientifica? Un Convegno di studio è luogo adeguato per delle considerazioni mistiche e pie? O piuttosto non sembra essere il momento in cui lasciare spazio alla ragione scientifica, intesa sia come ragione storica, che analizza criticamente i testi del passato, sia come ragione argomentativa, che ha bisogno di concetti e richiede dimostrazioni?
La Teologia, scienza nel senso pieno della parola, è di certo frutto dell’esercizio della ragione scientifica. Pur tuttavia, non risulta inadeguato evocare in questo contesto la realtà del cielo; anzi è necessario farlo, perché solamente da questa prospettiva si può capire la Teologia. Tommaso d’Aquino lo espresse con una formula giustamente famosa e ampiamente ripetuta: la Teologia è scienza subalterna alla scienza di Dio e a quella dei beati. Questa affermazione presuppone la riflessione aristotelica; e in concreto i testi in cui lo Stagirita evidenziò che le scienze non costituiscono dei mondi intellettuali sconnessi, ma conoscenze che si pongono in relazione fra di loro, in modo che alcune trovano in altre il loro fondamento e pertanto risultano subalterne rispetto a quelle. Queste considerazioni sull’intreccio delle scienze furono recepite da Tommaso d’Aquino per dare ragione della Teologia. Il cristiano è un uomo viatore, un essere in cammino che non vede Dio, sebbene la parola della rivelazione gli faccia intravedere il mistero. Sa, dunque, ma in dipendenza del sapere di un altro. La Teologia, che nasce dalla fede, è, insomma, subalterna rispetto al sapere che Dio ha di se stesso e di cui i beati godono ormai in modo immediato e definitivo.
San Tommaso aspirava, con questa considerazione, a sottolineare che l’ansia di verità che è presente nel cuore umano, e ancor più nel cuore del credente, e dalla quale nasce la Teologia, non è frutto di una illusione, di un desiderio destinato a restare costantemente insoddisfatto; è l’espressione di una capacità che Dio ha impresso nel nostro spirito e che Egli stesso appagherà un giorno. La Teologia sfocerà nella visione, in quella visione che per i beati è già una realtà.
Ma la considerazione della Teologia come scienza subalterna al sapere di Dio e dei santi non implica solamente una tensione verso l’escatologia, verso la consumazione finale, verso quel momento in cui la verità intravista, ricevuta nella parola, si svela con pienezza e pertanto verso la situazione finale dei beati. Implica anche, in virtù del suo stesso concetto, un riferimento a quell’unione vitale con Dio che è possibile, già sulla terra, per coloro che, aprendosi con fede alla parola divina, se ne appropriano non solo con l’intelligenza, ma con la totalità del cuore. Perché Dio è allo stesso tempo e inseparabilmente verità, bontà e bellezza, e la forza unitiva dell’amore porta non solo a lasciarsi penetrare dalla sua bontà, ma anche ad approfondire la sua verità.
Il teologo dev’essere uomo di scienza, ma anche, e proprio in quanto teologo, uomo d’orazione. Deve essere attento non solo al divenire della storia e allo sviluppo delle scienze, ma anche —e ancor più— alla testimonianza di chi, dopo avere percorso fino in fondo il cammino dell’orazione, ha raggiunto, restando ancora sulla terra, le alte vette dell’intimità divina; alla testimonianza cioè di quelli che, nel linguaggio ordinario, indichiamo con il qualificativo di santi. La comprensione di Dio, testimoniano i santi, è —come ho già segnalato in un’altra occasione— «il punto di riferimento del pensiero teologico, punto che garantisce la sua giustezza. Il lavoro dei teologi è in questo senso sempre “secondario”, relativo all’esperienza reale dei santi. Senza questo punto di riferimento, senza questo intimo ancoraggio in simili esperienze essa perde il suo carattere di realtà» (Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità, Jaca Book, Milano, 1989, p. 29). Praticare la Teologia, dedicarsi alla ricerca e alla docenza teologica, non è darsi ad un lavoro freddo e disincarnato, ma occuparsi di un Dio che è amore, e al quale si accede amando.
Superando la rottura tra teologi e spirituali che si è prodotta agli inizi dell’età moderna e, più radicalmente ancora, quel marcato intellettualismo che costituisce uno dei limiti della posizione illuminista, la teologia contemporanea proclama l’intima connessione fra Teologia e Spiritualità, innestandosi così nuovamente nella grande tradizione cristiana. Nulla perciò di più logico, come culmine di un anno destinato a celebrare una beatificazione, dell’organizzazione di un convegno di studio. E che, nelle parole che introducono questa riunione, abbia evocato proprio la liturgia celeste, il coro di angeli e santi che hanno raggiunto la visione di Dio, perché da questa visione, e dalla sua anticipazione nell’orazione contemplativa, la Teologia riceve la sua linfa.
È opportuno, meglio ancora necessario, che, in quanto teologi, ascoltiamo la parola dei santi per cogliere il loro messaggio, un messaggio che è molteplice, poiché i santi sono vari e ognuno ha ricevuto il suo carisma particolare, e nello stesso tempo unitario, poiché tutti i santi ci rimandano all’unico Cristo, a cui ci uniscono e la cui ricchezza ci aiutano ad approfondire. In questa sinfonia molteplice e unitaria, nella quale, come avrebbe detto Mohler, consiste la tradizione cristiana, che accento porta con sé il beato Josemaría Escrivá? Che impulso riceve dunque la Teologia dalla sua luce? Non spetta a me rispondere ora a queste domande: i relatori del Convegno apporteranno le loro personali riflessioni, a cui si uniranno quelle di tutti coloro che, partecipando dello spirito del beato Josemaría Escrivá e in connessione con il suo messaggio, si dedichino, col passar degli anni, all’insegnamento e alla ricerca teologica.
C’è tuttavia una realtà che salta agli occhi non appena ci si affaccia sulla vita di Mons. Escrivá de Balaguer o si entra in contatto con i suoi scritti: un senso molto vivo della presenza di Cristo. «Ravviva la tua fede. —Cristo non è una figura del passato. Non è un ricordo che si perde nella storia. È vivo! “Iesus Christus heri et hodie, ipse et in sæcula” —dice San Paolo— Gesù Cristo ieri, oggi e sempre!», scrive in Cammino (n. 584). Questo Cristo vivo è inoltre un Cristo vicino, un Cristo in cui il potere e la maestà di Dio si rendono presenti attraverso le cose umane, semplici, ordinarie.
Si può quindi parlare, nel beato Josemaría Escrivá, di un cristocentrismo accentuato e singolare, nel quale la considerazione della vita terrena di Gesù e la contemplazione della sua presenza viva nell’Eucaristia conducono alla scoperta di Dio e all’illuminazione, a partire da Dio, delle circostanze del vivere quotidiano. «Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela —leggiamo in una delle sue omelie— che l’esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e più comuni, ha un senso divino. Benché abbiamo considerato tante volte questa verità —continua subito dopo—, ci deve pur sempre riempire di ammirazione la considerazione di quei trent’anni di oscurità che costituiscono la maggior parte del tempo che Gesù ha trascorso tra gli uomini suoi fratelli. Anni oscuri, ma per noi luminosi come la luce del sole. Sono, anzi, lo splendore che illumina i nostri giorni, che dà ad essi il loro autentico significato: perché altro non siamo che comuni fedeli che conducono una vita in tutto uguale a quella di tanti milioni di persone dei più diversi luoghi della terra» (E’ Gesù che passa, n. 14).
Due conseguenze affiorano da questa considerazione della vita di Gesù, del mistero profondo della realtà di un Dio che non solo si è fatto uomo, ma che ha assunto la condizione umana, fatto in tutto uguale a noi, eccetto che nel peccato (cfr. Ebr 4, 15 ). Prima di tutto la chiamata universale alla santità, alla cui proclamazione il beato Josemaría Escrivá contribuì notevolmente, come Giovanni Paolo II ricordava nella solenne omelia durante la Messa di beatificazione. Ma anche, per dare consistenza a questa chiamata, il riconoscimento che alla santità si arriva, sotto l’azione dello Spirito Santo, attraverso la vita quotidiana. La santità consiste in questo: nel vivere la vita quotidiana con lo sguardo fisso in Dio, nel plasmare le nostre azioni alla luce del Vangelo e dello spirito della fede. Tutta una comprensione teologica del mondo e della storia deriva da questo nucleo, come molti testi del beato Escrivá stanno a testimoniare in modo preciso e incisivo.
«Questo nostro mondo —proclamava in un’omelia— è buono, perché è uscito buono dalle mani di Dio. Fu la caduta di Adamo, il peccato della superbia umana, a rompere l’armonia divina della creazione. Ma Dio Padre, quando giunse la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio Unigenito, che si incarnò per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria sempre Vergine, per ristabilire la pace, e perché noi, redenti dal peccato, adoptionem filiorum reciperemus (Gal 4, 5), fossimo costituiti figli di Dio e capaci di partecipare all’intimità divina, affinché all’uomo nuovo, alla nuova stirpe dei figli di Dio (cfr. Rom 6, 4-5), fosse concesso di liberare tutto l’universo dal disordine, restaurando tutte le cose in Cristo (cfr. Ef 1, 9-10), in colui che le ha riconciliate con Dio (cfr. Col 1, 20)» (È Gesù che passa, n. 183).
In questo splendido testo, le grandi verità della fede cristiana (l’amore infinito di Dio Padre, la bontà originaria della creazione, l’opera redentrice di Cristo Gesù, la filiazione divina, l’identificazione del cristiano con Cristo...) sono richiamate allo scopo di illuminare la vita del cristiano, e più in particolare la vita del cristiano che vive in mezzo al mondo, impegnato nelle molteplici e complesse occupazioni secolari. Le prospettive dogmatiche di fondo si proiettano sull’esistenza concreta, e questa, a sua volta, spinge a rivedere con una nuova preoccupazione l’insieme del messaggio cristiano; si produce così un movimento a spirale nel quale la riflessione teologica si vede implicata e sospinta.
Ma, come già dicevo prima, non spetta a me affrontare adesso questo compito, ma soltanto introdurre questo Convegno. Basti quanto ho detto, accompagnato dal mio augurio che questi lavori, con l’approfondire il messaggio spirituale di Josemaría Escrivá, contribuiscano allo sviluppo della Teologia a bene di tutta la Chiesa.

Santità e chiamata alla santità

La prima giornata del Convegno era dedicata al tema della santità. Mons. Fernando Ocáriz, docente presso l’Ateneo Romano della Santa Croce, ha tenuto la prima relazione, intitolata “Vocazione alla santità in Cristo e nella Chiesa”, nel corso della quale ha sottolineato come il Fondatore dell’Opus Dei abbia predicato «incessantemente la chiamata universale alla santità, nelle sue dimensioni soggettiva —tutti sono chiamati— e oggettiva —tutte le circostanze e tutte le attività oneste della vita possono essere luogo e mezzo di santificazione—». Nell’insegnamento del Beato Josemaría il riconoscimento della dimensione oggettiva dell’universale vocazione alla santità scaturisce da una contemplazione particolarmente profonda del mistero dell’Incarnazione.
Passando ad illustrare la duplice dimensione cristologica ed ecclesiologica della santità, Mons. Ocáriz ha affermato che «la vocazione alla santità è in Cristo e anche nella Chiesa, non solo perché Dio chiama l’uomo a far parte della Chiesa, ma perché lo chiama altresì per mezzo della Chiesa, con l’efficacia della parola di Dio, che non solo chiama alla santità ma rende effettivamente santi».
Infine ha rilevato che la vocazione alla santità ha un’intrinseca proiezione apostolica, così da «annunciare, attualizzare ed estendere il mistero di comunione che costituisce la Chiesa stessa; riunire, cioè, tutto e tutti in Cristo».

La riunione pomeridiana è stata animata dalla relazione del Prof. William May, del Pontificio Istituto “John Paul II” per gli studi sul matrimonio e la famiglia di Washington, D.C., su: “Santità e vita ordinaria”. Prendendo spunto dalla proclamazione della chiamata universale alla santità, operata dal Concilio Vaticano II e anticipata dalla predicazione del Beato Josemaría fin dagli anni Trenta, il relatore si è soffermato sull’importanza del Battesimo in quanto sacramento che ci configura con Cristo e ci rende figli di Dio. La filiazione divina, ha aggiunto, «è il fondamento della nostra vocazione alla santità, santità che Dio vuole che raggiungiamo proprio in e attraverso la nostra unione con il suo Figlio unigenito».
Dopo essersi soffermato sulla dimensione ecclesiale della santità, il Prof. May è arrivato al nocciolo della relazione: la vita ordinaria come «luogo» in cui Dio chiama i comuni cristiani ad essere santi. Nell’esporre il primato della grazia, di capitale importanza nella tradizione cattolica, il relatore ha sottolineato l’importanza dell’impegno per creare e sviluppare ciò che il Beato Josemaría chiamava unità di vita: l’armoniosa fusione tra i diversi aspetti della vita del cristiano, che devono tendere a un solo scopo, l’unione con Dio. Quest’unione va cercata non solo nella preghiera, ma nell’arco dell’intera giornata: «La vita ordinaria è il luogo e il mezzo della santificazione perché è nella nostra vita ordinaria, quotidiana, che diveniamo ciò che realmente siamo (...). In altre parole, è nelle azioni che ogni giorno scegliamo liberamente di compiere, e attraverso queste azioni, che acquisiamo un’identità nella buona e nella cattiva sorte».
Il Prof. May ha concluso la propria dissertazione soffermandosi su alcuni aspetti specifici della vita ordinaria, che sono i «luoghi» abituali della risposta del cristiano alla chiamata divina alla santità: il lavoro professionale, la cura delle piccole cose per amore, la vita matrimoniale e familiare.
Una tavola rotonda presieduta dal Rev. Prof. Antonio Livi, dell’Ateneo Romano della Santa Croce, ha posto fine alla prima giornata dei lavori.

Vita spirituale e filiazione divina

La seconda giornata è stata dedicata alla “Vita spirituale” e si è aperta coll’intervento del Rev.mo P. Georges Cottier, O.P., Teologo della Casa Pontificia, intitolato “La preghiera e la struttura fondamentale della fede”.
Muovendo dall’impegno ad una nuova evangelizzazione, al quale il Santo Padre ha richiamato tutti i cristiani, il relatore ha rilevato che dobbiamo ispirarci a quegli «esempi di fede vissuta e di santità» che ci vengono presentati dalla Chiesa e ci offrono un aiuto indispensabile. «Ed uno di questi esempi viene da un santo del nostro tempo, il Beato Josemaría Escrivá».
Nel sottolineare che la filiazione divina è al centro dello spirito dell’Opus Dei, con tutto ciò che comporta di piena adesione alla Volontà di Dio, il P. Cottier ha analizzato una significativa espressione del Beato Josemaría, volta ad evidenziare i “gradini” di un cammino di santità che si riverbera nell’apostolato: «Rassegnarsi alla Volontà di Dio: Adattarsi alla Volontà di Dio: Volere la Volontà di Dio: Amare la Volontà di Dio» (Cammino, n. 774). Egli ha poi illustrato come la vita del Fondatore dell’Opus Dei sia stata «l’esempio di una costante disponibilità alla Volontà di Dio, cercata da lui con tutta l’anima». La carità «presuppone ed attiva la vita di fede», che ci fa incontrare Dio nelle cose più quotidiane, più comuni, le quali sono pertanto il luogo della nostra santificazione e dell’incontro con Cristo. La fede dona una «visione soprannaturale degli avvenimenti».
Il teologo domenicano ha quindi ricordato il messaggio del Beato Josemaría circa l’autonomia e la libertà dei cattolici laici, i quali, come figli di Dio non possono non essere coerenti con Cristo e la sua Chiesa; di fronte alla sfida della nuova evangelizzazione, ha evidenziato come l’atteggiamento scettico, relativista e sincretistico, conseguente al venir meno delle ideologie, può essere superato soltanto se «il testimone della verità è convinto della trascendenza della fede cristiana, della sua unicità».

La successiva relazione, dal titolo “Il senso della filiazione divina negli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá”, è stata tenuta dalla Prof.ssa Jutta Burggraf, dell’Istituto Accademico Internazionale di Studi su Matrimonio e Famiglia MEDO, di Rolduc (Olanda).
Prendendo le mosse dall’analisi di un’esperienza dell’amore divino avuta dal Fondatore dell’Opus Dei nel 1931, quando ricevette una grazia speciale che gli permise di assaporare profondamente il senso della filiazione divina, l’intervento ha sviscerato il fondamento dogmatico di questa realtà: l’inabitazione della Santissima Trinità nell’anima in grazia e la conseguente elevazione soprannaturale della natura umana.
La Prof.ssa Burggraf ha ricordato alcune conseguenze tratte dal Beato Josemaría dalla considerazione abituale della filiazione divina. In primo luogo, la devozione verso la Santa Famiglia di Nazareth, vista dal Fondatore dell’Opus Dei come trinità della terra, nella scia aperta già diversi secoli prima da alcuni scrittori spirituali. Rilevando che si tratta di un’immagine della Santissima Trinità, e non di una vera analogia sul piano dogmatico, la relatrice ha detto che «tuttavia l’immagine è da un punto di vista spirituale straordinariamente rivelatrice, illumina quel cammino facile che porta a Dio». Ed ha concluso: «Per il Beato Escrivá, un fiducioso rapporto con Maria e con Giuseppe appartiene al nucleo essenziale della filiazione divina».
Infine, la Prof.ssa Burggraf ha enucleato alcune caratteristiche che il senso della filiazione divina presenta negli insegnamenti del Beato Josemaría: l’atteggiamento di audacia che deve contraddistinguere i figli di Dio, consapevoli della loro dignità e fiduciosi nell’intervento della Provvidenza divina nelle realtà umane; la dinamica esistente tra la vita di infanzia spirituale e la maturità spirituale del cristiano, realtà che, lungi dall’opporsi tra loro, costituiscono due momenti integranti dello sviluppo spirituale del cristiano.

“Il cristiano alter Christus, ipse Christus” è stato il titolo dell’intervento pomeridiano, tenuto dal Rev. Prof. Antonio Aranda, dell’Università di Navarra (Pamplona, Spagna).
Egli ha considerato le radici che l’espressione in esame presenta nella rivelazione neotestamentaria e nella tradizione teologico-dogmatica, a partire dalla teologia dell’unzione, passando poi a quella del carattere, alla controversia antiluterana intorno al sacerdozio e, infine, nel magistero del XX secolo. Dopo una breve ricognizione della tradizione spirituale al riguardo, ha affrontato l’esame del contributo specifico del Beato Josemaría.
Questa fase dello studio è stata condotta sui testi del Fondatore dell’Opus Dei. Il Prof. Aranda ha osservato le forme verbali, il soggetto e il contesto dell’espressione alter Christus, ipse Christus, individuando un ambito più ampio, che indica la sequela, l’imitazione, l’identificazione con Cristo del cristiano, ed uno più immediato, relativo alle frasi che accompagnano tale denominazione. Ha infine illustrato l’immagine cristologica fondante che deriva da tale prospettiva di studio.
Il relatore ha così concluso: «La figura di questo alter Christus, ipse Christus di cui parla Josemaría Escrivá, dotata di caratteristiche singolari che, come abbiamo visto, conferiscono accenti e sfumature proprie alle grandi nozioni tradizionali del cristocentrismo spirituale, procede solo in parte dalla multiforme tradizione cattolica. In realtà, la sua fonte più specifica è l’esperienza teologale dei misteri della fede, e in particolare del mistero di Cristo, vissuta dal Beato Josemaría, esperienza che è maturata in essenziale dipendenza dai doni carismatici da lui ricevuti, in quanto chiamato ad essere Fondatore.
»Infatti non si deve dimenticare che stiamo analizzando il pensiero di un maestro della vita spirituale che è stato, inoltre, un Fondatore, il che è sinonimo di uomo carismatico “scosso” dallo Spirito Santo. Nel suo insegnamento anche ciò che deriva dalla tradizione anteriore ha la tonalità propria delle luci ricevute per svolgere la sua missione, ed alcuni elementi del suo messaggio hanno radice esclusivamente nel suo carisma fondazionale».
Una tavola rotonda, moderata dal Rev. Prof. Raúl Lanzetti, dell’Ateneo Romano della Santa Croce, ha concluso i lavori della giornata.

Santificazione del mondo e amore alla libertà

Il programma dell’ultima sessione del Convegno, dedicata all’approfondimento della “Santificazione nel mondo”, è stato particolarmente denso, in quanto, oltre alle previste relazioni, alla fine della mattinata ha avuto luogo, nella Sala Clementina, l’Udienza concessa dal Santo Padre.
Il primo intervento, dal titolo “L’animazione cristiana del mondo”, è stato tenuto dal Prof. Giuseppe Dalla Torre, Rettore Magnifico della Libera Università Maria SS. Assunta, di Roma.
Nella sua esposizione, il relatore ha preso avvio dal racconto di un’esperienza soprannaturale accaduta il 7 agosto 1931 e riportata dallo stesso Beato Josemaría nei suoi appunti personali. Si tratta di un’illuminazione particolare sul senso spirituale di un passo del Vangelo di San Giovanni (12, 32), in cui il Fondatore dell’Opus Dei ha percepito con chiarezza il modo di operare per la santificazione del mondo assegnatogli da Dio *.
Dopo essersi soffermato sull’esposizione della tensione dialettica tra cristianesimo e mondo, analizzando le due opposte tentazioni (quella della “fuga” dal mondo, perché ritenuto intrinsecamente cattivo, e quella, invece, di un ottimismo esagerato nei riguardi del mondo, che porta inesorabilmente alla secolarizzazione), il Prof. Dalla Torre ha indicato nella considerazione del mistero dell’Incarnazione «una via tutta diversa, che deve essere quella propria del rapportarsi del cristiano col mondo, caratterizzata dal già eppure dal non ancora; dalla sperante attesa di un Regno di Dio che verrà, ma nella forte certezza che, con la venuta del Signore, esso è già in costruzione».
In questo contesto egli ha analizzato il contributo offerto dal Beato Josemaría Escrivá all’animazione cristiana del mondo, intesa come «modificazione delle strutture dell’ordine temporale a seguito della missione salvifica della Chiesa». Dopo aver ricordato il testo della lettera a Diogneto, per la quale «i cristiani svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima nel corpo», il Prof. Dalla Torre, evidenziata la visione positiva delle realtà temporali in essa implicita, ha precisato che «l’animazione cristiana del mondo significa pertanto non solo mera gestione delle cose temporali secondo il progetto di Dio, ma anche partecipazione —anch’essa conforme del resto a tale progetto— alla creazione divina del mondo». Il cristiano «collabora col Signore nel compito di attirare l’universo verso il Padre, nella prospettiva escatologica del compimento del grande progetto salvifico di Dio».
Secondo il Prof. Dalla Torre, «l’insegnamento e l’esperienza spirituale del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer costituiscono, al tempo stesso, un approfondimento nel solco d’una tradizione (...) ed un contributo originalissimo ad una più penetrante comprensione della vicenda cristiana». In concreto, il contributo specifico del Fondatore dell’Opus Dei nel campo della santificazione delle realtà temporali consiste in «un’esperienza spirituale e soprannaturale che, quasi luce irrompente dall’esterno, favorisce una più profonda penetrazione di quel mistero e mostra vie nuove per i cristiani nella sequela Christi». Anticipando gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, egli muove il cristiano ad una testimonianza evangelica coerente, che deve rifulgere in tutti gli ambiti specificamente laicali della vita sociale, politica ed economica, mettendolo in guardia contro la “doppia vita”. L’apporto del Fondatore dell’Opus Dei, ha concluso il relatore, «illumina sul fatto che il modo con cui il Signore Gesù ha vissuto la sua esistenza umana —anche nei lunghi anni di nascondimento e della vita “comune”, su cui non a caso Mons. Escrivá soleva richiamare insistentemente l’attenzione—, è il migliore possibile: il più giusto, il più felice, il più umano. Di qui la sua esemplarità, che legittima ed al tempo stesso impegna il cristiano nell’animazione del mondo».

Ha quindi preso la parola Mons. José Luis Illanes, dell’Università di Navarra (Pamplona, Spagna) che ha trattato di “Lavoro, carità e giustizia”.
Il lavoro, ha affermato, costituisce un elemento nucleare della dottrina spirituale del Beato Josemaría, che ha come punto di partenza l’esperienza spirituale e soprannaturale del 2 ottobre 1928, data fondazionale dell’Opus Dei. Profondamente segnato da quest’esperienza, «il suo modo di parlare non fu quello di un pensatore o di un teologo che, avendo raggiunto una conclusione, aspira a comunicarla agli altri adducendo per questo argomenti e ragioni, ma quello proprio di un uomo spirituale, un uomo che, avendo sperimentato la vicinanza di Dio, la testimonia davanti a coloro che lo circondano con la forza derivante da questo incontro con Dio stesso e con la luce che proviene dall’essere sempre più radicata nel Vangelo».
Il Prof. Illanes ha quindi analizzato la realtà della vita ordinaria come «luogo» e «materia» della santificazione del cristiano, soprattutto in relazione al lavoro professionale. Esso rappresenta infatti l’asse della vita spirituale negli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá, con la specifica connotazione —secondo il relatore— che «quello che in ogni momento ebbe presente, quello che costituì il punto di riferimento nei suoi scritti e nella sua predicazione, non fu il lavoro considerato come mera attività dell’intelligenza o manuale, né tanto meno come semplice forza trasformatrice della natura, ma il lavoro visto nella pienezza delle sue dimensioni antropologica e sociale, come occupazione stabile che qualifica chi la realizza e insieme lo inserisce nel costituirsi e nel divenire della società».
Dopo aver individuato i profondi legami del lavoro professionale con la santificazione del mondo, e considerata la storia come ambito in cui si dispiegano le virtualità della Redenzione, la successiva fase della relazione ha avuto per oggetto gli sviluppi della teologia del lavoro. In un breve excursus storico, il relatore ha affrontato l’analisi della riflessione teologica dagli anni Quaranta fino all’Enciclica Laborem exercens. Nel grande alveo della tradizione cattolica sulla santificazione del mondo, il Prof. Illanes ha messo l’accento su un punto che, a suo avviso, emerge con chiarezza dallo studio approfondito degli insegnamenti del Beato Josemaría: il fatto che la fondazione dell’Opus Dei non si inserisce nel movimento di idee e istituzioni che su questa linea si sono sviluppate a cavallo tra il XIX e XX secolo: «L’orizzonte immediato dell’attività sacerdotale del Beato Josemaría —nei suoi primi anni e sempre— non fu la modificazione delle strutture sociali, la trasformazione della cultura o, in termini più ampi, l’animazione cristiana del mondo, ma la santificazione della persone concrete e singolari (...). In altre parole, dare anima cristiana al mondo, trasformarlo, non fu —nella prospettiva che al Fondatore dell’Opus Dei risultava propria— un fine, ma un frutto: un effetto, una conseguenza o risultato che si prevede, o meglio si spera, ma non perché si promuova in maniera diretta, bensì perché avviene come conseguenza logica e necessaria di quello che direttamente si desidera ottenere, cioè, la santità effettivamente cercata in mezzo al mondo».
Proseguendo la propria analisi, ha quindi illustrato la reciproca relazione tra carità e giustizia, individuata come elemento configuratore della responsabilità del cristiano di fronte alle questioni sociali.

Nel pomeriggio, si è svolta l’ultima seduta del Convegno. Il Prof. Jean-Luc Chabot, dell’Università di Scienze Sociali di Grenoble (Francia), ha dissertato su: “Responsabilità di fronte al mondo e libertà”. Partendo dal presupposto che il cristianesimo è pienezza d’umanità, perché Cristo è perfectus homo oltre ad essere perfectus Deus, l’oratore ha affermato con parole del Beato Josemaría che la dottrina cristiana costituisce «la più grande rivoluzione di tutti i tempi», mostrando nel contempo che il materialismo dominante in ampi settori culturali è in realtà «un anti-umanesimo riduttivo delle ideologie».
La seconda parte della relazione è stata dedicata a esporre gli effetti sociali di una vita cristiana autentica. In base al principio dell’unità di vita del cristiano, tante volte ribadito dal Beato Josemaría Escrivá, il Prof. Chabot ha evidenziato le implicazione sociali di questo principio ispiratore della condotta cristiana, soffermandosi in particolare sulla responsabilità dei comuni cristiani di «mettere Cristo —come insegnava il Fondatore dell’Opus Dei— al vertice di tutte le attività dell’uomo», dal lavoro professionale all’adempimento dei doveri civici.
La terza e ultima parte della relazione si è incentrata sull’amore alla libertà personale, caratteristica essenziale degli insegnamenti del Fondatore dell’Opus Dei, e sulle sue conseguenze per la vita ordinaria del cristiano, analizzando particolarmente il concetto di «libertà delle coscienze» e i rapporti tra unità di fede e pluralismo delle opinioni.
L’intervento è stato seguito da una tavola rotonda, condotta da Mons. Pedro Rodríguez, Decano della Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra, al termine della quale il Magnifico Rettore dell’Ateneo Romano della Santa Croce, Prof. Mons. Ignacio Carrasco, ha concluso il Convegno. Dopo aver espresso ai partecipanti il proprio compiacimento per l’andamento dei lavori, egli ha auspicato che l’iniziativa possa costituire un primo passo nello stimolante cammino di approfondimento degli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá, così ricchi di contenuto e di spunti per la vita della Chiesa da richiedere ulteriori indagini.

L’Udienza del Santo Padre

L’Udienza concessa dal Santo Padre ai partecipanti al Convegno si è tenuta nella Sala Clementina, alle ore 12.30 del 14 ottobre, ultima giornata del Convegno.
Un prolungato applauso ha accolto l’ingresso di Giovanni Paolo II, al quale S.E.R. Mons. Alvaro del Portillo ha rivolto un indirizzo di omaggio. Eccone il testo:

Beatissimo Padre, un anno e mezzo fa la Prelatura dell’Opus Dei e, con essa, una moltitudine innumerevole di fedeli di tutto il mondo, ebbe l’immensa gioia di ascoltare, proclamata da Vostra Santità, la solenne formula di beatificazione del suo Fondatore, il Beato Josemaría Escrivá.
Nel quadro delle celebrazioni commemorative di tale evento ecclesiale, l’Ateneo Romano della Santa Croce, che deve la propria esistenza anche alla preghiera e allo zelo del Beato Josemaría, ha voluto indire un’iniziativa che risponde alla sua vocazione accademica: un Convegno teologico di studio sui suoi insegnamenti.
Nel corso dei lavori, dopo il cordiale messaggio inaugurale dell’Eminentissimo Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, numerosi specialisti di diversi paesi hanno approfondito il messaggio del Beato Josemaría seguendo tre degli assi portanti attorno ai quali esso si sviluppa: la chiamata alla santità e all’apostolato nelle situazioni dell’esistere quotidiano; la vita spirituale in quanto rapporto d’intimità con Dio, basato sulla dinamica del senso della filiazione divina; l’animazione cristiana del mondo.
Le relazioni, ed i dibattiti che ne sono seguiti, hanno evidenziato la ricchezza del messaggio spirituale del Fondatore dell’Opus Dei, che proietta bagliori di folgorante intensità sulla comprensione teologica della vocazione cristiana; sulla chiamata che ogni cristiano riceve a santificare la propria esistenza, nella consapevolezza del dono della filiazione divina ed in spirito di generosa dedizione a tutti gli uomini, in particolare a quelli materialmente o spiritualmente più bisognosi. Attraverso la diffusione di questo generoso esercizio della solidarietà cristiana, il messaggio e l’esempio del Beato Josemaría si estendono in modo sempre più vasto e benefico, mentre i sofferenti continuano, come agli inizi dell’Opus Dei, ad essere colonna portante del lavoro apostolico della Prelatura.
I contributi emersi dai lavori di questo Convegno hanno confermato la nostra persuasione circa il rilievo storico della figura del Fondatore dell’Opus Dei ed hanno dato nuovo slancio al nostro desiderio di continuare a diffondere nella Chiesa i frutti di un carisma fondazionale la cui fecondità appare già tangibile in tante parti del mondo ed in tutti i settori della società.
Dal Beato Josemaría i membri della Prelatura dell’Opus Dei, sacerdoti e laici, hanno imparato ad amare e servire la Chiesa di tutto cuore, con tutta la propria vita, sempre in stretta unione con il Romano Pontefice e con i Vescovi. Fedele al suo esempio, desidero testimoniare a Vostra Santità la nostra più filiale e piena adesione, che oggi vogliamo anche esprimere ringraziandoLa per la recente Enciclica Veritatis splendor.
Inoltre, desideriamo manifestare la nostra gioia più sentita, per la felice coincidenza dello svolgimento di questo incontro nell’imminenza del quindicesimo anniversario dell’elezione della Santità Vostra alla sede di Pietro. Sono molto lieto di poter confidare al Papa, così da vicino, che la nostra preghiera per la Sua persona e le Sue intenzioni, sempre assidua e fattiva, diverrà quel giorno —se possibile— ancora più fervida e gioiosa. Auguri, Santo Padre: ad multos annos, semper feliciores.
Mi permetta, infine, Beatissimo Padre, di chiedere per me e per tutti i partecipanti al Convegno la tanto desiderata Benedizione apostolica.

Quindi il Papa ha pronunciato il seguente discorso:

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Sono lieto di accogliervi in occasione del “Convegno teologico di studio sugli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá”, che si è svolto in questi giorni presso l’Ateneo Romano della Santa Croce, a poco più di un anno di distanza dalla sua beatificazione.
Saluto il Gran Cancelliere, Mons. Alvaro del Portillo, e il Rettore dell’Ateneo, Mons. Ignazio Carrasco de Paula; saluto pure il Comitato organizzatore, i Relatori e tutti voi che avete preso parte a questo importante incontro di studio.

2. La storia della Chiesa e del mondo si svolge sotto l’azione dello Spirito Santo, che, con la libera collaborazione degli uomini, dirige tutti gli avvenimenti verso il compimento del disegno salvifico di Dio Padre. Manifestazione evidente di questa Provvidenza divina è la costante presenza lungo i secoli di uomini e donne, fedeli a Cristo, che illuminano con la loro vita e con il loro messaggio le diverse epoche della storia. Tra queste figure insigni, occupa un posto eminente il Beato Josemaría Escrivá, il quale, come ho avuto occasione di sottolineare nel giorno solenne della sua beatificazione, ha ricordato al mondo contemporaneo la chiamata universale alla santità e il valore cristiano che può assumere il lavoro professionale nelle circostanze ordinarie di ciascuno.
L’azione dello Spirito Santo ha come suo scopo, oltre la santificazione delle anime, il costante rinnovamento della Chiesa, affinché essa possa eseguire efficacemente il compito affidatole da Cristo. Nella storia recente della vita ecclesiale questo processo rinnovatore ha un fondamentale punto di riferimento: il Concilio Vaticano II, durante il quale la Chiesa, riunita in assemblea nelle persone dei suoi Vescovi, ha nuovamente riflettuto sul nucleo del suo mistero, per poter annunciare il Vangelo al mondo in modo da influire decisamente sulla vita degli uomini, sulle culture, sui popoli. I lavori conciliari, e i documenti che ne sono derivati, hanno avuto come caratteristica comune la piena coscienza della salvezza operata e ottenuta da Cristo. Da ciò deriva il senso di missione che mettono in risalto i testi dell’Assise ecumenica e di tutto il magistero successivo; quel senso di missione a cui io stesso mi sono recentemente riferito nella Lettera Enciclica Veritatis Splendor.

3. La profonda consapevolezza, con cui la Chiesa attuale avverte di essere al servizio di una redenzione che concerne tutte le dimensioni dell’esistenza umana, è stata preparata, sotto la guida dello Spirito Santo, da un graduale progresso intellettuale e spirituale. Il messaggio del Beato Josemaría, al quale avete dedicato le giornate del vostro Convegno, costituisce uno degli impulsi carismatici più significativi in questa direzione, partendo proprio da una singolare presa di coscienza della forza irradiatrice universale che possiede la grazia del Redentore. In una delle sue omelie il Fondatore dell’Opus Dei osservava: “Non c’è nulla che sia estraneo alle attenzioni di Cristo. Parlando con rigore teologico (...) non si può dire che ci siano realtà — buone, nobili, e anche indifferenti — esclusivamente profane: perché il Verbo di Dio ha stabilito la sua dimora in mezzo ai figli degli uomini, ha avuto fame e sete, ha lavorato con le sue mani, ha conosciuto l’amicizia e l’obbedienza, ha sperimentato il dolore e la morte” (Josemaría Escrivá, Gesù che passa, Edizioni Ares, Milano 1982, 4ª edizione, n.112).
Sulla base di questa viva convinzione, il Beato Josemaría invitò gli uomini e le donne delle più diverse condizioni sociali a santificarsi e a cooperare alla santificazione degli altri, santificando la vita ordinaria. Nella sua attività sacerdotale egli percepiva in profondità il valore di ogni anima e il potere che ha il Vangelo di illuminare le coscienze e di destare un serio e fattivo impegno cristiano nella difesa della persona e della sua dignità. In Cammino il Beato scriveva: “Queste crisi mondiali sono crisi di santi. —Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana . — Poi... “pax Christi in regno Christi” — la pace di Cristo nel regno di Cristo” (Josemaría Escrivá, Cammino, Edizioni Ares, Milano 1984, 18ª edizione, n.301).

4. Quanta forza ha questa dottrina nei confronti del lavoro arduo e nel contempo attraente della nuova evangelizzazione, alla quale tutta la Chiesa è chiamata! Nel vostro Convegno avete avuto l’opportunità di riflettere sui diversi aspetti di questo insegnamento spirituale. Vi invito a continuare in quest’opera, perché Josemaría Escrivá de Balaguer, come altre grandi figure della storia contemporanea della Chiesa, può essere fonte di ispirazione anche per il pensiero teologico. In effetti la ricerca teologica, che svolge una mediazione imprescindibile nei rapporti tra la fede e la cultura, progredisce e si arricchisce attingendo alla fonte del Vangelo, sotto la spinta dell’esperienza dei grandi testimoni del cristianesimo. E il Beato Josemaría va senza dubbio annoverato tra questi.
Non possiamo dimenticare, d’altronde, che l’importanza della figura del Beato Josemaría Escrivá deriva non solo dal suo messaggio, ma anche dalla realtà apostolica a cui ha dato vita. Nei sessantacinque anni trascorsi dalla sua fondazione, la Prelatura dell’Opus Dei, indissolubile unità di sacerdoti e laici, ha contribuito a far risuonare in molti ambienti l’annuncio salvatore di Cristo. Come Pastore della Chiesa universale mi giungono gli echi di questo apostolato, nel quale incoraggio a perseverare tutti i membri della Prelatura dell’Opus Dei, in fedele continuità con lo spirito di servizio alla Chiesa che ha sempre ispirato la vita del Fondatore.
Con questi sentimenti su tutti invoco l’abbondanza dei doni celesti, in pegno dei quali imparto di cuore a voi, ed a quanti si ispirano agli insegnamenti ed agli esempi del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer la mia Benedizione.

Al termine, il Santo Padre ha invitato il Prelato dell’Opus Dei ad impartire con lui la benedizione ai presenti.

Romana, Nº 17, Luglio-Dicembre 1993, p. 246-263.