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In occasione della pubblicazione della Lettera enciclica Veritatis splendor, di Sua Santità Giovanni Paolo II, il Prelato dell’Opus Dei è intervenuto più volte per esprimere la piena adesione dei membri della Prelatura agli insegnamenti del Santo Padre

Una serie di divieti? No, una proposta. È la Verità che fa l’uomo libero

La «Veritatis splendor» è un testo che offre diverse chiavi di lettura: mentre gli studiosi di etica ripercorreranno l’analisi dei fondamenti dell’agire morale condotta da Giovanni Paolo II, gli storici l’inquadreranno nel contesto dei suoi interventi dottrinali e nel rapporto con il complesso dell’insegnamento della Chiesa in materia.

Il punto di vista che, in quanto Prelato dell’Opus Dei, mi sento incline ad assumere è quello dei comuni cristiani che, giorno dopo giorno, cercano di vivere sul serio la fede, immersi nelle situazioni della vita quotidiana. Che cosa dice l’enciclica a tutti questi cristiani, uguali agli altri fedeli e, attraverso di loro, all’umanità intera? Il nucleo del suo messaggio si riassume in un’idea fondamentale: la connessione fra verità e libertà.

Giovanni Paolo II ci ricorda che l’uomo, ogni uomo, ha un valore sommo. Possiede una dignità incomparabile, perché è immagine di Dio e perché è libero: padrone dei suoi atti, egli forgia il proprio destino. Perciò la libertà è intimamente connessa con la verità: siamo tanto più liberi quanto più da vicino conosciamo ciò che realmente siamo e ciò che siamo stati chiamati ad essere, la dignità e il bene che possiamo attingere. Nessuno è più libero dell’uomo consapevole dell’altissimo destino per il quale Iddio, Creatore e Redentore, lo ha costituito.

L’umanità, ed in particolare quel suo segmento che siamo soliti definire civiltà occidentale, ha conosciuto in questi ultimi anni momenti di ottimismo folgorante, dai quali è stata poi risucchiata in uno stato di cieca prostrazione. Sembra quasi svanita dal nostro orizzonte la speranza di poter aspirare ad un mondo più giusto, di credere in una vita più degna dell’uomo. Come se non ci restasse che rassegnarci alle ingiustizie, come se la realtà non ci consentisse altro che brevi, fuggevoli istanti di vita.

A noi, che abitiamo questo mondo, Giovanni Paolo II rammenta, in nome del Vangelo, che possiamo sognare un mondo più giusto. Ma ad una condizione: purché comprendiamo che il futuro dipende, in misura decisiva, dall’uso che facciamo della nostra libertà e, quindi, dall’apertura del nostro spirito al bene e alla verità.

«Veritatis splendor»: la verità che risplende all’orizzonte dell’umanità non è fatta di sequenze verbali vuote, ma è riconoscimento della realtà di Dio e della realtà dell’uomo. Un Dio che è amore ed un uomo che è fatto per amare. E la moralità non è anzitutto un codice di divieti, ma invito e chiamata: programma di vita.

La vita morale è intessuta di esigenze spesso ardue, costellata di situazioni non sempre agevoli. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Ma il sacrificio è solo il rovescio della medaglia, il prezzo che una libertà limitata ed in cammino, come la nostra, deve essere disposta a pagare per giungere davvero al proprio compimento. E il punto d’arrivo è la felicità, la gioia che scaturisce da un amore realizzato.

La «Veritatis splendor»: Carta Magna de la libertad cristiana

Será necesario más tiempo para que un estudio profundo de la encíclica «Veritatis splendor» permita captar adecuadamente su rico contenido, pero desde la primera lectura surge la impresión de tener entre las manos una «carta magna» de la libertad cristiana, que gira completamente alrededor de una verdad fundamental del anuncio cristiano: «Cristo crucificado revela el significado auténtico de la libertad, lo vive plenamente en el don total de sí y llama a los discípulos a tomar parte en su misma libertad» (n. 85). Al desarrollar un discernimiento doctrinal sobre algunos problemas controvertidos de la teología moral actual es evidente que la intención de Juan Pablo II no es adentrarse en discusiones de escuela, sino otra, mucho más importante y vital, que es intentar que «no se desvirtúe la Cruz de Cristo» por las desviaciones de la teoría y de la praxis moral (cfr. Veritatis splendor 84-89).

Por tanto, es la relación entre la libertad y la verdad la cuestión fundamental que las teorías morales valoradas críticamente por la encíclica ponen en duda o interpretan de modo inadecuado (cfr. nn. 4 y 84). No está en discusión, por tanto, una simple elección metodológica o académica. La importancia de lo que está en juego puede ser entendida con mayor claridad si tenemos presente que «la contraposición, más aún, la radical separación entre libertad y verdad es consecuencia, manifestación y realización de otra más grave y nociva dicotomía: la que se produce entre fe y moral» (n. 88). Esta separación —añade el Romano Pontífice— constituye una de las más vivas preocupaciones pastorales de la Iglesia en el actual proceso de secularización, por el que muchos hombres piensan y viven «como si “Dios no existiera”» (n. 88).

Pero el problema no es sólo religioso y menos aún de mera casuística moral. La cuestión de fondo que afronta Juan Pablo II, «más que una pregunta sobre las reglas que hay que observar es una “pregunta de pleno significado para la vida”. En efecto, ésta es la aspiración central de toda decisión y de toda acción humana, la búsqueda secreta y el impulso íntimo que mueve la libertad» (n. 7). Por tanto, el alcance general de los específicos problemas éticos tratados en la encíclica puede ser entendido por todos y no sólo por los creyentes católicos o cristianos, ya que se refiere a la naturaleza y al sentido profundo de la libertad humana, y por tanto a lo más valioso que hay en el corazón de todo hombre. La aceptación, aun parcial e inconsciente, de un concepto nihilístico de la libertad, es decir, de una libertad sin origen y sin fin y, por tanto, sin exigencias éticas intrínsecas, daría lugar a un debilitamiento teórico y práctico de la percepción del valor de la dignidad humana.

Desde esta perspectiva conviene entender las nociones éticas afirmadas por la encíclica. Piénsese, por ejemplo, en cuanto se afirma sobre la inmutabilidad de las exigencias fundamentales de las leyes morales, o en la existencia de actos intrínsecamente malos, que ningún fin bueno puede convertir en objetivamente justos. No es fácil desentrañar el sentido profundo que los convierte en cruciales. Existen, efectivamente, dimensiones humanas —como la vida, la libertad, el amor, etc.— que manifiestan inmediatamente la dignidad y la personalidad del hombre: el desarrollo de la conciencia moral de la humanidad ha permitido, y probablemente lo permitirá aún más, profundizar en su significado. Pero ya ha sido comprobado que su relación con el valor de la persona es tal que no permite una instrumentalización al servicio de intereses individuales o sociales, por muy importantes y legítimos que sean.

Juan Pablo II, al recordar que tales valores humanos no toleran un tratamiento instrumental o violento, sino que son y deben ser objeto de respeto y amor, presta un gran servicio al hombre y a la sociedad en general.

Romana, n. 17, Luglio-Dicembre 1993, p. 237-239.

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