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Il Cardinale Vicario di Roma al Seminario Internazionale della Prelatura

In occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, Sua Eminenza il Card. Camillo Ruini, Vicario del Papa per la città di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, si è recato alla sede del Seminario Internazionale della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei.

Il Card. Ruini è giunto poco prima delle ore 18, accolto da Mons. Javier Echevarría, Vicario Generale della Prelatura, da Mons. Francesco di Muzio, Vicario delegato di Roma, e dal Rev. Dott. Javier García de Cárdenas, Rettore del Seminario. Nella chiesa di Nostra Signora degli Angeli, ha officiato una Messa solenne per gli alunni e i professori.

La preghiera dei fedeli, in italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, tagalog e swahili, è stata letta da alunni delle rispettive lingue.

Alla Santa Messa è seguito un incontro festoso degli alunni e dei professori con il Vicario del Papa, nell'Aula Magna del Centro. Dopo l'intervento di saluto del Rettore, alcuni alunni hanno eseguito interpretazioni artistiche e musicali, al termine delle quali il Card. Ruini ha voluto porgere un indirizzo di saluto, con cui ha espresso il proprio compiacimento, incoraggiando i presenti a svolgere il proprio impegno formativo con profondità.

Riportiamo il testo integrale dell'omelia pronunciata dal Card. Ruini durante la Santa Messa.

1. Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere?[1]. Nel testo del Vangelo che abbiamo appena ascoltato si manifesta lo scandalo degli abitanti di Nazaret: le parole e le opere del Signore producono sorpresa e meraviglia, ma non li portano a riconoscere che Gesù, il figlio di Maria, è il Messia da tanti secoli aspettato. Ripugna loro riconoscere che un compaesano, un lavoratore come la maggior parte di loro, sia stato investito della massima dignità che un pio israelita possa immaginare. Né i miracoli portentosi di Cristo, né la sublimità della sua dottrina bastano per vincere il pregiudizio di quella gente. Per questo il Signore, conclude il testo sacro, non fece molti miracoli a causa della loro incredulità[2].

La storia si ripete anche ai nostri giorni. Cristo chiama tutti i cristiani alla santità; ma per molte persone questa santità, ha connotati appariscenti e vistosi. Pensano ai santi come a grandi taumaturghi, che hanno realizzato azioni straordinarie e fuori del comune. E dimenticano che Gesù, «Maestro e Modello divino di ogni perfezione»[3], trascorse trent'anni della sua vita dedito ad un lavoro ordinario, per nulla appariscente, e dedicò la maggior parte delle ore della giornata all'esercizio di un'attività manuale dura ed esigente, con la quale provvedeva alle necessità materiali della sua famiglia.

Voi avete avuto la fortuna —sarebbe meglio dire, la grazia di Dio— di imparare questa verità, incarnata nella sua vita, dalle labbra del vostro Fondatore, il beato Josemaría Escrivá, a cui Dio affidò, in questo secolo di innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato il mondo del lavoro, l'incarico di ricordare la chiamata universale alla santità e di tracciare un cammino concreto per raggiungere questa meta, proprio all'interno e attraverso il lavoro professionale ordinario.

2. Non è egli forse il figlio del carpentiere? La domanda retorica degli abitanti di Nazaret, al di là delle loro reali intenzioni, si rivela un'affermazione profetica. La natura umana concreta del Verbo incarnato è spiegata proprio in relazione al lavoro di Giuseppe, suo padre putativo. Il mestiere di Giuseppe determina così non solo la sua condizione di artigiano, ma anche un lineamento caratteristico della vita terrena di Gesù: il suo lavoro nascosto nella bottega di Nazaret.

Riferendosi alla festa che celebriamo oggi, il beato Josemaría Escrivá affermava: «questa festa, che è la canonizzazione del valore divino del lavoro, dimostra che la Chiesa, nella sua vita sociale e pubblica, si fa eco di quelle verità centrali del Vangelo che Dio vuole siano meditate in modo speciale in questa nostra epoca»[4]. Queste parole ricordano quelle pronunciate dal Romano Pontefice nella Messa della sua beatificazione, quando affermava che «il lavoro è anche mezzo di santificazione personale e di apostolato quando è vissuto in unione con Cristo, perché il Figlio di Dio, incarnandosi, in un certo modo si è unito a tutta la realtà dell'uomo e a tutta la creazione»[5].

Non sorprende, né voi né me, che il lavoro abbia un grandissimo valore umano e divino, perché ciò è stato rivelato da Dio. Nel narrare la creazione del mondo la Sacra Scrittura si compiace di mostrarci la soddisfazione del Signore nel contemplare l'opera delle sue mani: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona[6]. Il Signore volle far partecipare l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, del suo potere, e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse[7]. Col suo lavoro, oltre a contribuire alla perfezione terrena della creazione, per la gloria e la lode del Creatore, l'uomo doveva raggiungere anche la sua perfezione personale, perché —con parole del Santo Padre Giovanni Paolo II— «mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, diventa più uomo»[8]. Per questo scrive uno dei grandi Padri della Chiesa che «il lavoro costituisce lo stato naturale dell'uomo. Per lui, l'oziosità sarebbe contro natura»[9].

3. Si potrebbe parlare molto del lavoro umano in relazione all'opera della creazione. È un tema che il vostro Fondatore trattò abbondantemente, trovando nelle parole del Genesi l'ispirazione per incitare a lavorare nel miglior modo possibile, con perfezione umana e rettitudine d'intenzione, con il desiderio esclusivo di dare tutta la gloria a Dio. Vorrei però trattenermi su un altro aspetto del lavoro umano, che pure ha un ruolo centrale nella predicazione del beato Josemaría: la sua relazione intima con l'opera della redenzione compiuta da Cristo sul Calvario, della quale gli anni di lavoro a Nazaret costituiscono un anticipo ed una promessa.

Se, con il peccato originale, il primo uomo alterò l'ordine della creazione, assumendo il lavoro nel mistero della redenzione Cristo rese le attività umane non solo strumento di co_creazione, ma anche di co_redenzione. E in questa elevazione soprannaturale del lavoro un ruolo rilevante spettò al Santo Patriarca, perché «grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione»[10].

Queste parole di Giovanni Paolo II gettano una grande luce sul lavoro umano inteso come strumento di santificazione. Il beato Josemaría Escrivá sintetizzò in una felice espressione il nucleo del messaggio dell'Opus Dei: santificare il lavoro, santificarsi con il lavoro, santificare gli altri attraverso il lavoro. E in questa triplice dimensione l'Artigiano di Nazaret, Sposo di Maria e Custode del Redentore, ci ha lasciato un esempio ammirevole, che tutti dobbiamo meditare e imitare.

4. Santificare il lavoro. Come lavorava san Giuseppe? Quali erano le sue motivazioni? Quali i suoi obiettivi? Dal momento in cui gli fu rivelato il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio nel seno verginale della sua Sposa, Giuseppe acquistò piena coscienza della missione che gli veniva affidata. Comprese che tutta la sua esistenza aveva un unico obiettivo: collaborare al piano divino della redenzione, avendo cura di Gesù e di Maria, con il contributo umano del suo sforzo personale. In questo modo il lavoro di Giuseppe nell'umile bottega di Nazaret era in se stesso qualcosa di santo, di molto gradito al Signore, perché rispondeva ad un preciso e chiaro disegno della Volontà divina.

Indubbiamente, il Santo Patriarca conosceva bene il suo mestiere e cercava di svolgerlo con sempre maggior perfezione; ma questa ricerca della qualità professionale non tendeva all'affermazione personale, ma si indirizzava alla gloria di Dio. Per questo, Giuseppe di Nazaret non lesinò impegno né sacrificio nella sollecitudine per Gesù e Maria. Tutto gli sembrava poco, perché desiderava con tutte le sue forze servire nel miglior modo possibile il mistero della Redenzione.

L'esempio di Giuseppe ci deve spronare a compiere i nostri doveri professionali, anche quelli in apparenza meno importanti, con intensità, diligenza, spirito di servizio...; in una parola, con fedeltà. Lo zelo per servire Dio deve spingerci a lavorare —con parole del vostro Fondatore— «ancor meglio del migliore, perché impiegheremo tutti i mezzi umani onesti e i mezzi spirituali necessari, per offrire al Signore un lavoro fragrante di premure, eseguito fin nei dettagli come una filigrana, in tutto completo»[11].

5. Santificarsi nel lavoro. L'attività lavorativa dell'artigiano di Nazaret era molto gradita a Dio, non solo per la perfezione umana con cui lo realizzava, ma anche perché Giuseppe trovava occasione nelle innumerevoli circostanze della vita quotidiana per mantenere un intimo dialogo con il Signore. Le parole e le azioni di Gesù, che a volte il Santo Patriarca non comprendeva; i sorrisi e le delicatezze di Maria; i segni nei quali si manifestava la Provvidenza divina, rappresentarono la materialità di questi suoi colloqui, tanto personali. Anche le difficoltà ed i problemi che certamente dovette affrontare nel suo lavoro gli servirono per comprendere meglio il ruolo che Dio gli aveva affidato, e lo incitavano ad una maggiore unione con Gesù e Maria, gustando la gioia profonda e serena che procede dal sacrificio.

Fede, speranza, carità, furono il motore della vita laboriosa di Giuseppe di Nazaret, e queste stesse virtù devono animare la nostra vita quotidiana. La vita di orazione deve alimentarsi con le diverse situazioni, relazioni sociali e problemi che il lavoro sempre porta con sé. Questo è l'insegnamento del vostro Fondatore, che il Signore ha costituito come araldo e maestro di una spiritualità del lavoro che si dimostra specialmente necessaria nel mondo attuale. Vi ricordo alcune parole contenute in una sua omelia. «L'impegno di portare a compimento il vostro dovere ordinario sarà l'occasione per sentire la Croce, che è essenziale nella vita di un cristiano. L'esperienza della vostra debolezza e gli insuccessi —immancabili in ogni sforzo umano— vi daranno più realismo, più umiltà, più comprensione per gli altri. I successi e le gioie saranno un invito alla gratitudine e vi faranno pensare che non vivete per voi stessi ma al servizio degli altri e di Dio»[12].

6. Giungiamo così al terzo punto di queste considerazioni: santificare gli altri attraverso il lavoro. Proprio al vostro Fondatore Dio concesse di comprendere con una luce nuova alcune parole di Gesù, raccolte nel Vangelo di San Giovanni. Diceva il Signore: si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum[13], quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me. Questa promessa di Gesù si compì storicamente una volta per sempre con la sua morte in Croce. Da allora tutto il genere umano, redento dai suoi peccati, è stato "attratto" di nuovo all'amicizia con Dio. Questa "attrazione" torna a manifestarsi in senso oggettivo ogni volta che si celebra sull'altare il Sacrificio eucaristico, memoriale e attualizzazione dell'unico sacrificio della Croce, ed in senso soggettivo nel momento in cui ogni anima corrisponde alla grazia di Dio. La luce posta da Dio nell'anima del beato Josemaría fa risplendere con luce nuova il testo di San Giovanni[14]: «Gesù vuole essere innalzato proprio lì: nel rumore delle fabbriche e delle officine, nel silenzio delle biblioteche, nel frastuono delle strade, nella quiete dei campi, nell'intimità delle famiglie, nelle assemblee, negli stadi... Lì dove un cristiano può spendere la sua vita onestamente, deve porre col suo amore la Croce di Cristo, che attrae a Sé tutte le cose»[15].

7. Prima di incorporarvi a questo Collegio Romano della Santa Croce, avete svolto un lavoro professionale a tempo pieno come ingegneri, medici, avvocati, ecc. Grazie alla formazione dottrinale, ascetica, spirituale e apostolica che ricevete nella Prelatura avete un'esperienza ben concreta di come il fatto di lavorare insieme ai vostri colleghi, condividendone le gioie e le preoccupazioni, è stato per voi l'occasione per avvicinarli a Cristo, attraverso un apostolato basato sull'amicizia e la comprensione, come quello dei primi cristiani. Nei più svariati campi dell'attività umana avete contribuito a porre la Croce di Cristo al vertice di tutto il creato, compiendo in questo modo la vocazione che avete ricevuto.

So che in questi anni romani di speciale formazione, durante i quali il vostro lavoro professionale si identifica in buona misura con lo studio delle scienze sacre, sentite la responsabilità di continuare in questo impegno. Uno studio ben fatto, realizzato per piacere a Dio e con il desiderio di estendere il Regno di Cristo al mondo intero, si riflette al di fuori delle aule universitarie che vi accolgono e di questa Roma che è universale perché Sede di Pietro.

Anche se provenite da tanti Paesi, sono certo che state condividendo con sincera solidarietà lo sforzo di rinnovamento che gran parte degli italiani stanno portando avanti, non senza travaglio, e non senza speranza. Per questo vi chiedo il prezioso contributo dell'assidua e fiduciosa preghiera, affinché il Signore, voglia aiutarci a costruire una società a misura della piena vocazione dell'uomo[16].

Per terminare, mi piace ricordarvi una verità che pur essendo semplice non manca di profondità: il lavoro di Giuseppe e di Gesù si realizzò sempre sotto lo sguardo amoroso di Maria. Anche noi, che desideriamo seguire con la maggior fedeltà possibile San Giuseppe, vogliamo cercare continuamente la presenza della Santissima Vergine, perché col suo sguardo ci rafforzi nelle difficoltà e ci sproni ad essere sempre più diligenti nel servizio di Dio e degli uomini.

[1] Vangelo (Mt 13, 54-55).

[2] Ibid., 58.

[3] Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 40.

[4] Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 52, Ares, Milano 1982.

[5] Giovanni Paolo II, Omelia pronunciata nella Messa di Beatificazione di Josemaría Escrivá e Giuseppina Bakhita, 17-V-1992, n. 3.

[6] Gn 1, 31.

[7] Gn 2, 15.

[8] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 14-X-1981, n. 9.

[9] San Giovanni Crisostomo, Homilia super Acta Apostolorum, 35.

[10] Giovanni Paolo II, Esort. apost. Redemptoris Custos, 15-VIII-1989, n. 20.

[11] Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 63, Ares, Milano 1978.

[12] Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 49.

[13] Gv 12, 32 (Vg).

[14] Cf. P. Rodríguez, Omnia traham ad meipsum. Il significato di Giovanni 12, 32 nell'esperienza spirituale di Mons. Escrivá de Balaguer, in Annales theologici, 6 (1992) 5-34.

[15] Josemaría Escrivá, Via Crucis, XI stazione, n. 3.

[16] Cf. Comunicato conclusivo dei lavori della sessione primaverile del Consiglio Permanente della Conferenza

Romana, n. 16, Gennaio-Giugno 1993, p. 76-82.

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