envelope-oenvelopebookscartsearchmenu

Cinquantesimo anniversario della Società Sacerdotale della Santa Croce

In una solenne celebrazione eucaristica in onore della Santissima Vergine, Mater Pulchrae Dilectionis, che ha avuto luogo nella chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace, il Vescovo Prelato dell'Opus Dei ha commemorato il cinquantesimo anniversario della fondazione della Società Sacerdotale della Santa Croce. Celebrazioni simili si sono tenute il 14 febbraio 1993 in varie città dei cinque continenti, in ringraziamento per questa fausta ricorrenza.
Nell'omelia Mons. del Portillo ha ricordato l'esemplare zelo del Fondatore dell'Opus Dei per la santità dei sacerdoti. Fin dal 2 ottobre 1928, data fondazionale dell'Opera, il Beato Josemaría Escrivá ebbe presente la necessità di sacerdoti per portare a termine la missione che Dio gli aveva affidato, ma non trovava la formula giuridica adeguata, nonostante avesse studiato con profondità la questione e avesse richiesto il consiglio di persone molto competenti in materia.
Grazie ad una specifica luce divina ricevuta durante la celebrazione del Santo Sacrificio, il 14 febbraio 1943 trovò la soluzione di questo problema. «Si trattava di una luce soprannaturale, che indicava la via attraverso la quale l'Opus Dei poteva crescere e svilupparsi come membro vivo del Corpo Mistico di Cristo, una porzione del Popolo di Dio formata da sacerdoti e laici —uomini e donne—, in strettissima unità, chiamata ad essere fermento di santità e di unione nella Chiesa e nel mondo». Così scrive Mons. Alvaro del Portillo in una lunga lettera indirizzata ai fedeli della Prelatura e ai soci della Società Sacerdotale della Santa Croce in occasione di questo anniversario.
Quella luce divina aprì la strada al nihil obstat pontificio e all'erezione canonica della Società Sacerdotale della Santa Croce; così l'anno successivo, il 1944, poterono ricevere l'ordinazione sacerdotale tre membri laici dell'Opus Dei —fra essi l'attuale Prelato—, che il Fondatore stava preparando a questo fine già da vari anni. Furono i primi di una serie ininterrotta di sacerdoti incardinati nell'Opera allo scopo di fornire la cura pastorale agli altri membri, alle loro attività apostoliche e a tutte le anime.
Nella lettera, Mons. del Portillo si sofferma ad illustrare l'anima sacerdotale, espressione coniata dal Fondatore dell'Opus Dei per evidenziare la profondità con cui deve incidere nei cristiani il sacerdozio comune ricevuto nel Battesimo, portandoli a condividere gli stessi sentimenti di Cristo Sacerdote: l'amore illimitato per le anime e la generosità nel sacrificio per compiere la Volontà del Padre celeste. Ricorda anche lo sviluppo storico della Società Sacerdotale della Santa Croce, associazione sacerdotale che —come sottolinea la Costituzione apostolica Ut sit di Giovanni Paolo II— è intrinsecamente e inseparabilmente unita alla Prelatura.
In modo particolarmente dettagliato Mons. del Portillo rievoca il momento in cui il Beato Josemaría comprese che anche i sacerdoti diocesani potevano far parte della Società Sacerdotale della Santa Croce, se chiamati dal Signore con questa vocazione, per ricercare la santità personale nell'esercizio del ministero, con lo spirito e i mezzi specifici dell'Opus Dei.
Già negli anni '40 il Beato Josemaría Escrivá aveva dedicato molto tempo alla cura dei sacerdoti diocesani, che vedeva bisognosi di aiuto spirituale, per confermarli nel loro cammino di santità attraverso l'esercizio del ministero sacerdotale. In quel periodo, su richiesta dei Vescovi, predicò parecchi ritiri e corsi di ritiro spirituale al clero; inoltre dirigeva spiritualmente i sacerdoti che si rivolgevano a lui, promuoveva vocazioni per i seminari, cercava di sorreggere chi si trovava in difficoltà. Sentiva un tale amore per i sacerdoti diocesani, e avvertiva così chiaramente che Dio gli chiedeva di dedicare le proprie energie per aiutarli ad essere santi, che verso il 1949 o 1950 aveva deciso di dar vita ad una nuova fondazione per loro, disposto persino ad abbandonare l'Opus Dei, ormai ben avviato e prossimo a ricevere l'approvazione definitiva della Santa Sede.
«Non posso immaginare —scrive Mons. Alvaro del Portillo nella lettera citata— nulla di più duro per nostro Padre di questa decisione di cominciare un lavoro al di fuori dell'Opera; eppure era disposto a realizzarlo! "Ma Dio non volle così" —scriveva grato il nostro Fondatore— "e mi liberò con la sua mano misericordiosa —affettuosa— di Padre, dal sacrificio davvero grande che mi disponevo a compiere lasciando l'Opus Dei" (Lettera, 24-XII-1951, n. 3)».
La luce che si accese nella mente del Beato Josemaría Escrivá fu chiara. Se lo spirito dell'Opus Dei offre a tutti i cristiani i mezzi necessari per santificarsi nell'esercizio della professione, in mezzo al mondo, nelle circostanze normali della vita, non sarebbe potuto servire anche ai sacerdoti diocesani, che devono cercare la santità principalmente nello svolgimento del lavoro pastorale? Non sono forse le attività pastorali la materia prima della santificazione personale di sacerdoti e diaconi diocesani, in modo analogo a come il lavoro professionale lo è per l'operaio, per il medico, per il professore o per la casalinga?
Si apriva pertanto un nuovo panorama di servizio alla Chiesa. Offrire ai sacerdoti diocesani, in modo costante e organizzato, un aiuto efficace per edificare la propria santificazione nell'esercizio del ministero pastorale, fu sempre un desiderio impetuoso del Beato Josemaría Escrivá, consapevole dell'effetto moltiplicatore di quest'opera, che si ripercuote necessariamente sul bene spirituale dei fedeli, delle Chiese particolari e della Chiesa universale. Era stato aperto così un cammino di santificazione per i sacerdoti diocesani che avrebbero ricevuto da Dio la chiamata specifica all'Opus Dei, all'interno della loro vocazione sacerdotale diocesana, non indebolendola, ma al contrario rafforzandola e confermandola.
Riassumendo tali avvenimenti, Mons. Alvaro del Portillo scrive: «"Voi siete tanto dell'Opus Dei quanto me", diceva nostro Padre ai suoi figli Aggregati e Soprannumerari della Società Sacerdotale della Santa Croce. La vocazione all'Opera —insisto ancora una volta— è unica ed è la stessa per tutti: una chiamata divina a ricercare la santità nel compimento dei nostri doveri, con lo spirito ed i mezzi ascetici propri dell'Opus Dei. Ciò che cambia è la natura di questi doveri: nel vostro caso si tratta soprattutto di servire la diocesi a cui appartenete, in stretta unità con i vostri Vescovi; e, nel caso dei sacerdoti incardinati alla Prelatura, servire con il proprio ministero, in modo precipuo, i membri dell'Opera. Non dimenticate mai che la Società Sacerdotale della Santa Croce è "intrinsecamente unita alla Prelatura", come stabilisce la Costituzione apostolica Ut sit di Giovanni Paolo II (AAS 75 [1983] p. 424) e viene indicato nei nostri Statuti (Codex iuris particularis Operis Dei, n. 36 § 2); cioè essa è nel cuore dell'Opus Dei e ne costituisce una parte essenziale».
La celebrazione del 50º anniversario ha avuto uno speciale rilievo a Roma. Nel corso di varie riunioni con membri della Prelatura e con soci della Società Sacerdotale della Santa Croce, Mons. del Portillo ha insistito sui concetti già espressi nella lettera del 9 gennaio. Così, in una di queste riunioni familiari, ha esclamato: «È una meraviglia di Dio che ci possano essere sacerdoti incardinati nell'Opera e tanti altri che sono pure dell'Opus Dei, anche se ciascuno dipende dal proprio Vescovo. I sacerdoti Numerari e Aggregati della Prelatura sono soggetti al Prelato e possono essere inviati in un luogo o nell'altro e ricevere vari incarichi pastorali. Gli Aggregati e Soprannumerari della Società Sacerdotale della Santa Croce, poiché sono incardinati in una diocesi, devono obbedire nel lavoro sacerdotale al proprio Ordinario, al Vescovo della diocesi, sebbene nella formazione e nelle attività che svolgono nell'Opera dipendano dall'Opus Dei. Succede lo stesso che con gli altri membri dell'Opera: nel lavoro professionale dipendono dal capo dell'impresa o della fabbrica dove lavorano. Noi non possiamo dire a un manager o a un sarto di fare il suo lavoro in un modo o nell'altro. E così succede con i sacerdoti delle diocesi che si associano alla Società Sacerdotale della Santa Croce: nelle mansioni proprie dell'attività sacerdotale diocesana dipendono esclusivamente dal proprio Vescovo».
La stampa di vari Paesi ha dato rilievo a questo anniversario, sottolineando il servizio che la Società Sacerdotale della Santa Croce offre alla Chiesa universale e alle Chiese particolari.

Romana, Nº 16, Gennaio-Giugno 1993, p. 69-72.