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Due articoli di Mons. Javier Echevarría, Vicario Generale dell'Opus Dei, sulla figura del Beato Josemaría Escrivá

Il Vicario Generale della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, Mons. Javier Echevarría, alla vigilia della beatificazione del Fondatore, ha pubblicato su "L'Osservatore Romano" (16_V_1992) un articolo dal titolo "L'attività apostolica di un sacerdote «contemplativo itinerante»", che riportiamo qui sotto.


L'attività apostolica di un sacerdote
"contemplativo itinerante"

Josemaría Escrivá de Balaguer nacque a Barbastro nel 1902 e fu educato nel seno di una famiglia in cui le virtù cristiane erano vissute con naturalezza e spontaneità. Di intelligenza vivace e di carattere aperto, quando aveva sedici anni ed abitava con la sua famiglia a Logroño, presagì l'immensità insondabile dell'amore di Dio, ed abbracciò una vocazione sacerdotale che gli si era presentata come tappa necessaria per un'altra chiamata divina, ancora sconosciuta. Prima a Logroño, poi a Saragozza, trascorse gli anni degli studi ecclesiastici chiedendo assiduamente al Signore la luce per scoprire questa ulteriore chiamata. All'Università di Saragozza intraprese gli studi di Giurisprudenza con il permesso dei superiori.
Josemaría fu ordinato sacerdote nel 1925 e, due anni dopo, si trasferì a Madrid per ottenere il dottorato in Giurisprudenza, che a quei tempi veniva rilasciato solo dall'Università Centrale. Nella capitale svolse una vastissima attività sacerdotale, prodigandosi in maniera particolare a favore dei poveri dei quartieri più umili e dei malati che gremivano gli ospedali. Ben presto il suo apostolato raggiunse ampi strati della società madrilena. Il 2 ottobre 1928 il Signore gli mostrò, in modo repentino e inaspettato, la missione che da tempo gli aveva fatto presagire: fondare l'Opus Dei. Per ispirazione di Dio, egli poté contemplare questa nuova realtà ecclesiale in tutta la sua fisionomia essenziale, come una moltitudine di cristiani impegnati a santificarsi in mezzo al mondo —nel lavoro ordinario, nella vita familiare e sociale— e a porre Cristo al vertice e nelle viscere di tutte le attività umane. Il 14 febbraio 1930 il Signore estese alle donne questa chiamata fondazionale e il medesimo giorno del 1943, con identiche luci soprannaturali, Mons. Escrivá fondò la Società Sacerdotale della Santa Croce, che avrebbe reso possibile l'ordinazione di laici dell'Opus Dei e la loro incardinazione nell'Opera, nonché, più tardi, l'incorporazione a tale Società di sacerdoti diocesani, che, dipendendo esclusivamente dal rispettivo ordinario nell'esercizio del ministero e sentendosi strettamente uniti ai propri fratelli sacerdoti della diocesi, avrebbero cercato la santificazione secondo lo spirito dell'Opus Dei.
A partire da ciascuna di queste date fondazionali, e con il pieno appoggio del Vescovo di Madrid, don Josemaría Escrivá si dedicò con tutte le forze al compito di promuovere l'Opus Dei, che a quell'epoca —data la novità del suo messaggio teologico e pastorale— appariva agli occhi umani come una montagna di impossibili. Fra ostacoli enormi, fra i quali non mancò neppure "l'opposizione dei buoni", mantenne una fede e una speranza incrollabili nel carattere divino e, pertanto, nella sicura efficacia di un'impresa apostolica che, fino al 1936, era riuscita a raggruppare solo un ridotto numero di studenti. Queste difficoltà si ingigantirono con lo scoppio della guerra civile spagnola, durante la quale corse ripetutamente il rischio di perdere la vita nell'esercizio clandestino del ministero sacerdotale, e che disperse l'incipiente frutto del suo lavoro fondazionale. Ricominciò con rinnovato slancio nel 1938, prodigandosi anche nel predicare frequenti corsi di esercizi spirituali al clero secolare e religioso e a numerosissimi laici.
Nel 1946, data del trasferimento di Mons. Escrivá a Roma, l'Opus Dei aveva già raggiunto una crescita considerevole, grazie all'attività apostolica promossa senza posa dal Fondatore nelle principali città spagnole. Una volta a Roma, dove si commentò che l'Opus Dei era arrivato con un secolo di anticipo, don Josemaría Escrivá, con grandissima fede nel Signore e confidando sempre nell'assistenza della Madonna, ottenne dalla Santa Sede le relative approvazioni pontificie dell'Opera fino a quella definitiva del 1950.
Se il motto della sua vita fu sempre quello di "nascondersi e scomparire affinché solo Gesù brilli", gli anni romani —fino alla morte avvenuta nel 1975— sottolinearono in modo singolare questo programma giacché, nonostante la fama di santità e la conseguente notorietà della sua figura, Josemaría Escrivá riuscì sempre a mantenersi in un discretissimo secondo piano —conducendo un'autentica "vita nascosta in Dio"—, e a promuovere l'espansione dell'Opus Dei nelle più diverse latitudini dei cinque continenti.
Grazie alle sue indubbie qualità teologiche, pastorali e giuridiche, Mons. Escrivá fu Consultore di diversi dicasteri della Santa Sede, a cui rese preziosi servigi. Negli ultimi cinque anni della sua vita, mosso da un ardente amore per la Chiesa e il Papa, e dalla pressante responsabilità di confermare nella fede i membri dell'Opus Dei e tante altre migliaia di anime nei turbolenti frangenti che scuotevano il mondo cattolico, intraprese quattro viaggi apostolici che egli stesso chiamava di "catechesi": in Messico, Spagna, Portogallo e America latina (due volte). Furono viaggi estenuanti, che affrontò in condizioni di salute spesso precarie; in quelle intense giornate apostoliche infiammò d'amore di Dio moltissime persone. Di questi viaggi si conservano, come inestimabili ricordi, le riprese filmate di numerosi incontri con le folle che si recavano a vederlo e ad ascoltarlo, attratte dalla sua crescente fama di santità di vita.
Mons. Escrivá ha lasciato una ricca produzione di scritti spirituali, che lo collocano a pieno titolo tra i grandi autori della letteratura ascetica contemporanea. I suoi libri principali sono Cammino, Solco e Forgia, nel genere dell'aforisma acuto e penetrante; Santo Rosario e Via Crucis, commenti pieni di fervore dei rispettivi misteri e stazioni; E'Gesù che passa e Amici di Dio, raccolte di vibranti omelie. Ciononostante la maggior parte della sua produzione è ancora inedita.
Quando rese santamente la sua anima a Dio in Roma, il 26 giugno 1975, Mons. Josemaría Escrivá lasciava l'Opus Dei costituito da circa 60.000 membri laici e circa 1.000 sacerdoti di 80 nazionalità, dopo un'espansione che —ancora in vita il Fondatore— non appare usuale nella storia della Chiesa. Questo sviluppo apostolico è dovuto, senza dubbio, alle sue grandi qualità di uomo di azione e di talento organizzativo ma, ancor di più, deve essere attribuito alla sua profonda orazione contemplativa, arricchita dal Signore di copiose grazie mistiche —fu un "contemplativo itinerante", come afferma il Decreto sulle virtù eroiche—, e al suo sensibilissimo spirito di penitenza, che raggiunse, in tutti i campi dell'ascetismo cristiano, livelli di vero olocausto. Se la sua fama di santità fu grande mentre era ancora in vita, dopo la sua morte ha raggiunto dimensioni universali, che oltrepassano le frontiere dell'Opus Dei al punto che, in molti Paesi, la devozione a Mons. Escrivá costituisce un vero fenomeno di pietà popolare.
Il Signore esaudì il suo desiderio di "nascondersi e scomparire" anche nell'iter che condusse all'ottenimento della configurazione giuridica adeguata al carisma dell'Opus Dei. Il Fondatore predispose con cura tutti gli studi necessari per presentare, al momento opportuno, la relativa richiesta. Ma contemplò dal Cielo l'erezione canonica dell'Opus Dei come Prelatura personale di ambito universale, al servizio della Santa Sede e delle chiese locali, in conformità con ciò che, nella sua infinita bontà, il Signore gli aveva mostrato il 2 ottobre 1928, spingendolo a ricordare a tutte le anime la chiamata universale alla santità, ognuna nel posto che occupa nel mondo.


Mons. Javier Echevarría
Vicario Generale dell'Opus Dei

Sulla rivista "Palabra" (num. 326 del maggio 1992, pp. 62_67), con il titolo "Josemaría Escrivá de Balaguer, sacerdote para servir a todos", Mons. Javier Echevarría ha pubblicato il seguente saggio sul Fondatore dell'Opus Dei.
Josemaría Escrivá de Balaguer
Sacerdote para servir a todos

A finales de abril de 1927, un joven sacerdote aragonés llegaba a Madrid procedente de Zaragoza, donde un par de años antes, el 25 de marzo de 1925, había recibido la ordenación presbiteral. Con el permiso de su Ordinario, acudía a la capital para hacer los cursos de doctorado en Derecho, que entonces sólo podían realizarse en la Universidad Central. Esta institución, la única de su género que por entonces había en Madrid, tenía su sede en un rancio caserón de la calle de San Bernardo. El nombre de ese joven sacerdote era Josemaría Escrivá de Balaguer: la Iglesia lo proclamará Beato dentro de pocos días, diecisiete años después de haber fallecido en Roma.
Entre la correspondencia que Josemaría Escrivá de Balaguer mantuvo en aquellos primeros meses de estancia en Madrid, se han encontrado cartas de antiguos profesores y compañeros suyos de las aulas cesaraugustanas, pidiendo al amigo de la capital que realizara en su favor las más diversas gestiones: desde conseguir un libro o los apuntes de una asignatura determinada, hasta obtener información sobre los cursos de doctorado. A todos esos ruegos, el futuro Fundador del Opus Dei respondía con premura, gozoso de poder prestar un servicio a aquellas personas con las que había convivido más o menos tiempo.
Es un hecho pequeño, pero significativo del talante amable de Josemaría Escrivá de Balaguer, que desde niño manifestó un acendrado espíritu de servicio, destinado a acrecentarse sin cesar a lo largo de toda su existencia. Mi orgullo es servir, repetiría luego innumerables veces, enseñando a sus hijas e hijos del Opus Dei, y a millares y millares de hombres y mujeres en el mundo entero, esta disposición esencial del espíritu cristiano.

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En su hogar de Barbastro, el Beato Josemaría Escrivá de Balaguer recibió las primeras lecciones de servicio a Dios y a los hombres. Las aprendió de sus padres, cristianos ejemplares, que en toda ocasión mostraron —como han manifestado testigos oculares— una habitual disposición de servicio a los demás. En su padre, don José Escrivá y Corzán, vio un ejemplo de caballero cristiano, hondamente preocupado por las necesidades espirituales y materiales, no sólo de su propia familia, sino también de los empleados de la pequeña industria de la que era co_propietario, y de las comunidades religiosas de la pequeña ciudad alto_aragonesa donde residía. En su madre, doña Dolores Albás, contempló una imagen fiel de mujer cristiana, discreta, piadosa sin beatería, que —de acuerdo en todo con su marido— sabía educar a sus hijos en la libertad y responsabilidad personales, inculcándoles los altos ideales predicados por Jesucristo. Con el paso de los años, Josemaría repetirá una frase que le decía a menudo su madre, cuando él —niño de pocos años— se escondía debajo de la cama para no saludar a las señoras que iban de visita a la casa: Josemaría, la vergüenza sólo para pecar. Tenazmente grabada en su mente quedó esta enseñanza, que tanto bien ha hecho a innumerables almas de los cinco continentes, cuando predicaba a los cuatro vientos la necesidad de ser muy sinceros con Dios, consigo mismo y con los demás, sin dejarse jamás dominar por una falsa vergüenza, que tantas veces paraliza las mejores energías e impide gastarse generosamente en el servicio de Dios y de las almas.
En aquel hogar corriente —ni beato ni frívolo: normal, cristiano—, Josemaría fue formando su personalidad de acuerdo con la doctrina y con el ejemplo que recibía. Aprendió a amar la renuncia y la abnegación, a apreciar las cualidades buenas que veía en otras personas y a aprender de ellas, a valorar la amistad, a saborear la alegría de compartir la propia abundancia —espiritual o material— con los necesitados, a dar limosna con señorío, sin hacerlo notar ni pesar... En definitiva, a comportarse con esa naturalidad cristiana que no conoce otro temor o vergüenza que el de ofender a nuestro Padre del Cielo.
Fruto de esta educación familiar, confirmada por las instrucciones de sus maestros en las dos escuelas que frecuentó, fue su instintiva repulsa hacia toda clase de incomprensión o falta de justicia. No sé soportar la injusticia sin protesta, proceda de donde proceda, solía comentar. Y añadía que, cuando veía a alguna persona maltratada, con las palabras o con las obras, o peor aún, injustamente abandonada a la crueldad de la indiferencia, experimentaba la necesidad imperiosa de ponerse al lado del desvalido, para correr por amor de Cristo la suerte que él corriera.
Estas reacciones de Josemaría Escrivá de Balaguer desde su infancia, junto a una base natural adquirida, se producían a impulsos de la gracia, que preparaba desde los primeros momentos a un alma destinada a ser instrumento para la realización de una labor divina. El Opus Dei, en efecto, habría de difundir este afán de servicio entre gentes de toda raza, nación y condición social; y habría de llevarlo a todos los lugares como parte esencialísima del espíritu cristiano, que incluye entre sus componentes principales un mensaje de tolerancia, de respeto mutuo y, más aún, de auténtica fraternidad, que se fundamenta en la espléndida realidad sobrenatural de la filiación divina en Cristo.
De este modo, diría que casi sin proponérselo, de una manera amable y natural, Josemaría Escrivá de Balaguer comenzó a vivir ya en los años de la infancia y la adolescencia el sacerdocio real de los cristianos, anunciado por San Pedro en una de sus epístolas (cfr. 1 Petr 2, 9), y que tiene como manifestaciones principales las propias del afán de servicio, tan claramente patentes en la figura de Jesucristo, Sumo y Eterno Sacerdote, modelo y ejemplar de todos los cristianos, sean clérigos o laicos, llamados todos a cultivar en sus almas los mismos sentimientos de Cristo Jesús (cfr. Fil. 2, 5).

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Es bien sabido que el Señor concede a cada alma las condiciones humanas y sobrenaturales que mejor se adecúan a la misión que desea confiarle; cualidades que cada uno, impulsado y ayudado por la gracia, debe empeñarse en hacer fructificar en la batalla diaria. Entre las cualidades que Josemaría Escrivá de Balaguer, por disposición divina, debía poseer y cultivar para desempeñar con fidelidad su misión, resalta ésta: saberse servidor de todos. Además de contemplar cotidianamente ese espíritu en su hogar, lo aprendió sobre todo en el Evangelio. ¡Cuántas veces, por los años 20, mientras se preparaba con la oración, el estudio y la penitencia para cumplir la Voluntad de Dios, cuando El se la manifestara, meditó unas palabras que definen el más hondo sentido de la misión de Jesucristo en la tierra!: el Hijo del hombre no ha venido a ser servido, sino a servir y dar su vida en redención por muchos (Mt 20, 28). Con el Evangelio en la mano y bien impreso en el corazón, tratando de hacerlo carne de su carne y vida de su vida, Josemaría Escrivá grabó en su inteligencia y en su voluntad las más sublimes lecciones de servicio a Dios y a los hombres.
Atravesamos tiempos en los que la palabra servicio está prácticamente borrada del diccionario de uso corriente; y cuando se utiliza, no son pocos los que irónicamente imaginan que es la tapadera de ambiciones inconfesables. ¡Tan escasamente han calado esas gentes en la vida de Cristo, que fue toda entera —segundo a segundo, desde el pesebre a la cruz— un servicio a la humanidad! Para Josemaría Escrivá de Balaguer, en cambio, servir era un término que ponía en vibración las fibras más hondas de su ser. Ya desde chico, como he señalado, había descubierto el tesoro de servir de buena gana a los demás. Más adelante, para disponerse lo mejor posible a cumplir la Voluntad de Dios, decidió hacerse sacerdote, sin detenerse ante las exigencias que esa determinación comportaba: el alejamiento de su familia, tan querida; la renuncia a planes para el futuro que a los quince o dieciséis años estaba ya forjando... No puedo omitir que también esos planes profesionales estaban impregnados de deseos de servir a los demás. Soñaba, por ejemplo, con ser arquitecto, como ejercicio de un arte y como medio para fomentar el bienestar de las familias y de la sociedad.
Deseo destacar que, aunque extraordinaria en sí misma, la llamada divina le llegó de un modo ordinario. El episodio que puso en movimiento las ansias de su alma y le encaminó por senderos de servicio abnegado y total no se presentó como algo fuera de lo común: las huellas de los pies descalzos de un fraile carmelita sobre la nieve fresca. Lo extraordinario fue la respuesta de ese adolescente a una señal que también otras personas debieron sin duda advertir, en aquel frío día del invierno logroñés de 1917_18. Sin embargo, no se sintieron removidas, como lo fue Josemaría en lo más hondo de su alma, por ese acontecimiento en apariencia intrascendente. ¿Qué hago yo por Nuestro Señor? , fue su reacción inmediata. De ahí arranca su decisión de entregarse a Dios en el sacerdocio, como preparación necesaria —así lo percibía claramente, ya en esos momentos— para otra cosa que el Señor le haría ver en el momento oportuno.
Con la vocación sacerdotal, Josemaría Escrivá de Balaguer sintió acrecentarse en su alma las hambres de servicio. Como precisa la Sagrada Escritura, el sacerdote, escogido entre los hombres, está constituido en favor de los hombres (Hebr 5, 1). Si se separa de ellos, es para estar más cerca, para hermanarse con ellos —con cada alma— mediante vínculos más fuertes, ya que el sacerdote, de un modo peculiar y propio, hace en esta tierra las veces de Cristo Sacerdote, que se abajó hasta la entrega total de su vida por amor de sus hermanos los hombres. Con el fuerte aliento del ejemplo del Maestro, Josemaría Escrivá se propuso actuar siempre in nomine Domini y se dedicó sin reservas a su sacerdocio. Desde el primer momento tuvo claro que todo —familia, proyectos, gustos, situaciones...— había que supeditarlo a los planes de Dios. Plenamente consciente de que el sacerdote es instrumento privilegiado de la gracia de Dios, procuró siempre conservarla y dilatarla en su alma, para poder distribuirla a los demás sin poner ningún obstáculo.
En su sacerdocio, imitando a su Maestro y Señor —¡Cristo mío! , le llamaba con dulzura y admiración—, amó a todos, también a los que se proclamaban enemigos de su persona o de su tarea; y por ellos —por cada uno— rezó a diario, ejercitando con plenitud su alma sacerdotal. Me consta que jamás se sintió enemigo de nadie; quiso bien a todos y los sigue queriendo desde el Cielo. Esa fue y es su moneda de cambio con quienes han pretendido o pretenden denigrarle.

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El 2 de octubre de 1928, fecha fundacional del Opus Dei, Josemaría Escrivá se supo clara e inequívocamente llamado por Dios a prestar a la humanidad entera un servicio estupendo: el de recordar a los cristianos la inmensa dignidad a que han sido elevados por la gracia de la adopción divina, hasta el punto de estar todos ellos llamados a alcanzar la santidad —una santidad de primera, solía precisar—, que la mayoría habrá de buscar sin salir de su sitio: de su estado, de su lugar de trabajo, de su puesto en el mundo.
Sea de profesión intelectual o manual, enfermo o sano, hombre o mujer, joven o entrado en años..., cualquier cristiano debe escuchar la llamada de Cristo, dirigida a él personalmente: sed vosotros perfectos como vuestro Padre celestial es perfecto (Mt 5, 48). En transmitir esta llamada, trazando además un camino claro y transitable para darle cumplimiento práctico, trabajó Josemaría Escrivá de Balaguer, con la gracia de Dios, hasta el último día de su existencia terrena. Y desde el primer momento puso al servicio de esta misión —al servicio de Dios y de los hombres— todas sus cualidades naturales y sobrenaturales.
Josemaría Escrivá no perdió jamás de vista la vivísima conciencia de ser un instrumento —sólo instrumento— en manos de Dios, para hacer el Opus Dei en la tierra. Toda su vida, los años que preceden a esa fecha y los que vendrían después, quedó iluminada por la fuerte luz recibida en su alma la mañana del 2 de octubre de 1928. Una de las principales cualidades de un instrumento, si de veras ha de valer para la realización de un designio que le supera en todos los sentidos, es la plena subordinación a la causa principal, como el pincel en manos del artista (que es una de las metáforas preferentemente empleadas por el Beato Josemaría Escrivá al tratar de este tema). De nada serviría que el pincel fuera de la mejor calidad, si por un absurdo no se dejara manejar por el pintor, si pretendiera extender por su cuenta los colores sobre el lienzo.
En la realización de una labor de carácter sobrenatural como el Opus Dei, semejante impulso resulta absolutamente imposible. Es Dios mismo quien traza el diseño en su Eternidad inaccesible y es El quien elige el instrumento que ha de utilizar. Es El quien, llegado el tiempo previsto por su Sabiduría infinita, llena a la persona elegida de las gracias necesarias y convenientes para realizar su misión. Ciertamente, la criatura racional, haciendo un uso malo de su libertad, posee la triste capacidad de no secundar plenamente los planes divinos, de pretender lucir por su cuenta, de no querer ser, en definitiva, instrumento y sólo instrumento. Esta es la tentación más peligrosa que acecha a la criatura: la soberbia. Y éste fue el primer pecado que afeó la creación, el pecado de Lucifer. Por eso, la humildad, la plena convicción de la propia nada y, a la vez, de la omnipotencia de Dios, es requisito fundamental para secundar los planes amorosos de Dios en la historia.
Josemaría Escrivá de Balaguer llega a la gloria de los altares precisamente porque amó sin condiciones a Dios y a los demás; y ese amor se apoyaba en la humildad, en una humildad heroica. Humildad y amor que convirtieron su entera existencia en un sí decidido a la Voluntad de Dios. Naturalmente, antes de emitir su juicio, la Iglesia examina muy atentamente la vida de los Siervos de Dios, hasta llegar a la certeza moral de que practicaron todas las virtudes en grado heroico. Una de las más importantes, junto con la caridad, es la humildad, base y fundamento moral de todas las demás virtudes. Una humildad que, en el caso de Josemaría Escrivá, viene a ser una sola cosa con el espíritu de servicio. Por eso, en su ascética, la humildad no aparece como apocamiento, como actitud tristemente sumisa, como dejación de derechos que son deberes, sino que conduce a servir lo mejor posible a Dios, a la Iglesia, a todas las almas, con un servicio eficaz, delicado y atento.
Este punto fundamental de su enseñanza se condensará en una frase que tiene las resonancias de un lema: para servir, servir. Para prestar un verdadero servicio, hay que formarse de la mejor manera. No basta que el instrumento se deje manejar por la mano del artista; se precisa también que sea de la mejor calidad posible, que aproveche a fondo sus cualidades buenas. Aquí está la raíz de la insistencia de Josemaría Escrivá de Balaguer en la absoluta y perenne necesidad de la formación humana, doctrinal, espiritual, apostólica y profesional de los cristianos, para que su acción en las estructuras temporales —en las que deben actuar a modo de fermento— sea eficaz y contribuya del mejor modo a la gloria de Dios y a la salvación de las almas.

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La conciencia de que el cristiano ha de servir a la obra de la Redención, precisamente en el lugar donde la Providencia le ha colocado, aparece como una constante en la predicación del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer. Afirmaba: un cristiano puede ser barrendero y ser muy santo delante de Dios y tener una eficacia extraordinaria. Otro puede tener una cátedra o ser ministro o presidente de una República y, si es tan santo como el barrendero, tendrá el mismo mérito, ni más ni menos; si es menos perfecto, desde luego valdrá menos. En el servicio de Dios, no hay oficios de poca categoría. Todos son de mucha categoría, si se realizan por amor. De ahí que sea tan importante la tenacidad en el espíritu de servicio, el perseverar un día y otro en el propio trabajo o en la propia tarea, por amor de Dios y de los hombres por Dios, aunque en muchas ocasiones no se vean los frutos. Como el borrico que da vueltas a la noria. Es otra metáfora que Josemaría Escrivá, inspirándose en algunos textos de la Sagrada Escritura, utilizó frecuentísimamente para explicar el servicio que Dios quería de su vida. Baste, como ejemplo, un punto de Camino: bendita perseverancia la del borrico de noria! —Siempre al mismo paso. Siempre las mismas vueltas. —Un día y otro: todos iguales.
Sin eso, no habría madurez en los frutos, ni lozanía en el huerto, ni tendría aromas el jardín.
Lleva este pensamiento a tu vida interior
(Camino, n. 998).
Rectitud de intención, buena preparación, perseverancia... y alegría en el servicio. ¡Con cuánto fino y firme tesón insistió el Fundador del Opus Dei, siguiendo las enseñanzas de la Sagrada Escritura, en que hay que servir al Señor con alegría (Ps 99, 2), en que Dios ama al que da con alegría (2 Cor 9, 7)! ¿Os imagináis vosotros que alguien os sirviera entre penas y llantos? , solía comentar, subrayando así que un servicio que procede del amor se presta necesariamente de buen grado, con gozo interior y exterior, con agradecimiento por haber tenido la posibilidad de realizarlo.

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Son sólo unos trazos de una característica de la vida heroica del Beato Josemaría Escrivá de Balaguer, un servidor de Dios y de los hombres, un sacerdote cuyo timbre de gloria era —es— servir a todas las almas, sin distinción, del modo específico que el Señor le había encomendado. Cuando estaba en la tierra, le agradaba considerar la fórmula de canonización —así se expresaba— que Jesucristo mismo nos ha dejado en el Evangelio: muy bien, siervo bueno y fiel; ya que fuiste fiel en lo poco, yo te confiaré lo mucho. Entra en el gozo de tu señor (Mt 25, 21).
Nosotros, ahora, nos llenamos de alegría y agradecimiento a Dios, porque verdaderamente se han cumplido en Josemaría Escrivá de Balaguer, siervo bueno y fiel, esas palabras inspiradas. ¡Ojalá sean muchas, en todos los lugares de la tierra, las personas que hagan de su vida entera —en el trabajo y en el descanso, en la familia y en la sociedad— un servicio completo, ilusionado, alegre y perseverante, a la obra de la Redención! ¡Ojalá los caminos divinos de la tierra, abiertos por Dios Nuestro Señor en medio del mundo, empleando al Beato Josemaría Escrivá de Balaguer como instrumento fidelísimo, sean transitados por un número incontable de almas, que extiendan por todos los rincones de esta tierra nuestra la paz y la alegría de los seguidores de Jesucristo!



JAVIER ECHEVARRIA

Vicario General del Opus Dei


Romana, Nº 14, Gennaio-Giugno 1992, p. 132-139.