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A pochi mesi dalla pubblicazione dell'Enciclica Centesimus annus, sul numero di settembre 1991 della rivista "Studi Cattolici" è stato pubblicato uno studio di S.E. Mons. Alvaro del Portillo, intitolato Dottrina sociale e nuova evangelizzazi

La Centesimus annus, terza enciclica sociale di Giovanni Paolo II, si colloca, come già la Laborem exercens e la Sollicitudo rei socialis, in un ammirevole rapporto di continuità_novità con il magistero precedente e, in particolare, con la Rerum novarum. Gettando il proprio sguardo ad un livello insieme più alto e più profondo di quello della contingenza dei fatti, la fede percepisce nell'avvicendarsi storico la conferma della verità di Dio, della creazione e della provvidenza, dell'uomo tentato, caduto e salvato. E, nella successione degli eventi, scopre una coerenza intima e misteriosa: lo snodarsi di un unico disegno salvifico. Da qui scaturisce la fedeltà della Chiesa al proprio patrimonio dottrinale: dalla consapevolezza del perenne consistere della verità, dalla certezza della fecondità della grazia che opera nel tempo e dalla persuasione del convergere dei tempi verso l'avvento di Cristo, Giudice e Re dell'universo. La continuità del magistero ecclesiastico è insopprimibile fedeltà alla verità, di cui la Chiesa è testimone; la novità scaturisce dal suo inserimento nella mutevolezza delle situazioni storiche, bisognose di essere via via comprese alla luce di quella verità.

La Centesimus annus presenta una ricchezza tematica tale da rendere plausibili, e direi necessari, diversi piani di lettura. Ma la chiave più profonda, senza la quale il testo perderebbe la propria coerenza e il proprio peso, emerge dalla premessa appena accennata: ci troviamo di fronte in primo luogo non ad una denuncia delle disfunzioni presenti nella società contemporanea o dei pericoli che sovrastano l'umanità, né ad una proposta di possibili rimedi settoriali. Il Papa proclama, ancora una volta, la verità rivelata da Dio, che giudica lo sforzo dell'uomo. E lo fa con la fermezza di chi di tale verità è stato costituito quale supremo depositario.

Rileggendo oggi la Rerum novarum non si possono non mettere a confronto i severi ammonimenti di Leone XIII con la tragica sequenza di soprusi e sofferenze che hanno attraversato il nostro secolo, nella tensione e spesso nella sovrapposizione di liberalismo e socialismo. La forza profetica del magistero della Chiesa vi appare drammaticamente confermata. Dinanzi al conflitto senza «regola né norma» (CA, n. 5) che opponeva capitale e lavoro, dinanzi alle lacerazioni da cui era scossa la società, allo sfruttamento indiscriminato di uomini e popoli, all'esplodere della lotta di classe, alla diffusione dell'ideologia materialistica, il Papa proclamò «le condizioni fondamentali della giustizia nella congiuntura economica e sociale di allora» (ibid.).

Dalla pubblicazione della grande enciclica leoniana, e certamente in gran parte come frutto dei principi in essa esposti, molta strada è stata fatta. Eppure, dopo un secolo, quelle ingiustizie non risultano ancora pienamente corrette, altre non meno gravi sono subentrate e, se un sistema economico-sociale disumano sembra crollato, le sue vittime appaiono ancora lontane dall'inserimento entro un orizzonte degno dell'uomo, mentre il consolidamento di strutture e mentalità anch'esse materialistiche grava sul mondo più che come una semplice minaccia. Questo lo sfondo su cui si inserisce la nuova enciclica. Una constatazione appare ovvia: la fede ci deve portare a cogliere negli insegnamenti della Centesimus annus la stessa forza profetica che l'esperienza storica ha evidenziato nella Rerum novarum e ad ascoltare la voce di Giovanni Paolo II con la saggezza che, se non fosse mancata ai destinatari immediati dell'insegnamento di Leone XIII, avrebbe evitato tante sciagure. E' troppo sperare che l'umanità impari a non cadere sempre negli stessi errori, nelle stesse imperdonabili leggerezze?

Questa, mi sembra, la chiave di lettura decisiva. Come scrive il Santo Padre: «La dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana» (n. 55), perché soltanto la fede rivela pienamente all'uomo la sua vera identità, la sua dignità inviolabile (cfr. n. 54), e può quindi fondare una visione morale obiettiva e coerente delle questioni sociali che si presentano nei diversi contesti storici. Occorre ricordare oggi all'umanità tutta, e con particolare vigore, il monito che percorre l'intero magistero sociale della Chiesa: «Non c'è vera soluzione della "questione sociale" fuori del Vangelo» (n. 5). Solo in esso le realtà nuove possono trovare «il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale» (ibid.).

E' necessario spiegare con estrema chiarezza che la dottrina sociale è parte integrante dell'insegnamento morale della Chiesa (cfr. n. 55): essa non offre suggerimenti tecnici ai responsabili delle nazioni, ma, segnando la linea invalicabile che separa il bene dal male, la violenza dal rispetto della libertà, i diritti della persona dalla sopraffazione, il magistero sociale è una luce che illumina dall'alto l'agire umano e chiarisce le condizioni indispensabili affinché possa pervenire a soluzioni degne dell'uomo. Questo è il terreno che dà il suo senso ultimo all'avvertimento rivolto dal Santo Padre agli uomini del nostro tempo: non si possono bandire «dall'arena politica il diritto e la morale» in nome di un falso realismo (n. 25); «se verranno meno la tensione morale e la forza cosciente di rendere testimonianza alla verità» (n. 27), lutti e conflitti si perpetueranno ovunque.

In quest'ottica molti richiami della Centesimus annus presentano il carattere di condizioni discriminanti per il futuro dell'umanità. Si leggano, ad esempio, gli ammonimenti relativi alla necessità del dialogo e dell'intesa nei rapporti fra le parti sociali o fra le nazioni: «Bisogna ripudiare (...) l'idea che la lotta per la distruzione dell'avversario, la contraddizione e la guerra stessa siano fattori di progresso e di avanzamento della storia» (n. 18). La medesima gravità si coglie nei riferimenti al futuro dei Paesi che facevano parte del blocco comunista: «La presente condizione di difficoltà e di penuria è la conseguenza di un processo storico, di cui i Paesi ex-comunisti sono stati spesso oggetto e non soggetto (...). L'aiuto degli altri Paesi soprattutto europei, che hanno avuto parte nella medesima storia e ne portano le responsabilità, corrisponde ad un debito di giustizia» (n. 28).

Sono affermazioni che scuotono la coscienza contemporanea, fino a far vacillare abitudini e certezze che permeano, come assiomi indiscutibili, la mentalità dell'uomo occidentale. La prospettiva morale dell'enciclica mette in crisi gran parte delle certezze cui si ispirano i progetti di espansione della società presente. Un altro esempio: gli accenni allo sviluppo delle aree depresse contengono un potenziale critico dirompente nei confronti di un sistema economico polarizzato nella ricerca del benessere. Il Papa afferma: «Sarà necessario uno sforzo straordinario per mobilitare le risorse (...) verso fini di crescita economica e di sviluppo comune, ridefinendo le priorità e le scale di valori, in base ai quali si decidono le scelte economiche e politiche» (n. 28). La responsabilità dei Paesi ricchi emerge indilazionabile: «Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo» (n. 35). «Tale obiettivo richiede sforzi programmati e responsabili da parte di tutta la comunità internazionale» (ibid.); «la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale» (n. 36). Ancora: bisogna «abbandonare la mentalità che considera i poveri —persone e popoli— come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han prodotto (...). L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità» (n. 28).

L'affermazione del dovere morale di indirizzare l'economia al bene comune (cfr. n. 58) impone la necessità di un'urgente revisione dei valori dominanti: «Si tratta (...) di aiutare interi popoli, che ne sono esclusi ed emarginati, ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile non solo attingendo al superfluo, che il nostro mondo produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società» (ibid.).

Ogni riflessione in sede di economia e politica si rivelerà adeguata alle necessità reali dell'uomo e della società solo nella misura in cui saprà rispettare i principi etici vincolanti che pulsano negli appelli del Santo Padre. La loro trasposizione sul terreno economico e politico sarà autentica solo se rispecchierà davvero e in modo costante l'elemento che costituisce il centro di tutto l'insegnamento sociale della Chiesa: l'uomo nella sua dignità di persona e nel suo destino eterno. Esiste infatti una mirabile corrispondenza fra la morale e l'antropologia cristiana: «Nel modo in cui insorgono e sono definiti i nuovi bisogni, è sempre operante una concezione più o meno adeguata dell'uomo e del suo vero bene (...). E' necessario lasciarsi guidare da un'immagine integrale dell'uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali» (n. 36).

Le considerazioni della Centesimus annus sul fallimento dei regimi comunisti riflettono non già una scelta ideologica di campo, ma i dettami etici fondamentali che emergono dalla verità cristiana sull'uomo: «Ciò che fa da trama e, in certo senso, da guida (...) a tutta la dottrina sociale della Chiesa è la corretta concezione della persona umana e del suo valore unico» (n. 11). Così «l'errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico (...): scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l'ordine sociale» (n. 13). Ridotto a semplice molecola della società, l'uomo viene a dipendere dalla macchina sociale e da coloro che la controllano. La stessa inefficienza del sistema economico collettivistico «non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell'economia» (cfr. n. 24).

Radicale insufficienza dell'economia

La diagnosi non lascia spazio a dubbi. La prima causa di tale radicale negazione della dignità e dell'autonomia della persona sta nell'ateismo: «La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l'ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona» (n. 13). «Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini (...).Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere (...). La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare» (n. 45).

Parallelamente, le disfunzioni dell'economia di mercato nascono dalla medesima negazione pratica, dall'aver posto cioè in primo piano «valori puramente utilitaristici, con la sollecitazione degli istinti e delle tendenze al godimento immediato, la quale rende difficile il riconoscimento ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza» (n. 29). Il libero mercato si è dimostrato come lo strumento più efficace per soddisfare i bisogni "solvibili"; ma molti bisogni primari non possono aver accesso al mercato. Perciò Giovanni Paolo II ammonisce in tono accorato: «E' stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e gli uomini che ne sono oppressi periscano (...). Esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità» (n. 34).

Ciò mostra la radicale insufficienza dell'economia e la sua necessaria subordinazione alla morale (solo in questo senso, fra l'altro, si giustifica la richiesta dell'opportuno controllo del mercato da parte delle forze sociali e dello Stato: cfr. n. 35): «Il sistema economico non possiede al suo interno criteri che consentano di distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimenti dei bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità (...). E' necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti» (n. 36).

Il problema vero, dunque, non sta nel dirimere l'alternativa fra capitalismo e comunismo, economia d'impresa e collettivismo. Giovanni Paolo II si domanda se, dopo il fallimento del comunismo, il capitalismo possa essere considerato come il sistema vincente. E osserva che, se la libertà economica non è posta in connessione con la libertà integrale della persona e con la sua dimensione etica e religiosa, che ne costituisce il centro, allora la risposta è negativa (cfr. n. 42). Parlavo di potenziale critico presente nelle affermazioni dell'enciclica. La critica, precisa il Santo Padre, non riguarda il sistema economico, ma il suo fondamento etico: quando l'economia ignora la dimensione trascendente, «perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla» (n. 39).

Si evidenzia allora, anche nei moderni regimi pluralistici, l'insopprimibilità del rapporto fra politica ed etica: «Come ai tempi del vecchio capitalismo lo Stato aveva il dovere di difendere i diritti fondamentali del lavoro, così ora col nuovo capitalismo esso e l'intera società hanno il dovere di difendere i beni collettivi che, tra l'altro, costituiscono la cornice al cui interno soltanto è possibile per ciascuno conseguire legittimamente i suoi fini individuali. Si trova qui un nuovo limite del mercato: ci sono bisogni collettivi e qualitativi che non possono essere soddisfatti mediante i suoi meccanismi; ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla sua logica; ci sono dei beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comprare» (n. 40).

L'appassionata difesa della vita fin dal concepimento; la tutela della famiglia come «santuario della vita» (n. 39); la denuncia delle campagne demografiche e delle politiche che, «estendono il loro raggio di azione fino ad arrivare, come in una "guerra chimica", ad avvelenare la vita di milioni di esseri umani indifesi» (ibid.)...: tutto questo scaturisce, come esigenza che non può essere ulteriormente ignorata, dalla verità integrale sull'uomo rivelata da Dio. Ad una società che sta operando una massiccia «inversione tra i mezzi e i fini» (n. 41) cui l'uomo deve tendere, il Papa ricorda: «E' alienato l'uomo che rifiuta di trascendere se stesso e di vivere l'esperienza del dono di sé e della formazione di un'autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio. E' alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana» (ibid.).

Strumento di evangelizzazione

Il quadro qui tracciato ci mostra che quest'enciclica costituisce un segno ulteriore della vastità d'orizzonti con cui il Santo Padre concepisce la nuova evangelizzazione, che egli sta additando alla Chiesa come frontiera primaria del suo amore per l'uomo e che trova nella promozione della giustizia uno dei punti cruciali (cfr. n. 58). Infatti la dottrina sociale della Chiesa, lungi da apparire assimilabile ad un'ideologia (cfr. Sollicitudo rei socialis, n. 41), è anzitutto un formidabile strumento di evangelizzazione, in quanto propone le dirette conseguenze del messaggio cristiano nella vita della società ed «inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo Salvatore» (n. 5). Il suo approfondimento, la sua diffusione e la sua applicazione diventano non solo tangibili espressioni di fedeltà a Cristo e alla Chiesa (cfr. Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi Latinoamericani a Puebla, 28 gennaio 1979, III, 7), ma anche punti fermi dell'impegno cristiano a favore dell'uomo.

La dottrina sociale della Chiesa è dunque annuncio della verità integrale sull'uomo, «questo uomo che, come il Concilio Vaticano II ricorda, è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa e per cui Dio ha il suo progetto, cioè la partecipazione all'eterna salvezza» (n. 53). Cristo, mediante il Sacrificio della Croce, ha conquistato per gli uomini l'ineffabile dono della filiazione divina: è questa, in sintesi, la verità da proclamare nella sua pienezza, questo il «senso dell'uomo» che la Chiesa riceve dalla divina Rivelazione (cfr. n. 55) ed ha la missione di annunciare al mondo. Illustrando la dignità della persona umana, il Santo Padre ha scritto: «Creato da Dio a sua immagine e somiglianza e redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l'uomo è chiamato ad essere figlio nel Figlio e tempio vivo dello Spirito, ed è destinato all'eterna vita di comunione beatificante con Dio» (Esort. Apost. Christifideles laici, n. 37).

Non siamo di fronte ad affermazioni astratte, ma a verità che coinvolgono tutta la persona e le sue attività. Fra queste spicca il lavoro, il cui valore nel piano divino è condensato dall'espressione biblica secondo la quale Dio creò l'uomo ut operaretur (Gen 2, 15). Uno dei compiti più attuali a cui il Santo Padre chiama i cristiani consiste proprio nell'evangelizzare la società contemporanea circa il senso del lavoro e la sua dignità. La prospettiva in cui si colloca l'insegnamento del Papa sul lavoro è decisamente teologica. Tutte le sue riflessioni attingono la pienezza del proprio significato solo se lette entro il contesto del rapporto dell'uomo con Dio: il lavoro è anzitutto dono di Dio e, come tale, per l'uomo costituisce una vocazione. In questo senso esse è testimonianza della dignità della creatura razionale (cfr. n. 6) e del suo dominio sulla creazione (cfr. n. 32). Ed in questo senso, in quanto risposta al disegno divino, è fonte di arricchimento della personalità nella sua interezza, contributo al vero progresso di tutta l'umanità (cfr. n. 32) e vincolo di unione con gli altri uomini: «Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri» (n. 31).

Alla luce del mistero di Cristo, il lavoro acquista per i cristiani ulteriori prospettive soprannaturali. Come ebbe ad insegnare il Fondatore dell'Opus Dei, il lavoro, «essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l'ambito nel quale l'uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice» (È Gesù che passa, Ares, Milano 1982, 3ª ed., n. 47). L'operare umano rivela così ancora più profondamente la propria intrinseca ed inseparabile valenza teologica.

Comprendere tutto questo, e portarlo alla vita, ha conseguenze personali e sociali di immensa portata. Il lavoro, infatti, in tale prospettiva, mostra potenzialità inesplorate e si pone come fattore attivo di sviluppo spirituale. Il Santo Padre osserva che «nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali» (n. 31). I limiti dell'approccio individualistico e materialistico al lavoro, con gli scompensi sociali che inevitabilmente ne derivano, possono venire superati soltanto entro questa visione teologica. Quando l'uomo scopre che il lavoro è uno degli ambiti principali in cui egli è chiamato da Dio ad offrire il proprio contributo al procedere storico del piano salvifico, quando lo vede come compimento della propria vocazione nel mondo, il suo sforzo quotidiano assume tutte le caratteristiche di espressione consapevole dell'amore per Dio e per gli altri.
La nostra epoca ha bisogno di superare la separazione fra vita cristiana e lavoro. Le considerazioni del Santo Padre sul lavoro come terreno di perfezionamento ascetico (cfr. nn. 27 e 32) sono illuminanti con i loro riferimenti a virtù cristiane quali la diligenza, la laboriosità, la prudenza, la veridicità, l'affidabilità, la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza. Il lavoro professionale appare come spazio creativo nel quale la vocazione universale alla santità si nutre e si sviluppa. Nelle contrarietà, nei problemi, nei successi, nelle conquiste che accompagnano il lavoro, l'uomo trova spunti sempre nuovi di fattivo dialogo con il Signore: ne intuisce la volontà, ne intravede l'infinita sapienza, tocca il mistero di Dio che si rende presente nel mondo. Aiutare i laici a fondere in unità il lavoro, la preghiera e l'apostolato significa aprire prospettive veramente incoraggianti all'evangelizzazione del mondo contemporaneo.

L'insegnamento del Ven. Josemaría Escrivá

Non posso fare a meno, in questo contesto, di rivolgere il mio pensiero alla figura del Venerabile Josemaría Escrivá, riconosciuto da tanti autorevoli testimoni, sia per i suoi insegnamenti che per l'ispirata fedeltà con cui portò a termine la propria missione di Fondatore e guida dell'Opus Dei, quale autentico pioniere di quest'importantissima ed attualissima frontiera della pastorale. Egli percepì con chiarezza il contenuto teologico che l'attività dell'uomo può avere: «L'uomo, pertanto, non deve limitarsi a fare delle cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall'amore, manifesta l'amore, è ordinato all'amore. Riconosciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell'esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo. Sapendoci posti da Dio sulla terra, amati da Lui ed eredi delle sue promesse, il lavoro diventa preghiera, rendimento di grazie. E' giusto che ci si dica: Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per gloria di Dio (1 Cor 10, 31). Il lavoro è anche apostolato, occasione di servizio agli uomini per far loro conoscere Cristo e condurli al Padre, come conseguenza della carità che lo Spirito Santo infonde nelle anime» (E' Gesù che passa, nn. 48_49).

Altro elemento centrale d'evangelizzazione è, nel contesto dell'enciclica, il senso della libertà: centrale sia per la consapevolezza attuale del valore della libertà, sia perché i sistemi sociali più diffusi sono imperniati su una concezione spesso parziale di essa. Il Papa torna a più riprese su questo argomento, ponendo sempre il punto di partenza nel legame che deve unire libertà e verità. Riferendosi alla Rerum novarum, scrive: «Leggendo l'enciclica in connessione con tutto il ricco magistero leoniano, si nota come essa indichi, in fondo, le conseguenze sul terreno economico_sociale di un errore di più vasta portata. L'errore consiste in una concezione della libertà umana che la sottrae all'obbedienza alla verità e, quindi, anche al dovere di rispettare i diritti degli altri uomini. Contenuto della libertà diventa allora l'amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore che conduce all'affermazione illimitata del proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia» (n. 17). «L'uomo che si preoccupa solo o prevalentemente dell'avere e del godimento, non più capace di dominare i suoi istinti e le sue passioni e di subordinarle mediante l'obbedienza alla verità, non può essere libero: l'obbedienza alla verità su Dio e sull'uomo è la condizione prima della libertà, consentendogli di ordinare i propri bisogni, i propri desideri e le modalità del loro soddisfacimento secondo una giusta gerarchia, di modo che il possesso delle cose sia per lui un mezzo di crescita» (n. 41). Le conseguenze di questo smarrimento della libertà, ripercorse puntualmente dal Papa (cfr. nn. 17_19), dovrebbero farci riflettere sulle parole di Cristo, che ancor oggi risuonano inascoltate: «La verità vi farà liberi» (Gv 8, 32).

In un mondo che sembra aver perduto il coraggio e la speranza della verità, la libertà conosce terribili minacce. Giovanni Paolo II scrive: «Oggi si tende ad affermare che l'agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici» (n. 46). I drammi maturati nella storia del XX secolo oppongono a questa obiezione la domanda essenziale, che il Santo Padre riprende da Leone XIII: «Da cosa derivano infatti, tutti i mali a cui la Rerum novarum vuole reagire se non da una libertà che, nel campo dell'attività economica e sociale, si distacca della verità sull'uomo?» (n. 4). La risposta è chiara: «L'obbedienza alla verità su Dio e sull'uomo è la condizione prima della libertà» (n. 41). Ma per accettare questa verità occorre il coraggio di rinunciare alla sete «dell'avere e del godimento» (ibid.), di dominare gli istinti e le passioni, i cui miraggi snaturano l'essere dell'uomo e ne deformano la verità.

Non teoria, ma fondamento per l'azione

Libertà nell'uomo non equivale ad autonomia. Essa è un dono che proviene da Dio e mira a renderci partecipi del suo dominio sulla creazione. Il suo elemento costitutivo è dunque l'orientamento verso il bene e, in definitiva, verso Dio stesso. La libertà ci è stata data perché potessimo amare Dio e ricondurre a Lui tutta la creazione. Quindi non è capriccio, arbitrarietà, assenza di impegni. Al contrario, essa giunge a compimento solo attraverso il dono di sé, il sacrificio, l'abnegazione.

Due culture sembrano divaricarsi insanabilmente, due concezioni della vita che hanno nella differente interpretazione della struttura della libertà il proprio fondamento: da una parte, una libertà intesa come ricerca dell'autorealizzazione, attraverso la pura espressione delle pulsioni istintive e la soddisfazione immediata delle esigenze vitali, da cui deriva un individualismo che frantuma la società; dall'altra, l'emergere della concezione cristiana della libertà, quale accoglimento generoso della missione ricevuta da Dio e volontario dono di sé. Da una parte, il rifiuto di ogni vincolo; dall'altra, la riscoperta e il compimento degli elementi fondamentali dell'etica: il bene come fine dell'agire umano; l'obbligatorietà per la coscienza dei vincoli che ne discendono; l'autotrascendersi dell'individuo nella solidarietà, come impegno disinteressato al servizio del bene del prossimo.

Parlavo della dottrina sociale come parte dell'insegnamento morale della Chiesa. Mi sembra importante sottolineare come, proprio in questa chiave, Giovanni Paolo II insista sulla necessità che il messaggio evangelico non venga considerato come «una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l'azione» (n. 57): «Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna» (ibid.). La risposta più efficace alla crisi di valori in cui versa la società contemporanea risiede dunque nella testimonianza di coerenza che i cristiani debbono offrire. E questa coerenza dipende in radice dalla capacità di rispecchiare nelle opere quella confluenza, caratteristica effettiva dell'agire cristiano, della giustizia con la carità che riceve dal loro riferimento originario a Dio la propria autenticazione: «Incidiamolo bene nella nostra anima, perché lo si noti nel nostro comportamento: in primo luogo, la giustizia verso Dio. Questa è la pietra di paragone della vera fame e sete di giustizia (Mt 5, 6), che si distingue dal vociare degli invidiosi, dei malcontenti, degli egoisti e degli avari... Il rifiutare al nostro Creatore e Redentore il riconoscimento dei beni innumerevoli e ineffabili che ci concede, è infatti l'ingiustizia più ingrata e tremenda. Voi, se davvero vi sforzate di essere giusti, considererete spesso la vostra dipendenza da Dio —Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? (1 Cor 4, 7)—, per riempirvi di gratitudine e di desideri di corrispondenza» (Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 167).

In modo particolare, ai fedeli laici, «chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo» (cfr. Cost. dog. Lumen gentium, n. 31), compete un ruolo primario nell'evangelizzazione che attende la Chiesa. Punto nodale della loro testimonianza è il fattivo impegno per la promozione della giustizia: «La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti» (n. 43). Un compito immane e pressante, dinanzi al quale il Santo Padre ha voluto ricordare che «perché si attui la giustizia ed abbiano successo i tentativi degli uomini per realizzarla, è necessario il dono della grazia che viene da Dio. Per mezzo di essa, in collaborazione con la libertà degli uomini, si ottiene quella misteriosa presenza di Dio nella storia che è la Provvidenza» (n. 59).


+ Alvaro del Portillo
Prelato dell'Opus Dei

Romana, Nº 13, Luglio-Dicembre 1991, p. 266-274.